“La narrazione discreta dello spaccato di un’Italia vicina a noi, e al contempo lontana, di una toponomastica scomparsa, di una caccia nobile, ma non aristocratica”: è stato questo, stamani, in sala della Vaccara di Palazzo dei Priori, a Perugia, il commento del relatore Daniele Ubaldi, direttore di Perugia Online e responsabile dell’Ufficio Stampa Regionale di Federcaccia, sulla prima fatica letteraria di Giuseppe Mattioli, “una storia d’amore raccontata a quanti, e non credo siano pochi, hanno il desiderio di conoscerla: l’amore per i propri familiari passati e presenti, per gli amici che c’erano e che ci sono ancora, per una vita sorretta da valori semplici e schietti e da un’etica al tempo stesso elementare e rigorosa”, secondo la penna di Nicola Miriano, che ha curato l’introduzione. “Una caccia, la più pericolosa, quella al cinghiale – ha proseguito Ubaldi – che nel libro assume i connotati della lotta di classe, con i latrati dei cani, le ferite inferte agli animali e ai cacciatori. L’opera ripercorre, con un linguaggio umile, come le origini dell’autore, la nascita e la progressiva diffusione della pratica venatoria in Umbria. Una pratica, questa, che proviene dalla vicina Toscana, e che segue i mutamenti della figura del cacciatore, di un certo stile di vita, di un certo modo di fare agricoltura. Il tutto, scandito lentamente dal ciclo delle stagioni, dalla vendemmia, dalla potatura, dal susseguirsi di luoghi – Perugia, Olmo, Cannara, etc. –, che a volte assumono i connotati di una reminiscenza, anche nella toponomastica. C’è, in ultima istanza, una antropomorfizzazione dell’interland perugino”. Antropomorfizzazione e approccio antropologico che hanno caratterizzato la lettura critica della seconda relatrice della conferenza stampa di presentazione di oggi, 8 settembre, Barbara Cesaretti, di Umbriadomani: ha focalizzato la sua attenzione sui valori veicolati dalla società matriarcale degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, Cesaretti, che ha fatto leva sulla società, tutt’altro che “liquida”, per dirla con Bauman, della famiglia di Rolando.
“Una storia di passioni – ha osservato Cesaretti –, di una struttura sociale in cui la donna è fautrice di una femminilità concreta, di una dedizione totale e convinta verso l’universo maschile. Per Rolando, il protagonista, cacciatore filantropo, capace di grandi gesta, per il quale durante una battuta di caccia, la preda di uno era la preda di tutti, l’ideale di questo tipo di femminilità è rappresentato dalla nonna, la prima a consegnargli un fucile”. Un sentimento atavico, l’origine di una passione, “il percorso di una tradizione, fatta di racconti e memorie familiari, quando si narrava che detenere un fucile in casa non significasse solo appartenere ad una precisa categoria, quella dei cacciatori, ma anche avere una sicurezza in più”: è il narratore della passione di Rolando Mattioli, a parlare, il fratello Giuseppe, che nel libro – “titolato L’insoglio: un titolo che catalizza subito l’attenzione del lettore”, come ha affermato l’editore di Futura Edizioni, Fabio Versiglioni –, non intendeva fornire tanto un decalogo del cacciatore – per quanto l’opera si corredi di un glossario con i termini tecnici e di una precisa scansione data dalle battute di caccia –, quanto uno spaccato dell’Umbria degli anni Cinquanta. “L’associazionismo” – ha dichiarato il consigliere comunale Alvaro Mirabassi – rappresenta il fattore culturale più importante di una città. Quella dei fratelli Mattioli è un’associazione che da anni si impegna nella promozione del territorio della nostra regione e di quello della vicina Toscana, da cui proviene questa pratica venatoria. L’insoglio merita un riconoscimento importante dalla città di Perugia, così come l’attività perseguita dai fratelli Rolando e Giuseppe”.
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