giovedì, 13 dicembre 2018 Ultimo aggiornamento il 11 dicembre 2018 alle ore 17:36

‘L’epopea del treno’, e l’ottobre della rivoluzione del 1917

A cento anni da uno degli eventi più dirompenti della storia del '900, l'appuntamento novembrino di Umbria Poesia ricorda il viaggio di Lenin verso la Russia. Nel segno di una poesia che continuò a percorrere la propria 'via del grano'.

 
‘L’epopea del treno’, e l’ottobre della rivoluzione del 1917
Perugia. «Il 3 aprile 1917, dopo anni di esilio, Vladimir Il’ič Ul’janov, noto tra i rivoluzionari come Lenin, parte da Zurigo per far ritorno in Russia. Ad accoglierlo alla stazione Finlandia di Pietrogrado un’enorme folla festante. Dopo un lungo ed estenuante viaggio attraverso la Germania, la Svezia e la Lapponia, Lenin non appare affatto stanco. Attende questo momento da anni e a giudicare dal tripudio di bandiere rosse e manifesti che ricoprono le vie intorno alla stazione il suo arrivo è celebrato come quello di un messia. Nell’Europa sfiancata dalla Grande guerra, la Triplice alleanza e la Triplice intesa si fronteggiano ormai da anni e il conflitto sembra trascinarsi senza una fine. Gli uomini al fronte sono esausti e i governi ossessionati dalla ricerca di nuovi armamenti, nuove strategie, nuove alleanze. Spezzare le coalizioni è diventato un obiettivo primario e la contropropaganda nei paesi nemici l’arma principale. Nella Germania del Kaiser Guglielmo II, un gruppo di funzionari ha un’idea brillante: perché non alimentare il caos che domina in Russia favorendo il ritorno di Lenin e dei suoi compagni? Mentre il treno piombato messo a disposizione dai tedeschi taglia da sud a nord l’Europa dilaniata dalla guerra, le grandi potenze occidentali danno il via alle loro macchinazioni: agenti segreti, loschi affaristi, militari ribelli e idealisti appassionati, cominciano a vorticare intorno all’impassibile leader bolscevico». Ci sono un treno piombato, in ‘Lenin sul treno’ di Catherine Merridale, editato quest’anno, per i tipi di Utet, (quest’anno, in cui ricorre il centenario della Rivoluzione d’ottobre), un treno piombato, una nuova Itaca, non petrosa, ma rossa di bandiere, di manifesti, e di speranza, corroborata di stanchezza. E poi c’è un Lenin che scrive. In treno. Non un capo del popolo, dunque, ma uno studioso, dedito alla stesura di testi storici e sociologico-economici, alla teoria dell’imperalismo. Quando arriva in Russia, tiene comizi, arringa la folla, dando ai contadini russi le parole-cose che vogliono sentirsi dire, dare, per esigenze di sopravvivenza: ‘Pane, pace, terra’. E, nell’agosto del 1917, dopo un nuovo mandato di cattura che lo costringe a rifugiarsi in Finlandia, scrive ancora. ‘Stato e rivoluzione’. Un libro che rimane interrotto. Al capitolo V. Perché, come lo stesso Vladimir Il’ič Ul’janov afferma: ‘è più utile e dilettevole farla, una rivoluzione, che scriverne’.

Del treno di Lenin, delle officine Putilov, dove, nel febbraio del 1917, lavoravano oltre 36mila operai (operai che, a causa della carenza di materie prime e della conseguente sospensione della produzione, sollevarono le prime agitazioni, fino alla manifestazione di massa a Pietrogrado, alla caduta dello zarismo e al consolidamento della presenza, nella fabbrica, del partito bolscevico, il cui governo fu dai lavoratori sostenuto dopo la Rivoluzione d’ottobre), dell’assalto al Palazzo d’Inverno, quale momento culminante della Rivoluzione russa (quando i bolscevichi deposero non lo zar, ma un governo provvisorio composto dai leader rivoluzionari più liberali e moderati, giungendo alla creazione dell’Unione Sovietica, assaltando, appunto, la sede ufficiale di quel governo. Assalto, avvenuto nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1917, e cioè nella notte fra il 23 e il 25 ottobre secondo il calendario Giuliano in uso, allora, in Russia), e dei ‘Soviet’, assemblee di soldati e operai in cui si distinsero i partiti della sinistra più radicale (socialisti rivoluzionari, menscevichi e bolscevichi), hanno dialogato, in occasione dell’incontro novembrino di Umbria Poesia, nei locali di Umbrò, a Perugia, gli slavisti, o meglio, i russisti Francesca Tuscano, Angelo D’Orsi, Francesco Randazzo e Alessandro Niero, introdotti da Maria Borio. Lo hanno fatto, da due prospettive, tra loro intersecabili, e, di fatto, intersecate: storica e politica, e letteraria e poetica. Incentrati, questi due punti di vista, su uno degli eventi più importanti della storia del Novecento. Non solo per la Russia. Com’è stato recepito, questo accadimento così ricco di implicazioni, dall’‘intelligenzia’ russa? È il quesito che si è posta Francesca Tuscano, russista e italianista, che, nel settore di Italianistica e Letterature comparate ha pubblicato, fra gli altri, L’emigrazione russa a Roma dopo la rivoluzione del 1917 e la sua influenza nella cultura italiana. Un esempio: Corrado Alvaro, Tat’jana Tolstaja e Tat’jana Pavlova (in «Hebenon», anno XIII, 4a serie nn.1-2 aprile-novembre 2008).

Angelo D’Orsi, storico e studioso del pensiero politico (docente di Storia delle dottrine politiche nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Si è occupato di militarismo e pacifismo, nazionalismo e fascismo. Nel 2011, ha pubblicato, fra gli altri, L’Italia delle idee. Il pensiero politico in un secolo e mezzo di storia (Mondadori). È ideatore del FestivalStoria, e uno dei massimi esperti di Antonio Gramsci: ha ideato e dirige la Bibliografia gramsciana ragionata, collabora con l’Istituto Gramsci e con l’International Gramsci Society. Nel 2009 ha fondato «Historia Magistra», rivista di storia critica), ha definito il 1917 «l’anno cruciale, l’inizio dell’inizio. Una data che ha prodotto effetti fondamentali, delle conseguenze di lungo periodo. Tre sono i fattori – ha dichiarato D’Orsi – che si intessono nella Rivoluzione d’ottobre: il contesto, l’individuo, e il caso. Il contesto, quindi, dato dalla renitenza e dalla diserzione dei soldati, dal loro tentativo di abbandonare tutto, di auto-mutilarsi. Un contesto intriso di stanchezza, carestia, fame, difficoltà di sopravvivenza, che condussero a insurrezioni e rivolte militari, caratterizzate da spontaneità. In fondo, la rivoluzione non è altro che la rottura di una catena di comando. Eppure la ‘rivolta del pane’ di Torino dell’agosto del 1917 è definita, appunto ‘rivolta’. E non ‘rivoluzione’. Eppure, ancora, anche in quel caso vi erano stanchezza e spontaneità di insurrezione. Si chiedeva pane. E invece si trovarono dei proiettili. In Russia, nell’ottobre dello stesso anno, accade una cosa analoga. E viene chiamata ‘rivoluzione’. C’era anche qui un senso di stanchezza diffusa. Un generale disprezzo per lo Zar e per la Zarina, su cui gravavano sospetti di spionaggio. Il secondo fattore interessa l’individuo. In questo caso il Lenin studioso e rivoluzionario. I bolscevichi lo trattano da anarchico. Ma è un paradosso – ha commentato D’Orsi –: Lenin, infatti, interpretava questa come una fase provvisoria, cui ne sarebbe succeduta un’altra. Ma la necessità era la stessa: la sopravvivenza. Sapeva, però, che la conquista del potere, attraverso la rivoluzione, potesse essere anche semplice. La sua gestione, no. Bisognava spezzare la macchina dello Stato borghese».

Francesco Randazzo, ricercatore presso l’Università degli Studi di Perugia e docente di Storia dell’Europa Orientale del Dipartimento di Scienze Politiche dello stesso Ateneo (dirige la collana «I luoghi e la Storia» per la casa editrice Loffredo di Napoli, ed è collaboratore della rivista «RussiaOggi», organo di Rossiyskaya Gazeta, giornale ufficiale del governo russo, in uscita in Finanza&Futuro, supplemento mensile del quotidiano ‘La Repubblica’. Fra le monografie, Russia. Momenti di storia nazionale XIX-XX secolo (Edizioni Nuova Cultura, 2012)), ha aggiunto che la Rivoluzione russa, che ora si ricorda e non si ‘celebra’, ha rappresentato un accadimento storico ‘dirompente’. Ma si è trattato di una rivoluzione o di un colpo di Stato? Eppure, la città quasi non si accorse della rivoluzione: «alcuni testimoni – ha affermato Randazzo – ricordano che la vita scorreva normalmente, nonostante l’assalto al Palazzo d’Inverno, in quei giorni che, di fatto, sconvolsero il mondo, e che condussero ad un governo provvisorio da parte dei bolscevichi, e alla ‘sovietizzazione’. La rivoluzione ebbe delle conseguenze a livello internazionale: ad esempio, si pensi alla denuncia, quale primo atto della diplomazia sovietica, dei trattati segreti del governo zarista, come del trattato di Londra. A Versailles, questo trattato non fu più ritenuto valido: questo ebbe delle ricadute anche sulla storia italiana, e sulla nascita del Fascismo. Non lo causò, ma implicò, appunto, delle conseguenze. La rivoluzione, inoltre, schiaccia tutti: i generali bianchi vengono lasciati da soli. A differenza che nella rivoluzione francese, in cui i deboli schiacciano i potenti, la Rivoluzione d’ottobre volle rappresentare una tabula rasa, sconvolgendo l’ordine delle cose: ‘siamo tutti uguali’. L’imprimatur della matrice comunista e marxista è evidente. La formula del ‘pane e pace’ di Lenin sancisce che qualsiasi popolo può ottenere l’indipendenza, l’auto-determinazione. La rivoluzione russa è una rivoluzione che parte da lontano (cominciata già nell’Ottocento, con la sensibilizzazione del popolo) e che arriva, ad ottobre del 1917, ‘stanca’. I contadini, d’altronde, reclamavano la propria fiducia nello Zar. La questione del proletariato fu portata avanti da Lenin e dai bolscevichi: fu, dunque, una rivoluzione inizialmente elitaria, che fu in grado, successivamente, di coinvolgere la massa».

Una rivoluzione complessa. Di cui il 1917 fu solo il momento finale, l’epilogo. Un motivo di riflessione per l’‘intelligenzia’ russa, per gli intellettuali, e non per i contadini semianalfabeti. Del piano letterario della rivoluzione, hanno parlato Francesca Tuscano ed Alessandro Niero, professore associato presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna – settore scientifico Slavistica (curatore della sezione «Russia Poetica» nella collana «Passigli Poesia» (fondata da Mario Luzi) dell’omonimo editore e membro della giuria del Premio LILEC per la Traduzione Poetica, da lui stesso ideato assieme a Davide Rondoni e Giovanni Gentile Marchetti e del Premio Bella Achmadulina per la poesia russa e italiana. Vincitore, a Mosca, nel 2012, del Premio «Čitaj Rossiju / Read Russia» per la traduzione, sezione poesia, per il volume DMITRIJ PRIGOV, Trentatré testi, a cura e con saggio conclusivo di Alessandro Niero, Terra Ferma, Crocetta del Montello (Treviso) 2011). Dà un’anticipazione del progetto da lui portato a compimento nel prossimo numero di «Nuovi Argomenti» (21 novembre prossimo), Niero, che si è chiesto come la rivoluzione russa sia stata recepita dalle generazioni di intellettuali successive (di molto) al 1917, magari proprio per quegli intellettuali che ‘scrivono per il cassetto della scrivania’, secondo un modo di dire russo. Esponenti della cosiddetta ‘II cultura’, della letteratura non ufficiale. Niero ha sottoposto a tre poeti russi, uno degli anni Quaranta, uno degli anni Settanta ed uno degli anni Ottanta, un questionario per chiedere loro come ‘vedessero’ la Rivoluzione d’ottobre. Ne è emersa una lettura critica tutt’altro che unitaria del fenomeno: nel primo caso, la si vede come una cesura netta, nel secondo caso come una cesura meno netta, nel terzo, come un evento che ‘non cambiò nulla, eppure cambiò tutto, tanto che la poesia continuò a percorrere la propria via del grano’. La poesia sa essere un filo di continuità che cavalca la storia? Oppure la sincronia (improbabile) fra rivoluzione politica e rivoluzione in arte (il riferimento è a Majakovskij) costituisce ‘un grande equivoco’? «Si pensa di poter ribattezzare il mondo – ha proseguito Niero -, di poter tornare ad uso stato adamitico, ad una fase aurorale del nostro dire. Ma qualche rimasuglio di peso iconico resta. Perché è impossibile sfuggire all’ancoraggio di senso».

E questo momento di rottura dell’uso della lingua poetica si è evinto dalle letture di Francesca Tuscano e di Alessandro Niero, quando i poeti dichiarano di esser diventati loro stessi delle ‘fabbriche’, quando fanno visita alla salma di Lenin, quando dicono alla statua della libertà che non vogliono lei, ma ‘un’altra’, quando le pastoie che incatenano la società vengono infrante, quando il talento viene concepito, in antitesi con il modus vivendi del borghese, ancorato alla terra, come un qualcosa di ‘nomade, e alato’. Quando la censura non c’è più. Nonostante esistano ancora le guerre, il potere, l’esercito. E, quindi, le disuguaglianze. E quegli uomini (anche quelli restano), che hanno creduto nella rivoluzione. In quella rivoluzione ‘che avrebbe dovuto rifare l’uomo dalle budella’.

 

 

 

 

Tag dell'articolo: , , , , , .

COMMENTI ALL'ARTICOLO

DISCLAIMER - La redazione di Perugia Online non effettua alcuna censura dei commenti, i quali sono sottoposti ad approvazione preventiva solo per evitare ingiurie, diffamazioni e qualsiasi altro messaggio che violi le leggi vigenti. Siete pregati di non inserire commenti anonimi e di non ripetere più volte lo stesso commento in attesa di moderazione. Ogni commento rappresenta il personale punto di vista del rispettivo autore, il quale è responsabile civilmente e penalmente del suo contenuto. Perugia Online si riserva il diritto di modificare o non pubblicare qualsivoglia commento che manifesti toni, espressioni volgari, o l'esplicita intenzione di offendere e/o diffamare l'autore dell'articolo o terzi. I commenti scritti su Perugia Online vengono registrati e mantenuti per un periodo indeterminato, comprensivi dei dettagli dell'utente che ha scritto (IP, E-Mail, etc.). In caso di indagini giudiziarie, la proprietà di Perugia Online non potrà esimersi dal fornire i dettagli del caso all'autorità competente che ne faccia richiesta.
Scroll To Top