lunedì, 2 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

Que reste-t-il? Ciao, Marco

La città di Perugia rende omaggio al giurista, scrittore e giornalista Rufini nel corso di una serata-tributo promossa dal Circolo dei Lettori nella suggestiva cornice della Sala dei Notari.

 
Que reste-t-il? Ciao, Marco
Perugia.  “Cerco di raccontare, narrare, sentire, condividere emozioni”. Marco Rufini, giurista perugino, avvocato specializzato in tecnica legislativa, giornalista, felicemente “prestato alla letteratura” dopo i 40 anni scomparso lo scorso 11 settembre, l’assessore alla cultura del Comune di Perugia Teresa Severini lo ricorda così. Come un intellettuale aperto, dalla penna fine, capace di solcare tempi, luoghi, generi diversi. Nella serata-tributo della sua amata città, “Que reste-t-il? Caro Marco… la città di Perugia ricorda Marco Rufini”, promossa dal Circolo dei Lettori di Perugia (con cui ha attivamente collaborato), inserita nel cartellone dell’edizione classe 2015 di Umbria Libri e tenutasi ieri sera nella suggestiva cornice della Sala dei Notari, molti sono stati gli amici a salutarlo così. Lui, che amava definirsi “un pizzico anarchico, agnostico, asociale, apparentemente anaffettivo”.

Apparentemente, già. Perché, a osservare una Sala dei Notari gremita, viene da affermare l’esatto contrario. Oltre all’assessore Severini, infatti, un tripudio di voci ha reso omaggio “ad uno dei figli che più ha amato il capoluogo umbro”, da Giovanna Zaganelli, ordinario all’Università per Stranieri di Perugia e coordinatrice del Dottorato di ricerca dello stesso Ateneo, a Giulio Mogol, amico di sempre, cui Marco “giungeva gradito, leggero”, anche quando, magistralmente, curava l’editing dei suoi aforismi. Dal professor Fabio Grassi Orsini, che lo ricorda come un convinto assertore delle potenzialità culturali di Perugia, e come un appassionato intellettuale, a tratti profeta (è il caso del suo ultimo romanzo, Assisi 2060, in cui anticipa, per certi versi, la strage di Charlie Hebdo e degli attentati di Parigi), al professor Ruggero Ranieri, che definisce lo stesso romanzo, “un libro magnifico, colto, divertente, intelligente. L’apice della sua carriera di romanziere”. E ancora, alla foscoliana tavola rotonda dell’amicizia, si sono seduti Serena Innamorati, che lo ha celebrato come “figlio della stirpe che è Perugia, accademica, medica, giuridica, cui, quarantenne, ha preferito la letteratura, il cinema”; Corrado Zaganelli, cui Marco fa pensare: “ci sono persone che dopo essere scomparse non lasciano un vuoto emotivo, ma fanno – appunto – pensare”.

E fanno pensare la sua narrativa, la sua cifra stilistica, la sua scelta artistica che poggia sull’acutezza del percepire l’evoluzione di alcuni meccanismi socio-culturali. Lo si è evinto, ieri sera, durante la seconda fase dell’evento, orchestrata da Bruno Taburchi, coordinatore del Circolo dei Lettori, in una full immersion all’interno dei romanzi di Rufini, quando anche il gesto di voltare pagina diviene drammatico: da Sotto un cielo lontano (1997), la sua opera più proustiana, alle suggestioni de Il Lago (2003), passando per Braccio da Montone – Vita d’un capitano di ventura (2004) e Afa (2007), fino ad approdare a Quasi Re (2013) e ad Assisi 2060 (2014), oggetto di riflessione critica per Dacia Maraini, Stefano Giovanardi, Arnaldo Colasanti. In cantiere, alcuni progetti che avrebbe voluto organizzare quest’autunno. Nell’inchiostro della sua penna, ancora certe considerazioni dell’amato Nabokov. Sullo sfondo, le note di Que reste-t-il de nos amours? di Charles Trenet. E poi un’esortazione: “Vi spetterà occuparvi della cosa culturale, come se doveste ricostruire il tempio di Palmira”.

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