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	<title>Perugia Online &#187; Covid-19</title>
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		<title>Per una storia imprenditoriale in piena pandemia</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2021 13:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[centro storico]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Oltre duemila positivi al Covid (2089): con questa incidenza Perugia ha raggiunto, il 17 febbraio scorso, il picco della terza ondata, poco dopo che, con l’Ordinanza regionale n. 14 del 6 febbraio, la provincia di Perugia entrava ufficialmente in ‘fascia rossa’. A distanza di un mese e mezzo la situazione è decisamente migliorata. Gli attualmente positivi sono, infatti, 483. Si registra, pertanto, una contrazione di almeno quattro volte rispetto ai dati di febbraio.</p>
<p>Ma non è di dati che intendiamo parlare. Oggi raccontiamo la storia di una imprenditrice quarantenne, Simona Giurgila, che, nel pieno della terza ondata di pandemia, ha deciso di trasferire il suo negozio di abbigliamento da via Baglioni, a Perugia, in via Mazzini, nel cuore del capoluogo umbro.</p>
<p>Lo ha fatto, ricalibrando gli spazi di un negozio chiuso, in pieno centro, come molti altri. Lo ha fatto, studiando gli interni, distribuendo i capi di abbigliamento su due livelli, impreziosendo le pareti di specchi che dilatano l’ambiente, di accessori, di cornici. Lo ha fatto, non da ultimo, seguendo il know-how dei negozi Dándara in tutta Europa: ricreare, attraverso il sapiente uso dello spazio, un ambiente confortevole e intimo, in cui le clienti possano prendersi cura di sé. Un brand spagnolo, questo, leader nel settore della moda e destinato a donne dalla visione indipendente, che amano le collezioni al contempo <em>à la page</em> e connotate da una bellezza fuori dal tempo. Un brand che crede nel ‘ben vestire’, nel potere del segno e del disegno, della qualità e della versatilità. Un brand che utilizza le migliori materie prime per la confezione degli indumenti, che avviene direttamente in Spagna, senza il decentramento delle attività produttive.</p>
<p>La storia di Simona Giurgila, però, parte da più lontano. Precisamente da una città del nord della Romania, Adjudeni, nel 2001, quando l’imprenditrice, allora ventenne, decide di partire alla volta dell’Italia per mettersi in gioco. Approda dapprima a Verona, dove per dieci anni lavora nel settore della moda: durante questo periodo continua a dividersi tra Italia e Romania – che, nel frattempo, nel 2007 era entrata a far parte dell’UE – e qui, nella sua terra natìa, consegue anche la laurea in <em>Scienze sociali e politiche</em>.</p>
<p>A Perugia la conduce l’amore, ma anche una mai sopita passione per il suo lavoro e una fede assoluta nelle sue capacità aziendali e imprenditoriali. Un messaggio forte, il suo, e destinato a tutti i commercianti del centro storico perugino, e non solo. Una storia degna di nota e intrisa di coraggio, passione e dedizione, che abbiamo deciso di raccontare, cedendo direttamente la parola alla nostra intervistata.</p>
<p><strong>Nel pieno della terza ondata di pandemia, e, più precisamente, nel periodo in cui la provincia di Perugia si trovava in ‘fascia rossa’, decidi di trasferire il tuo negozio di abbigliamento da via Baglioni, a Perugia, in via Mazzini, in una sede ancora più centrale, a due passi dal corso principale del capoluogo umbro, corso Vannucci. Cosa ti ha indotto a prendere una decisione così coraggiosa in un momento di emergenza sanitaria come questo? </strong><strong> </strong></p>
<p>«L’idea nasce dalle difficoltà dipese dalla situazione difficile che stiamo attraversando in questo particolare periodo storico, situazione che a me, personalmente, ha portato a rimettermi in discussione. Non potevo, infatti, stare ad attendere che un mio sogno imprenditoriale potesse finire senza essere prima realizzato.</p>
<p>Per questo, ho cercato di rivedere tutte le mie possibilità per far fronte a questa crisi economica e al contempo sociale. Così ho deciso di puntare, per il mio negozio di abbigliamento, su una posizione centrale, con una vetrina molto preziosa come poteva essere quella di via Mazzini. Ho trovato in questo mio spostamento nuovi stimoli, nuovi orizzonti, consapevole che tutto questo disagio legato alla pandemia prima o poi finirà, che ci sarà un periodo di assestamento, come ci insegna la storia. Periodo di assestamento cui seguirà un ritorno alla vita, durante il quale tutti torneremo a colmare le mancanze, forse più motivati rispetto a prima. In questo periodo abbiamo certamente capito quanto possiamo diventare vulnerabili e che nulla ci appartiene veramente: tutto ciò che abbiamo è solo un dono da coltivare. Per me è importante dare un contributo alla ‘mia’ città di Perugia, proprio fondando questo piccolo angolo di bellezza, un angolo che possa donare sorrisi e felicità alle mie clienti e alla loro femminilità e che possa in futuro creare nuove proposte di lavoro. Sono stata coraggiosa, sì, ma anche consapevole che non dipende tutto da me. Nonostante io sappia che con le azioni e la costanza le cose e le situazioni possono cambiare. Per questo il 1^ marzo scorso ho aperto al pubblico il nuovo locale Dándara. Desidero festeggiare insieme alle clienti in futuro, magari con una inaugurazione del negozio, chiaramente aspettando che il nuovo DPCM lo consenta».</p>
<p><strong>Nel 2013, quando ti eri da poco trasferita, per amore, a Perugia da Verona e dopo aver dato alla luce tuo figlio, Enrico, decidi, da mamma imprenditrice, di prendere un volo per Madrid per conoscere da vicino, in esclusiva in Italia, un brand spagnolo, Dándara, la cui etichetta, unica, è stata approvata dalla Confederación Moda España. Raccontaci questo segmento della tua storia imprenditoriale e spiegaci le ragioni che ti hanno persuasa di scegliere proprio questo marchio di abbigliamento, aprendo, nel mese di giugno del 2017, il primo negozio Dándara in Italia… </strong><strong> </strong></p>
<p>«Dándara è stata una sorpresa per me: è stato amore a prima vista. Mi sono innamorata di questo brand e del prodotto, perché rispecchia molto la mia persona e anche per la creatività dei tessuti e per il loro taglio sartoriale. Questi capi d’abbigliamento mi hanno fatto pensare a mia madre, una sarta certosina, attenta. appassionata, e alla cura particolare per i dettagli. Ho deciso, così, di immettere nel mercato italiano un prodotto di qualità a prezzo giusto per tutte le tasche e per tutte le taglie: Dándara, infatti, veste la donna in tutte le sue forme, dalle taglie piccole a quelle più grandi. E questa per me ha rappresentato un’ottima motivazione per iniziare questa nuova avventura…».</p>
<p><strong>La tua propensione all’imprenditorialità si origina, però, anni prima, quando hai avuto la fortuna e la tenacia, la determinazione di lavorare nel settore della moda a Verona per un brand affermato e ricoprendo un incarico manageriale. Hai vissuto e lavorato nella città di Romeo e Giulietta per circa dieci anni prima di trasferirti a Perugia. Verona, la città dove hai scoperto la tua vocazione per il commercio nel settore dell’abbigliamento, e Perugia, la città dove ti sei rimessa in gioco, scommettendo di nuovo sulle tue qualità aziendali: mettiamo a confronto questi due luoghi per quanto concerne il tuo lavoro… </strong></p>
<p>«La scelta di lavorare in proprio, diventando così imprenditrice, nasce da un forte desiderio di creare un qualcosa che rispecchiasse il mio modo di essere, dandomi così la possibilità di mettere in pratica l’esperienza da me acquisita in passato, quando lavoravo nel settore della moda per un’importante azienda veronese, a cui devo molto dal punto di vista sia della mia formazione che lavorativo. Ho avuto modo di scoprire, infatti, qualità di me che non pensavo di avere: riconoscere le opportunità e mettere a fuoco elementi quali coraggio, ricerca, impegno, costanza e dedizione. Nasce così il mio progetto, da una ricerca dettagliata e da un incontro, a Madrid, con la casa-madre: ho ideato insieme a loro un piano d’azione e poi fondato il primo punto vendita Dándara in Italia, in esclusiva a Perugia, nel 2017, gettando le basi per uno sviluppo futuro nell’alveo di una catena di negozi in franchising. Se a Verona ho posto le prime basi della mia formazione professionale, a Perugia continuo a farlo mettendo in pratica le mie conoscenze. Incredibile come il pensiero crei azioni e come le azioni, a loro volta, creino poi concretezza…».</p>
<p><strong>In fondo, in Umbria ti senti a casa, e, quando avverti un po’ di nostalgia per la tua terra natìa, ti basta andare in Valnerina, dove puoi ‘ritrovare’ i tuoi amati Carpazi, raffigurandoteli nei rilievi di questa porzione di terra immersa nel cuore verde d’Italia. Prima di arrivare a Perugia, infatti, e ancora prima di approdare a Verona, il tuo viaggio, insieme fisico e paradigmatico, parte dalla Romania, e più precisamente dal Nord della Romania, da Adjudeni, tua città d’origine. Parti, quindi, dalla Romania nel 2001, con le idee poco chiare di una ventenne che aveva, però, voglia di mettersi in gioco. Di uscire fuori dal guscio e da un sistema autoritario nel quale questa giovane era cresciuta, ma di cui non conosceva l’alternativa, la possibilità <em>altra</em>. Torni, poi, in Romania dopo il 2007, quando questo Stato è entrato a far parte dell’Unione Europea e qui consegui la laurea in <em>Scienze sociali e politiche</em>, proprio mentre continui a lavorare a Verona: ti dividi, per questo, tra il tuo lavoro in Italia, e gli esami da sostenere nel tuo Paese natale, dove intendi inizialmente rimanere. Cos’è cambiato, poi?  </strong><strong> </strong></p>
<p>«Sì, posso dire che a Perugia ho trovato un punto fermo: qui ho scelto di vivere, qui mi sento a casa, qui ho vicino a me le persone che mi scaldano il cuore, come la mia famiglia, composta da mio marito e da mio figlio. Sto bene qui: ho percepito accoglienza e affetto anche da parte della comunità, ho conosciuto persone speciali, stretto amicizie importanti… Come si fa a non amare una terra così piena di tradizioni e di cultura? Paragono sempre la Valnerina ai miei amati Carpazi: provengo da una terra molto simile, da un paese di campagna che si chiama Adjudeni e che si trova nel nord della Romania. Certo in questo angolino di mondo ho coltivato i miei valori: è da qui che ho avuto la spinta per poi intraprendere un volo così importante lontano dalla mia terra. Ho conseguito la laurea in Romania mentre lavoravo in Italia. Poi è cambiato tutto: sono nuovamente tornata in Italia, ma, stavolta, con le idee chiare e con la voglia di rimanerci…».</p>
<p><strong>Qual è, in chiusa, il messaggio che vuoi trasmettere ai piccoli imprenditori e ai tuoi colleghi commercianti del centro storico perugino, anche grazie alla testimonianza della tua storia e alla metafora del tuo viaggio? </strong></p>
<p>«Il mio messaggio è semplice, ma sentito: vorrei dire a tutti i miei colleghi commercianti di tenere duro. Le cose belle accadono sempre. E questa pandemia finirà. Ho deciso di dare la mia testimonianza per dare un segno di solidarietà ai miei colleghi di avventura, commercianti come me: il centro storico di Perugia tornerà a splendere. Da parte mia, farò la mia parte e darò il mio contributo: questo lo devo a mio figlio, che è nato proprio a Perugia».</p>
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		<title>7 gennaio, riapertura scuole superiori al 75%</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2020 13:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Gilda degli Insegnanti dell'Umbria]]></category>
		<category><![CDATA[riapertura scuole superiori]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Trasporti]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Regione Umbria. </span> La riapertura, il 7 gennaio prossimo, delle scuole secondarie superiori, in Umbria, come in tutta Italia, fa discutere. La campanella, infatti, non suonerà per tutti gli studenti delle superiori, ma solo per il 75% di loro. E, allora, si pensa al nodo-trasporti, sul quale il Prefetto ha riunito un tavolo di coordinamento, istituito dal Governo con l’ultimo DPCM: ne hanno fatto parte il Prefetto di Perugia, Armando Grandone, quello di Terni, Emilio Dario Sensi, il direttore della Protezione civile regionale Stefano Nodessi Proietti, la dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Antonella Iunti, il presidente di Anci Umbria Michele Toniaccini, alcuni rappresentanti della Provincia di Perugia e del Comune di Perugia, della Motorizzazione civile di Perugia e delle aziende di trasporto. Il Prefetto ha poi indetto un altro tavolo di coordinamento con i sindacati, in funzione consultiva.</p>
<p>Il nodo cruciale ha riguardato i trasporti, visto che a mettersi in moto sono circa 140mila persone. Perché, se la scuola al suo interno è un luogo sicuro, da settembre, con la riapertura, gli ambiti collegati alla scuola hanno fatto registrare un peso notevole nella diffusione della pandemia. «Sarebbe particolarmente grave – ha spiegato l’assessore regionale alla Sanità, Luca Coletto – se il contagio dovesse ripartire, per questo il monitoraggio sarà attento».</p>
<p>I sindacati, che hanno partecipato con funzione consultiva al tavolo di coordinamento istituito dal Prefetto, si stanno esprimendo a proposito della riapertura prevista per il 7 gennaio prossimo: il doppio ingresso risolve il problema trasporti, ma che dire di quello della sicurezza a scuola?</p>
<p><strong>Questa, la nota di Gilda degli Insegnanti dell’Umbria</strong></p>
<p>Sulla riapertura delle scuole superiori dal 7 gennaio si pone una questione pregiudiziale: le nostre scuole sono sicure, come afferma fin da settembre la ministra Azzolina e come confermano con convinzione anche i Dirigenti Scolastici delle scuole dell’Umbria?</p>
<p>Poiché se le scuole sono un luogo sicuro, allora va affrontato l’ulteriore nodo della mobilità e dei trasporti.</p>
<p>Appunto il tema della mobilità è stato quello esaminato nei giorni scorsi dai prefetti di Perugia, Armando Gradone, e di Terni, Emilio Dario Sensi, attuando un confronto con la direttrice dell’USR Antonella Iunti, la Regione, i sindacati della scuola e dei Dirigenti Scolastici, confronto di cui si è già diffusamente dato notizia.</p>
<p>La Regione ha dato disponibilità per incrementare i mezzi di trasporto scolastici, incremento che permetterebbe di duplicare la tabella oraria ora prevista, per realizzare un doppio ingresso (alle 8 e alle 10) ed una doppia uscita (alle 13 ed alle 15). Questo permetterebbe di dimezzare l’affollamento dei mezzi ed anche tutto il movimento di persone connesso, compreso quello degli insegnanti.</p>
<p>L’alternativa sarebbe utilizzare l’incremento di mezzi di trasporto nell’orario unico delle 8, che ridurrebbe l’affollamento delle vetture ma non il movimento di persone connesso.</p>
<p>I Dirigenti Scolastici così come la maggior parte dei sindacati della scuola hanno contrastato fortemente l’ipotesi del doppio ingresso, principalmente sostenendo difficoltà organizzative e la necessità di predisporre un nuovo orario delle lezioni.</p>
<p>La GILDA ha adottato la posizione opposta, ritenendo che l’ingresso unico alle 8 riproporrebbe l’identica situazione già verificatasi in settembre-ottobre, con un rischio di contagio elevato per gli insegnanti, gli alunni e le loro famiglie e la certezza di dover richiudere le scuole dopo poche settimane.</p>
<p>A fronte dell’onere per le scuole di riorganizzare i propri orari, la GILDA ha chiesto risorse finanziarie straordinarie per retribuire tale lavoro aggiuntivo e garanzia che gli insegnanti che entrano con il primo ingresso possano terminare il proprio orario con la prima uscita; ha chiesto inoltre che venga fatto un investimento su sistemi di ricambio dell’aria per rendere più sicura la permanenza a scuola.</p>
<p>Torna quindi la questione posta all’inizio, che abbiamo detto pregiudiziale: le nostre scuole sono realmente sicure? Purtroppo la GILDA ritiene di no, infatti non ha firmato il Protocollo di sicurezza per il ritorno in classe siglato in agosto dal Ministero Istruzione e dai restanti sindacati della scuola.</p>
<p>La soluzione che è stata prospettata da Dirigenti Scolastici e da altri sindacati presenti al tavolo della Prefettura, di continuare ad attuare una didattica a distanza per il 50% degli alunni delle superiori, risponde secondo la GILDA al problema della sicurezza delle nostre scuole e solo come tale può essere considerata, mentre non è una soluzione accettabile se riferita soltanto al rischio mobilità e trasporti. Infatti, sarebbe troppo gravoso sacrificare il 50% del diritto dei nostri ragazzi a frequentare la scuola, rispetto all’impegno senz’altro oneroso di una rimodulazione dell’orario con un doppio ingresso, che evidentemente risolverebbe in uguale misura il problema del trasporto.</p>
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		<title>Pandemia da Covid-19, un’esperienza &#8220;globale&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Aug 2020 15:47:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Convitto Nazionale Principe di Napoli di Assisi]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia e storia]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Prodotto di un’interdipendenza insieme sociale, culturale e naturale, la pandemia da Covid-19 si presenta come un’esperienza a tutti gli effetti globale. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici? Che dire, poi, dei rapporti tra scienza e politica e scienza e comunicazione? Si ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/pandemia-da-covid-19-unesperienza-globale/">Pandemia da Covid-19, un’esperienza &#8220;globale&#8221;</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> Prodotto di un’interdipendenza insieme sociale, culturale e naturale, la pandemia da Covid-19 si presenta come un’esperienza a tutti gli effetti <em>globale</em>. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici? Che dire, poi, dei rapporti tra scienza e politica e scienza e comunicazione? Si sta assistendo a una <em>santificazione</em> della scienza a seguito di una sua <em>demonizzazione</em>? Si sta approdando a un collasso di ogni pensiero critico e di ogni verifica della fonte o delle fonti di riferimento? Le finalità sanitarie e quelle economiche sono entrate in rotta di collisione? Come cambia la socialità nel contesto attuale e come viene ridisegnata la geografia delle città? Al tempo oggettivo, al tempo-lavoro, si è sostituito un tempo soggettivo, oggi? La pandemia ci ha forse ricordato quanto sia miope sottovalutare l’importanza di essere natura, umani, corpi? Ci ha, non da ultimo, fatti guardare dall’esterno, da una prospettiva <em>altra</em>?</p>
<p>Per attuare una analisi insieme storica e filosofica che vada oltre la grettezza dell’elaborazione dei dati concernenti la situazione attuale, abbiamo posto questi ed altri quesiti al professor Marco Millucci, docente di ruolo nella scuola secondaria di II grado, titolare della cattedra di <em>Filosofia e Storia</em> nel liceo scientifico annesso al Convitto Nazionale “Principe di Napoli” di Assisi, dottore di ricerca all’Università Lateranense di Roma e già collaboratore, in qualità di Cultore della materia, con le cattedre di <em>Filosofia della Storia</em> e <em>Antropologia Filosofica</em> al Dipartimento di Filosofia del capoluogo umbro. I suoi ambiti di ricerca hanno riguardato sia il pensiero di Emanuele Severino, sia, soprattutto, la filosofia classica tedesca, con, in particolare, un saggio su Schelling (<em>Tra identità e storia. Il problema del finito nella </em>svolta<em> verso la filosofia positiva di Schelling</em>, Del Bucchia Editore), e la raccolta degli atti del convegno organizzato a Perugia per i duecento anni dalla morte di Kant, in collaborazione con Roberto Perini (<em>Percorsi kantiani nel pensiero contemporaneo</em>, Morlacchi Editore).</p>
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<p>M.P. L’esperienza della pandemia da Covid-19 è, a tutti gli effetti, un’esperienza <em>globale</em>. E non solo perché interessa l’intero globo terreste, ma anche perché si presenta come il prodotto di un’interdipendenza che è, insieme, sociale, culturale e naturale. Giacomo Leopardi nel suo testamento letterario, <em>La ginestra</em>, ha cantato con veemenza la forza della solidarietà umana e di quella <em>social catena</em>, che, sola, può permettere agli uomini di allearsi contro il loro nemico comune, la natura. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici?</p>
<p>M.M. A essere sincero, ho forti dubbi al riguardo. Nei mesi della pandemia siamo stati colpiti da immagini talvolta feroci, che rimarranno negli anni futuri come vere e proprie icone di questo tempo; penso alle file di camion militari a Bergamo, o alle fosse comuni a New York. Credo, però, che noi siamo oramai disabituati a guardare dietro le immagini, le quali a loro volta ci guardano, come ha sottolineato in un suo saggio Horst Bredekamp. Ciò significa, per me, che le immagini non sono solo testimonianza, e nemmeno semplice apparenza, ma esprimono un atto, che in quelle che ho richiamato si esplicano come un appello, appunto, alla solidarietà. Saremo in grado di rispondere a tale appello? Gli eventi che si sono susseguiti non inclinano a una risposta positiva, non si intravede nessuna “social catena”, anzi si manifestano spinte sempre più forti alla chiusura tra stati e tra popoli. La storia, del resto, ha mostrato come in molte occasioni di crisi la tendenza è stata questa, e noi abbiamo più volte dimostrato di essere restii a imparare dalla storia.</p>
<p>M.P. Veniamo ora ai rapporti tra scienza e politica e tra scienza e comunicazione. Quanto alla prima relazione, dal tuo punto di vista, si sta assistendo a una <em>santificazione</em> della scienza, dopo una sua <em>demonizzazione</em>? Quanto alla seconda relazione, col venir meno della fiducia accordata dai lettori ai professionisti della comunicazione e col dilagare delle <em>fake-news</em>, si sta approdando a un collasso di ogni pensiero critico e di ogni ricerca di verifica e di validazione della fonte o delle fonti di riferimento?</p>
<p>M.M. La scienza oggi viene spesso relegata a un ruolo meramente accessorio; molti si rivolgono a essa, in fondo, per sentirsi giustificati nelle proprie preconvinzioni, e questo sia che la si voglia santificare oppure che la si ritenga fonte di ogni male dell’uomo. Si tratta, in ogni caso, di due atteggiamenti unilaterali, e quindi astratti, che di fronte al negativo della nostra esistenza semplicemente voltano lo sguardo dall’altra parte, rifugiandosi in una fede cieca, che si tratti di una scienza onnipotente o della sua vuota negazione. In realtà, a mio parere, il difetto sta nel dipendere da qualcosa di esterno a noi per mettere ordine nel caos del mondo che ci circonda, nel cercare un feticcio, da adorare o esecrare secondo il peso che avvertiamo in noi, ma che non abbiamo il coraggio di sostenere. E questo vale, in qualche modo, anche per la seconda parte della domanda. La trascuratezza della ricerca delle fonti è la scorciatoia comoda per allontanare da noi la fatica del pensare, del valutare, del vagliare criticamente e, infine, del giudicare razionale, assumere su di sé “la fatica del concetto”, come diceva Hegel.</p>
<p>M.P. Le finalità sanitarie e quelle economiche sono entrate in rotta di collisione. Perché secondo la tua percezione?</p>
<p>M.M. Da profano di questioni sanitarie ed economiche, mi sembra che l’emergenza sanitaria ci ha mostrato chiaramente la conflittualità di un capitalismo senza freni e regole, come molte situazioni nel mondo testimoniano drammaticamente, e in realtà testimoniavano anche prima della pandemia. In molte zone del pianeta, alle esigenze della crescita economica si sono sacrificati i più elementari diritti; anzi, direi che ciò appare in maniera tanto più marcata quanto più i principi dell’economia di mercato sono stati assimilati da parte di quelle società che, nel passato, ne erano state escluse, anche per colpa dello sfruttamento colonialista. Il diritto alla salute e all’assistenza sanitaria è l’ultimo della lista, deposto ai piedi dell’altare del profitto. Se non viene innervato da una visione morale e culturale, il diritto (alla proprietà, al benessere, al guadagno) non è altro che “l’utile del più forte”.</p>
<p>M.P. La geografia delle città è stata ridisegnata, sia a livello urbano che a livello di piccoli micro-cosmi – uffici, negozi, spazi condivisi –. Le città si sono ritrovate avvolte in un silenzio enigmatico. Come cambia la socialità in questo contesto?</p>
<p>M.M. In un’altra occasione, sempre in riferimento alle conseguenze dell’isolamento, mi espressi con le parole di Heidegger, secondo il quale l’uomo è un ente “disallontanante”. Credo si debba intendere nel senso che l’uomo è nello spazio, e lo percepisce, solo in quanto tende – almeno potenzialmente – ad annullarlo, entrando in relazione con gli oggetti e soprattutto con gli altri. L’essere stati confinati in casa, vale a dire in uno spazio forzoso, in cui questo annullamento era di fatto impossibile perché mai pienamente a mia disposizione credo abbia palesato la fragilità della nostra socialità, o meglio ancora la nostra difficoltà a comprenderla nella sua interezza, che è fatta non di sovrapposizione di “luoghi” statici, ma nella dinamicità di “spazi” in cui proiettare la nostra capacità relazionale. Quando tutto ciò viene meno, allora è giusto dire che rimane solo un “silenzio enigmatico”, a cui non sempre sappiamo rispondere.</p>
<p>M.P.  Eugenio Montale ne <em>I limoni</em> canta le piante comuni, lontane dalle piante rare e letterarie dei poeti ufficiali. Il loro profumo sembra promettere il miracolo della rivelazione del senso segreto della realtà. Ma il miracolo non si compie e le uniche ‘divinità’ sono le ombre degli uomini. Il profumo dei limoni <em>che dilaga</em>, però, risveglia ricordi mai sopiti e il senso di una temporalità della memoria che ci chiede di raccontare e di tramandare. Al tempo oggettivo – il tempo-lavoro, per intenderci – si è sostituito un tempo soggettivo – quello che Proust definiva ‘delle intermittenze del cuore’ –? Stiamo vivendo una metamorfosi di kafkiana memoria, riscoprendoci, metaforicamente, degli scarafaggi? In fondo, per Adorno, Kafka, ne <em>La metamorfosi</em>, sembra voler sperimentare ‘cosa accadrebbe se i risultati della psicoanalisi fossero tutti esatti, non solo mentalmente’…</p>
<p>M.M. Mi rifarei, in primo luogo, al richiamo alla psicoanalisi, che ci insegnerebbe che la certezza nell’afferramento del nostro “io” è solo un’illusione, dettata dalle forme di censura che agiscono in noi per reprimere le nostre pulsioni più profonde. Siamo, dunque veramente ombre, ma l’aspetto – secondo me – più determinante è che siamo ombre soprattutto a noi stessi. La capacità di afferrare la nostra intimità è evanescente, o, come ebbi modo di dire in altra occasione, <em>obliqua</em>. Quanto più abbiamo cercato di definire il nostro io in termini “oggettivi”, tanto più esso ci scivola di mano. Il proliferare dei social-media, le innumerevoli vie che ci vengono offerte dalla rete per “interagire” ci illudono di farlo a partire da un fondamento certo e stabile, ma che in realtà si “offre” alla più distruttiva parcellizzazione del sé nel mondo virtuale. La figura kafkiana ci potrebbe fornire un curioso spunto ermeneutico di questa situazione: nella rete potremmo veramente interagire con tanti scarafaggi, ed essere, a nostra volta, considerati scarafaggi dagli altri, credendo però fermamente che ciò che si disperde nel web sia, sempre e comunque, il nostro vero io. Questo periodo di chiusura e, insieme, di esplosione dei social non ha fatto altro che portare forse a compimento questo processo. Il punto è che non è vero che stiamo ancora aspettando il miracolo di una rivelazione; quel miracolo ho paura che sia perso per sempre.</p>
<p>M.P. Ci siamo riscoperti vulnerabili e fragili. A tuo avviso la pandemia ci ha ricordato quanto sia miope e bieco sottovalutare l’importanza di essere natura, umani, corpi? La leggerezza calvinianamente intesa – il riferimento è alle <em>Lezioni americane</em> –, come sinonimo non di superficialità, ma di ‘planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore’ veicola un messaggio quanto mai attuale?</p>
<p>M.M. Credo sia evidente come in questo periodo la nostra finitezza si sia materializzata in maniera a volte terrificante; basti pensare alle immagini degli ospedali al collasso, alla nostra incapacità di far fronte, con tutta la nostra tecnologia, all’aggressione del virus. Il quale, tra l’altro, è una delle forme di vita più antiche del nostro pianeta, mai scalzato o sostituito dalle specie via via dominanti sulla terra, non ultima la nostra. Credo sia il segno che la natura non riconosce alcuna “gerarchia”, laddove si intenda questo termine in modo “umano, troppo umano”, cioè come una sorta di misurazione di capacità tecnico-pratiche frutto di una, appunto, solo supposta “superiorità”. Riscoprire il nostro “essere corpo”, non solo avere un corpo, come sottolineava Arnold Gehlen, se non ricordo male, ci ricollocherebbe nella maniera adeguata all’interno della natura, non certo nel senso, ingenuo e illusorio, di un “ritorno” a una condizione improponibile, a meno di non voler negare la nostra umanità, quanto piuttosto nel volgere tale umanità a un senso nuovo, a un operare nuovo, verso noi stessi e quindi, nello stesso tempo, verso la natura.</p>
<p>M.P. L’epidemia da Covid-19 ci ha fatti guardare dall’esterno, da una prospettiva inaudita, surreale, <em>altra</em>, extra-ordinaria. Luigi Pirandello si riferiva alla vita quale flusso anarchico ed energico che fermenta sotto la forma – ovvero sotto l’insieme degli autoinganni, delle convenzioni, dei riti, delle istituzioni con cui l’uomo organizza la sua esistenza – e che viene fuori solo con la malattia o la sosta che l’esistenza ci dà. Italo Svevo, dal canto suo, ne <em>La coscienza di Zeno</em>, difende la diversità come malattia: il malato è dotato di lungimiranza e sa distinguersi da tutta l’umanità che si dichiara sana non rassegnandosi e non adattandosi ai meccanismi alienanti della civiltà. L’ammalato, per Svevo, è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. Cosa dire a riguardo?</p>
<p>M.M. Guardarsi da fuori è un momento fondamentale per realizzare quel riconoscimento senza il quale, come ha insegnato Hegel, non potrebbe esserci vera concretezza. Ma si tratta di un operare che può essere messo in gioco solo da un proprio moto interiore; solo così, dice il filosofo di Stoccarda, può compiersi quella particolare interiorizzazione della alterità minacciosa che sentiamo pesare su di noi. C’è un termine significativo, che Hegel usa, per raccogliere queste suggestioni: <em>Erinnerung</em>, che significa “ricordo” o “memoria”, ma che contiene in sé l’idea dell’andar-dentro-di-sé, o meglio del “rientrare in sé” dopo che ci si era estraniati per riconoscere sé stessi nell’altro. È vero che la pandemia ci ha come estraniati dalle nostre abitudini; ma noi saremo capaci di compiere quel gesto essenziale che Hegel ci ha indicato? Di nuovo, ho seri dubbi. Penso che noi abbiamo vissuto tutto questo come qualcosa che è provenuto e ci ha colpito dall’esterno, vale a dire non da un’alterità con cui, giocoforza, siamo sempre in una sorta di relazione, ma da una dimensione che non abbiamo mai preso in considerazione, tronfiamente forti di una nostra “intangibilità”, miseramente crollata, come tante volta accade per i frequenti disastri ambientali che accadono sempre più spesso. Non vedo un percorso simile ai personaggi di Pirandello e Svevo, al termine di tutto questo.</p>
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		<title>Il cielo diviso</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 14:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Assisi]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale Principe di Napoli di Assisi]]></category>
		<category><![CDATA[lockdown]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto Liberi di comunicare]]></category>
		<category><![CDATA[quarantena]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> «La città, poco prima dell’autunno immersa ancora nella calura dopo la fresca estate piovigginosa di quell’anno, respirava con più veemenza del solito (…). La gente, da tempo avvezza a quel cielo velato, lo trovava improvvisamente insolito e difficile da sopportare, sfogando la subitanea irrequietezza anche sulle cose più remote (…). Ma la Terra la reggeva ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> «La città, poco prima dell’autunno immersa ancora nella calura dopo la fresca estate piovigginosa di quell’anno, respirava con più veemenza del solito (…). La gente, da tempo avvezza a quel cielo velato, lo trovava improvvisamente insolito e difficile da sopportare, sfogando la subitanea irrequietezza anche sulle cose più remote (…). Ma la Terra la reggeva ancora, quella gente, e finché ce n’era l’avrebbe fatto (…). Un’ombra era calata sulla città, ora era di nuovo calda e viva, generava e sotterrava, donava ed esigeva vita, ogni giorno (…). Viviamo senza risparmiarci, come ce ne fosse anche troppa di questa strana sostanza ch’è la vita, come se non dovesse avere mai fine». Sono alcuni passi tratti dall’incipit de <em>Il cielo diviso</em> – <em>Der geteilte Himmel</em> – di Christa Wolf, nella traduzione italiana di Maria Teresa Mandalari per i tipi delle Edizioni e/o. Lì il cielo e il muro dividevano Berlino. Ma i grandi eventi della storia evenemenziale che erano ad essi collegati dividevano anche le persone e, con loro, le storie, gli affetti, i tentativi di evasione, le speranze. Sono passati molti anni da quando <em>Il cielo diviso</em> è stato pubblicato per la prima volta in Germania. Eppure, la storia d’amore di Rita e Manfred, cresciuta e naufragata, così come innumerevoli altre storie, all’ombra del muro di Berlino, non ha perso la sua forza metaforica ed evocativa, messa a dura prova dalla pressione storica. «Il cielo almeno non possono dividerlo» disse Manfred. «Sì, invece – disse Rita –. Il cielo è sempre il primo a essere diviso».</p>
<p>Il cielo è stato diviso di nuovo, a causa dell’epidemia da Covid-19. Un muro invisibile e non tangibile, stavolta, eppure capace di mietere vittime in ogni parte del globo. E che ancora, stando ai dati, in alcune parti del mondo non ha arrestato la sua corsa. Ma non è di dati, stavolta, che vogliamo parlare. Vorremmo, infatti, dare spazio a una analisi che vada oltre la grettezza dell’elaborazione di quei dati. E vorremmo farlo, affidandoci ad alcune, acute, acutissime riflessioni che i giovani, giovanissimi studenti del Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi hanno scritto nell’alveo del progetto ‘Liberi di comunicare’, promosso durante la quarantena e il lockdown dalla prestigiosa scuola assisana diretta dalla rettrice Annalisa Boni, progetto ideato dalla professoressa Silvia Lombardi e coordinato dai suoi colleghi-docenti.</p>
<p>«Questa pagina del nostro sito – si legge alla voce ‘Liberi di comunicare’ riportata a questo link: <a href="http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721">http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721</a> – ospita riflessioni scritte da studentesse e studenti del Liceo annesso al Convitto Nazionale. Raccogliendo l’invito dei loro insegnanti, essi hanno indagato reazioni, paure, emozioni e speranze maturate in questi giorni inediti e stranianti. Come crediamo si potrà evincere dai testi qui riprodotti, le inevitabili restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria alla libertà di movimento non hanno compromesso quella di pensiero e di parola, che l’istituzione scolastica si impegna a promuovere nella normalità delle lezioni quotidiane perché sia di aiuto nei tempi in cui proprio alla normalità non si deve rinunciare».</p>
<p>Come bene evidenzia questo cappello introduttivo, scritto dal professor Pierpaolo Peroni, gli studenti Alessia Schiattelli, Ilenia Pinna, Costanza Sforna, Tommaso Salari, Emma Tanci, Alessandro Rosati, Aurora Rossetti, Olivia Moretti, Mirko Marani, Gioia Tiberi, Martina Cappelletti, Chiara Selva, Matilde Agrestini, Arianna Ascani, Francesca Catalano, Giorgia Buzi, Virginia Massini, Marta Piobbico, Micol Mela e Flavia Cristaldini hanno rielaborato criticamente gli effetti di una situazione straniante nella quale si sono ritrovati immersi loro malgrado. Lo hanno fatto, producendo illustrazioni – si veda, a tal proposito, la galleria di immagini che correda il link http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721 –, musiche, testi anche sotto forma di epistolario indirizzato a loro stessi, immaginandosi narratori di un evento storico epocale. Lo hanno fatto, parlando di resilienza, di solitudine, di speranza, di paura, di solidarietà e di senso comunitario d’appartenenza, di spirito di sopravvivenza e di attaccamento alle piccole cose, di cambiamento della percezione e del punto di vista da cui guardare, di frammentarietà e di divisione, di trasversalità di un contagio che ha avuto il potere di intaccare ogni sfera dell’esistenza, da quella fisica a quella cognitiva. Lo hanno fatto, parlando di compassione e di vicinanza pur nella distanza, di lentezza, mancanza e staticità. Rivolgendosi alle stelle, pazienti confidenti, ponendosi molti interrogativi, a volte retorici, rievocando profumi in senso proustiano o montaliano, perché la primavera era arrivata, nonostante tutto e forse ignara di tutto. C’è il bicromatismo – bianco e nero – del virus, in queste riflessioni, ci sono il valore di un’amicizia ritrovata, la funzione della tecnologia come surrogato atto ad accorciare le distanze, un senso di straniamento, di incertezza, di scardinamento e, dall’altro lato, un bisogno di ancoraggio, di solidità e di stabilità che fa rimpiangere loro persino la routine; ci sono un senso di soffocamento, di costrizione, di restrizione, di coercizione e, d’altra parte, una sensazione di leggerezza e di novità di primo acchito; ci sono, infine, il patriottismo, il senso d’appartenenza a una comunità, l’elogio di medici e infermieri, definiti ‘eroici’, voli pindarici dell’immaginazione – quasi a prefigurarsi un tipo di raffigurazione pittorica –, la gioia data dalle piccole cose, l’alternanza tra tempo oggettivo – il tempo-lavoro – e tempo soggettivo – quello delle ‘intermittenze del cuore’ –, un dialogo fitto con se stessi – un leggersi dentro per acquisire una maggiore consapevolezza di sé –, un affidarsi ai libri, compagni e scrigni, e agli autori studiati al fine di condurre uno studio critico e metodico. Numerosi sono gli accenni alle terrazze – indice della maturazione di un nuovo punto di vista da cui guardare, come dai tetti di Palomar – e alla didattica a distanza: i contributi degli studenti del liceo assisano sembrano degni echi dell’<em>Elogio della classe </em>pubblicato l’8 maggio 2020 da Asor Rosa in <em>La Repubblica</em>: «In una classe scolastica – si legge – persino una pedatina che lo studente appioppa al suo compagno sotto l’ala protettiva del proprio banco, persino l’occhiata dell’insegnante che la percorre da cima a fondo per trasmettere un avvertimento, un suggerimento, un ammonimento, rappresentano materia costitutiva del sapere scolastico, mentre si forma, quando si forma per la possibilità concreta di essere e diventare un sapere. Insomma: la ‘comunità fisica’ è un coefficiente indispensabile di una ‘comunità intellettuale’ funzionante».</p>
<p>Ma lasciamo, ora, ‘parlare’ direttamente gli studenti, dei cui elaborati restituiremo, qui, alcuni stralci, rinviando al link sopra-riportato (<a href="http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721">http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721</a>) per quanto riguarda le versioni integrali. Le illustrazioni di Alessia Schiattelli, Ilenia Pinna, Costanza Sforna, Tommaso Salari ed Emma Tanci sono visibili cliccando sul seguente link: http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721. L&#8217;immagine posta in evidenza nel presente articolo è rappresentata dall&#8217;illustrazione della studentessa Alessia Schiattelli, dal titolo &#8216;Legami&#8217;. Qui ci limiteremo a fornire alcuni passi delle riflessioni scritte dagli studenti.</p>
<p>Si pongono degli interrogativi, Micol Mela e Gioia Tiberi, autrici di due testi in inglese: «How beautiful is it to see people on television all around the world who are playing music from their balconies so their neighbors can dance to it? To see doctors, nurses, and volunteers being there for everybody every step of the way; to see people reaching out to friends and family who they have not heard from in ages just to know how they have been doing? »; e ancora: «What do we do now? Questions and insecurities choke both sides of our personality while they struggle to get to know tiny slivers of each other. Who are you behind the curtain separating your body from the enormity of the arena that is the world?». Intessono un dialogo fitto con le stelle, confidenti e amiche, Francesca Catalano, Olivia Moretti e Aurora Rossetti, che, in occasione del Dantedì, citano un verso celeberrimo del sommo poeta: «E quindi uscimmo a riveder le stelle» (<em>Inferno </em>XXXIV, 139). Riflettono sul significato di ‘normalità’, Arianna Ascani e Mirko Marani, e quest’ultimo lo fa nel modo seguente: «(…) Possiamo ora aprire gli occhi e renderci conto che la cosiddetta ‘normalità’, altro non è che un velo che ci copre il volto e ci spinge a vedere la vita come un ripetersi di azioni, delle quali siamo succubi o addirittura dipendenti, in un circolo vizioso che ci spinge a ripeterle giorno dopo giorno, senza vedere al di là del velo (…)». Si affidano alla temporalità della memoria, invece, Chiara Selva, Matilde Agrestini, Giorgia Buzi e Virginia Massini, scrivendo delle lettere a loro stesse o a una Quarantena personificata o, ancora, immaginando un dialogo tra loro e i futuri nipoti, cui spetterà a loro volta il compito di tramandare ciò che è stato in quell’anno 2020. Lo fanno, divenendo delle narratrici di storie e sottolineando l’importanza dello storytelling quale momento comunitario di condivisione sociale e depositario della memoria. «Credo nella Scienza e ciecamente nell’uomo: siamo molto più di un copione finito in tragedia» scrive Martina Cappelletti, che si affida all’<em>Istitutio Oratoria </em>di Quintiliano, di cui afferma: «quella straordinaria modernità fa pensare solo alla loro presenza, sicura, dietro la cattedra, che si ha paura di non poter più apprezzare, mentre ci rimanevano pochi mesi per essere cullati da una scuola che ci ha cresciuti». Gioca sull’ossimoro <em>forza fragile</em> o <em>fragilità forte</em>, Flavia Cristaldini, che scrive, in chiusa al suo testo: «Così: con una tazza di caffè in mano, nel terrazzo, nel profumo che dilaga, in questa mattina di quarantena, resiliente, è l’aggettivo che mi attribuirei. Quella domanda allora diventa un pensiero fisso, un&#8217;eco perpetua, quasi una preghiera che ormai recitiamo quotidianamente: più fragili o più forti?»; mentre Marta Piobbico è convinta che, ormai, «tutto questo sia parte di noi e della nostra vita».</p>
<p>«Il cielo almeno non possono dividerlo» disse Manfred. «Sì, invece – disse Rita –. Il cielo è sempre il primo a essere diviso». Rita ha ragione? La chiusa la affidiamo alla musica dello studente Alessandro Rosati, musica che ha sempre un potere unificatore. Al di là di ogni divisione del cielo.</p>
<p>MELTEDBEATS MLTDEP</p>
<p>Il mio tempo sospeso / marzo 2020</p>
<p>https://youtu.be/NOBrxzdaedY https://youtu.be/k22v53lgzvI</p>
<p>https://youtu.be/NCweSq9KtPQ https://youtu.be/MtzZIhzn8_Y</p>
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