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	<title>Perugia Online &#187; Umbria poesia</title>
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		<title>Ricerca e media, uno spazio di sinergia (anche) umano</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2018 18:29:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Quando nel linguaggio comune ci riferiamo all’arte, possiamo intenderci abbastanza bene in relazione ai nostri scopi comunicativi, ma ci avvaliamo pur sempre di nozioni fortemente circolari. Non essendo identificabile in base a criteri logici o materiali, la nozione di arte dipende infatti esemplarmente da una precomprensione del senso di ciò che diciamo. Solo se si aspira a una definizione vera e propria, però, ci si trova a muoversi in un circolo vizioso (…). Non pare sufficiente, tuttavia, riconoscere un circolo per eliminare ogni difficoltà teorica (come quando si dice che l’unica definizione accettabile di arte sarebbe la seguente: ‘L’arte è tutto ciò che gli uomini chiamano arte’ D. Formaggio, <em>Arte</em>, 1973; intuizione apparentemente banale, elaborando la quale si può arrivare però a una complessa teoria istituzionale dell’arte). È necessario, piuttosto, indagare, senza poter uscire veramente dal circolo, le condizioni non circolari che lo impongono, e che, se si rivelano solo esemplarmente in quel che chiamiamo ‘arte’, non possono essere esclusive, escogitate ad hoc, ma devono condizionare necessariamente qualsiasi altra esperienza (…)». È quanto si legge s.v. ‘Definizione dell’arte’, a cura di S. Velotti, nel <em>Dizionario di estetica</em> di G. Carchia e P. D’Angelo (Laterza, 2005).</p>
<p>Intellettuale ostinatamente arroccato sulla torre d’avorio. O mescolato alla massa. Un circolo, appunto, vizioso.  Che inquadra, però, un tema tutt’altro che desueto. La società moderna è fluida, in costante divenire. E si è sviluppato, in Internet, un dibattito sulla fluidità della circolazione di idee, anche per quanto pertiene all’arte, all’estetica, alla cultura tutta. I topics culturali, al di là dei circoli stagnanti e dei tentativi di definizione terminologica e di nomenclatura, si nutrono di tale dibattito, pur rischiando di rimanere irretiti in un terreno farraginoso dato dall’assenza di figure di mediatori e di interpreti. A rischio fake-news. Si vive, oggi, un disagio dal punto di vista culturale, scaturito dall’allargamento della forbice fra cultura di nicchia e cultura estremamente semplificata. La cultura d’élite e quella popolare sono a rischio collisione. Invece, come è solito ripetere Mogol, la seconda nutre (dovrebbe nutrire) la prima.</p>
<p>Obiettivo principe di ‘Umbrò Cultura’ è proprio questo: creare uno spazio di sinergia fra ricerca e media, intessendo una rete di relazioni prima di tutto umane e basate sul dialogo costante, e proficuo, riabilitando, da un lato, le figure di interpreti e di mediatori culturali che sappiano porsi fra cultura e società e che siano in grado di comunicare e raccontare il prisma dell’arte nelle sue sfaccettature (dalla poesia alla narrativa, dalla storia alla scienza, passando per le arti visive e la musica), e facendo leva su un nuovo e differente concetto di politica culturale in grado di superare la spaccatura fra cultura ‘alta’ e cultura semplificata. Secondo un nuovo modo di approcciarsi all’autore. Presente, in carne ed ossa. E non solo dietro la penna dei suoi scritti.</p>
<p>Il 16 marzo, alle 11.30, nella libreria di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, a Perugia, Maria Borio, ideatrice del progetto, insieme a Raffaello Palumbo Mosca e ai giovani del comitato di redazione (che rappresentano diverse generazioni di studenti e studiosi), ha delineato, in occasione della conferenza stampa di presentazione, le linee programmatiche e il calendario delle iniziative di ‘Umbrò Cultura’ (questo, il sito, aggiornato in tempo reale: <a href="http://www.umbrocultura.com/">http://www.umbrocultura.com/</a>; social: Facebook, Instagram, Twitter, Youtube). Un progetto, questo, che, originatosi da una costola di ‘Umbria Poesia’, concept ideato, a sua volta, nel 2016, intende proporre ogni forma di attività – dai seminari alle attività didattiche, dalla presentazione di libri alle esposizioni, a vere e proprie fasi laboratoriali –, al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale. Gli argomenti prescelti sono legati a temi cruciali del contemporaneo, e, se da un lato si nutrono della fluida diffusione di idee e categorie innescata dal dibattito sviluppato su Internet a partire dagli anni Duemila, dall’altro, intendono creare uno spazio di sinergia fra ricerca e media, intessendo una rete di relazioni, prima di tutto umane, in grado di contrastare la fugacità di opinione e la labilità della funzione del lavoro culturale. L’obiettivo principale degli incontri, discussi a livello collegiale da un comitato scientifico – composto da Franco Buffoni, Maria Borio, Barbara Carnevali, Milo De Angelis, Elvira Di Bona, Stefano Ercolino, Chiara Fenoglio, Umberto Fiori, Stefano Giovannuzzi, Guido Mazzoni, Raffaello Palumbo Mosca, Laura Pugno, Antonio Riccardi, Andrea Tarabbia, Italo Testa, Giorgio Vasta e Gian Mario Villalta – e supportati da un comitato di redazione – formato da Andrea Bruni, Andrea Carlini, Fabio Castellani, Erinda Islami, Costanza Lindi, Luca Padalino, Martina Pazzi, Maristella Petti, Filippo Andrea Rossi, Dinda Treppaoli ed Elena Zuccaccia – è quello di gettare le fondamenta per uno spazio umano fare cultura oggi. Uno spazio che offra, in ultima istanza, una sinergia fra diffusione culturale e media. Il progetto è stato inaugurato, il 5 e il 6 dicembre, ed il 9 dicembre dello scorso anno, rispettivamente, con le due giornate di studio dedicate a Sandro Penna, con cui l’Università degli Studi, in collaborazione con l’Università per Stranieri di Perugia e Umbrò (nei cui locali il 5 dicembre il poeta perugino è stato omaggiato con le letture poetiche di Franco Buffoni, Umberto Fiori, Elio Pecora e Gabriella Sica e con la proiezione del filmato ‘Sandro Penna. Croce e delizia’, per la regia di Gianni Barcelloni) ha omaggiato ‘il viandante poetico aduggiato dall’ombra’ (‘Sandro Penna (1906-1977), quarant’anni dopo’), e con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini, i personaggi dell’autrice de ‘La lunga storia di Marianna Ucrìa’ e nuovi modi di fare e pensare la politica, oggi. Il 13 febbraio 2018, invece, Antonio Moresco ha dialogato con Raffaello Palumbo Mosca in merito al suo libro ‘Fiabe da Antonio Moresco’ e agli emblematici personaggi fiabeschi. Questo, il calendario degli eventi in cartellone per l’anno corrente, che prevede anche un coinvolgimento delle scuole (Liceo ‘A. Pieralli’ di Perugia): il 23 marzo sarà ‘ospite’ ‘La poesia’ di Mario Benedetti, mentre, il 28 marzo, sarà la volta di Giorgio Vasta, con ‘Dieci materiali per un bastone’. Il 18 aprile, Giorgio Falco parlerà di ‘Ipotesi di una sconfitta. Scrittori e lavoro’. Il seminario del 5 giugno, infine, sarà dedicato ad ‘Alcuni poeti (di) oggi’. Intanto, il 17 marzo, alle 17, si terrà il primo dei tre seminari dedicati alla scienza, a cura di Marco Mandarini: ‘La scienza al servizio dell’uomo’ (gli altri due si terranno, rispettivamente, il 7 ed il 14 aprile e saranno dedicati alla politica e all’economia nella società tecnologica, ed alla ridefinizione della storia antropologica dell’uomo).</p>
<p>La definizione di ‘cultura’ e di arte, insomma, forse consiste proprio nell’assenza di definizioni. In fondo, come scrive Velotti, esse esirebbero «esemplarmente la condizione stessa del costituirsi di una famiglia, come formazione più originaria di quella, definitoria, di classe».</p>
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		<title>‘L’epopea del treno’, e l’ottobre della rivoluzione del 1917</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Nov 2017 23:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Centenario]]></category>
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		<category><![CDATA[Rivoluzione d'ottobre]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Il 3 aprile 1917, dopo anni di esilio, Vladimir Il’ič Ul’janov, noto tra i rivoluzionari come Lenin, parte da Zurigo per far ritorno in Russia. Ad accoglierlo alla stazione Finlandia di Pietrogrado un’enorme folla festante. Dopo un lungo ed estenuante viaggio attraverso la Germania, la Svezia e la Lapponia, Lenin non appare affatto stanco. Attende questo momento da anni e a giudicare dal tripudio di bandiere rosse e manifesti che ricoprono le vie intorno alla stazione il suo arrivo è celebrato come quello di un messia. Nell’Europa sfiancata dalla Grande guerra, la Triplice alleanza e la Triplice intesa si fronteggiano ormai da anni e il conflitto sembra trascinarsi senza una fine. Gli uomini al fronte sono esausti e i governi ossessionati dalla ricerca di nuovi armamenti, nuove strategie, nuove alleanze. Spezzare le coalizioni è diventato un obiettivo primario e la contropropaganda nei paesi nemici l’arma principale. Nella Germania del Kaiser Guglielmo II, un gruppo di funzionari ha un’idea brillante: perché non alimentare il caos che domina in Russia favorendo il ritorno di Lenin e dei suoi compagni? Mentre il treno piombato messo a disposizione dai tedeschi taglia da sud a nord l’Europa dilaniata dalla guerra, le grandi potenze occidentali danno il via alle loro macchinazioni: agenti segreti, loschi affaristi, militari ribelli e idealisti appassionati, cominciano a vorticare intorno all’impassibile leader bolscevico». Ci sono un treno piombato, in ‘Lenin sul treno’ di Catherine Merridale, editato quest’anno, per i tipi di Utet, (quest’anno, in cui ricorre il centenario della Rivoluzione d’ottobre), un treno piombato, una nuova Itaca, non petrosa, ma rossa di bandiere, di manifesti, e di speranza, corroborata di stanchezza. E poi c’è un Lenin che scrive. In treno. Non un capo del popolo, dunque, ma uno studioso, dedito alla stesura di testi storici e sociologico-economici, alla teoria dell’imperalismo. Quando arriva in Russia, tiene comizi, arringa la folla, dando ai contadini russi le parole-cose che vogliono sentirsi dire, dare, per esigenze di sopravvivenza: ‘Pane, pace, terra’. E, nell’agosto del 1917, dopo un nuovo mandato di cattura che lo costringe a rifugiarsi in Finlandia, scrive ancora. ‘Stato e rivoluzione’. Un libro che rimane interrotto. Al capitolo V. Perché, come lo stesso Vladimir Il’ič Ul’janov afferma: ‘è più utile e dilettevole farla, una rivoluzione, che scriverne’.</p>
<p>Del treno di Lenin, delle officine Putilov, dove, nel febbraio del 1917, lavoravano oltre 36mila operai (operai che, a causa della carenza di materie prime e della conseguente sospensione della produzione, sollevarono le prime agitazioni, fino alla manifestazione di massa a Pietrogrado, alla caduta dello zarismo e al consolidamento della presenza, nella fabbrica, del partito bolscevico, il cui governo fu dai lavoratori sostenuto dopo la Rivoluzione d’ottobre), dell’assalto al Palazzo d’Inverno, quale momento culminante della Rivoluzione russa (quando i bolscevichi deposero non lo zar, ma un governo provvisorio composto dai leader rivoluzionari più liberali e moderati, giungendo alla creazione dell’Unione Sovietica, assaltando, appunto, la sede ufficiale di quel governo. Assalto, avvenuto nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1917, e cioè nella notte fra il 23 e il 25 ottobre secondo il calendario Giuliano in uso, allora, in Russia), e dei ‘Soviet’, assemblee di soldati e operai in cui si distinsero i partiti della sinistra più radicale (socialisti rivoluzionari, menscevichi e bolscevichi), hanno dialogato, in occasione dell’incontro novembrino di Umbria Poesia, nei locali di Umbrò, a Perugia, gli slavisti, o meglio, i russisti Francesca Tuscano, Angelo D’Orsi, Francesco Randazzo e Alessandro Niero, introdotti da Maria Borio. Lo hanno fatto, da due prospettive, tra loro intersecabili, e, di fatto, intersecate: storica e politica, e letteraria e poetica. Incentrati, questi due punti di vista, su uno degli eventi più importanti della storia del Novecento. Non solo per la Russia. Com’è stato recepito, questo accadimento così ricco di implicazioni, dall’‘intelligenzia’ russa? È il quesito che si è posta Francesca Tuscano, russista e italianista, che, nel settore di Italianistica e Letterature comparate ha pubblicato, fra gli altri, <em>L’emigrazione russa a Roma dopo la rivoluzione del 1917 e la sua influenza nella cultura italiana. Un esempio: Corrado Alvaro, Tat’jana Tolstaja e Tat’jana Pavlova</em> (in «Hebenon», anno XIII, 4a serie nn.1-2 aprile-novembre 2008).</p>
<p>Angelo D’Orsi, storico e studioso del pensiero politico (docente di Storia delle dottrine politiche nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Si è occupato di militarismo e pacifismo, nazionalismo e fascismo. Nel 2011, ha pubblicato, fra gli altri, <em>L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia</em> (Mondadori). È ideatore del FestivalStoria, e uno dei massimi esperti di Antonio Gramsci: ha ideato e dirige la Bibliografia gramsciana ragionata, collabora con l’Istituto Gramsci e con l’International Gramsci Society. Nel 2009 ha fondato «Historia Magistra», rivista di storia critica), ha definito il 1917 «l’anno cruciale, l’inizio dell’inizio. Una data che ha prodotto effetti fondamentali, delle conseguenze di lungo periodo. Tre sono i fattori – ha dichiarato D’Orsi – che si intessono nella Rivoluzione d’ottobre: il contesto, l’individuo, e il caso. Il contesto, quindi, dato dalla renitenza e dalla diserzione dei soldati, dal loro tentativo di abbandonare tutto, di auto-mutilarsi. Un contesto intriso di stanchezza, carestia, fame, difficoltà di sopravvivenza, che condussero a insurrezioni e rivolte militari, caratterizzate da spontaneità. In fondo, la rivoluzione non è altro che la rottura di una catena di comando. Eppure la ‘rivolta del pane’ di Torino dell’agosto del 1917 è definita, appunto ‘rivolta’. E non ‘rivoluzione’. Eppure, ancora, anche in quel caso vi erano stanchezza e spontaneità di insurrezione. Si chiedeva pane. E invece si trovarono dei proiettili. In Russia, nell’ottobre dello stesso anno, accade una cosa analoga. E viene chiamata ‘rivoluzione’. C’era anche qui un senso di stanchezza diffusa. Un generale disprezzo per lo Zar e per la Zarina, su cui gravavano sospetti di spionaggio. Il secondo fattore interessa l’individuo. In questo caso il Lenin studioso e rivoluzionario. I bolscevichi lo trattano da anarchico. Ma è un paradosso – ha commentato D’Orsi –: Lenin, infatti, interpretava questa come una fase provvisoria, cui ne sarebbe succeduta un’altra. Ma la necessità era la stessa: la sopravvivenza. Sapeva, però, che la conquista del potere, attraverso la rivoluzione, potesse essere anche semplice. La sua gestione, no. Bisognava spezzare la macchina dello Stato borghese».</p>
<p>Francesco Randazzo, ricercatore presso l’Università degli Studi di Perugia e docente di Storia dell’Europa Orientale del Dipartimento di Scienze Politiche dello stesso Ateneo (dirige la collana «I luoghi e la Storia» per la casa editrice Loffredo di Napoli, ed è collaboratore della rivista «RussiaOggi», organo di Rossiyskaya Gazeta, giornale ufficiale del governo russo, in uscita in Finanza&amp;Futuro, supplemento mensile del quotidiano ‘La Repubblica’. Fra le monografie, <em>Russia. Momenti di storia nazionale XIX-XX secolo</em> (Edizioni Nuova Cultura, 2012)), ha aggiunto che la Rivoluzione russa, che ora si ricorda e non si ‘celebra’, ha rappresentato un accadimento storico ‘dirompente’. Ma si è trattato di una rivoluzione o di un colpo di Stato? Eppure, la città quasi non si accorse della rivoluzione: «alcuni testimoni – ha affermato Randazzo – ricordano che la vita scorreva normalmente, nonostante l’assalto al Palazzo d’Inverno, in quei giorni che, di fatto, sconvolsero il mondo, e che condussero ad un governo provvisorio da parte dei bolscevichi, e alla ‘sovietizzazione’. La rivoluzione ebbe delle conseguenze a livello internazionale: ad esempio, si pensi alla denuncia, quale primo atto della diplomazia sovietica, dei trattati segreti del governo zarista, come del trattato di Londra. A Versailles, questo trattato non fu più ritenuto valido: questo ebbe delle ricadute anche sulla storia italiana, e sulla nascita del Fascismo. Non lo causò, ma implicò, appunto, delle conseguenze. La rivoluzione, inoltre, schiaccia tutti: i generali bianchi vengono lasciati da soli. A differenza che nella rivoluzione francese, in cui i deboli schiacciano i potenti, la Rivoluzione d’ottobre volle rappresentare una tabula rasa, sconvolgendo l’ordine delle cose: ‘siamo tutti uguali’. L’imprimatur della matrice comunista e marxista è evidente. La formula del ‘pane e pace’ di Lenin sancisce che qualsiasi popolo può ottenere l’indipendenza, l’auto-determinazione. La rivoluzione russa è una rivoluzione che parte da lontano (cominciata già nell’Ottocento, con la sensibilizzazione del popolo) e che arriva, ad ottobre del 1917, ‘stanca’. I contadini, d’altronde, reclamavano la propria fiducia nello Zar. La questione del proletariato fu portata avanti da Lenin e dai bolscevichi: fu, dunque, una rivoluzione inizialmente elitaria, che fu in grado, successivamente, di coinvolgere la massa».</p>
<p>Una rivoluzione complessa. Di cui il 1917 fu solo il momento finale, l’epilogo. Un motivo di riflessione per l’‘intelligenzia’ russa, per gli intellettuali, e non per i contadini semianalfabeti. Del piano letterario della rivoluzione, hanno parlato Francesca Tuscano ed Alessandro Niero, professore associato presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna – settore scientifico Slavistica (curatore della sezione «Russia Poetica» nella collana «Passigli Poesia» (fondata da Mario Luzi) dell’omonimo editore e membro della giuria del Premio LILEC per la Traduzione Poetica, da lui stesso ideato assieme a Davide Rondoni e Giovanni Gentile Marchetti e del Premio Bella Achmadulina per la poesia russa e italiana. Vincitore, a Mosca, nel 2012, del Premio «Čitaj Rossiju / Read Russia» per la traduzione, sezione poesia, per il volume <em>DMITRIJ PRIGOV, Trentatré testi</em>, a cura e con saggio conclusivo di Alessandro Niero, Terra Ferma, Crocetta del Montello (Treviso) 2011). Dà un’anticipazione del progetto da lui portato a compimento nel prossimo numero di «Nuovi Argomenti» (21 novembre prossimo), Niero, che si è chiesto come la rivoluzione russa sia stata recepita dalle generazioni di intellettuali successive (di molto) al 1917, magari proprio per quegli intellettuali che ‘scrivono per il cassetto della scrivania’, secondo un modo di dire russo. Esponenti della cosiddetta ‘II cultura’, della letteratura non ufficiale. Niero ha sottoposto a tre poeti russi, uno degli anni Quaranta, uno degli anni Settanta ed uno degli anni Ottanta, un questionario per chiedere loro come ‘vedessero’ la Rivoluzione d’ottobre. Ne è emersa una lettura critica tutt’altro che unitaria del fenomeno: nel primo caso, la si vede come una cesura netta, nel secondo caso come una cesura meno netta, nel terzo, come un evento che ‘non cambiò nulla, eppure cambiò tutto, tanto che la poesia continuò a percorrere la propria via del grano’. La poesia sa essere un filo di continuità che cavalca la storia? Oppure la sincronia (improbabile) fra rivoluzione politica e rivoluzione in arte (il riferimento è a Majakovskij) costituisce ‘un grande equivoco’? «Si pensa di poter ribattezzare il mondo – ha proseguito Niero -, di poter tornare ad uso stato adamitico, ad una fase aurorale del nostro dire. Ma qualche rimasuglio di peso iconico resta. Perché è impossibile sfuggire all’ancoraggio di senso».</p>
<p>E questo momento di rottura dell’uso della lingua poetica si è evinto dalle letture di Francesca Tuscano e di Alessandro Niero, quando i poeti dichiarano di esser diventati loro stessi delle ‘fabbriche’, quando fanno visita alla salma di Lenin, quando dicono alla statua della libertà che non vogliono lei, ma ‘un’altra’, quando le pastoie che incatenano la società vengono infrante, quando il talento viene concepito, in antitesi con il modus vivendi del borghese, ancorato alla terra, come un qualcosa di ‘nomade, e alato’. Quando la censura non c’è più. Nonostante esistano ancora le guerre, il potere, l’esercito. E, quindi, le disuguaglianze. E quegli uomini (anche quelli restano), che hanno creduto nella rivoluzione. In quella rivoluzione ‘che avrebbe dovuto rifare l’uomo dalle budella’.</p>
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		<title>Le radici della poetica dialettale</title>
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		<pubDate>Tue, 16 May 2017 21:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Mirabassi]]></category>
		<category><![CDATA[Luciano Cecchinel]]></category>
		<category><![CDATA[poesia e dialetto]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Mastropirro]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ‘(&#8230;) la storia della lingua non si risolve affatto nella lingua letteraria (&#8230;). Vi hanno parte anche le classi popolari, gli illetterati, accanto ai ceti colti, ai tecnici, agli scienziati, agli artigiani: la parola, infatti, corre sulla bocca di tutti, serve a tutti, anche quando la scrittura è patrimonio di pochi. La storia della lingua aiuta a meglio comprendere la storia nazionale, testimonia lo sviluppo stesso dell’idea di nazione: l’unità dell’Italia fu concepita in chiave linguistica e culturale prima che in termini politici’. Ancora, ne <em>La lingua italiana</em> di Claudio Marazzini, <em>sub voce</em> ‘classificazioni <em>storiche</em> dei dialetti’, si legge: ‘molto forte è la variabilità dei dialetti, che mutano da luogo a luogo, anche all’interno della stessa regione o di una stessa città’, mentre, quanto agli ‘italiani regionali’, si apprende che ‘l’italiano non è parlato in modo uniforme nell’intero territorio nazionale. Vi sono marcate differenze che interessano prima di tutto il livello fonetico, e poi anche quello lessicale e sintattico, più raramente quello morfologico. Le varietà dell’italiano, dipendenti dalla distribuzione geografica, dall’influenza esercitata dai dialetti locali (&#8230;) prendono il nome tecnico di varietà diatopiche dell’italiano, o, secondo la denominazione a suo tempo adoperata da De Mauro (&#8230;) di <em>varietà regionali di italiano</em> o <em>italiani regionali</em>’.</p>
<p>Varietà regionali di italiano, e dialetti. Trasposti in versi. Dopo l’incontro datato al 14 giugno dello scorso anno, con Anna Maria Farabbi, Edoardo Zuccato e Daniel Cundari, Umbria Poesia dedica l’appuntamento di oggi, 16 maggio, al binomio ‘Poesia e dialetto’, ripercorrendo nuovamente, dal Veneto alla Puglia, passando per l’Umbria, gli itinerari della storiografia italiana, al ritmo sincopato di troncamenti, aferesi, elisioni.</p>
<p>In diretta streaming su <a href="http://www.umbria24.it/">www.umbria24.it</a>, e sul canale YouTube di Umbria Poesia, hanno dialogato sul tema Luciano Cecchinel, poeta bilingue che si esprime in italiano e nella sua parlata dell’alto trevigiano nativo – ritenuto fra i principali esponenti del panorama della poesia italiana contemporanea, Cecchinel, definito da Cesare Segre ‘ grande artista, ma anche grande artefice’, ha all’attivo sillogi poetiche del calibro di <em>Al tràgol jért. L’erta strada da strascino</em> (1988), <em>Lungo la traccia</em> (2005), <em>Le voci di Bardiaga</em> (2008), <em>Sanjut de stran </em>(2011) –, Giampiero Mirabassi, avvocato e scrittore perugino, con un trascorso di vignettista, umorista, ed illustratore, che dal 1995 pubblica opere di narrativa e poesia sia in dialetto perugino che in italiano – unico poeta dialettale perugino cui sia stata dedicata una serata dal caffè letterario ‘Florian’ di Venezia (maggio 1996) –, e Vincenzo Mastropirro, flautista, compositore e poeta originario di Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, diplomato in flauto al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, ed in Musicologia e Pedagogia musicale alla Scuola Superiore di Fermo – oltre ad aver musicato alcuni componimenti poetici di Anna Maria Farabbi, ha editato, fra le altre, le seguenti raccolte poetiche: <em>Nudosceno</em> (2007),  <em>Tretippe e Martidde</em> (2009), <em>Poèsìa sparse e sparpagghiote</em> (2013). Suo, l’accompagnamento musicale della serata odierna, con strumenti a fiato: flauto traverso –.</p>
<p>‘Trar tel fogo arte vèci / par no èser rivadi / a ciaparghe la òlta al tènp / l’è cofà scanzelar par rabia / e po’ ciamarse grami / par oler ben / i screcolèa, i scròca / ma no rivarà, nò, forèsti’ – ‘Buttare nel fuoco utensili vecchi / per non essere riusciti / ad aggirare il tempo / è come cancellare per rabbia / e poi chiamarsi grami / per amore / crepitano, crocchiano / ma non arriveranno, no, forastici’ –: legge alcuni componimenti nel suo dialetto ‘ostico’, Cecchinel, nella sua parlata alto-trevigiana, contigua a quelle bellunese e ladina. ‘Un dialetto duro – ha commentato –, arcaico, che sarebbe più opportuno definire basso-bellunese. Un dialetto connotato da suoni interdentali, da una costante contrazione delle parole per aferesi, per troncamento’.</p>
<p>‘Il dialetto perugino, il mio dialetto – ha esordito Giampiero Mirabassi – è contiguo al toscano, ed è stato definito a più riprese una sua storpiatura. In realtà – ha proseguito – il perugino presenta caratteristiche sue proprie, peculiarità lessicali e fonetiche. Un dialetto terragno, il mio, delle campagne, anche se abbastanza intellegibile. Sono solito tradurre in poesia racconti di contadini. Il dialetto è un modo di pensare, non solo di esprimersi: do voce ai contadini, perché sanno parlare il dialetto, ma non sono in grado di scriverlo. E poi perché vi è un grande pudore nel parlare d’amore nelle nostre campagne. Ecco perché non vi è liricità alcuna nel nostro dialetto, che riflette la nostra campagna arida, sassosa’. Legge versi tratti da ‘La mi poetica’, Mirabassi, di cui si restituisce una sezione della versione in italiano: ‘Tra i rovi di questo burrone / vicino al fango di una pozzanghera sporca, / dorme il cinghiale da mattina a sera, / sopra un giaciglio di eriche e corbezzoli (&#8230;)’, e da ‘Èrme’ (‘Eravamo’): ‘Umbri èrme / umbri e contadini / nascèmme da le pietre / cò’l dònca e la toletta / e l tempo era l cimento / e l pane la fatiga (&#8230;)’.</p>
<p>‘Sapevo cercare i funghi / ma ora la murgia non è più come una volta. / La murgia è mutata per colpa mia. / Da quando non vado più l’hanno sbancata / se la stanno mangiando. / Era un paradiso / arida e brulla in ogni stagione / era asettica ma splendida. / Lì, i pensieri galoppavano’: si riverberano su ‘La murge’ – qui data in traduzione italiana – i territori brulli, aridi dell’area dialettale murgiana: ‘predominanza di suoni consonantici, ricorso ai dittonghi, cadenza ritmica, ‘a rullo di tamburi’ – ha affermato Vincenzo Mastropirro – connotano il mio dialetto, la parlata della mia terra, Ruvo di Puglia, e quella di mia madre, come fosse una lingua materna. La poesia è tutto e niente. In tutte le lingue del mondo’.</p>
<p>Nei dialetti, o nei tanti italiani regionali.</p>
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		<title>“L’io che traccia i confini”: la poesia e l’Europa</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Mar 2017 09:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Maria Carpi]]></category>
		<category><![CDATA[Italo Testa]]></category>
		<category><![CDATA[Jamie McKendrick]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Una migrazione forzata. Uno spostamento forzoso. Una circolazione di idee, parole, concetti e figure, di uomini. Non necessariamente di una élite di dotti. Ma di uomini. Perché l’idea di ‘una poesia europea’ è legata più ad una diffusione di esperienze, che alla migrazione di testi letterari, di retaggi linguistici, di codici trasmessi, di intertraduzioni. Ad ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/lio-che-traccia-i-confini-la-poesia-e-leuropa/">“L’io che traccia i confini”: la poesia e l’Europa</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Una migrazione forzata. Uno spostamento forzoso. Una circolazione di idee, parole, concetti e figure, di uomini. Non necessariamente di una élite di dotti. Ma di uomini. Perché l’idea di ‘una poesia europea’ è legata più ad una diffusione di esperienze, che alla migrazione di testi letterari, di retaggi linguistici, di codici trasmessi, di intertraduzioni.</p>
<p>Ad affermarlo, nell’alveo dell’incontro di oggi, 14 marzo, di Umbria Poesia – incontro dedicato all’Europa e alla poesia –, Italo Testa, co-direttore della rivista di poesia “L’Ulisse”, con all’attivo sillogi poetiche come <em>La divisione della gioia</em> (Transeuropa, 2010, Premi Tirinnanzi, Città di Ustica, Finalista Carducci), <em>Biometrie</em> (Manni, 2005, Premio San Giuliano Terme, Finalista Sandro Penna), <em>Gli aspri inganni</em> (Lietocolle, 2004, Finalista Premio Montano), ospite, insieme a Jamie McKendrick ed Anna Maria Carpi di “Poesia &amp; Europa”, con l’accompagnamento musicale di Riccardo Medile, specializzato in musica rinascimentale e barocca presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, e Silvia Argurio, curatrice dell’esecuzione musicale delle liriche medievali per il progetto ‘Laboratorio Medievale Romanza’ della Sapienza di Roma. Ha ripercorso varie correnti e temperie culturali, Italo Testa, per estrinsecare la sua idea di ‘poesia del Vecchio Continente’, dal Petrarchismo europeo, come fenomeno di circolazione di modelli attraverso le lingue nazionali, alla lirica dei trovatori provenzali, della lirica trobadorica che ha fecondato le tradizioni di ciascun Paese, quando i volgari non esistevano ancora, sulla base di una circolazione non solo linguistica, ma delle esperienze, e di un immaginario di luoghi, di parole e figure. Un immaginario, questo, in cui poter trovare, specie con riferimento ai poeti contemporanei, un cross-over fra le diverse aree linguistiche, nonostante la crisi istituzionale europea. «Il mio, il nostro – ha dichiarato Testa – è un approccio post-letterario, basato sulla cultura visiva, e su un immaginario pop legato alle tradizioni letterarie, che ha a che fare con quelle mondiali, e non solo con lo spazio europeo»: un materiale letterario, quello che Testa si è accinto a leggere, che ha a che fare con reperti linguistici, film, video-maker, e con un bagaglio di cultura artistica e cinematografica che circola in uno spazio ampio, che non pertiene solo alla vecchia Europa. «Spogliarsi / in una stanza / disadorna – sono versi tratti dalla raccolta <em>La divisione della gioia</em>: <em>Delta</em> (sezione III) – muoversi / con violenza / contro la parete / lasciarsi prendere / da una foga / una veemenza cieca / e a testa bassa / andare / a cuneo / dalla pelle a brani / scacciare il male / sul pavimento / a piombo / lasciarsi andare / in una stanza / disadorna / precipitare».</p>
<p>«La poesia è l’arte più radicata nella sua matrice nazionale», l’arte più vicina all’inesprimibile, è stato il commento di Jamie McKendrick, poeta inglese nato a Liverpool, che vive e lavora ad Oxford, facente parte, nel 1994, del gruppo di venti poeti selezionati per il numero speciale della «Poetry Review» dedicato ai New Generation Poets, e, attualmente, curatore di un’antologia in lingua inglese della poesia italiana del Novecento. «L’idea di Europa – ha proseguito – mi è vicina, anche se in questa fase stiamo vivendo momenti di chiusura. È leggendo Catullo, col mio pessimo latino di adolescente, che ho capito cosa si intendesse per poesia». Una poesia, la sua, dai toni a tratti irriverenti, a tratti umoristici: «Per anni all’ombra della montagna – si legge in <em>Sul vulcano</em> – / mai avremmo pensato di essere noi a farle / ombra, / di sbirciarle dentro da lassù in alto (&#8230;)».</p>
<p>Dal canto suo, Anna Maria Carpi, germanista, scrittrice e traduttrice, docente di <em>Traduzione letteraria dal tedesco</em> alla Statale di Milano – le sue traduzioni dalla poesia tedesca (Nietzsche lirico, Benn, Celan <em>et alii</em>) le sono valsi, nel 2012, il Premio nazionale per la traduzione – ha ‘sbirciato’ nel panorama della lirica tedesca del Novecento, con un excursus sui ditirambi nietzschiani (secondo i quali il poeta, lungi dall’essere ‘il pretendente della verità’, rappresenta una maschera, un bugiardo, la preda di se stesso), sui versi di Benn, per il quale l’andare, il viaggiare è vano, così come il nomadismo contemporaneo è da sconfessionare, in una babilonia di situazioni inutili e confuse, in un transit, in un transfer continui, non in grado di segnalare ‘la segreta soglia’. «Un madido abisso – sono versi tratti dalla raccolta <em>Quando avrò tempo</em> – ci ha tra le mani, / che venga notte che venga giorno / tundra o tajgà, / nei vetri bianchi di ghiaccio / nei vetri imperlati di pioggia / il treno è in fuga». In fuga come quel movimento forzoso di idee e di uomini, che sottende la ‘poesia europea’.</p>
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		<title>&#8220;Soave e piano&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2017 11:20:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Mario Villalta]]></category>
		<category><![CDATA[Pordenonelegge]]></category>
		<category><![CDATA[Suono]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese io canto”. “In principio c’è solo una fanciulla che fugge per un bosco in sella al suo palafreno. Sapere chi sia importa fino a un certo punto: è la protagonista di un poema rimasto incompiuto , che sta correndo per entrare in un ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese io canto”. “In principio c’è solo una fanciulla che fugge per un bosco in sella al suo palafreno. Sapere chi sia importa fino a un certo punto: è la protagonista di un poema rimasto incompiuto , che sta correndo per entrare in un poema appena cominciato”. Nel raccontare l’Orlando furioso, e il movimento errante della poesia dell’Ariosto, Italo Calvino non può non far riferimento a quel turbinio di voci e di suoni che evoca “fé diverse”, inseguimenti, moti di follia, che fa dell’intertestualità e dell’interdiscorsività il proprio leitmotiv. Poesia e suono, dunque.</p>
<p>A seguito dell’inaugurazione del “progetto scuola”, coordinato dal docente Sergio Pasquandrea e rivolto agli studenti del Pieralli di Perugia – progetto che prevede un ciclo di cinque incontri di interazione fra gli ospiti di Umbria Poesia e gli allievi dell’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore: ieri, 24 gennaio, è stata la volta di Gian Mario Villalta, direttore di Pordenonelegge, che, ha dichiarato Pasquandrea, “da insegnante, ha provocato i ragazzi, esortandoli a ‘cercare le difficoltà’, inserendo la sua poesia e la sua produzione narrativa all’interno di un discorso più ampio, che ha interessato gli stessi <em>modus docendi</em> e significato di insegnare e dialogare con gli allievi” – il primo incontro del 2017 di Umbria Poesia, in diretta streaming su Umbria24 e sul canale youtube dell’omonimo progetto, è stato dedicato al binomio “Poesia e suono”, con Gian Mario Villalta e Giulia Rusconi – assente, per motivi di salute, Antonio Riccardi, il terzo ospite –, e con l’accompagnamento musicale di Giacomo Girolmetti.</p>
<p>Gian Mario Villalta – direttore artistico del festival Pordenonelegge, con all’attivo numerose sillogi poetiche, da <em>Alfabeta</em> del 1986 a <em>Vanità della mente</em>, che, nel 2011, gli è valsa il premio Viareggio, curatele di volumi di Zanzotto, oltre che libri di narrativa, da <em>Un dolore riconoscente</em> a <em>Alla fine di un’infanzia felice</em> – e  Giulia Rusconi – sue poesie sono uscite nelle riviste «l’Immaginazione» e «Clandestino» e sono state pubblicate, poi, in varie raccolte: <em>Distanze</em>, vincitrice al premio Teglio Poesia 2012, <em>I padri</em>, edita sempre nel 2012, e <em>Suite per una notte</em>, del 2014 –, che hanno dialogato sul tema, addentrandosi nei meandri del confronto fra poesia e suono, poesia e musica, in un dialogo costante fra le arti, fino alla lettura di alcuni dei loro componimenti poetici.</p>
<p>“Cosa rappresenta il suono nella mia poesia, nella mia scrittura? – si è domandata la Rusconi – Non me lo sono mai chiesta: ciò che è certo è che grazie alla poesia ho scoperto il ritmo: la parola è funzionale a un ritmo interno del linguaggio, lo stesso andare a-capo è il palesare un suono del linguaggio che si chiama poesia. Leggerò – ha dichiarato – alcune poesie tratte dalla sezione interna, la seconda, di <em>Suite per una notte</em>, i cui componimenti sono ambientati in una natura non quieta, non pacificata, e piena di storture. Sono consapevole che <em>ritmo</em> non è sinonimo di <em>suono</em>, ma sono anche conscia dei rimandi musicali interni al testo”. “Ne Il respiro del mondo – ha controbattuto Villalta – affermo che dal suono-gesto nasca il linguaggio. La voce è corpo: nella voce risiede la parte astratta di noi, la parte che si suol definire metafisica, ma che, per contro, emettiamo, vibrando, col corpo, attraverso le corde vocali. La nostra emotività profonda si riverbera nella voce, che si fa volàno del sentire del corpo. Credo che la poesia sia uno strumento di cattura di emozioni e possibilità, strumento che si oggettiva in quello schema di suoni che è il verso. La riconoscibilità di una forma è ciò che permette di distinguere una musica da un rumore. Il poeta, lavorando sul ritmo, è come se componesse musica, a scapito del discorrere che, appunto, discorre via”. “Amelia Rosselli – ha ricordato Rusconi – ha scritto i propri versi sul pentagramma. La parola è totalmente suono”. “Vi sfido – Villalta si è appellato al pubblico di Umbria Poesia – a commuovervi a seguito della lettura di un verso comico trocaico! A noi sembra essere ormai negata l’elaborazione della lingua per fare alta letteratura – se ne può fare solo parodia – e questo perché la nostra lingua non sopporta più elisioni. Con la stampa, inizia la fruizione a voce alta: la tipografia permette di suddividere in strofe, andare a capo, calibrare l’impaginato. Tutto questo fino all’autonomia della tipografia negli anni Ottanta dell’Ottocento, quando l’occhio diventa più importante dell’orecchio. Quando anche la <em>mise en page</em> diventa uno spartito, e la pagina un luogo autonomo, un quadro, una tavolozza di suoni”.</p>
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		<title>Con lo sguardo alla poesia, lo stesso &#8220;che brilla negli occhi delle donne cinesi&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2016 11:33:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> “Credo che la scrittura sia l’unica cosa che mi dia la possibilità di essere serena e felice. Mi appassiona perché è eterna”. A dichiararlo, in una recente intervista fattale da Valentina Pedone e pubblicata in Insula Europea, la scrittrice di origine mancese Lanbo Hu, autrice, fra gli altri, de La strada per Roma (2009) e ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “Credo che la scrittura sia l’unica cosa che mi dia la possibilità di essere serena e felice. Mi appassiona perché è eterna”. A dichiararlo, in una recente intervista fattale da Valentina Pedone e pubblicata in <em>Insula Europea</em>, la scrittrice di origine mancese Lanbo Hu, autrice, fra gli altri, de <em>La strada per Roma</em> (2009) e <em>Petali di Orchidea</em> (2012), lei, che, nella stessa intervista, afferma di aver scritto la sua prima poesia, in treno, su un Ipad. Lei, che, riflettendo sulla celerità, in termini di ritmo, del progresso della società cinese, afferma che le donne, con la nascita della nuova Cina dopo il 1949, abbiano svolto, e svolgano tuttora, un ruolo centrale. Uno sguardo di positività, di propensione al futuro brilla, oggi, nei loro occhi.</p>
<p>È con lo stesso sguardo che i fondatori di “Umbria Poesia”, Maria Borio, Costanza Lindi, Francesca Regina, Carlo Pulsoni, Marco Paone e Massimiliano Tortora, ed i loro collaboratori intendono presentare l’incontro novembrino del progetto da loro ideato, incentrato su “Poesia e Cina”, sul contesto culturale e letterario della Cina maoista e post-maoista, sul ‘sogno cinese’, con uno sguardo, sì, un  altro, stavolta a ritroso, verso le antiche tradizioni cinesi, la letteratura orientale, gli ideogrammi, e verso quel sistema di segni mediante il quale Barthes leggeva il Giappone, ma che può essere trasposto anche nell’ambito della sinologia.</p>
<p>A dialogare sul tema, martedì 15 novembre, nei locali di Umbrò, a Perugia, oltre a Lanbo Hu, Maria Grazia Calandrone, poetessa, drammaturga, artista visiva, conduttrice di programmi culturali per Radio 3, curatrice della rubrica di inediti “Cantiere Poesia”  per il mensile internazionale “Poesia” – autrice, fra le altre opere, de <em>La scimmia randagia</em> (2013), che le è valso il premio Pasolini Opera Prima –, i cui componimenti sono stati tradotti in arabo, ceco, giapponese, iraniano, russo, <em>etc</em>., e Francesco Terzago, collaboratore di Poesia 2.0, UltraNovecento e Scrittori Precari – alcune sue poesie sono state pubblicate su Italian Poetry Review, Poetarum Silva, Nazione Indiana – e promotore, nell’ambito di una serie di iniziative promosse dal’Università degli Studi di Padova, dove si è laureato in Lettere, della lingua e della cultura italiana in Cina.</p>
<p>“Perché la Cina?”, verrebbe da chiedersi, riscrivendo <em>L’impero dei segni</em> di Barthes – il riferimento, lì, è al Giappone, dove Barthes si sente “non un viaggiatore, ma un lettore” –: “perché è il Paese della scrittura (&#8230;). Il luogo dei segni non è cercato negli aspetti istituzionali ma nella città, nel negozio, nel teatro, nella cortesia, nei giardini”.  E poi ci sono i cibi, i volti, gli occhi, i pennelli. E le poesie.</p>
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		<title>Dioniso, l&#8217;entusiasmo poetico e il vino come elemento terragno</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2016 12:57:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Poesia e vino]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> “Anima mia, alla tua zolla detti da bere ogni saggezza, tutti i vini nuovi e anche tutti i forti vini della saggezza, vecchi di immemorabile vecchiezza. Anima mia, io ti innaffiai con ogni sole e notte e silenzio e anelito: e così tu crescesti per me come una vite. Anima mia, ora sei traboccante di ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/dioniso-lentusiasmo-poetico-e-il-vino-come-elemento-terragno/">Dioniso, l&#8217;entusiasmo poetico e il vino come elemento terragno</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “Anima mia, alla tua zolla detti da bere ogni saggezza, tutti i vini nuovi e anche tutti i forti vini della saggezza, vecchi di immemorabile vecchiezza. Anima mia, io ti innaffiai con ogni sole e notte e silenzio e anelito: e così tu crescesti per me come una vite. Anima mia, ora sei traboccante di ricchezza e greve, una vite dalle gonfie mammelle e dai grappoli densi, bruni come l’oro: densa e compressa di felicità, in attesa per la tua sovrabbondanza, e vergognosa perfino del tuo aspettare”. Friedrich Nietzsche, in <em>Also sprach Zarathustra</em>, tesseva un elogio ai vini nuovi, ad un’anima, la sua, in grado di crescere rigogliosa come una vite. È Dioniso, che incarna il dio del vino. È al dionisiaco, opposto all’apollineo equilibrio, che il filosofo tedesco dedicò, negli anni Settanta dell’Ottocento, <em>La nascita della tragedia</em>, opera nella quale si analizza l’antitesi terminologica fra questi due impulsi: l’ebbrezza e l’entusiasmo, per quanto pertiene al primo, l’armonia e l’ordine per quanto concerne, invece, il secondo.</p>
<p>E, d’altronde, il tema del vino rappresenta un <em>leitmotiv</em> nell’ambito della letteratura <em>tutta</em>, e della poesia in particolare: si pensi a Omero, Orazio, Ovidio, ma anche a Baudelaire. “Poesia e vino” è il titolo del secondo incontro della seconda edizione di Umbria Poesia, che si è tenuto ieri, martedì 11 ottobre, nei locali di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, e che ha registrato la partecipazione di tre ospiti, oltre che di un nutrito, e affezionato pubblico, e del musicista Domenico Caglioti: Luigia Sorrentino, poetessa campana residente a Roma, e fondatrice del primo blog di poesia di Rai News, uno spazio di discussione sulla letteratura, la poesia, le arti in generale, Francesco Dalessandro, poeta e traduttore romano, fondatore, negli anni Ottanta, della rivista di letteratura “Arsenale”, diretta da Gianfranco Palmery e curatore del blog Poesie senza pari, e Costanza Lindi, editor free-lance, e poetessa umbra, la cui ultima raccolta, <em>Berretto a bubbole</em>, è stata edita da Midgard Editrice lo scorso anno. Un breve excursus sul tema del vino, sul rituale della festa e su Bacco, ha caratterizzato l’intervento iniziale, quello di Luigia Sorrentino, che, pronunciandosi in merito all’incarnazione, da parte di Dioniso del dio del vino, ha affermato: “il vino è un elemento primigenio, del cosmo: Dioniso era un dio mobile, costantemente paragonato, in ambito letterario, alla figura di un dio che muore, a Gesù Cristo. Forte e pregnante, l’aspetto relativo alla festa, a ciò che va oltre una realtà misurata”. E, sul tema dell’immobilità del dio, e della sua fissità, Luigia Sorrentino ha letto dei versi tratti dalla sua silloge poetica, <em>Olimpia</em>, edita per i tipi di Interlinea Edizioni: “la permanenza – così la descrive –, la distanza dal limite”, “dopo la notte, il soffio penetrò (&#8230;), un cristallo di respiro addosso le restò”. E, poi, la condizione del sonno, incastonata nei versi dell’omonima poesia, tratta dalla stessa raccolta: “La condizione umana chiude in sé la forma del tempo che non vuoi più, allora ti incammini tastando muri che non vedi, conosci la disaffezione negli occhi (&#8230;)”. “Non vorrei pensaste che fossi astemio”, esordisce ironicamente Francesco Dalessandro, autore, fra le altre opere, de <em>I giorni dei santi di ghiaccio</em> (Siena, Barbablù,1983), <em>Lezioni di respiro</em> (Roma, Il labirinto, 2003), <em>Aprile negli anni</em> (Punto<em>a</em>capo, Novi Ligure, 2010), e traduttore di Byron, Keats, Orazio, Francisco Chica: se Omero, nel canto IX dell’Odissea, tesse un elogio del banchetto, Shakespeare in Macbeth, passa in rassegna gli effetti fisici cui il vino può portare. Dalessandro, dal canto suo, ricostruisce l’atmosfera intima di una serata trascorsa con amici sinceri, “coi quali – afferma – si può dire la verità, senza essere fraintesi, senza cadere nella faziosità, coi quali, cioè, bere del buon vino può essere abbinato, come voleva Pound, ad argomenti di conversazione fra persone intelligenti”.</p>
<p>Traccia un percorso che, dalle epistole di Orazio, conduce alle elegie di Ovidio, Dalessandro, in cui il vino viene interpretato come un aspetto fondante del banchetto, del simposio, del sollievo rispetto al dolore, della dimensione del non-inganno: nella sua poesia, invece, se manca questo tipo di elogio, si ha una leggerezza di scrittura, che è equiparabile all’ebbrezza, nella tensione a forgiare qualcosa di intelligibile, che non ha nulla di affettato, di manieristico (“Nel silenzio della mente anche una piuma fa rumore se cade, anche una foglia se il vento la tocca. Questo i poeti sanno dai poeti (&#8230;)”). Intraprende un viaggio fugace all’interno del rapporto fra poesia e vino, Costanza Lindi, autrice della raccolta <em>Berretto a bubbole</em>, leggendo versi di poeti che si sono accostati a questo tema, interpretando il vino come un elemento stagionale, legato ad una situazione calda e distesa, così come caldo è questo elemento che nasce dalla terra: il vino, dunque, come piacere comune di assaporare lo stesso gusto, ma anche come mezzo metaforico di cancellazione, di oblio. Legge Sandro Penna, Mario Benedetti, Anna Achmatova, Cesare Pavese ed Elisa Biagini, Costanza Lindi, nei cui versi il vino, in quanto elemento terragno, avvicina l’atto del lettore con quello dello scrittore, riuscendo ad “impastare la paura con il pane”. “Parlami, ma aspetta – si legge in una poesia della Lindi, inedita –. L’andatura può farsi meno ritmica. Aspetta che le soste avvengano e la pausa fiorisca. Aspettate, parole e perdonatemi. Disturbo la genesi del regno nudo (&#8230;)”.</p>
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		<title>Umbria (Poesia) Jazz: il 12 luglio, ad Umbrò, accordi ritmici ed euritmici</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2016 09:12:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[poesiaejazz]]></category>
		<category><![CDATA[Umbr?]]></category>
		<category><![CDATA[Umbria poesia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>“Ritmo e significato”. Così Henri-Emile Matisse definiva il jazz. Un binomio, quello fra musica e pittura, di cui l’artista seppe impregnare le sue tele, dalle tinte forti, a tratti dissonanti, dei Fauves. E, d’altronde, per Steve Lacy il jazz era “un virus di libertà, che si è diffuso sulla terra ‘infettando’ tutto ciò che ha ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span id="areaSingle">Perugia. </span>“Ritmo e significato”. Così Henri-Emile Matisse definiva il jazz. Un binomio, quello fra musica e pittura, di cui l’artista seppe impregnare le sue tele, dalle tinte forti, a tratti dissonanti, dei Fauves. E, d’altronde, per Steve Lacy il jazz era “un virus di libertà, che si è diffuso sulla terra ‘infettando’ tutto ciò che ha trovato sulla sua strada: il cinema, la poesia, la pittura”. Pittura e jazz, dunque. Accordi ritmici ed euritmici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche “Poesia e jazz”: il comitato organizzatore di “Umbria Poesia”, composto da Maria Borio, Costanza Lindi, Francesco Regina, Carlo Pulsoni, Massimiliano Tortora e Marco Paone, ed i collaboratori, da Fabio Castellani a Vera Lùcia De Oliveira, da Giacomo Girolmetti a Flavio Iuliani, Martina Pazzi ed Elena Zuccaccia, hanno scelto il 12 luglio, come data per l’ultimo appuntamento estivo con il progetto da loro ideato con l’intento di portare la poesia fuori dagli angusti confini in cui troppo spesso viene rilegata, e di concertarla con delle tematiche, che – è la stessa Costanza Lindi ad affermarlo – “sono state pensate e calibrate per il pubblico. Abbiamo selezionato dapprima gli argomenti – ha proseguito la Lindi – per poi invitare gli ospiti (solo in rarissimi casi è avvenuto il contrario): argomenti, indissolubilmente legati alla città di Perugia, ma anche alla nostra regione. La città di Perugia, ad esempio, forte di una lunga e consolidata tradizione universitaria, ci ha fatto pensare ad una prestigiosa istituzione come quella dell’Università per Stranieri: da qui, il collegamento con la Cina. Il mese di ottobre ci ha suggerito, invece, un altro tema, quello della vendemmia: “Poesia e vino” è il titolo scelto per l’appuntamento dell’11 ottobre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il progetto di “Umbria Poesia”, quindi, è tutt’altro che alle battute finali (vedrà solo una breve pausa estiva nel mese di agosto): in anteprima, per i lettori di Perugiaonline, il programma dei prossimi eventi. Il 12 luglio, alle 19, ad Umbrò, è la volta di “Poesia e jazz”, in accordo, è il caso di dirlo, con la cornice in cui è inserita la celebre kermesse che dal 1973 ha istituito uno stretto parallelismo fra l’Umbria e la musica jazz: “Abito da sempre le stanze che hanno luce / ma non basta. È l’alba e fuori brucia / anche il cemento, l’aria di sola cenere si posa. / E resto tra la notte e il giorno / mi sento ancora sporco e senza voce&#8230; / e che prometto al giorno nuovo? (&#8230;)”, si chiede Mario De Santis, in un componimento editato in “Sciami”, per i tipi di Landolfi Editore, nel 2015. Ospiti, con lui, Umberto Fiori, scrittore e musicista, con all’attivo saggi e interventi critici sulla musica (<em>Scrivere con la voce</em>, 2003; <em>Sotto gli occhi di tutti</em>, 2009: una trasposizione in musica delle sue poesie), e Dario Bertini (<em>Distilleria di contrabbando</em>, 2009, silloge poi confluita nell’omonimo disco di canzoni, frutto della collaborazione con Renato Franchi e l’Orchestrina del Suonatore Jones): gli inframmezzi musicali sono affidati alla musicista Martina Biguzzi, diplomata al Conservatorio, e l’evento sarà trasmesso in diretta streaming sul canale video della testata di Legambiente, <a href="http://www.lanuovaecologia.tv">www.lanuovaecologia.tv</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il progetto di “Umbria Poesia” non si arresta certo qui: il 27 settembre getterà uno sguardo sulla Grecia, con Alessandro Fo, Donato Loscalzo e Michalis Pieris, mentre l’11 ottobre i versi di Francesco Dalessandro, Luigia Sorrentino e Costanza Lindi verranno decantati nell’incontro dedicato a “Poesia e vino”. Passaggio ad Oriente, poi, il 15 novembre, con “Poesia e Cina”: a tre, il dialogo fra le voci poetiche di Maria Grazia Calandrone, Lanbo Hu e Francesca Terzago, il 15 novembre. L’appuntamento dicembrino, invece, focalizzerà la sua attenzione sul binomio “Poesia e donne”, con Antonio Riccardi, Luisa Castro e Silvio Mignano. Un’anticipazione per gennaio: ospite di “Umbria Poesia”, Patrizia Valduga, traduttrice dal francese (Molière, Mallarmé, Valéry), direttrice, nel 1988, della rivista “Poesia” e autrice, fra gli altri, di <em>Lezioni d’amore</em> (2004) e de <em>Il libro delle laudi</em> (2012). “Allora sogno d’un trascendimento – scrive in <em>Medicamenta</em> (1982) – / a fiaba o ad arte (&#8230;)”. Andare oltre, solcando le onde dei versi, delle dita che scandiscono il ritmo sulle tastiere. “Nella punta delle dita (molto) jazz”, ad Umbria Poesia.</p>
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		<title>Un &#8220;riflesso&#8221; di &#8220;Poesia e dialetto&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2016 11:37:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anna Maria Farabbi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> “Giusto na cantatina sott’ala fenestra / ntra che la neve me gela / l’amore nbocca. / La cicalina brilla ncla gola sciuerta / lsu incantesimo contro l’inverno / e pu fatta / lascia cadé la soletudine dle lune / e la scortsa del fieto / nterra. / Canto: magno la notte e la morte. / ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “Giusto na cantatina sott’ala fenestra / ntra che la neve me gela / l’amore nbocca. / La cicalina brilla ncla gola sciuerta / lsu incantesimo contro l’inverno / e pu fatta / lascia cadé la soletudine dle lune / e la scortsa del fieto / nterra. / Canto: magno la notte e la morte. / Paro la mi festa”. Ci sono una canzoncina sotto la finestra, un amore gelato in bocca, una gola scordata, quella della cicala, un incantesimo contro l’inverno; ci sono la solitudine di un’inquietudine, un canto che permette di mangiare, di addentare la notte, la preparazione per una festa, l’io poetico che “pascola” la sua, di festa, nella <em>Contabilità dell’amore </em>di Anna Maria Farabbi, tratta da <em>La magnifica bestia</em>. Ci sono le inflessioni dialettali del perugino, nella sua poesia, quelle inflessioni che sono proprie di questa “lingua”, una lingua <em>altra</em>, collocabile sul piano della lingua “standard”, in quanto <em>medium</em> suscettibile di una varietà di espressioni scrivibili e scritte, oltre che parlate.</p>
<p>E, d&#8217;altronde, “i rapporti tra la storia della lingua e la storia dei dialetti sono strettissimi nella tradizione italiana” ha affermato Claudio Marazzini: “la prima scuola poetica italiana, ad esempio, è nata in Sicilia ed ha usato il volgare siciliano, pur nobilitandolo per un uso illustre”. Eppure, come sottolinea ancora Marazzini, “nel periodo che va dalle origini al Quattrocento non ha ancora senso parlare di ‘dialetti’. Si può parlare di ‘dialetto’ solo una volta che si è affermata la lingua”. Alla poesia, nel suo connubio, storicamente intrinseco, con il dialetto, così come alla letteratura dialettale “riflessa”, è dedicato il tema del quarto incontro di “Umbria Poesia”, il progetto ideato da Carlo Pulsoni, Marco Paone, Maria Borio, Costanza Lindi, Francesca Regina, con la collaborazione di Massimiliano Tortora ed il sostegno economico di Umbrò (via Sant’Ercolano 2, Perugia).</p>
<p>L’incontro con Anna Maria Farabbi, poetessa perugina con all’attivo raccolte di poesia (dalla <em>Fioritura notturna del tuorlo</em>, edito nel 1996, a <em>La magnifica bestia</em>, pubblicato nel 2007) e libri di saggistica con traduzioni (da <em>Le alfabetiche cromie di Katie Chopin</em>, del 2003, a <em>Un paio di calze di seta</em>, del 2004), con Edoardo Zuccato, docente di lingua e letteratura inglese presso la IULM di Milano (Libera Università di Lingue e Comunicazione) – come poeta, esordisce nel 1996 con <em>Tropicu da Vissérvar</em>, in cui per la prima volta sceglie di esprimersi in dialetto altomilanese: altre raccolte, <em>I bosch di Celti. Il bosco celtico</em> del 2008 e <em>Ulona</em> del 2010 – e con Daniel Cundari, poeta calabrese, autore di <em>Cacagliùsi / Balbuzienti</em>, edito nel 2006 e di <em>Geografia feroz</em>, pubblicato a Granada nel 2011 e vincitore del “Premio Genil de Literatura di Granada”, si terrà nei locali di Umbrò martedì 14 giugno alle 19: gli autori, provenienti rispettivamente da Perugia, Milano e Rogliano (CS) illustreranno i motivi della propria scelta di esprimersi in dialetto e, sulla base di quelli, proporranno al pubblico una selezione dei propri testi poetici. Pubblico che, in questa occasione, popolerà una platea, per così dire, allargata: oltre agli uditori in sala, infatti, ci saranno anche quanti seguiranno l’evento in streaming su <a href="http://www.lanuovaecologia.tv">www.lanuovaecologia.tv</a>, il canale video della testata di Legambiente (l’hashtag per commentare l’evento è #umbriapoesia). “In questo modo – assicurano gli organizzatori – vogliamo ampliare verso un pubblico più largo il messaggio di Umbria Poesia, quello, cioè, di favorire l’incontro tra la poesia contemporanea e il pubblico, portando questa forma letteraria al di fuori della nicchia, perché possa farsi portavoce di problematiche legate al nostro tempo”.</p>
<p>“Non era facile uscire dai condizionamenti del paese, utilizzarlo e negarlo insieme – scrive Dante Maffia a proposito della poesia di Daniel Cundari –. Le radici, lo vado ripetendo spesso, sono un serbatoio importante se non diventano carico di nostalgia, ma soltanto specchio in cui si rifrange il mondo”.</p>
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		<title>&#8220;Umbria Poesia&#8221;, dialogicità, interazione, fluidità: la voce poetica della regione è viva</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 14:42:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> “(&#8230;) vuelvo rítmicamente a los lugares de donde salieron [objetos sanos y sólidos]/ y compro otros semejantes a ellos / que se quiebran se accidentan / como si contra mi estólida ceguera / señalaran dónde estuvo la vida / y la recordaran para mí”. Ci sono luoghi da dove escono oggetti sani e solidi, in grado di riscattare valori, e poi ci sono altri luoghi, che, rompendosi e danneggiandosi, segnalano dov’è la vita: in “Primeros viajes” della poetessa argentina Juana Bignozzi, che, poco più che ventenne, entra a far parte, unica voce femminile, del gruppo militante “El pan duro”, il tema della frontiera, del confine tra luoghi-non luoghi che si fanno veicolo di un bagaglio valoriale a tratti familiare, a tratti estraneo, irrompe prepotentemente, “segnalando e ricordando dov’è la vita”.</p>
<p>E proprio al tema del viaggio, indissolubilmente legato alla poesia, sarà dedicato il primo di una serie di incontri che si terranno, nella cornice della libreria di Umbrò, a Perugia, in via Sant’Ercolano, 2, con cadenza mensile (ogni secondo o ultimo martedì del mese), e che si inseriscono nel cartellone delle iniziative promosse da un nuovo progetto, Umbria Poesia (http://umbriapoesia.it), il cui comitato organizzatore è composto da Maria Borio, Carlo Pulsoni, Costanza Lindi, Marco Paone e Francesca Regina, con la collaborazione di Massimiliano Tortora e il sostegno economico e la messa a disposizione dei suoi locali da parte di Umbrò. Poesia come spazio dialogico tra autori e lettori, poesia come arte che sappia indirizzarsi ai contemporanei, che scenda dalla torre d’avorio nella quale è stata, spesso, confinata dagli “addetti ai lavori” e dagli specialisti, per innescare un circuito comunicativo e interattivo più ampio, più fluido, senza barriere libresche. Voce poetica viva, che superi le sedimentazioni letterarie che giacciono su pagine consunte e polverose.</p>
<p>Il formato del progetto, assicurano i promotori – tra gli altri, Carlo Pulsoni è ordinario di Filologia romanza all’Università degli Studi di Perugia, Massimiliano Tortora è associato Letteratura Comparate presso lo stesso Ateneo – prevede un ciclo di appuntamenti che raccordino la poesia con degli argomenti simbolici, quali la scienza, la danza, i social network, secondo un approccio che non è soltanto basato sulla lettura dei versi, editi e inediti, ma anche sul dialogo che gli autori possono tessere con il pubblico o con i loro modelli di riferimento. “Dietro l’attività performativa di poeti contemporanei affermati, il cui nome è entrato a far parte del canone letterario, e di quelli emergenti – ha sottolineato Marco Paone, collaboratore esperto linguistico di lingua spagnola presso il CLA dell’Università degli Studi di Perugia – lavora un comitato scientifico che discute sulla loro poetica e ne vaglia le proposte, orientando gli incontri nella direzione di una fusione tra penne note del panorama letterario e voci nascenti. Un incontro intra-generazionale, anche, questo tra i giovani promotori del progetto (Maria Borio è, tra le altre, dottore di ricerca in Letteratura Italiana e redattrice della rivista Nuovi Argomenti, fondata nel 1953 da Alberto Moravia e Alberto Carocci), in una calda serata dell’estate perugina dello scorso anno, hanno avvertito l’esigenza di calare le proprie esperienze personali ed il proprio bagaglio culturale nell’ambiente culturale locale, per renderlo dinamico, fresco, in nome di una trasmissione del linguaggio poetico, per sua stessa natura suscettibile di una riflessione che da quello si origini e che a quello torni, da sempre basata su un’oralità, una dialogicità, una ricorsività del pensiero formulaico, una tendenza all’interartisticità, che da sempre hanno connotato questa forma di espressione artistica.</p>
<p>È stata Costanza Lindi, stamani, in conferenza stampa all’Umbrò, a illustrare il programma dei primi tre incontri in cui si strutturerà il progetto: il binomio poesia/viaggio, quindi, rappresenterà il primo nucleo tematico di lancio dell’iniziativa. Saranno presenti,  martedì 23 febbraio, alle 19 all’Umbrò, Antonella Anedda, Lorenzo Chiuchiù e Maria Borio; altri due, gli appuntamenti in calendario, rispettivamente dedicati al rapporto tra poesia e medicina e tra poesia e frontiera: il primo con Vera Lucia de Oliveira, il 15 marzo, il secondo, con Franco Buffoni, il 15 aprile. Gli appuntamenti prevedono, inoltre, un coinvolgimento degli istituti di istruzione superiore del territorio: gli studenti potranno, infatti, assistere alla replica degli incontri, fissata per la mattina successiva, sempre ad Umbrò, beneficiando, anche, di un riadattamento del formato del progetto, pensato per le esigenze formative ed educative dei ragazzi, per i quali sono stati pensati dei veri e propri percorsi tematici, che possano svecchiare la loro idea di poesia (spesso i piani dell’offerta formativa, in materia, si fermano a Pasolini ed escludono grandi nomi inseriti nel canone letterario e non in quello scolastico) e farli entrare direttamente in contatto con gli autori viventi. In un confronto che intende essere sintonico ed empatico.</p>
<p>Alla nostra domanda “Che senso ha parlare di poesia oggi, trattarne da un punto di vista divulgativo che la sottragga dall’ambiente di nicchia nel quale è stata relegata nel tempo?”, gli organizzatori rispondono: “Ha senso parlarne nel momento in cui la poesia stessa diventa interazione, calandosi nel faccia a faccia reale tra autore e lettore. Nel web, per esempio, l’espressione poetica ha un potenziale molto forte. All’estero la letteratura italiana è conosciuta principalmente per la produzione poetica dei nostri “grandi”, è questa la percezione che hanno del Bel Paese i lettori”. Perugia, che, auspicano i fondatori del progetto “Umbria Poesia” possa rappresentare la cornice ideale per un evento che intende varcare i confini della regione, quelli della nazionalità di festival di poesia diffusi un po’ in tutto il territorio italiano e approdare all’estero.</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/umbria-poesia-dialogicita-interazione-fluidita-la-voce-poetica-della-regione-e-viva/">&#8220;Umbria Poesia&#8221;, dialogicità, interazione, fluidità: la voce poetica della regione è viva</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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