lunedì, 18 novembre 2019 Ultimo aggiornamento il 15 novembre 2019 alle ore 21:32

Quell’eremo silenzioso dell’altrove

Intervista ad Alessandro Caravella, autore esordiente della Bertoni Editore. 'Altrove, e via di qui', facente parte della collana di poesia contemporanea 'Aurora' curata da Bruno Mohorovich, è il suo primo libro di poesie.

 
Quell’eremo silenzioso dell’altrove
Perugia.  ‘In senso lato – scrive Gianni Carchia nel Dizionario di Estetica curato, per Laterza, da lui e da Paolo D’Angelo – si definisce bello «tutto ciò che vediamo, sentiamo, immaginiamo con piacere ed approvazione»’. E, ancora, ‘il bello strictiori sensu è, accanto, alla grazia, alla sottigliezza, al sublime e simili, una categoria del bello sensu largo’. Con la nascita dell’arte estetica moderna il bello perde la sua precedente universalità ontologica e diviene categoria puramente estetica, oscillando tra le due definizioni del bello ideale e del bello naturale. Se il primo indica la bellezza raggiunta dalle arti non per il tramite di una imitazione letterale della natura, ma per quello dell’emendazione dei difetti degli individui concreti sulla base di un modello di perfezione, il secondo poggia sul prerequisito, medievale, che l’arte sia imitazione della natura, vera fonte e origine della bellezza.

E se la bellezza, coincidente con l’idea di cultura, ci slegasse dalla contingenza del reale e dalla noia e ci proiettasse in dimensioni altre, fosse uno stimolo per andare oltre, altrove e via di qui? Pare essere questa la chiave di lettura della ricerca poetica di Alessandro Caravella, dottorando dell’indirizzo in Comunicazione della letteratura e della tradizione culturale italiana nel mondo all’Università per Stranieri di Perugia (Dottorato di ricerca in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale), dove sta svolgendo un progetto di ricerca incentrato sul Neorealismo italiano e sull’opera di Vasco Pratolini, e autore esordiente della Bertoni Editore, al suo primo libro di poesie, uscito nell’anno corrente.

Il 30 giugno scorso, a Corciano, la prima presentazione della silloge Altrove, e via di qui, facente parte della collana di poesia contemporanea Aurora curata da Bruno Mohorovich, autore della prefazione dell’opera prima di Alessandro Caravella e suo ‘scopritore editoriale’. In quell’occasione, intervallata dalle letture di Fiorenza Giannini, presidente di ‘Arte in Bottega’, e di Elisa Piana, autrice della Bertoni Editore, e dagli intermezzi musicali di Mohan Testi, all’arpa, Bruno Mohorovich ha presentato il libro di poesie di Alessandro Caravella al pubblico, sulla base di alcune linee-guida di lettura. Anzitutto, la profondità di comprensione delle cose, che ha spinto il poeta verso un altrove in cui ha avuto modo di sondare l’universo che lo circondava e il silenzio. L’altrove di Caravella, dunque, che molto deve a À une passante di Baudelaire e, più in generale, alla scuola dei simbolisti francesi, si connota come un eremo silenzioso, in grado di trasportare autore e lettori oltre il fenomenico, verso un luogo altro, dove poter trovare e fare esperienza del Bello, che per Platone coincideva con il sacro, mentre per il nostro pare sovrapporsi alla capacità contemplativa, alla libertà di cogliere, all’idea di imperfetta perfezione. È presto spiegato, quindi, l’Altrove del titolo. E quel e, via di qui? Che, poi, quella virgola posta prima della congiunzione e può stare lì o meno? Sì. Anche per l’Accademia della Crusca la possibilità è lasciata allo scrittore, specie se il senso di quel segno di interpunzione rappresenta una pausa più forte, l’introduzione grafica ad una fase diversa, seconda ed altra: quella, in questo caso, del via di qui, una sorta di urlo lancinante che sottende alla volontà di fuggire, di andare verso l’ignoto, alla ricerca di un qualcosa che rappresenta il bello. ‘Alessandro Caravella – è stato il commento di Bruno Mohorovich – si è rifugiato nella notte, ha tentato di varcare la porta dell’infinito, componendo versi gentili che non si sono prestati a giochi labirintici di parole o ad artifici verbali. Ha preso la notte per mano, e ci si è perso. L’ha cinta in un incedere di metafore, facendola divenire sua complice, pur nella fatica dello scrivere. In questa smarrita, e subito bramata, strada verso la bellezza, Caravella ha inserito l’immagine della donna, espressione evanescente esaltata nella sua corporeità, come fosse metamorfizzata, istituendo il dualismo ‘armonia della bellezza’- ‘donna’’.

Di tutto questo abbiamo parlato, a seguito della prima presentazione del libro, con Alessandro Caravella, che ha dichiarato che ‘oggi scommettere sulla poesia è un atto di coraggio’, lui che è stato ‘stanato’ da Bruno Mohorovich, lui che scriveva ‘egoisticamente’ per sé, concretizzando quel mondo di finzione immaginativa che informava di sé le fiabe scritte da suo nonno.

Partiamo dal titolo della tua raccolta, Altrove, e via di qui, quale elemento paratestuale e dispositivo di senso in grado di prolungare il significato del testo e di orientarne la lettura. L’altrove ci traporta in un eremo silenzioso? Coincide con una epifania? C’è una sorta di sospensione dell’incredulità? E quella virgola cosa rappresenta? Una cesura forte, forse?

«Quanto al titolo, mi sono ispirato a una poesia di Baudelaire, À une passante: qui la virgola era presente sia nel testo originale, che nella traduzione. Credo definisca bene i due momenti che volevo identificare: da un lato, l’altrove, come luogo (o luoghi) altro (altri), un luogo di pace o, meglio, pacificato rispetto al reale, un luogo onirico, malleabile, non etichettabile, dall’altro, al di là della cesura netta rappresentata dalla virgola, la seconda fase del viaggio, il via di qui. Centrale, in questo viaggio, la ricerca del Bello, sia come strada per arrivare all’altrove, che come l’altrove in sé».

Cos’ha rappresentato, per te, questa strenua ricerca della bellezza? È vero, dal tuo punto di vista, che ci slega dalla contingenza del reale e dalla noia?

«Il libro è un percorso di ricerca, costellato da momenti di buio, incertezza, paura, in cui si teme anche il proprio sé, durante il quale ci si sente, a tratti, degli inetti, degli incapaci di fare. Sì, questa ricerca coincide anche con l’uscire dalla noia dei giorni. Ricorro spesso al sostantivo polvere, che connota uno stadio statico, dormiente. Lo si può superare guardando, dispiegando i sensi. Il Bello, per me, è alto, apre le porte dell’infinito».

Il bianco come pausa. La pausa come silenzio. Cosa rappresenta il bianco nella tua poesia? Coincide con un’interruzione violenta della percezione e fa sondare gli anfratti, gli angoli più reconditi e bui, alla Bukowski?

«La mia poesia si connota per un alto contenuto notturno, di buio. Il bianco rappresenta la quiete, la ripresa delle energie, il riposo dei sensi a seguito di un percorso di ricerca che richiede fatica. Ma il bianco coincide anche con l’assenza. Alcune composizioni si sono originate in modo fulmineo, come dei lampi, delle finestre aperte e poi richiuse dal lampo, un po’ come le poesie di Rimbaud. Il bianco, poi, è anche il non-detto, rimane come scoria, come frammento approfondito e messo insieme dopo, in un secondo Momento creativo. Momento con la M maiuscola (ride, n.d.r.). Il ritmo segue il senso: ho un modus scribendi molto simile a Pavese, al margine tra poesia e racconto, come in questo componimento qui, il numero XV: ‘Soffia la primavera / tra le case in fondo alla via. / Quest’aria calda sbatte sulla strada, / nel silenzio dell’asfalto sconnesso. / Tutto è al proprio posto, / esattamente lì dove deve stare (…)».

Perché hai scelto la poesia come forma di espressione?

«L’ho scelta per l’immediatezza, l’urgenza febbrile. È un modo per restare fedele ai sensi».

La tua poesia è costellata di elementi caduchi, come le foglie, e di riferimenti alla danza, alla mano e al tracciato come gesto antropologico, all’inquietudine, la carnalità, la ricerca della bellezza e dell’io, la sfera semantica della polvere, il ricordo, la paura, la dimensione notturna, la noia… Alterni poesie brevi e lunghe e non le titoli, ma le numeri. Perché?

«Sì, le macro-aree, se vogliamo chiamarle così, che tu individui sono pertinenti: ci sono la notte, il paesaggio decadente, la donna, il corpo femminile, la noia, le stagioni e il tempo. Quanto al resto, dal mio punto di vista, la parola è potente di per sé. Bastano la parola scritta, un foglio di carta e l’inchiostro sopra. Tutto questo basta per godere di una forma d’arte che, nella mia concezione, deve essere snella. La brevità e la prolissità dipendono dal momento della stesura dei componimenti: se volevo restituire dei lampi o se, al contrario, desideravo raccontare».

Le tue descrizioni si configurano come dei dipinti di parole. Sono mosse, consentono al lettore di vedere, nel testo, una data immagine, di visualizzare una determinata scena…

«Sì, credo che le parole abbiano il potere di ricreare mondi, immagini. La poesia danza tra il mondo concreto e l’astratto. Si parte da un elemento concreto e si va verso l’indefinito, come in questo componimento, il numero III: ‘Prendo la notte per mano / e m’avvio per viali silenziosi e inermi. / Le stelle sospirano e scalciano / nel cielo angusto, profondo. / La veste del sogno sibila in questa quiete senza / luna, / mentre il buio grida e si dimena’».

Il tuo rapporto con il lettore? È vero che scrivere può essere pudico, e leggere no? Questa relazione è fatta di condivisione o di violazione da parte di chi legge, di chi guarda senza essere guardato?

«Il rapporto col lettore è faticoso. Le poesie toccano corde profonde, personali. È un po’ come denudarsi di fronte a persone che non conosci. C’è molto voyerismo nell’atto della lettura: ci si espone allo sguardo altrui. Pubblicare è, per me, un atto di coraggio».

Che dire della fictio letteraria? Si finge scrivendo? C’è uno scarto tra realtà e finzione?

«Realtà e finzione coincidono. Ogni attività umana è frutto di una selezione. Si parte dal dato reale, poi si leviga».

Ciò che troviamo scritto è solo la parte visibile. La parte cassata continua ad agire su quella prescelta, a prepararne la sedimentazione?

«Ciò che si lascia fuori è materia che può diventare edificabile. Ciò che si scarta è semplicemente lasciato in attesa».

La disposizione accentrata del testo è stata scelta da te o è stato un suggerimento editoriale?

«Sì, è stata voluta da me. Volevo fosse preservato il ritmo delle poesie. Anche lo spazio deve essere mantenuto, perché è funzionale alla storia».

In termini di intertestualità, quanto dialogano i tuoi testi con quelli degli autori da cui trai ispirazione? Su tutti, Baudelaire e Bukowski?

«Molto. Da Baudelaire e dai simbolisti francesi ho desunto il concetto di bellezza come strada per raggiungere dimensioni altre, le tematiche notturne, il concetto di una poesia fatta di simboli e cosparsa di lampi, di improvvise epifanie. Da Bukowski ho tratto il lato decadente di alcune realtà, degli anfratti, degli angoli bui e putridi, dei palazzi scrostati, ad esempio».

 

COMMENTI ALL'ARTICOLO

DISCLAIMER - La redazione di Perugia Online non effettua alcuna censura dei commenti, i quali sono sottoposti ad approvazione preventiva solo per evitare ingiurie, diffamazioni e qualsiasi altro messaggio che violi le leggi vigenti. Siete pregati di non inserire commenti anonimi e di non ripetere più volte lo stesso commento in attesa di moderazione. Ogni commento rappresenta il personale punto di vista del rispettivo autore, il quale è responsabile civilmente e penalmente del suo contenuto. Perugia Online si riserva il diritto di modificare o non pubblicare qualsivoglia commento che manifesti toni, espressioni volgari, o l'esplicita intenzione di offendere e/o diffamare l'autore dell'articolo o terzi. I commenti scritti su Perugia Online vengono registrati e mantenuti per un periodo indeterminato, comprensivi dei dettagli dell'utente che ha scritto (IP, E-Mail, etc.). In caso di indagini giudiziarie, la proprietà di Perugia Online non potrà esimersi dal fornire i dettagli del caso all'autorità competente che ne faccia richiesta.
Scroll To Top