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	<title>Perugia Online &#187; Accademia Nazionale di San Luca</title>
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		<title>Abitare lo spazio del tempio</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Sep 2019 16:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Todi. </span> Lo spazio può essere abitato. Specie quando interagisce con il visitatore, specie quando la sua struttura, circolare o centrica, risponde a una chiara simbologia, connotata da un isolamento rispetto allo spazio circostante, da una cupola-icona della volta celeste, da una pianta centrale, che rinvia alla compiutezza dell’universo, e da una caratteristica tipologia a croce greca.</p>
<p>Il riferimento, come è ovvio, è allo spazio di un tempio. Nello specifico a quello di Santa Maria della Consolazione di Todi, simbolo del comune umbro, capolavoro indiscusso del Rinascimento italiano, salvaguardato dall’ente proprietario, l’E.T.A.B. (Ente Tuderte di Assistenza e di Beneficenza), quale immagine di santuario cristiano centrico vicino alle piante ideali di Leonardo da Vinci e attribuito – nonostante la questione sia, ancora, controversa – al genio urbinate di Donato Bramante, che l’avrebbe progettato per Giulio II Della Rovere, il papa-imperatore, uno dei più illuminati patroni delle arti nella storia della Roma cristiana.</p>
<p>Con lo sguardo rivolto verso l’altare maggiore – eseguito su disegno di Carlo Rainaldi nel 1634 – e verso il dipinto mariano rinvenuto nel 1508 e traslato entro un ovale al centro dello stesso altare barocco – dipinto miracoloso, quello raffigurante la Vergine col Bambino e le nozze mistiche di Santa Caterina d’Alessandria, che sarebbe divenuto, ben presto, oggetto di devozione popolare, dando vita alla costruzione del tempio – e al di sotto della cupola con i pennacchi contenenti i quattro evangelisti e la colomba dello Spirito Santo, attorno alla quale si dispongono, in struttura circolare, le statue dei dodici apostoli, un numero nutrito e interessato di uditori ha potuto ascoltare, sabato 7 settembre – il giorno prima della giornata conclusiva della festa tuderte dedicata alla Natività della Vergine – relatori della levatura di Paolo Belardi, Federico Bellini, Claudio Strinati e Paola Zampa, introdotti da Francesco Moschini nell’alveo di un convegno promosso dall’E.T.A.B., dall’Accademia Nazionale di San Luca e dalla Tower Gallery (Torre Caetani – Diego Costantini), posto sotto l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica Italiana e tenutosi proprio all’interno della suggestiva cornice del tempio della Consolazione. ‘Tempio di Santa Maria della Consolazione. Gli organismi cupolati a pianta centrale del Rinascimento’ è stato il titolo prescelto per la conferenza, che ha focalizzato la propria attenzione sulle chiese rotonde, centrali e ovali disseminate nella regione umbra, sull’ideologia umanistica del tempio moderno, sui rapporti intercorsi tra Raffaello Sanzio e la Consolazione di Todi, e, non da ultimo, sui disordini e gli ordini che gli studiosi rilevano quando si accingono a ricostruire le varie fasi di una fabbrica, quella del tempio tuderte, lunga quasi un secolo e durante la quale si avvicendarono diverse mani che, non sempre, rispettarono in modo pedissequo il disegno – si continua a supporre – bramantesco.</p>
<p>Sulle relazioni che l’Accademia di San Luca (una delle più antiche istituzioni italiane per l’insegnamento e la promozione delle arti) ha intessuto con l’Umbria – si pensi alla mostra, curata da Vittorio Sgarbi due anni fa negli spazi espostivi perugini di palazzo Baldeschi e di palazzo Lippi Alessandri, dal titolo ‘Da Raffaello a Canova, da Valadier a Balla. L’arte in cento capolavori dell’Accademia Nazionale di San Luca’, e documentatrice, con sculture, dipinti, bozzetti preparatori di mano, tra gli altri, di Raffaello, Bronzino, Guercino, Rubens, Canova, della produzione artistica tra Quattro e Novecento – e con l’E.T.A.B. in particolare, sugli studi condotti dallo storico dell’architettura Arnaldo Bruschi – a più riprese, è stato citato il volume <em>Il tempio della Consolazione a Todi</em>, posto sotto la sua curatela ed editato, nel 1991, da Amilcare Pizzi, quale uno dei contributi ancora imprescindibili per chi si accinge a studiare la chiesa rinascimentale tuderte –, sulla verosimiglianza del progetto originario di Bramante, sulle ricerche condotte da istituzioni e Università sulle chiese a pianta centrale che costellano l’Umbria, sulle stratificazioni storiche e sugli elementi di distorsione dati dalla complessità, dalla pluralità di idee e di artisti e dalla longevità della fabbrica della Consolazione, rispetto alla sua struttura apparentemente lineare e alla sua riduzione a simbolo di chiesa ideale del Rinascimento, si sono incentrati i contributi degli studiosi, tutti concordi nello stilare ‘una lista poetica’, come voleva Eco, e una catalogazione di queste realtà architettoniche che raccontano un’‘Umbria altra’, posta al di fuori dei confini definitori medievali.</p>
<p>E, dato che si è parlato di ‘spazio’ e di ‘spazio abitabile’, <em>spazio</em> anche, dunque, agli aneddoti, che spesso danno colore alle conferenze e permettono di fissare concetti astrusi per il tramite della <em>curiositas</em>: chi sapeva, infatti, che, nel 1508, quando fu deposta la prima pietra della Consolazione, si tenne una cena a casa di Bramante, simposio raccontato da Gian Battista Caporali e al quale presero parte, tra gli altri, anche Signorelli e il Pinturicchio? Tutti fautori del modello di chiesa a pianta centrale. Che avessero parlato anche del progetto tuderte? E ancora: forse pochi hanno pensato che, sempre nell’anno 1508, Raffaello Sanzio avesse ricevuto il primo pagamento per <em>La scuola di Atene</em>. Per quest’opera magistrale il Sanzio fu chiamato da Bramante, anche lui raffigurato. Ma c’è di più: ne <em>La scuola di Atene </em>Raffaello, grande protetto di Bramante, raffigura il concetto della conciliazione, poggiante sulla saggezza degli antichi, oltre che un tempio laico che ha le fattezze del S. Pietro bramantesco. Il tempio, a differenza della chiesa, è un edificio in cui abita una divinità che non si può né conoscere, né tantomeno nominare: su questo aspetto si basava il progetto del tempio malatestiano dell’Alberti (edificio mai realizzato) e quello della Consolazione di Todi.</p>
<p>Si potrebbe scomodare, a tal proposito, il VI libro del <em>De architectura</em> albertiano. Ci basti ricordare, qui, che possiamo e dobbiamo abitare lo spazio. Specie se bello, specie se quello di un tempio.</p>
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		<title>‘L’Accademia fuori dall’Accademia’</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Sep 2018 14:26:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ‘L’Accademia fuori dall’Accademia’. Così, il ritratto di una graziosa e misteriosa Bianca Bocchi, figlia del pittore Amedeo, che la ritrae, intorno al 1923, dentro una gonna verde con motivi floreali e con in mano una teiera, può uscire dall’angusto confine dei depositi di una delle più prestigiose istituzioni italiane per l’insegnamento e la promozione del patrimonio artistico, la romana Accademia Nazionale di San Luca, per essere resa fruibile all’osservatore che, fino al prossimo 30 settembre, vorrà visitare le prestigiose sedi della mostra ‘Da Raffaello a Canova, da Valadier a Balla. L’arte in cento capolavori dell’Accademia Nazionale di San Luca’, allestita, in corso Vannucci a Perugia, a palazzo Baldeschi e a palazzo Lippi Alessandri, e curata da Vittorio Sgarbi (orari: martedì-giovedì, 15.30-19.00; venerdì-domenica, 10.30-13.30, 15.00-19.00. Info e prenotazioni: 075-5734760; <a href="mailto:palazzobaldeschi@fondazionecariperugiaarte.it">palazzobaldeschi@fondazionecariperugiaarte.it</a>). Oltre al ritratto di Bianca Bocchi, novantanove altri capolavori, fra dipinti, sculture, disegni architettonici, bozzetti preparatori, di mano, fra gli altri, di Raffaello, Bronzino, Guercino, Rubens, Pietro da Cortona, Wicar, Hayez, Canova, Valadier e Balla, disposti su di una linea del tempo che raccorda preziose opere, esposte in senso cronologico e con rigore filologico, uscite dalle botteghe e dagli <em>ateliers</em> fra il Cinquecento e il Novecento e proveniente, tutte, dall’Accademia Nazionale di San Luca di Roma, dialogando attivamente con la Collezione Marabottini di palazzo Baldeschi e con alcune creazioni di storiche istituzioni perugine, come l’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci. L’Associazione Forte di Bard ha recentemente presentato tali opere nella sua sede in Valle d’Aosta, dopo averle sistematizzate, anche grazie al sostegno per la ristrutturazione dei depositi dell’Accademia promosso dalla Fondazione CariPerugia Arte.</p>
<p>‘L’Accademia fuori dall’Accademia’, dunque: un’idea, questa, che era stata elaborata dal pittore bresciano, attivo a Roma, Girolamo Muziano – non è un caso che il seicentesco <em>Ritratto di Girolamo Muziano</em>, attribuito a Giuseppe Ghezzi, sia stato collocato ad apertura della mostra –, che ha convertito negli anni Settanta del Cinquecento l’eredità delle Università nella prima accademia romana del disegno, dapprima nella chiesa di San Luca e poi al Foro Romano, sino alla fondazione dell’istituzione da parte di Federico Zuccari nel 1593. Il curatore, Vittorio Sgarbi, nel saggio da lui redatto per il catalogo della mostra, editato da Fabrizio Fabbri, ha affermato «Mi sono chiamato – a curare una mostra per portare fuori dai depositi cento capolavori dell’Accademia di San Luca (n.d.r.) –, agitando l’idea presso gli amici del Forte di Bard in Valle d’Aosta, consigliere Gabriele Accornero, di far conoscere l’imponente collezione in una antologia ricca e sorprendente, fuori di Roma, e con una puntuale e rinnovata catalogazione (…). Le nobili sale dei palazzi Lippi Alessandri e Baldeschi a Perugia accolgono ora, in ordinata sequenza, alcune pitture e sculture, tanto notevoli quanto poco viste, della gloriosa Accademia di San Luca che, a Roma, ne espone con stabile selezione in luminose sale espositive insufficienti a contenere il numero esorbitante di opere conservate nei depositi. Doni di investitura, di Principi e di Accademici, come Pietro da Cortona (che riproduce i Baccanali di Tiziano, e progetta la chiesa di San Luca e Martina di cui resta la <em>maquette</em> lignea), Maratti, Angelika Kauffmann, Canova e Thorvaldsen. E anche notevoli lasciti di Accademici, perché gli allievi imparino. Con provenienza da collezioni illustri come quella dei Barberini e del Barone Lazzaroni con rare problematiche tavole (…)».</p>
<p>Il percorso espositivo, in dodici sale, prende avvio, a palazzo Baldeschi, con il ‘Modello architettonico della chiesa dei Santi Luca e Martina’ al Foro Romano, realizzato in gesso e legno su scala 1:50. Seguono altre sale, fra cui quella dei Quattro Elementi, con il <em>Ritratto di Girolamo Muziano</em> di Giuseppe Ghezzi, che rende omaggio al fondatore dell’Accademia nel 1577, e il <em>Putto reggifestone</em>, rara testimonianza della pittura a fresco di Raffaello, che presenta punte di affinità con quello che affianca il <em>Profesta Isaia</em> dipinto dal maestro urbinate negli anni Dieci del Cinquecento nella chiesa romana di Sant’Agostino. Due opere del Bronzino, fra le altre, campeggiano nella Sala della Sapienza: il <em>Sant’Andrea</em> e il <em>San Bartolomeo</em>, eseguite per la pala d’altare della chiesa Madonna delle Grazie a Pisa e rimossa negli anni Ottanta del XVI secolo e vendute nel 1821 all’Accademia di San Luca dal pittore neoclassico Vincenzo Camuccini. Restituisce una eco dei <em>Baccanali</em> di Tiziano, il <em>Bacco ed Arianna</em> di Pietro da Cortona esposto nella Sala della Verità, mentre, nella Sala delle Muse, <em>Le ninfe che incoronano la dea dell’abbondanza</em>, opera di Peter Paul Rubens del 1622, raffigurano delle donne che incoronano una terza compagna, al centro, connotata da una cornucopia. Negli ultimi tre spazi espositivi di palazzo Baldeschi, la Sala di Diana ed Endimione, la Sala dell’Architettura e il Salone degli Stemmi, una selezione di opere dell’arte seicentesca romana e napoletana e non solo, e dei capolavori dell’arte neoclassica: da <em>Loth e le figlie</em> dell’austriaco Daniel Seiter, dalla luce quasi caravaggesca, alla planimetrica del progetto di sistemazione di piazza del Popolo, che reca la firma di Giuseppe Valadier, al Giaele uccide Sisara di Carlo Maratti, caposcuola a Roma della pittura di impostazione classicistica.</p>
<p>A Palazzo Lippi Alessandri, protagonisti i secoli XIX e XX: la seconda parte del percorso espositivo si apre con il <em>Ritratto di Giuseppe Valadier</em> eseguito da Jean-Baptiste Wicar, in una ‘tela da imperatore’. Lo sguardo del visitatore, poi, catalizza la sua attenzione, ad esempio, sull’<em>Ulisse alla corte di Alcinoo </em>di Francesco Hayez, sull’autoritratto <em>Primi e ultimi pensieri</em> di Giacomo Balla, in cui l’artista futurista accosta il proprio volto con quello di un autoritratto della figlia Elica, e sul ritratto di Bianca, la già citata figlia di Amedeo Bocchi, immortalata, alla stregua del Balla, in una dimensione domestica.</p>
<p>Nonostante tale intimità, tutt’altro che ‘rassicurante’ quando si tratta di capolavori di raro pregio come questi, l’arte resta, come sosteneva Leo Longanesi, «un incidente dal quale non si esce mai illesi».</p>
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