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	<title>Perugia Online &#187; colaiacovo</title>
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		<title>Giornale dell’Umbria: cronaca di un omicidio annunciato</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2016 07:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ubaldi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Regione Umbria. </span>“C’era la volontà di farlo chiudere, forse anche prima”. Con queste parole il presidente dell’ordine dei giornalisti dell’Umbria, Roberto Conticelli, ha fotografato in estrema sintesi la vergognosa vicenda del Giornale dell’Umbria, testata venuta alla luce oltre dieci anni fa con l’ambizioso proposito di contendere al Corriere dell’Umbria il mercato dell’informazione regionale. Il foglio, fresco e dinamico rispetto ai canoni dell’allora quotidiano dei Barbetti, faceva dell’economia e della politica “con vista sulle opposizioni” i propri punti di forza e, in breve tempo, conquistò una discreta fetta di mercato, salvo poi arenarsi mantenendo le quote acquisite, senza più crescere. Scelta precisa o limiti editoriali? Probabilmente resterà un mistero, così come un mistero rimane il fatto che a guidarla siano stati, praticamente da sempre e per sempre, il direttore responsabile Giuseppe Castellini e quello editoriale Luigi Palazzoni, senza mai un ricambio di idee e prospettive. Ma queste sono questioni più anglosassoni che umbre. Dettagli. Sottigliezze.</p>
<p>Quel che invece è grasso, e lordo, è il modo in cui la testata è stata smantellata con un atto di assassinio mediatico, nel silenzio più assoluto di politica e istituzioni. Alla famiglia Colaiacovo (a proposito: Colaiacovo, Barbetti e Caltagirone per Giornale, Corriere e Messaggero. Carta e cemento è un binomio inscindibile in Umbria) è stato consentito, in maniera del tutto arbitraria, di porre fine ad un’impresa che registrava perdite risibili rispetto alle potenzialità di cui disponeva, a cominciare dal reparto commerciale mai sviluppato e dal sito internet, perfetto nella forma ma mai curato con la dovuta tempestività. Un quotidiano che, ancora nel 2015, godeva di quasi un milione di euro di finanziamenti pubblici annuali, è stato svenduto per appena 50 mila euro – cifra pari al capitale sociale, il che è ridicolo sotto ogni punto di vista – con il preciso, ormai palese incarico di smantellarlo. In pratica, il nuovo proprietario è stato il sicario dei Colaiacovo, che hanno continuato a pagare lo stipendio della redazione fino a dicembre scorso “grazie” ad un accordo pubblicitario civetta, pari all’importo del costo totale della forza lavoro. A gennaio hanno semplicemente staccato la spina, ed ecco che il Giornale dell’Umbria è stato posto in liquidazione. In mezzo c’è stata la farsa della ricapitalizzazione pubblica, con l’invito a potenziali investitori andato deserto, e lo smembramento del quotidiano ridotto a poco più di un “copia e incolla”, con la nascita di una serie di supplementi alcuni dei quali anche interessanti e ben fatti, ma mai decollati poiché mai supportati davvero dalla nuova proprietà.<br />
Proprio ieri (26 gennaio) i dipendenti attendevano il liquidatore che, ironia della sorte, è lo stesso direttore Luigi Camilloni, ufficialmente incaricato del rilancio della testata dai nuovi proprietari. Nessuno si è presentato. Da oggi, dopo uno sciopero iniziato il 9 gennaio scorso, la redazione riprende il lavoro, ma senza alcuna prospettiva.</p>
<p>Adesso i vecchi editori diranno che non ne sapevano niente. Copione già scritto, ovvio e ridicolo. Ma i vecchi editori chi sono, se non i mandanti dell’assassinio? Perché, durante le operazioni di vendita, ad una cordata umbra è stato risposto che la proprietà intendeva trattare solamente con interlocutori di fuori regione? Forse perché il giornale era divenuto un peso, quasi un’onta all’interno di una famiglia spesso divisa sulle decisioni da prendere? Forse perché nessun altro umbro avrebbe dovuto riuscire dove i Colaiacovo avevano miseramente fallito? Forse perché il giocattolo di uno andava distrutto dagli altri familiari? Nessuno conoscerà mai le risposte provate, inutile illudersi. Anche se molti dei dipendenti hanno dato mandato ai rispettivi legali di verificare eventuali responsabilità civili e penali degli ultimi e dei precedenti amministratori e proprietari.</p>
<p>Ma ad ogni modo un’idea di verità, amici editori eugubini che per anni avete percepito milioni di euro statali per il vostro giornale, un’idea di verità ce la siamo fatta tutti. Quel che è certo è il fatto che 27 colleghi sono senza lavoro e, per il momento, senza tfr, dato che di licenziarli ancora non se ne parla, meglio tenerli ancora “a mollo”. Il legale del liquidatore ha comunque annunciato le lettere di licenziamento entro gennaio. Per non parlare poi dei tanti collaboratori, pubblicisti e non, gettati via come carta straccia e che neanche avranno gli ammortizzatori sociali, grazie ad un ordine dei giornalisti nazionale che dei freelance si ricorda soltanto al momento di chiedergli i soldi per il rinnovo della tessera. A proposito, la mia ancora non l’ho rinnovata: ci sto pensando sopra.</p>
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		<title>Processo ai Colaiacovo, tutti assolti</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jan 2014 23:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Ubaldi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span>Tutti assolti. Il processo Colaiacovo si chiude in primo grado con uno zero sulla casella “condanne”. La sentenza è arrivata nella serata di ieri (24 gennaio), qualche minuto prima delle 19. Sul banco degli imputati, come noto, c’erano sette persone, delle quali quattro membri della famiglia Colaiacovo: Franco, suo figlio Giuseppe e le nipoti Paola e Francesca. Per tutti l’accusa era quella di avere ordito, a vario titolo, un complotto atto a indurre Carlo Colaiacovo – fratello di Franco, nonché presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e del gruppo Colacem – a rinunciare ad ogni carica ricoperta fin a quel momento. La storia ha inizio nel 2006, allorché un esposto anonimo raggiunge la Procura di Roma, segnalando la ricettazione di opere d’arte da parte di un cementiere eugubino, di nome Carlo. Da quel primo episodio si erano susseguiti altri due esposti anonimi e una serie di dindagini che, al termine di perquisizioni, avvisi di garanzia, verifiche di ogni natura, avevano scagionato Carlo Colaiacovo da ogni ipotesi di reato. “Siamo di fronte – queste erano state le parole del pm Antonella Duchini, la scorsa udienza – ad un’operazione messa in atto nel giro di tre giorni, con accuse gigantesche, ma senza risultati”. Il pubblico ministero aveva chiesto tre anni di reclusione per gli imputati, ma il collegio giudicante ha ritenuto insufficienti le prove addotte dalla pubblica accusa, mandando assolti tutti gli imputati. Rimane a questo punto un mistero, stante l’innocenza della famiglia Colaiacovo rispetto alle accuse infamanti mosse nei confronti di Carlo, chi sia stato il reale autore dei tre esposti dai quali ebbe origine tutta la vicenda (foto tratta da ilgiornaledellumbria.it).</p>
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