Una produzione della Fondazione Teatro di Napoli, un adattamento originale e contemporaneo, quello di Gassmann, che, seguendo con piglio (quasi) filologico il testo di Maurizio de Giovanni, rielaborazione ed attualizzazione di quello originale di Dale Wasserman, e dirigendo un cast di eccezione, con Daniele Russo, Elisabetta Valgoi, Mauro Marino, Marco Cavicchioli, Giacomo Rosselli, Alfredo Angelici, Giulio Federico Janni, Daniele Marino, Antimo Casertano, Gilberto Gliozzi, Gabriele Granito, Giulia Merelli, ha portato “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, base per la sceneggiatura dell’omonimo film di Miloš Forman, a teatro, accostando una raffinata esteticità ad una marcata carica sociale, ad una visionarietà mutuata direttamente dal romanzo di Ken Kesey, sulle note originali di Pivio e Aldo De Scalzi.
“Un testo – ha commentato Gassmann, sempre nelle note di regia –, che è una lezione d’impegno civile, uno spietato atto di accusa contro i metodi di costrizione e imposizione adottati all’interno dei manicomi, ma anche, e soprattutto, una straordinaria metafora sul rapporto fra individuo e Potere costituito, sui meccanismi repressivi della società, sul condizionamento dell’uomo da parte di altri uomini. Un grido di denuncia che scuote le coscienze e che fa riflettere”. Un grido di denuncia contro tutto ciò che emargina, discrimina, ed esclude il malato, il diverso: un tema, questo, messo in scena anche in un’altra rappresentazione della precedente stagione di prosa, “La pazza della porta accanto”, in cui l’attore e regista romano indaga, come lui stesso ha dichiarato, “i complessi rapporti psicologici tra i vari personaggi, immergendoli in uno spazio scenico realistico e asettico”, in una dimensione atemporale, priva di cromia, rigidamente disciplinata, “pulita” e scandita dall’applicazione di misure coercitive e contenitive all’interno degli ospedali psichiatrici, dove ogni tentativo di assumere un controllo pieno sulla propria vita diviene vano. Ci sono Suor Lucia ed il dottor Graziano Festa, a gestire i degenti della clinica campana, i cosiddetti “acuti”, quelli “meno gravi”, quelli che possono sperare in una guarigione, e che si muovono nella “sala-giorno” della struttura psichiatrica, anonima, più che in quanto personaggi, come scrive Maurizio de Giovanni nelle note dell’autore dell’adattamento, in quanto persone “di carne e sangue e di passioni e di dolori, e gioie”, in cerca o no d’autore, veri motori di quelle che lo stesso giallista napoletano ha definito “le Grandi Storie”, immediatamente riconoscibili, veicolo di valori universali, eppure calate nell’hic et nunc, nella spazialità della sceneggiatura, nella flessione dialettale masticata dalla bocche dei pazienti, nella dimensione tragicomica e giocosa del baseball, di slang e provocazioni alle “parole gelate” pronunciate da severi cultori dell’igiene mentale. Ci sono, poi, i “cronici”, confinati nel silenzio imposto dalla loro malattia e dall’assenza di luce, nelle loro camere collocate al piano superiore, gli “internati”, come Dario Danise, interpretato da Daniele Russo, e i “volontari”, che hanno scelto, più o meno deliberatamente, di vivere nel limbo, in una “non-vita” scandita da orari ferrei, terapie di gruppo, pasti comuni, medicinali, ordinarie psicopatologie, volutamente non tratteggiate ad un livello profondo, e a volte simulate, o non ben diagnosticate: è questo il caso di Ramon Machado, di cui è interprete Gilberto Gliozzi, il paziente sudamericano tutt’altro che sordo-muto, come si legge nella sua cartella clinica, ma anzi percettivo nei confronti della realtà circostante.
Subisce una kafkiana metamorfosi, Machado, ed il suo eccesso di dolore lo porta a “volare” sul nido del cuculo, a ribellarsi a quel sistema, a uscire dalla “gabbia della mente” in cui quell’eccedenza di patimento lo aveva relegato: lo fa, anche grazie alla spavalderia, all’irriverenza, all’iperattivismo, ed all’aggressività di un nuovo paziente, Dario Danise, “un ribelle anticonformista – come Gassmann definisce il “suo” McMurphy – che comprende subito la condizione alla quale sono sottoposti i suoi compagni di ospedale, creature vulnerabili, passive e inerti”. Organizzerà per e con loro una festa, all’interno del manicomio, li spronerà a superare le loro paure, i loro incondizionati e ingiusti sensi di colpa, le trappole in cui si sentono irretiti, rispetto ai loro sogni, alle loro allucinazioni – trasposte in immagini proiettate, in videografie raffiguranti granelli di sabbia, profili femminili, evocanti contenuti latenti del loro inconscio – alla società, ai rapporti interpersonali, anche con le loro donne, la madre e la moglie, rendendosi “paladino di una battaglia nei confronti di un sistema repressivo, ingiusto, dannoso e crudele”. Con la sua morte, a seguito della lobotomia a cui è sottoposto, Dario riscatta la vita di Ramon, e incita gli altri pazienti ad assumere il controllo della e sulla propria vita, al di là delle loro fobie, dei loro timori, dei loro traumi. “Di questa meravigliosa e delicatissima Storia”.
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