venerdì, 27 gennaio 2023 Ultimo aggiornamento il 24 gennaio 2023 alle ore 12:14

Edilizia in Umbria: una crisi che non finisce mai

Le parti sociali chiedono azioni concrete, ma la crisi c'è ed è pesante. Per uscirne servono risorse e vincoli meno stringenti, facilitare l'accesso ai fondi europei: la rivitalizzazione dell'edilizia porterebbe benefici su più fronti.

 
Edilizia in Umbria: una crisi che non finisce mai
Regione Umbria. Negli ultimi giorni Cigl, Cisl e Uil hanno lanciato un ultimatum, paventando lo stato di agitazione e l’organizzazione a breve di una manifestazione unitaria sotto la Regione, qualora il settore edile non ricevesse dalle istituzioni risposte concrete a stretto giro che permettano di uscire dal guado della crisi.

I sindacati reclamano l’apertura di un tavolo istituzionale delle costruzioni, un confronto non più prorogabile considerato che negli ultimi 15 anni l’edilizia in Umbria ha subito la perdita di ben 10.000 posti di lavoro, tornando addirittura alla situazione occupazionale del periodo antecedente al sisma del 1997.

Anni di ricostruzione – e di benessere per l’intero comparto – svaniti nel nulla insomma, cancellati da un regresso impietoso e che non fa onore all’economia di una regione. E non parliamo solo di grandi vertenze, perché a morire lentamente sono le piccolissime aziende, spesso a carattere familiare.

Ad aggravare ulteriormente la situazione ci si mettono poi le partite Iva irregolari che affliggono anche questo ambito, un preoccupante ricorso al lavoro nero e cantieri che vanno avanti risparmiando su ciò su cui non si dovrebbe mai risparmiare, ovvero sui costi della sicurezza.

Ecco allora che i sindacati pongono le istituzioni ad un bivio, recriminando coraggio di azione e azioni concrete portate a termine, per non esasperare ulteriormente un’edilizia già provata da anni di crisi nera e stallo.

A conferma della delicatezza della questione, vi sono anche le dichiarazioni dell’Ance: nei giorni scorsi l’associazione dei costruttori che fa capo a Confindustria, in occasione di un vertice durante il quale sono stati presentati i numeri della crisi, il presidente Calzoni e il direttore Ceccarini hanno chiesto che le risorse degli enti – seppur comprensibilmente esigue – vengano investite in lavori pubblici così da dare ossigeno al comparto.

Per fare tutto ciò servono innanzitutto nuovi cantieri e per metterli in piedi servono risorse. Peccato che alle risorse nella maggior parte dei casi non si può attingere per via dei vincoli stringenti del Patto di stabilità. Si pensi al bisogno di incrementare l’edilizia popolare, alla necessità di costruire nuove strutture per anziani o ricreative per i giovani.

Tutto bloccato da vincoli europei che in un momento come questo, lasciano il tempo che trovano. In più, si pensi ai benefici che potrebbero apportare interventi di riqualificazione dei centri storici – anche in termini di turismo – o delle tante strutture sanitarie che avrebbero bisogno di una messa in sicurezza.
O ancora, immaginiamo come un piano ben strutturato di edilizia scolastica oltre che garantire la sicurezza di studenti e personale scolastico, potrebbe creare molti posti di lavoro.

Occorre allora muoversi, come dicono le parti sociali, guardando anche ai fondi europei 2014 – 2020 per le infrastrutture, importantissimi ora più che mai per le positive ricadute occupazionali ma anche per consentire investimenti da parte di tutte quelle imprese che non si azzardano a farlo.

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