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	<title>Perugia Online &#187; traduzione</title>
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		<title>Fumetti tradotti in frammenti di cultura popolare</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Aug 2018 14:50:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[fumetto]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> ‘Non è vero che i fumetti siano un innocuo divertimento che, fatto per i bambini, anche gli adulti possono apprezzare dopo pranzo, seduti in poltrona, per consumare le loro quattro evasioni senza danno e senza acquisti’. Umberto Eco, negli anni Sessanta, mostrava come il fumetto avesse un ruolo affatto marginale nell’industria culturale italiana. Tutt’altro che destinato ‘a dare solo i prodotti standard di un paternalismo talora inconscio e talora programmato’, o a restituire, vignetta dopo vignetta, la fittizia immobilità della serie, il fumetto si connota anche di elevata arguzia satirica o di impatto poetico, grazie al riverbero nello specchio deformante della società, alla coazione a ripetere del testo e dell’immagine, del dialogo, dei frammenti della cultura popolare. Se, per quest’ultima, si intende il contesto storico-sociale dei mezzi di comunicazione di massa: come scriveva Eco in <em>Apocalittici e integrati</em>, anche il fumetto rientra nella categoria dei media più diffusi, come la radio, la televisione e i giornali, caratterizzati da un proprio linguaggio e da specifici mezzi espressivi, dall’interazione di disegno grafico e linguaggio verbale. Sin dalla fine del Settecento e dagli inizi dell’Ottocento, con le storie per immagini con cui Töpfer e Busch contrappuntarono le pagine di alcuni giornali europei, e fin dalla data ufficiale di nascita del fumetto: il 5 maggio 1895, quando, sulle pagine del primo supplemento a colori del New York Times, apparvero le vignette di Outcalt intitolate <em>Down Hogan’s Alley</em>, con i dialoghi dei personaggi racchiusi in una nuvoletta e il prototipo del ‘supereroe’.</p>
<p>E se le immagini, ad esempio, di Oliver Twist e di Capitan Fracassa rimanessero uguali, ma i testi delle vignette fossero passati e ripassati sotto il rullo della traduzione? In una simultaneità di bachmanniana memoria. Tradurre il testo delle nuvolette, allora, equivarrebbe a ‘tradire’ il testo di partenza? Ci sarebbero intersecazioni con una traduzione letteraria, visto che la traduzione è un fatto empirico? Si resterebbe fedeli al testo, alla lingua di partenza, all’autore, e, non da ultimo, al pubblico dei lettori?</p>
<p>Chi sa se la 31enne assisana Roberta Ceccotti, abbia mantenuto, nel tradurre – come sosteneva Magris – ‘una fedeltà libera’. Roberta Ceccotti, che ha tradotto in italiano i dialoghi di alcuni dei popolari fumetti portati in edicola in queste settimane da Mondadori. Dopo la laurea in <em>Scienze della Mediazione Linguistica</em> alla Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia e la specializzazione a Trieste, Ceccotti è arrivata alla soglia della maggiore casa editrice italiana traducendo e interpretando i dialoghi di alcuni popolari fumetti, come ‘I cosacchi di Hitler’ della collana Historica, ‘Solimano’ e ‘L’imperatore Meiji’ della Historica biografie e 7 volumi, alcuni ancora in uscita, della nuova linea editoriale di Mondadori Comics dedicata ai grandi capolavori de ‘La grande letteratura a fumetti’, come “L’isola del tesoro’, ‘Oliver Twist’, ‘Madame Bovary’, ‘Ivanhoe’, ‘Capitan Fracassa’ e ‘Il rosso e il nero’. ‘Come sono arrivata in Mondadori? – si è chiesta la giovane promessa della umbra – Dopo il Liceo linguistico ad Assisi ho continuato il mio percorso di studi con la triennale in <em>Scienze della Mediazione Linguistica</em> alla Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia’. Scuola che ha valorizzato il suo talento per la traduzione, una passione coltivata fin da piccola, aiutandola ad introdursi nel mondo del lavoro e fornendole le competenze necessarie per essere ammessa al corso specialistico di Trieste. ‘Il mio sogno nel cassetto – ha affermato Roberta Ceccotti &#8211; era quello di imparare a conoscere le altre culture, traducendole e rendendo accessibili a tutti le diverse sfumature del linguaggio. È stato un lungo e difficile percorso, ma la traduzione è la mia vita. Dopo la magistrale ho iniziato a lavorare nel commerciale estero in un’agenzia perugina, ma ho sempre ambìto al settore creativo. È così che ho lasciato il posto fisso, ho seguito le mie attitudini e, dopo un corso di perfezionamento, sono arrivate le grandi soddisfazioni: il primo fumetto, la collaborazione con agenzie di moda e con uno dei più importanti social media a livello internazionale. Esperienze dinamiche che mettono alla prova la mia capacità di tradurre non solo le singole parole e il loro significato, ma soprattutto i molteplici e diversi accenti, le intenzioni e le emozioni che vogliono trasmettere. Nel caso specifico del fumetto la difficoltà sta proprio nel dover tradurre la relazione del codice verbale con quello visivo e interpretare le particolari espressioni idiomatiche e giochi di parole’.</p>
<p>‘Non è vero che i fumetti siano un innocuo divertimento che, fatto per i bambini, anche gli adulti possono apprezzare dopo pranzo, seduti in poltrona, per consumare le loro quattro evasioni senza danno e senza acquisti’. Già. E non sono nemmeno destinati ‘a dare solo i prodotti standard di un paternalismo talora inconscio e talora programmato’, o a restituire, vignetta dopo vignetta, la fittizia immobilità della serie. I fumetti possono essere arguti, satirici, poetici. Veri frammenti della cultura popolare. Vignetta dopo vignetta. E possono essere tradotti. Sulla base di un’interdipendenza e di un dialogo fitti fra il codice verbale e quello visivo.</p>
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		<title>Un fotografo fallito, che scrive narrativa, e delle traduzioni viventi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2018 21:20:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Enrico Terrinoni]]></category>
		<category><![CDATA[Flavio Santi]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Falco]]></category>
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		<category><![CDATA[Jacob Blakesley]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Borio]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori e lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Un fotografo fallito che scrive narrativa. E delle traduzioni viventi. Che traducono dall’atto della nascita a quello della morte. Quando si hanno nuove forme di trasposizioni. Nel mezzo, il lavoro. O un certo modo di lavorare e di approcciarsi al lavoro. Che a volte finisce nel momento esatto in cui si registra la fine di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Un fotografo fallito che scrive narrativa. E delle traduzioni viventi. Che traducono dall’atto della nascita a quello della morte. Quando si hanno nuove forme di trasposizioni. Nel mezzo, il lavoro. O un certo modo di lavorare e di approcciarsi al lavoro. Che a volte finisce nel momento esatto in cui si registra la fine di una esistenza. In entrambi i casi, si interpreta. Si scattano istantanee. E si approda ad un testo <em>altro</em>. Fatto di scarti, anfratti.</p>
<p>Nell’alveo del progetto ‘Umbrò Cultura’, il 18 e il 23 aprile, nei locali di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, a Perugia, Giorgio Falco e Maria Borio hanno dialogato sul binomio scrittori e lavoro e sull’<em>Ipotesi di una sconfitta </em>(Einaudi, 2017), mentre Jacob Blakesley, Flavio Santi ed Enrico Terrinoni hanno tenuto un seminario sulla traduzione, ruotando il prisma del discorso traduttivo verso la narrativa, la poesia e la saggistica.</p>
<p>Come la narrativa si approccia con tematiche cruciali del contemporaneo, come quella, di un’attualità stringente, del lavoro? Nel corso dell’incontro con Giorgio Falco, il 18 aprile scorso, (Giorgio Falco ha esordito con <em>Pausa caffè</em> (Sironi, 2004). Per Einaudi ha pubblicato <em>L’ubicazione del bene </em>(2009), <em>La gemella H</em> (2014, finalista al Campiello e vincitore dei premi SuperMondello, Volponi e Lo Straniero) e <em>Ipotesi di una sconfitta</em> (2017)), Maria Borio ha individuato due nuclei forti, nell’ultima fatica letteraria dello scrittore, nuclei che restituiscono le coordinate di superficie dell’opera: la focalizzazione sul sistema culturale italiano degli ultimi trent’anni, sulla base di una storicizzazione che è scevra di condizionamenti ideologici, ed una reazione della figura dello scrittore con il mondo del lavoro. Un dialogo, questo, costante, fra fondo e superficie: il brusio quotidiano diventa, da fondo, la superficie che ci ingloba tutti. Delineando un orizzonte, appunto, di superficie. «Ho indagato – è stato il commento di Falco – il tema ed il potere della superficie. Agli inizi degli anni Zero lavoravo per una multinazionale della telefonia. Durante le assemblee, intonavamo più jingles che non canti di lotta. L’aspetto ludico del nostro vivere quotidiano pare aver preso il sopravvento, anche a livello lavorativo. Il lavoro è stato ridotto a grande gioco. Tanto vale, allora, ridurlo a scommessa di gioco. All’interno di <em>Ipotesi di una sconfitta</em> (se avessi avuto la forza di scrivere questo libro trent’anni fa, avrei dovuto titolarlo <em>Verifica di una sconfitta</em>, condotta in tempo reale. Se non fosse stato che la rielaborazione si è protratta fino ad oggi), attuo una verifica di ciò che ho selezionato, ovvero dei fatti della mia esistenza legati al lavoro. Tutto, filtrato dagli strumenti della narrativa. Con cui ho scelto di affrescare l’Italia degli ultimi decenni. Pregnante, il confronto con mio padre, che è stato autista di un’azienda tramviaria di Milano. Ricordo ancora, e ne ho scritto, l’accensione del suo autobus nel 1956. Tale accensione aziona anche il meccanismo del romanzo. La morte di mio padre ha coinciso con la dismissione del suo lavoro, delle linee tramviarie. In questo caso, la morte di un uomo si è sovrapposta alla fine del suo lavoro. Da parte mia, annotavo sul mio taccuino. Poi selezionavo. Sulla base del principio secondo il quale una scelta implica sempre un’esclusione, una perdita. Il racconto della fine del lavoro di mio padre è stato come dire ‘addio’ al suo secolo, il Novecento. Il secondo capitolo, infatti, inizia con me liceale, diciassettenne». Maria Borio ha affermato che si tratta di una narrativa che si colloca nel post-Novecento. Di una narrativa che dialoga con la storia dell’Italia. E che indaga il tema del lavoro: una quarta di copertina che riporta la parola ‘lavoro’, in Italia, non è del tutto usuale! Il tema del lavoro è stato irrobustito, negli anni Sessanta e Settanta con una forte ideologia. Oggi le ideologie si sono sgretolate. C’è una disgregazione della dignità del lavoro. Che involve l’aspetto generazionale. Che cos’è il lavoro per Falco? Cosa il realismo? «Concordo col Walter Siti: ‘il realismo è l’anti-abitudine’. Ho avuto modo di confrontarmi con tante fantascienze dell’oggi pomeriggio: in una clinica di medicina del lavoro di Milano, ho conosciuto pazienti che avevano subìto interventi agli occhi. Ecco, quelle fantascienze erano date dalla benda che avevano sull’occhio. C’è bisogno di una piccola distorsione dell’esistente per creare l’anomalo. Sono un fotografo fallito che scrive narrativa. Fotografo, e la scrivo dal basso. Il triciclo diveniva un monumento in Eggleston, dal punto di vista di un insetto. Un monumento all’infantilizzazione. Partendo da un dato reale, allargo, poi, lo sguardo. Un esempio è stato dato dalle bende. Così, mi sembra di vivere nei libri che avrei voluto scrivere. Siamo inchiodati al presente della pagina, quando leggiamo. Le sospensioni, gli ingranaggi meccanici degli autobus, ad esempio, rappresentano un dato banale. Poi c’è lo scarto dell’arte. Ho scritto che ‘l’Italia è il mio guinzaglio’. Ciò ha un significato simbolico: la mia ossessione per brevi tragitti. Ma c’è anche un significato denotativo: dopo gli anni Sessanta, ho rischiato di essere investito da un autobus. Mia madre comprò un guinzaglio e me lo mise a 2/3 anni. Paradossalmente, ero più libero rispetto a quando non l’avevo. Questo perché chi detiene il potere, lascia più autonomia. Da parte mia, avevo l’autonomia di un metro. Dentro i luoghi è inciso il potere politico, finanziario, economico. Lo sguardo è abituato, assuefatto». C’è una liquefazione dei luoghi di lavoro, è stato il commento di Maria Borio, liquefazione in cui entra lo sguardo dell’artista. Straniato, ma non come condizione preesistente. «Sono andato a ritroso di molti decenni. Mi reputo uno scrittore politico e non civile. Ciò che ho scritto mi ha dato dei problemi: sono stato recluso in uno sgabuzzino di 5 metri quadri per 18 mesi, perché mi sono rifiutato di fare delle cose in un’azienda. Lo scrittore che narra l’industria è uno scrittore che diventa un corpo estraneo. Come si fa a descrivere l’industria? Bevo gli stessi cocktail dell’oligarchia aziendale. I colleghi dicono: ‘ma se sei qui, sei un ciarlatano, non sei un artista’. Fare l’arte con l’industria è difficile. Vivevo nell’apprendistato in incognita, ché questa è la condizione dell’artista. Deve imparare ogni volta. Forme di apprendimento laterale. Essere uno scrittore significa essere il refuso di un altro, ovvero non riconoscersi. Si pensi agli insetti di Kafka. In questo libro – ha proseguito – vi è anche la presenza del comico. Una volta proposi di aprire un’agenzia per organizzare eventi deprimenti per l’élite. Sotto forma di perfomance a pacchetto. Ovvero di gettare un nuovo sguardo su cose che facciamo superficialmente, sul già visto, l’irripetibile. Tutto questo diventa anche comico, anche divertente». «Si tratta di un romanzo – ha concluso Borio – con corpo e muscoli. C’è un processo di smaterializzazione e scomparsa dal punto di vista stilistico. Però la struttura è solida, mentre nel linguaggio c’è il movimento della smaterializzazione (esempio, nomi che si trasformano in soprannomi), e c’è il linguaggio burocratico, descritto in modo estrinseco (accozzaglia di espressioni incomprensibili), ma lucido. Non si ha decostruzione della lingua». «Mio padre quando guidava gli autobus aveva una divisa – è stata la risposta di Falco –. A casa non portava il linguaggio del lavoro. La lingua è la propria divisa. Il sottofondo compone nel profondo (anche il ticchettio della tastiera del pc lo diventa). Tutt’altro, dunque, che superficie».</p>
<p>‘Lingua contro lingua. Sulla traduzione’ è stato, invece, il titolo scelto per il seminario di lunedì 23 aprile, con Jacob Blakesley (co-direttore del Leeds Centre for Dante Studies e docente a contratto alla Sapienza, dove sta tenendo un corso sulla traduzione. Autore, fra gli altri, di <em>Modern Italian Poets: Translators of the Impossible</em> (University of Toronto Press, 2014), Flavio Santi (Poeta e traduttore, ha tradotto autori classici (tra cui Herman Melville, Francis Scott Fitzgerald) e contemporanei (Wilbur Smith, Ian Fleming e altri). Insegna all’Università dell’Insubria di Como-Varese. Ha scritto di vampiri, precari, supereroi, ma soprattutto del Friuli, raccontandolo nelle raccolte di poesia Rimis te sachete/Poesie in tasca (Marsilio, 2001), Asêt/Aceto (La barca di Babele, 2003), nel memoir on the road Il tai e l’arte di girovagare in motocicletta (Laterza, 2011) e in alcuni reportage televisivi) ed Enrico Terrinoni (presidente del corso di laura magistrale in <em>Traduzione e Interpretariato per l’Internazionalizzazione dell’Impresa</em> (TrIn) dell’Università per Stranieri di Perugia e traduttore, con Fabio Pedone, di <em>Finnegans Wake</em> di Joyce in italiano  Università per Stranieri di Perugia). Un incontro sulla traduzione. Un dialogo che ha fuso tre prospettive sulla traduttologia, mediante il confronto fra un traduttore di poesia, uno di narrativa e uno di saggistica potessero. Partendo dalla riproduzione di un’opera d’arte, usata nella locandina dell’incontro: <em>Portraits and dreams</em> (1981-2011): un esempio di arte astratta, concreta e di utilizzo del linguaggio. Un’immagine metaforica atta a descrivere i passaggi che ci sono in un lavoro di traduzione. «La traduzione perfetta – ha esordito Flavio Santi – non esiste. Bisogna confrontarsi con il testo originale, cristallizzato. Io traduco dall’inglese: l’impianto fonetico, nel passaggio all’italiano, salta. Si perde il suono. La cadenza inglese va a farsi benedire. Nel passaggio dall’inglese all’italiano, inoltre, le traduzioni gonfiano. C’è un effetto di lievitazione. La prima opera cui mi sono avvicinato è quella di Bufalino che traduce Baudelaire, con un mantenimento del sistema delle rime. Le rime saltano, nel passaggio dall’inglese all’italiano. Il bello è che il testo originale diventa un testo tuo, un testo italiano. Raccontiamo delle storie fin dalla nascita: e siamo degli animali traducenti. Il cervello traduce percezioni in immagini, i pensieri tradotti in parole. Siamo traduzioni viventi. Fa parte del nostro DNA». «Si ha una perdita del ritmo inglese nelle traduzioni di Shakespeare – ha risposto Jacob Blakesley, che ha sottoscritto tutto ciò che ha detto Santi –: un lettore che affronta  Shakespeare in traduzione a volte riesce a capire meglio Shakespeare. Traduciamo sempre». «In Modern and italian poets (2014) c’è anche una parte sull’attività di traduzione di Franco Buffoni – ha affermato Borio –: la traduzione, quindi, è anche un incontro di poetiche. Si pensi ai casi di uno scrittore che traduce un altro scrittore. Un incontro di poeti che diventa cruciale e che rompe i limiti tra il trasportare e il voler essere filologici. La parte emotiva e quella analitica si fondono nell’incontro fra le poetiche». Per Jacob la traduzione fatta da poeti è un incontro fra gli stessi poeti, in quanto ogni traduzione è un’interpretazione del testo. Ogni traduttore, inoltre, ha una sua poetica. Terrinoni sostiene che «le metafore in uso quando si parla del discorso traduttivo siano un po’ fuorvianti: tradurre non è altro che essere. Traduciamo quando veniamo al mondo. Traduciamo anche quando incontriamo l’altro. Quando moriamo siamo traslati, trasportati. La persona cambia quando è tradotta. Un trasporto che cambia la materia trasportata. I vari rivoli sono le diverse traduzioni». Ma qual è stato il monte Ventoso della traduzione, per questi tre traduttori? «In alcuni casi, quando mi cimentavo con <em>Finnegans wake</em> – ha risposto Terrinoni &#8211; ho tradotto il gioco di parole, più che l’essenza. Tutti i testi sono traducibili e tutti i testi possono essere tradotti. Tradurre è essere. Affiniamo una tecnica esistenziale. Si passano ore di fronte all’impossibilità del testo, alle parole inventate. Un esempio? ‘Shaddo’, che rimanda sia a ‘shadow’, ombra, che a un modo di parlare dublinese, che all’ebraico ‘Signore’. Bisognava combinare il divino, l’umbratilità umana secondo Giordano Bruno e un modo di parlare dublinese. La resa è sinonimo di arrendere, e di rendere: per tradurre l’intraducibile». Il traduttore, secondo Santi, dev’essere anche veloce. Nell’approcciarsi a testi complessi, in bilico. Ha solitamente un anno di tempo. Testi cui vorrebbe, invece, dedicare una vita. Santi ha tradotto <em>L’anima che fugge</em>, un libro di 1000 pagine. Un romanzo accostato a Proust. Scritto in un americano molto lirico e molto inventato. Un libro cui l’autore ha dedicato trent’anni. Santi avrebbe potuto e dovuto dedicare il resto della sua vita alla traduzione di questo libro. Alla fine, ci ha impiegato due anni di traduzione matta e disperatissima. Due anni a fronte di trenta. Chissà quante cose non ha capito, dice. La traduzione andava fatta, è un gesto vitale. Jacob ha tradotto Sanguineti in inglese e lo ha avvicinato al lettore angloamericano, traducendo le sue poesie in forme fisse. La traduzione, in ultima istanza, è un genere letterario? Sì, se come Montale, si sostiene che la traduzione di una poesia sia un modo di fare poesie. Le traduzioni sono opere a sé, secondo la visione di Santi. Terrinoni, invece, ha affermato di non sapere se si possa parlare di genere. La traduzione include tanti sottogeneri. C’è anche funzione del mediatore che si fonde con quella dell’ermeneuta. Traduzione: fonte di influenze letterarie? Casi di influenza fra ciò che traducono e ciò che scrivono gli scrittori-traduttori. Lo stile di questi autori è lo stesso della traduzione: scrivere è tradursi. Jacob è d’accordo con Terrinoni e sostiene che si possa vedere l’influenza della traduzione nella letteratura stessa e che si possa concepire la traduzione come sistema.</p>
<p>Un sistema, dunque. In cui e di cui si dà un’interpretazione. Come nei casi di Concessione di Caproni, di La vita… è ricordarsi di un risveglio, di C (Cascato è il cavo cielo) di Sanguineti e di Veglia di Ungaretti. Letti, vissuti e quindi tradotti dall’italiano all’inglese.</p>
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		<title>Alla maniera dell’autore</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 22:31:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris. Università per Stranieri di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>«(…) Trangugiò un ‘chéri’, perché quello era un tempo appartenuto a Jean Pierre, si stropicciò le orecchie, dove di solito poggiavano le conchiglie della cuffia, funzionavano automaticamente gli interruttori e avvenivano le commutazioni linguistiche. Era proprio uno strano meccanismo il suo, viveva senza un solo pensiero in testa, immersa nelle frasi degli altri che immediatamente ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/alla-maniera-dellautore/">Alla maniera dell’autore</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «(…) Trangugiò un ‘chéri’, perché quello era un tempo appartenuto a Jean Pierre, si stropicciò le orecchie, dove di solito poggiavano le conchiglie della cuffia, funzionavano automaticamente gli interruttori e avvenivano le commutazioni linguistiche. Era proprio uno strano meccanismo il suo, viveva senza un solo pensiero in testa, immersa nelle frasi degli altri che immediatamente doveva ripetere come una sonnambula, ma con suoni diversi: di ‘machen’ sapeva fare to make, faire, fare, hacer e delat’, era capace di girare ogni parola come su un rullo per ben sei volte, soltanto non doveva pensare che machen significava veramente machen, faire faire, fare fare, delat’ delat’, questo avrebbe reso la sua testa inservibile e lei doveva stare molto attenta a non venire un giorno travolta da quella valanga di parole». La traduzione, così come l’aveva concepita Ingeborg Bachmann, era (doveva essere), in quel caso, simultanea. Come il titolo del suo racconto, tradotto in italiano, per i tipi di Adelphi, nella raccolta ‘Tre sentieri per il lago e altri racconti’.</p>
<p>Sul ‘rullo’ della traduzione si colloca (anche) una qualche forma di ‘tradimento’ del testo di partenza? Tradurre è tradire? E ancora: come può essere definita una traduzione letteraria? Quale approccio assumere nell’atto del tradurre? Se, come affermava Mario Luzi, la traduzione è un fatto empirico, come si può, poi, ricavarne una teoria? Nei confronti di chi e di cosa può essere oggettivato il concetto di ‘fedeltà’? Verso l’autore, il testo, la lingua d’arrivo o nei confronti del pubblico dei lettori? Forse verso il testo. Ma (presumibilmente) per essere fedele al testo, il traduttore deve compiere tutte le infrazioni possibili. Nei confronti, appunto, del testo. Claudio Magris sostiene che, a tal proposito (a proposito, cioè, della dicotomia fedeltà-libertà) ‘nel tradurre la fedeltà debba essere libera’. Che cosa si intende per ‘empatia’? Vi è un qualche grado di immedesimazione? Si deve scrivere, respirare anche, alla maniera dell’autore? Cosa significa, in ultima istanza, ‘una buona traduzione’? Chi può definirsi ‘un bravo traduttore’?</p>
<p>Questo, il contenuto dei quesiti posti nel pomeriggio di giovedì 22 marzo, in una gremita aula magna di Palazzo Gallenga, dalla professoressa Snežana Milinkovič, titolare della cattedra di <em>Italianistica</em> all’Università di Belgrado, e traduttrice di ‘Danubio’ (‘Dunav’) e di altre opere di Claudio Magris tradotte in serbo, al noto scrittore, collaboratore del ‘Corriere della Sera’, e germanista, studioso della cultura della Mitteleuropa e autore, fra gli altri, di Microcosmi (1997, Premio Strega). Alla presenza del Magnifico Rettore dell’Università per Stranieri di Perugia, professor Giovanni Paciullo, della Direttrice del Dipartimento di <em>Scienze Umane e Sociali</em> e Coordinatrice del Dottorato di ricerca in <em>Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale</em> dello stesso Ateneo, professoressa Giovanna Zaganelli, del professor Enrico Terrinoni, presidente del corso di laura magistrale in <em>Traduzione e Interpretariato per l’Internazionalizzazione dell’Impresa</em> (TrIn) e traduttore, con Fabio Pedone, di Finnegans Wake di Joyce in italiano (che, a proposito di traduzione, ha affermato si tratti di un atto di ‘ri-creazione’, di traduzione creativa, in quanto il testo tradotto è un testo che ha subìto una trans-creazione culturale. Lo stesso Joyce, in fondo, affermava di non poter essere tradotto, ma solo reso poeticamente, mentre Borges, dal canto suo, era solito affermare che, leggendo i propri libri in traduzione, scopriva molte cose su di sé) e di un nutrito pubblico composto da docenti, dottorandi e studenti, che hanno partecipato all&#8217;incontro ‘sul tradurre’.</p>
<p>Il Rettore ha introdotto la conversazione ‘Sul tradurre’ e ha presentato la figura eclettica di Claudio Magris – membro dell’Accademia dei Lincei, è stato professore di Lingua e letteratura tedesca nelle Università di Trieste e Torino, ed è stato insignito del premio Kafka nel 2016, e autore di saggi e di narrativa, oltre che traduttore e autore di servizi giornalistici, difficilmente etichettabile e arginabile entro schemi fissisti – come «un protagonista della scena culturale internazionale, un intellettuale aperto e dialogante, che non ha affidato il proprio percorso solo ed esclusivamente alle pubblicazioni accademiche». «Sono emozionato – ha proseguito il Rettore – nel presentare una grande personalità della cultura internazionale, di cui ho ricercato e archiviato la saggistica e i servizi editati nel ‘Corriere della Sera’, per certi versi anticipatori del mondo che stiamo vivendo oggi».</p>
<p>«Nella mia vita – ha affermato Magris – il mio mestiere è stato quello di insegnare. Gli allievi costringono a moltiplicare l’uno per tanti, una moltitudine, che, in quanto tale, è sempre diversificata, come sempre differenti sono i lettori. Cui si indirizza un messaggio in codice, inserito in una bottiglia. La traduzione, a mio avviso, è una operazione creativa letteraria. Il traduttore è un po’ come un direttore d’orchestra. La creatività permea la traduzione, che è una forma di critica letteraria. Credo, infatti, sia difficile imbrogliare un traduttore. La traduzione è, sì, un fatto empirico: ci permette di entrare nell’officina creativa da cui ha tratto origine l’opera d’arte. Nel processo sotteso all’atto del tradurre, in cui conta tutta la storia esistenziale e culturale precedente. Vi è empiria, e non teoria. Si può parlare solo dopo la traduzione». Quanto alla polarizzazione dei concetti di ‘libertà’ e ‘fedeltà’, Magris ha dichiarato: «il traduttore trova la sua personalità attraverso il modo in cui riesce a far vivere quel testo, nella modalità in cui sa renderne la forza travolgente. Da parte mia, redigo sempre una lettera ai traduttori, in cui, oltre che a dare loro delle indicazioni (ad esempio, se cito una frase di Proust, cito anche l’opera di riferimento, per il traduttore), li esorto all’autonomia e alla libertà, perché credo fermamente che il mio lavoro sia il lavoro di tutti. Evito, infatti, un atteggiamento di stampo pedagogico. Sostengo che le difficoltà del testo debbano rimanere tali anche nella traduzione. Questo perché l’incontro con un libro è come un incontro fra due persone: ci si può anche non capire».</p>
<p>E quanto al ritmo nella traduzione? «A tal riguardo, penso sempre all’<span style="color: #000000;"><em><a style="color: #000000; text-decoration: underline;" href="https://fr.wikipedia.org/wiki/L%27%C3%89ducation_sentimentale">Éducation sentimentale</a></em> </span>di Flaubert, al respiro, alla musica, al ritmo che scende, trasformando il testo. In una traduzione che non contiene errori ci possono essere delle perdite irreparabili, date proprio da un’inesatta dialettica fra giudizio storico e musica dello stile. Ogni lingua ha la sua musica, e il ritmo è la cosa più importante. Credo sia molto rilevante il fatto di riconoscere il testo: se si traduce bene, l’autore dovrebbe riconoscere quel testo. C’è, poi, un discorso più complesso, che concerne le traduzioni transculturali, in cinese, ad esempio. I termini generali di riferimento vanno mantenuti o si deve trovare un corrispettivo? Il desiderio di ogni autore risiede nel fatto che un traduttore capisca l’esperienza magmatica di sentimento che sta dietro il processo di stesura del testo. Da parte mia, scrissi due pagine intere per esprimere cosa stesse dietro il mio ‘sentimento della sera’! (ride, n.d.r.). L’empatia, insomma, è nei confronti del testo. E del modo in cui viene raccontato ciò che viene raccontato. Più che con l’autore. È molto difficile trovare un bravo traduttore. Perché c’è sempre un grado di incomprensione, da parte dell’autore, rispetto ai propri testi. Anche se è vero che, qualche volta, il traduttore coglie in castagna l’autore, che, però, resta l’<em>auctoritas</em>. Nonostante vi sia, a volte, un senso di intraducibilità. Ma l’invito di Joyce è rischioso, alquanto, perché autorizza a tutto. Al non senso del comunicare».</p>
<p>«Bože moi! Che piedi freddi aveva, ma questa doveva finalmente essere Paestum, qui c’è il vecchio albergo, il nome, che strano, mi tornerà subito in mente, ce l’ho sulla punta della lingua, soltanto non le veniva in mente (…)». La Bachmann avrebbe dovuto passarlo sul suo ‘rullo’ linguistico. Ma forse non bastava. Ne sarebbe servito un altro. Transculturale.</p>
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