Convenzione di Instanbul – E proprio per questo la violenza sulle donne non è un fatto privato ma riguarda tutti. Finalmente, anche in Italia, è entrata in vigore, il 1 agosto 2014, la Convenzione di Istanbul. Ma l’Italia, pur avendo avuto un ruolo importante nell’entrata in vigore della Convenzione (è stato il primo grande Paese a sottoscriverla), rimane uno dei Paesi europei con gli indicatori peggiori per quanto riguarda la condizione delle donne. Infatti nella classifica del World Economic Forum sul Gender Gap, ha guadagnato nove posti nella graduatoria sulla disparità di genere (per un incremento di elette alla Camera e al Senato), ma rimane al 71esimo posto su 136 paesi ed è collocata nella parte bassa della graduatoria per partecipazione alla vita economica (97esimo), al 72esimo per la salute e al 65esimo per la scolarizzazione.In questo quadro, l’attuazione della Convenzione di Istanbul è una importante occasione per far fare un passo in avanti al nostro Paese, perché disegna una strategia articolata di azioni concrete sul piano amministrativo ed istituzionale (azioni di sostegno, di prevenzione, punizioni del colpevole, rottura di stereotipi, cambiamento culturale).
Piano nazionale antiviolenza – Il Parlamento Italiano, con la legge 119 del 2013 (quella cosiddetta sul femminicidio) ha recepito alcune misure della Convenzione prevedendo la predisposizione di un Piano nazionale antiviolenza da costruire attraverso il mainstreaming e cioè con un lavoro congiunto di amministrazioni, associazioni e centri antiviolenza. Il Piano nazionale antiviolenza dovrà contenere linee guida e standard di prevenzione, accoglienza e contrasto alla violenza valide per tutto il territorio nazionale, rompendo così la frammentarietà delle politiche presenti in tante regioni e realtà territoriali.
Ancora molto da fare – Per far questo, dicono ancora le Democratiche, è necessario che le Istituzioni locali attuino un monitoraggio dei dati e delle politiche in modo da analizzare in maniera seria e approfondita il fenomeno, altrimenti non sarà possibile adottare politiche giuste per una strategia organica e coordinata in grado di dare certezza dei canali e dei criteri di finanziamento delle politiche, sviluppare un’adeguata campagna di prevenzione sia nei media che nelle scuole, puntare sulla formazione per accrescere il livello di consapevolezza della necessità di un approccio di genere nei servizi tra gli operatori sanitari, sociali, quelli della giustizia e le forze dell’ordine e valorizzare ed estendere il lavoro di rete sul territorio, a partire dai centri antiviolenza, delle case rifugio, delle associazioni, degli enti locali, dei presidi sociosanitari.
“Tutto questo – conclude Fiorucci – perché riteniamo che sia soprattutto necessario un cambiamento sul piano culturale e delle relazioni tra le persone che può avvenire solo se gli tutti gli attori sociali insieme (cittadini, cittadine, media, operatori, istituzioni nazionali e locali, forze politiche e sociali associazioni e centri antiviolenza) compiono azioni concrete”.
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