martedì, 20 ottobre 2020 Ultimo aggiornamento il 9 ottobre 2020 alle ore 16:14

Pandemia da Covid-19, un’esperienza “globale”

Intervista a Marco Millucci, docente di ruolo di Filosofia e Storia al liceo scientifico annesso al Convitto Nazionale "Principe di Napoli" di Assisi e dottore di ricerca all’Università Lateranense di Roma

 
Pandemia da Covid-19, un’esperienza “globale”
Assisi.  Prodotto di un’interdipendenza insieme sociale, culturale e naturale, la pandemia da Covid-19 si presenta come un’esperienza a tutti gli effetti globale. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici? Che dire, poi, dei rapporti tra scienza e politica e scienza e comunicazione? Si sta assistendo a una santificazione della scienza a seguito di una sua demonizzazione? Si sta approdando a un collasso di ogni pensiero critico e di ogni verifica della fonte o delle fonti di riferimento? Le finalità sanitarie e quelle economiche sono entrate in rotta di collisione? Come cambia la socialità nel contesto attuale e come viene ridisegnata la geografia delle città? Al tempo oggettivo, al tempo-lavoro, si è sostituito un tempo soggettivo, oggi? La pandemia ci ha forse ricordato quanto sia miope sottovalutare l’importanza di essere natura, umani, corpi? Ci ha, non da ultimo, fatti guardare dall’esterno, da una prospettiva altra?

Per attuare una analisi insieme storica e filosofica che vada oltre la grettezza dell’elaborazione dei dati concernenti la situazione attuale, abbiamo posto questi ed altri quesiti al professor Marco Millucci, docente di ruolo nella scuola secondaria di II grado, titolare della cattedra di Filosofia e Storia nel liceo scientifico annesso al Convitto Nazionale “Principe di Napoli” di Assisi, dottore di ricerca all’Università Lateranense di Roma e già collaboratore, in qualità di Cultore della materia, con le cattedre di Filosofia della Storia e Antropologia Filosofica al Dipartimento di Filosofia del capoluogo umbro. I suoi ambiti di ricerca hanno riguardato sia il pensiero di Emanuele Severino, sia, soprattutto, la filosofia classica tedesca, con, in particolare, un saggio su Schelling (Tra identità e storia. Il problema del finito nella svolta verso la filosofia positiva di Schelling, Del Bucchia Editore), e la raccolta degli atti del convegno organizzato a Perugia per i duecento anni dalla morte di Kant, in collaborazione con Roberto Perini (Percorsi kantiani nel pensiero contemporaneo, Morlacchi Editore).

 

M.P. L’esperienza della pandemia da Covid-19 è, a tutti gli effetti, un’esperienza globale. E non solo perché interessa l’intero globo terreste, ma anche perché si presenta come il prodotto di un’interdipendenza che è, insieme, sociale, culturale e naturale. Giacomo Leopardi nel suo testamento letterario, La ginestra, ha cantato con veemenza la forza della solidarietà umana e di quella social catena, che, sola, può permettere agli uomini di allearsi contro il loro nemico comune, la natura. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici?

M.M. A essere sincero, ho forti dubbi al riguardo. Nei mesi della pandemia siamo stati colpiti da immagini talvolta feroci, che rimarranno negli anni futuri come vere e proprie icone di questo tempo; penso alle file di camion militari a Bergamo, o alle fosse comuni a New York. Credo, però, che noi siamo oramai disabituati a guardare dietro le immagini, le quali a loro volta ci guardano, come ha sottolineato in un suo saggio Horst Bredekamp. Ciò significa, per me, che le immagini non sono solo testimonianza, e nemmeno semplice apparenza, ma esprimono un atto, che in quelle che ho richiamato si esplicano come un appello, appunto, alla solidarietà. Saremo in grado di rispondere a tale appello? Gli eventi che si sono susseguiti non inclinano a una risposta positiva, non si intravede nessuna “social catena”, anzi si manifestano spinte sempre più forti alla chiusura tra stati e tra popoli. La storia, del resto, ha mostrato come in molte occasioni di crisi la tendenza è stata questa, e noi abbiamo più volte dimostrato di essere restii a imparare dalla storia.

M.P. Veniamo ora ai rapporti tra scienza e politica e tra scienza e comunicazione. Quanto alla prima relazione, dal tuo punto di vista, si sta assistendo a una santificazione della scienza, dopo una sua demonizzazione? Quanto alla seconda relazione, col venir meno della fiducia accordata dai lettori ai professionisti della comunicazione e col dilagare delle fake-news, si sta approdando a un collasso di ogni pensiero critico e di ogni ricerca di verifica e di validazione della fonte o delle fonti di riferimento?

M.M. La scienza oggi viene spesso relegata a un ruolo meramente accessorio; molti si rivolgono a essa, in fondo, per sentirsi giustificati nelle proprie preconvinzioni, e questo sia che la si voglia santificare oppure che la si ritenga fonte di ogni male dell’uomo. Si tratta, in ogni caso, di due atteggiamenti unilaterali, e quindi astratti, che di fronte al negativo della nostra esistenza semplicemente voltano lo sguardo dall’altra parte, rifugiandosi in una fede cieca, che si tratti di una scienza onnipotente o della sua vuota negazione. In realtà, a mio parere, il difetto sta nel dipendere da qualcosa di esterno a noi per mettere ordine nel caos del mondo che ci circonda, nel cercare un feticcio, da adorare o esecrare secondo il peso che avvertiamo in noi, ma che non abbiamo il coraggio di sostenere. E questo vale, in qualche modo, anche per la seconda parte della domanda. La trascuratezza della ricerca delle fonti è la scorciatoia comoda per allontanare da noi la fatica del pensare, del valutare, del vagliare criticamente e, infine, del giudicare razionale, assumere su di sé “la fatica del concetto”, come diceva Hegel.

M.P. Le finalità sanitarie e quelle economiche sono entrate in rotta di collisione. Perché secondo la tua percezione?

M.M. Da profano di questioni sanitarie ed economiche, mi sembra che l’emergenza sanitaria ci ha mostrato chiaramente la conflittualità di un capitalismo senza freni e regole, come molte situazioni nel mondo testimoniano drammaticamente, e in realtà testimoniavano anche prima della pandemia. In molte zone del pianeta, alle esigenze della crescita economica si sono sacrificati i più elementari diritti; anzi, direi che ciò appare in maniera tanto più marcata quanto più i principi dell’economia di mercato sono stati assimilati da parte di quelle società che, nel passato, ne erano state escluse, anche per colpa dello sfruttamento colonialista. Il diritto alla salute e all’assistenza sanitaria è l’ultimo della lista, deposto ai piedi dell’altare del profitto. Se non viene innervato da una visione morale e culturale, il diritto (alla proprietà, al benessere, al guadagno) non è altro che “l’utile del più forte”.

M.P. La geografia delle città è stata ridisegnata, sia a livello urbano che a livello di piccoli micro-cosmi – uffici, negozi, spazi condivisi –. Le città si sono ritrovate avvolte in un silenzio enigmatico. Come cambia la socialità in questo contesto?

M.M. In un’altra occasione, sempre in riferimento alle conseguenze dell’isolamento, mi espressi con le parole di Heidegger, secondo il quale l’uomo è un ente “disallontanante”. Credo si debba intendere nel senso che l’uomo è nello spazio, e lo percepisce, solo in quanto tende – almeno potenzialmente – ad annullarlo, entrando in relazione con gli oggetti e soprattutto con gli altri. L’essere stati confinati in casa, vale a dire in uno spazio forzoso, in cui questo annullamento era di fatto impossibile perché mai pienamente a mia disposizione credo abbia palesato la fragilità della nostra socialità, o meglio ancora la nostra difficoltà a comprenderla nella sua interezza, che è fatta non di sovrapposizione di “luoghi” statici, ma nella dinamicità di “spazi” in cui proiettare la nostra capacità relazionale. Quando tutto ciò viene meno, allora è giusto dire che rimane solo un “silenzio enigmatico”, a cui non sempre sappiamo rispondere.

M.P.  Eugenio Montale ne I limoni canta le piante comuni, lontane dalle piante rare e letterarie dei poeti ufficiali. Il loro profumo sembra promettere il miracolo della rivelazione del senso segreto della realtà. Ma il miracolo non si compie e le uniche ‘divinità’ sono le ombre degli uomini. Il profumo dei limoni che dilaga, però, risveglia ricordi mai sopiti e il senso di una temporalità della memoria che ci chiede di raccontare e di tramandare. Al tempo oggettivo – il tempo-lavoro, per intenderci – si è sostituito un tempo soggettivo – quello che Proust definiva ‘delle intermittenze del cuore’ –? Stiamo vivendo una metamorfosi di kafkiana memoria, riscoprendoci, metaforicamente, degli scarafaggi? In fondo, per Adorno, Kafka, ne La metamorfosi, sembra voler sperimentare ‘cosa accadrebbe se i risultati della psicoanalisi fossero tutti esatti, non solo mentalmente’…

M.M. Mi rifarei, in primo luogo, al richiamo alla psicoanalisi, che ci insegnerebbe che la certezza nell’afferramento del nostro “io” è solo un’illusione, dettata dalle forme di censura che agiscono in noi per reprimere le nostre pulsioni più profonde. Siamo, dunque veramente ombre, ma l’aspetto – secondo me – più determinante è che siamo ombre soprattutto a noi stessi. La capacità di afferrare la nostra intimità è evanescente, o, come ebbi modo di dire in altra occasione, obliqua. Quanto più abbiamo cercato di definire il nostro io in termini “oggettivi”, tanto più esso ci scivola di mano. Il proliferare dei social-media, le innumerevoli vie che ci vengono offerte dalla rete per “interagire” ci illudono di farlo a partire da un fondamento certo e stabile, ma che in realtà si “offre” alla più distruttiva parcellizzazione del sé nel mondo virtuale. La figura kafkiana ci potrebbe fornire un curioso spunto ermeneutico di questa situazione: nella rete potremmo veramente interagire con tanti scarafaggi, ed essere, a nostra volta, considerati scarafaggi dagli altri, credendo però fermamente che ciò che si disperde nel web sia, sempre e comunque, il nostro vero io. Questo periodo di chiusura e, insieme, di esplosione dei social non ha fatto altro che portare forse a compimento questo processo. Il punto è che non è vero che stiamo ancora aspettando il miracolo di una rivelazione; quel miracolo ho paura che sia perso per sempre.

M.P. Ci siamo riscoperti vulnerabili e fragili. A tuo avviso la pandemia ci ha ricordato quanto sia miope e bieco sottovalutare l’importanza di essere natura, umani, corpi? La leggerezza calvinianamente intesa – il riferimento è alle Lezioni americane –, come sinonimo non di superficialità, ma di ‘planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore’ veicola un messaggio quanto mai attuale?

M.M. Credo sia evidente come in questo periodo la nostra finitezza si sia materializzata in maniera a volte terrificante; basti pensare alle immagini degli ospedali al collasso, alla nostra incapacità di far fronte, con tutta la nostra tecnologia, all’aggressione del virus. Il quale, tra l’altro, è una delle forme di vita più antiche del nostro pianeta, mai scalzato o sostituito dalle specie via via dominanti sulla terra, non ultima la nostra. Credo sia il segno che la natura non riconosce alcuna “gerarchia”, laddove si intenda questo termine in modo “umano, troppo umano”, cioè come una sorta di misurazione di capacità tecnico-pratiche frutto di una, appunto, solo supposta “superiorità”. Riscoprire il nostro “essere corpo”, non solo avere un corpo, come sottolineava Arnold Gehlen, se non ricordo male, ci ricollocherebbe nella maniera adeguata all’interno della natura, non certo nel senso, ingenuo e illusorio, di un “ritorno” a una condizione improponibile, a meno di non voler negare la nostra umanità, quanto piuttosto nel volgere tale umanità a un senso nuovo, a un operare nuovo, verso noi stessi e quindi, nello stesso tempo, verso la natura.

M.P. L’epidemia da Covid-19 ci ha fatti guardare dall’esterno, da una prospettiva inaudita, surreale, altra, extra-ordinaria. Luigi Pirandello si riferiva alla vita quale flusso anarchico ed energico che fermenta sotto la forma – ovvero sotto l’insieme degli autoinganni, delle convenzioni, dei riti, delle istituzioni con cui l’uomo organizza la sua esistenza – e che viene fuori solo con la malattia o la sosta che l’esistenza ci dà. Italo Svevo, dal canto suo, ne La coscienza di Zeno, difende la diversità come malattia: il malato è dotato di lungimiranza e sa distinguersi da tutta l’umanità che si dichiara sana non rassegnandosi e non adattandosi ai meccanismi alienanti della civiltà. L’ammalato, per Svevo, è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. Cosa dire a riguardo?

M.M. Guardarsi da fuori è un momento fondamentale per realizzare quel riconoscimento senza il quale, come ha insegnato Hegel, non potrebbe esserci vera concretezza. Ma si tratta di un operare che può essere messo in gioco solo da un proprio moto interiore; solo così, dice il filosofo di Stoccarda, può compiersi quella particolare interiorizzazione della alterità minacciosa che sentiamo pesare su di noi. C’è un termine significativo, che Hegel usa, per raccogliere queste suggestioni: Erinnerung, che significa “ricordo” o “memoria”, ma che contiene in sé l’idea dell’andar-dentro-di-sé, o meglio del “rientrare in sé” dopo che ci si era estraniati per riconoscere sé stessi nell’altro. È vero che la pandemia ci ha come estraniati dalle nostre abitudini; ma noi saremo capaci di compiere quel gesto essenziale che Hegel ci ha indicato? Di nuovo, ho seri dubbi. Penso che noi abbiamo vissuto tutto questo come qualcosa che è provenuto e ci ha colpito dall’esterno, vale a dire non da un’alterità con cui, giocoforza, siamo sempre in una sorta di relazione, ma da una dimensione che non abbiamo mai preso in considerazione, tronfiamente forti di una nostra “intangibilità”, miseramente crollata, come tante volta accade per i frequenti disastri ambientali che accadono sempre più spesso. Non vedo un percorso simile ai personaggi di Pirandello e Svevo, al termine di tutto questo.

 

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