Se è vero che il paratesto contribuisce a trasformare un’opera intellettuale in un libro, è opportuno soffermarsi sulla nota dell’autore, che afferma: “Negli ultimi anni sono stato in giro. Ho attraversato molti Paesi, in alcuni mi sono fermato e in una manciata di questi ho trascorso abbastanza tempo da cominciare a sentirmi parte del paesaggio. Afghanistan, Italia, Stati Uniti, Sierra Leone, Sudan: questi, i luoghi dove ho incontrato le storie di cui si compone questo libro. Storie che esistevano già, nelle quali mi sono imbattuto per caso. Storie di persone che fuggono dagli elementi più disparati, nei modi più diversi, da luoghi opposti. Persone per cui la fuga rappresenta l’unica possibilità”. È stato testimone di quegli eventi, l’autore esordiente perugino, che ha ricostruito, anche sulla base della narrazione degli stessi protagonisti di quelle storie, le vicende di fughe, fra le più differenti: “nessuna di esse – prosegue Radicchi – ha la pretesa di ricostruire l’esatta successione degli eventi, ma in ognuna di esse si troverà, se non proprio la verità, almeno quella particolare esattezza che solo la finzione di un racconto può dare”.
Fatti realmente accaduti tra la fine di marzo e l’inizio di aprile di quest’anno nel distretto di Kanashin, a Sud di Lashkar Gah, durante una raccolta di tareyak, quando almeno dieci raccoglitori vennero spazzati via da una piena del fiume Helmand: ne parlerà, Radicchi, domani, venerdì 7 ottobre, a partire dalle 17.30, alla Libreria Grande di Ponte San Giovanni, in occasione della presentazione del suo primo libro, In fuga, pubblicato dalla casa editrice parmense Rupe Mutevole. Il tema della fuga permea la letteratura tutta, da Orazio a Lucrezio, passando per Seneca e Apuleio, arrivando a Baudelaire, Gide: una via di scampo dalla noia di vivere? La stessa cronaca contemporanea, nei reportage, negli articoli di giornale, attesta le numerose, dolorose, quasi sempre obbligate fughe dalla guerra, da fenomeni sociali quali il bullismo, da epidemie, a volte da se stessi. Senza nemmeno sapere dove, come. “Sette storie. Continenti diversi. Paure e speranze opposte, ma lo stesso disagio di fondo: sentirsi in trappola. In un tempo di migrazioni, fughe di cervelli, guerre ed epidemie, la fuga diventa l’unica ragione di vita, un mezzo che diviene obiettivo. Spesso, però, quelli che riescono a fuggire non sono più gli stessi di prima. Ma si può veramente fuggire da qualcosa?”. Una partenza precipitosa, e senza meta, dai risvolti antropologici.
Ne ha parlato, l’autore, in anteprima, per i lettori di Perugia Online: “I miei, sono racconti scritti in modo eterogeneo, che si sono sostanziati della lettura dei grandi, da Luigi Pirandello a Giovanni Verga, da Jack London a Joseph Conrad ed Elmore Leonard. Il collante fra le sette storie che narro è dato dal tema della fuga, che, è il caso di dirlo, rifugge da ogni tentativo di sottrarsi, in modo vile: ci vuole coraggio, invece, per scappare da ciò che nuoce, da una situazione di disagio. Chi fugge è, a mio avviso e secondo l’esperienza che ho avuto modo di fare come logista per Emergency, quasi sempre una vittima, inserita all’interno di dinamiche complesse: ci sono il migrante, il cervello in fuga, la donna che fugge da una violenza psicologica, morale, fisica. La narrazione mi ha permesso di slegare i fatti dalla realtà, di far sì che i racconti veicolassero, seppur con estreme veridicità e verosimiglianza, i particolari di situazioni particolarmente problematiche”.
“Io invece – è la voce di Atiqullah – avevo scelto quel periodo di proposito. Pochi si mettono in viaggio con la neve. È già difficile arrivare al confine con l’Iran in quella stagione. Per me significava che le poche possibilità erano tutte mie”. La fuga, dunque, (anche) come possibilità.
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