lunedì, 16 luglio 2018 Ultimo aggiornamento il 12 luglio 2018 alle ore 11:37

Un fotografo fallito, che scrive narrativa, e delle traduzioni viventi

Il 18 e il 23 aprile, nei locali di Umbrò, Giorgio Falco e Maria Borio hanno dialogato sull’‘Ipotesi di una sconfitta’ (Einaudi, 2017), mentre Jacob Blakesley, Flavio Santi ed Enrico Terrinoni hanno tenuto un seminario sulla traduzione.

 
Un fotografo fallito, che scrive narrativa, e delle traduzioni viventi
Perugia.  Un fotografo fallito che scrive narrativa. E delle traduzioni viventi. Che traducono dall’atto della nascita a quello della morte. Quando si hanno nuove forme di trasposizioni. Nel mezzo, il lavoro. O un certo modo di lavorare e di approcciarsi al lavoro. Che a volte finisce nel momento esatto in cui si registra la fine di una esistenza. In entrambi i casi, si interpreta. Si scattano istantanee. E si approda ad un testo altro. Fatto di scarti, anfratti.

Nell’alveo del progetto ‘Umbrò Cultura’, il 18 e il 23 aprile, nei locali di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, a Perugia, Giorgio Falco e Maria Borio hanno dialogato sul binomio scrittori e lavoro e sull’Ipotesi di una sconfitta (Einaudi, 2017), mentre Jacob Blakesley, Flavio Santi ed Enrico Terrinoni hanno tenuto un seminario sulla traduzione, ruotando il prisma del discorso traduttivo verso la narrativa, la poesia e la saggistica.

Come la narrativa si approccia con tematiche cruciali del contemporaneo, come quella, di un’attualità stringente, del lavoro? Nel corso dell’incontro con Giorgio Falco, il 18 aprile scorso, (Giorgio Falco ha esordito con Pausa caffè (Sironi, 2004). Per Einaudi ha pubblicato L’ubicazione del bene (2009), La gemella H (2014, finalista al Campiello e vincitore dei premi SuperMondello, Volponi e Lo Straniero) e Ipotesi di una sconfitta (2017)), Maria Borio ha individuato due nuclei forti, nell’ultima fatica letteraria dello scrittore, nuclei che restituiscono le coordinate di superficie dell’opera: la focalizzazione sul sistema culturale italiano degli ultimi trent’anni, sulla base di una storicizzazione che è scevra di condizionamenti ideologici, ed una reazione della figura dello scrittore con il mondo del lavoro. Un dialogo, questo, costante, fra fondo e superficie: il brusio quotidiano diventa, da fondo, la superficie che ci ingloba tutti. Delineando un orizzonte, appunto, di superficie. «Ho indagato – è stato il commento di Falco – il tema ed il potere della superficie. Agli inizi degli anni Zero lavoravo per una multinazionale della telefonia. Durante le assemblee, intonavamo più jingles che non canti di lotta. L’aspetto ludico del nostro vivere quotidiano pare aver preso il sopravvento, anche a livello lavorativo. Il lavoro è stato ridotto a grande gioco. Tanto vale, allora, ridurlo a scommessa di gioco. All’interno di Ipotesi di una sconfitta (se avessi avuto la forza di scrivere questo libro trent’anni fa, avrei dovuto titolarlo Verifica di una sconfitta, condotta in tempo reale. Se non fosse stato che la rielaborazione si è protratta fino ad oggi), attuo una verifica di ciò che ho selezionato, ovvero dei fatti della mia esistenza legati al lavoro. Tutto, filtrato dagli strumenti della narrativa. Con cui ho scelto di affrescare l’Italia degli ultimi decenni. Pregnante, il confronto con mio padre, che è stato autista di un’azienda tramviaria di Milano. Ricordo ancora, e ne ho scritto, l’accensione del suo autobus nel 1956. Tale accensione aziona anche il meccanismo del romanzo. La morte di mio padre ha coinciso con la dismissione del suo lavoro, delle linee tramviarie. In questo caso, la morte di un uomo si è sovrapposta alla fine del suo lavoro. Da parte mia, annotavo sul mio taccuino. Poi selezionavo. Sulla base del principio secondo il quale una scelta implica sempre un’esclusione, una perdita. Il racconto della fine del lavoro di mio padre è stato come dire ‘addio’ al suo secolo, il Novecento. Il secondo capitolo, infatti, inizia con me liceale, diciassettenne». Maria Borio ha affermato che si tratta di una narrativa che si colloca nel post-Novecento. Di una narrativa che dialoga con la storia dell’Italia. E che indaga il tema del lavoro: una quarta di copertina che riporta la parola ‘lavoro’, in Italia, non è del tutto usuale! Il tema del lavoro è stato irrobustito, negli anni Sessanta e Settanta con una forte ideologia. Oggi le ideologie si sono sgretolate. C’è una disgregazione della dignità del lavoro. Che involve l’aspetto generazionale. Che cos’è il lavoro per Falco? Cosa il realismo? «Concordo col Walter Siti: ‘il realismo è l’anti-abitudine’. Ho avuto modo di confrontarmi con tante fantascienze dell’oggi pomeriggio: in una clinica di medicina del lavoro di Milano, ho conosciuto pazienti che avevano subìto interventi agli occhi. Ecco, quelle fantascienze erano date dalla benda che avevano sull’occhio. C’è bisogno di una piccola distorsione dell’esistente per creare l’anomalo. Sono un fotografo fallito che scrive narrativa. Fotografo, e la scrivo dal basso. Il triciclo diveniva un monumento in Eggleston, dal punto di vista di un insetto. Un monumento all’infantilizzazione. Partendo da un dato reale, allargo, poi, lo sguardo. Un esempio è stato dato dalle bende. Così, mi sembra di vivere nei libri che avrei voluto scrivere. Siamo inchiodati al presente della pagina, quando leggiamo. Le sospensioni, gli ingranaggi meccanici degli autobus, ad esempio, rappresentano un dato banale. Poi c’è lo scarto dell’arte. Ho scritto che ‘l’Italia è il mio guinzaglio’. Ciò ha un significato simbolico: la mia ossessione per brevi tragitti. Ma c’è anche un significato denotativo: dopo gli anni Sessanta, ho rischiato di essere investito da un autobus. Mia madre comprò un guinzaglio e me lo mise a 2/3 anni. Paradossalmente, ero più libero rispetto a quando non l’avevo. Questo perché chi detiene il potere, lascia più autonomia. Da parte mia, avevo l’autonomia di un metro. Dentro i luoghi è inciso il potere politico, finanziario, economico. Lo sguardo è abituato, assuefatto». C’è una liquefazione dei luoghi di lavoro, è stato il commento di Maria Borio, liquefazione in cui entra lo sguardo dell’artista. Straniato, ma non come condizione preesistente. «Sono andato a ritroso di molti decenni. Mi reputo uno scrittore politico e non civile. Ciò che ho scritto mi ha dato dei problemi: sono stato recluso in uno sgabuzzino di 5 metri quadri per 18 mesi, perché mi sono rifiutato di fare delle cose in un’azienda. Lo scrittore che narra l’industria è uno scrittore che diventa un corpo estraneo. Come si fa a descrivere l’industria? Bevo gli stessi cocktail dell’oligarchia aziendale. I colleghi dicono: ‘ma se sei qui, sei un ciarlatano, non sei un artista’. Fare l’arte con l’industria è difficile. Vivevo nell’apprendistato in incognita, ché questa è la condizione dell’artista. Deve imparare ogni volta. Forme di apprendimento laterale. Essere uno scrittore significa essere il refuso di un altro, ovvero non riconoscersi. Si pensi agli insetti di Kafka. In questo libro – ha proseguito – vi è anche la presenza del comico. Una volta proposi di aprire un’agenzia per organizzare eventi deprimenti per l’élite. Sotto forma di perfomance a pacchetto. Ovvero di gettare un nuovo sguardo su cose che facciamo superficialmente, sul già visto, l’irripetibile. Tutto questo diventa anche comico, anche divertente». «Si tratta di un romanzo – ha concluso Borio – con corpo e muscoli. C’è un processo di smaterializzazione e scomparsa dal punto di vista stilistico. Però la struttura è solida, mentre nel linguaggio c’è il movimento della smaterializzazione (esempio, nomi che si trasformano in soprannomi), e c’è il linguaggio burocratico, descritto in modo estrinseco (accozzaglia di espressioni incomprensibili), ma lucido. Non si ha decostruzione della lingua». «Mio padre quando guidava gli autobus aveva una divisa – è stata la risposta di Falco –. A casa non portava il linguaggio del lavoro. La lingua è la propria divisa. Il sottofondo compone nel profondo (anche il ticchettio della tastiera del pc lo diventa). Tutt’altro, dunque, che superficie».

‘Lingua contro lingua. Sulla traduzione’ è stato, invece, il titolo scelto per il seminario di lunedì 23 aprile, con Jacob Blakesley (co-direttore del Leeds Centre for Dante Studies e docente a contratto alla Sapienza, dove sta tenendo un corso sulla traduzione. Autore, fra gli altri, di Modern Italian Poets: Translators of the Impossible (University of Toronto Press, 2014), Flavio Santi (Poeta e traduttore, ha tradotto autori classici (tra cui Herman Melville, Francis Scott Fitzgerald) e contemporanei (Wilbur Smith, Ian Fleming e altri). Insegna all’Università dell’Insubria di Como-Varese. Ha scritto di vampiri, precari, supereroi, ma soprattutto del Friuli, raccontandolo nelle raccolte di poesia Rimis te sachete/Poesie in tasca (Marsilio, 2001), Asêt/Aceto (La barca di Babele, 2003), nel memoir on the road Il tai e l’arte di girovagare in motocicletta (Laterza, 2011) e in alcuni reportage televisivi) ed Enrico Terrinoni (presidente del corso di laura magistrale in Traduzione e Interpretariato per l’Internazionalizzazione dell’Impresa (TrIn) dell’Università per Stranieri di Perugia e traduttore, con Fabio Pedone, di Finnegans Wake di Joyce in italiano  Università per Stranieri di Perugia). Un incontro sulla traduzione. Un dialogo che ha fuso tre prospettive sulla traduttologia, mediante il confronto fra un traduttore di poesia, uno di narrativa e uno di saggistica potessero. Partendo dalla riproduzione di un’opera d’arte, usata nella locandina dell’incontro: Portraits and dreams (1981-2011): un esempio di arte astratta, concreta e di utilizzo del linguaggio. Un’immagine metaforica atta a descrivere i passaggi che ci sono in un lavoro di traduzione. «La traduzione perfetta – ha esordito Flavio Santi – non esiste. Bisogna confrontarsi con il testo originale, cristallizzato. Io traduco dall’inglese: l’impianto fonetico, nel passaggio all’italiano, salta. Si perde il suono. La cadenza inglese va a farsi benedire. Nel passaggio dall’inglese all’italiano, inoltre, le traduzioni gonfiano. C’è un effetto di lievitazione. La prima opera cui mi sono avvicinato è quella di Bufalino che traduce Baudelaire, con un mantenimento del sistema delle rime. Le rime saltano, nel passaggio dall’inglese all’italiano. Il bello è che il testo originale diventa un testo tuo, un testo italiano. Raccontiamo delle storie fin dalla nascita: e siamo degli animali traducenti. Il cervello traduce percezioni in immagini, i pensieri tradotti in parole. Siamo traduzioni viventi. Fa parte del nostro DNA». «Si ha una perdita del ritmo inglese nelle traduzioni di Shakespeare – ha risposto Jacob Blakesley, che ha sottoscritto tutto ciò che ha detto Santi –: un lettore che affronta  Shakespeare in traduzione a volte riesce a capire meglio Shakespeare. Traduciamo sempre». «In Modern and italian poets (2014) c’è anche una parte sull’attività di traduzione di Franco Buffoni – ha affermato Borio –: la traduzione, quindi, è anche un incontro di poetiche. Si pensi ai casi di uno scrittore che traduce un altro scrittore. Un incontro di poeti che diventa cruciale e che rompe i limiti tra il trasportare e il voler essere filologici. La parte emotiva e quella analitica si fondono nell’incontro fra le poetiche». Per Jacob la traduzione fatta da poeti è un incontro fra gli stessi poeti, in quanto ogni traduzione è un’interpretazione del testo. Ogni traduttore, inoltre, ha una sua poetica. Terrinoni sostiene che «le metafore in uso quando si parla del discorso traduttivo siano un po’ fuorvianti: tradurre non è altro che essere. Traduciamo quando veniamo al mondo. Traduciamo anche quando incontriamo l’altro. Quando moriamo siamo traslati, trasportati. La persona cambia quando è tradotta. Un trasporto che cambia la materia trasportata. I vari rivoli sono le diverse traduzioni». Ma qual è stato il monte Ventoso della traduzione, per questi tre traduttori? «In alcuni casi, quando mi cimentavo con Finnegans wake – ha risposto Terrinoni – ho tradotto il gioco di parole, più che l’essenza. Tutti i testi sono traducibili e tutti i testi possono essere tradotti. Tradurre è essere. Affiniamo una tecnica esistenziale. Si passano ore di fronte all’impossibilità del testo, alle parole inventate. Un esempio? ‘Shaddo’, che rimanda sia a ‘shadow’, ombra, che a un modo di parlare dublinese, che all’ebraico ‘Signore’. Bisognava combinare il divino, l’umbratilità umana secondo Giordano Bruno e un modo di parlare dublinese. La resa è sinonimo di arrendere, e di rendere: per tradurre l’intraducibile». Il traduttore, secondo Santi, dev’essere anche veloce. Nell’approcciarsi a testi complessi, in bilico. Ha solitamente un anno di tempo. Testi cui vorrebbe, invece, dedicare una vita. Santi ha tradotto L’anima che fugge, un libro di 1000 pagine. Un romanzo accostato a Proust. Scritto in un americano molto lirico e molto inventato. Un libro cui l’autore ha dedicato trent’anni. Santi avrebbe potuto e dovuto dedicare il resto della sua vita alla traduzione di questo libro. Alla fine, ci ha impiegato due anni di traduzione matta e disperatissima. Due anni a fronte di trenta. Chissà quante cose non ha capito, dice. La traduzione andava fatta, è un gesto vitale. Jacob ha tradotto Sanguineti in inglese e lo ha avvicinato al lettore angloamericano, traducendo le sue poesie in forme fisse. La traduzione, in ultima istanza, è un genere letterario? Sì, se come Montale, si sostiene che la traduzione di una poesia sia un modo di fare poesie. Le traduzioni sono opere a sé, secondo la visione di Santi. Terrinoni, invece, ha affermato di non sapere se si possa parlare di genere. La traduzione include tanti sottogeneri. C’è anche funzione del mediatore che si fonde con quella dell’ermeneuta. Traduzione: fonte di influenze letterarie? Casi di influenza fra ciò che traducono e ciò che scrivono gli scrittori-traduttori. Lo stile di questi autori è lo stesso della traduzione: scrivere è tradursi. Jacob è d’accordo con Terrinoni e sostiene che si possa vedere l’influenza della traduzione nella letteratura stessa e che si possa concepire la traduzione come sistema.

Un sistema, dunque. In cui e di cui si dà un’interpretazione. Come nei casi di Concessione di Caproni, di La vita… è ricordarsi di un risveglio, di C (Cascato è il cavo cielo) di Sanguineti e di Veglia di Ungaretti. Letti, vissuti e quindi tradotti dall’italiano all’inglese.

 

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