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Amedeo Amodio e il simulacro dello Schiaccianoci

Al Morlacchi di Perugia, l’audace e coloratissima coreografia del direttore del corpo di ballo del Teatro Massimo di Palermo.

 
Amedeo Amodio e il simulacro dello Schiaccianoci
Perugia.  Una catasta di coloratissimi giocattoli, ed un audace “burattinaio”, Drosselmeier, che la muove, la inventa, l’alterna con giochi altri, fatti di ombre, di proiezioni e di video, atti a risvegliare timori infantili, “dando vita ai sogni, alle paure e ai desideri” di due bambini, Clara e Fritz. Non in una notte qualunque, ma durante la vigilia di Natale – come ne “Lo schiaccianoci e il re dei topi” di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, editato a Berlino nel 1816, e 22 anni dopo, tradotto in francese e “reinterpretato”, nel 1844, da Alexandre Dumas –, quando la famiglia si riunisce, per scambiarsi doni, che, se inseriti nell’ingranaggio della fantasia e della rivisitazione fiabesca, diventano correlativi oggettivi in grado di trasformarsi in idee, in incantesimi.

Ne “Lo schiaccianoci” di Amedeo Amodio, danzatore e coreografo milanese – direttore della compagnia dell’Aterballetto fino al 1996, del corpo di ballo del teatro dell’Opera di Roma fino al 2000, e direttore artistico della compagnia di danza del teatro Massimo di Palermo – viene fornita una chiave di lettura simbolica, giocosa, onirica ad uno dei balletti più celebri del repertorio classico, sulle musiche di Čajkovskij, con le scene ed i costumi ideati per Aterballetto dall’animatore e illustratore genovese Emanuele Luzzati per la versione del 1989, e con primi ballerini, solisti ed il corpo di ballo del Balletto Nazionale DCE (una produzione “Daniele Cipriani Entertainment”).

“Ho voluto rimanere il più possibile fedele al racconto originale di Hoffmann – ha commentato Amodio nelle note di regia –: la realtà vista con gli occhi di una bambina, Clara (interpretata da Giulia Neri; Clara, in età adulta, è invece interpretata da Anbeta Toromani, n.d.r.), che conserva il senso della ‘realtà magica’, il fantastico presente nella quotidianità dove i confini fra il mondo dell’immaginario e la realtà di tutti i giorni sono così attenuati che, a volte, non sappiamo quale sia più vero e più concreto. Il padrino Drosselmeier (interpretato da Valerio Polverari, n.d.r.) è artefice – ha proseguito il coreografo e regista lombardo –: inventa le ombre, muove i giocattoli, dando vita ai sogni, alle paure, ai desideri di Clara. Ma è anche difensore del mondo dell’immaginario che molto spesso gli adulti cercano di annientare”. L’occhio di Clara è una lente deformata, divertita e curiosa che riflette, rendendoli grotteschi o animandoli, i personaggi e i giocattoli arrugginiti, come uno schiaccianoci di legno decorato, donatole in dono, e destinato a prendere vita, a combattere contro “il re dei topi”, a trasformarsi in principe, al contrario di quelli che venivano esposti sulle bancarelle dei mercatini natalizi della Germania ottocentesca. Clara se ne innamora e, nella dimensione onirica del suo inconscio, sempre architettata e scandita dalle lancette degli orologi e dalle mani demiurgiche del padrino-precettore Drosselmeier, il cui occhio, a differenza di quello della bambina, è coperto da una benda – riferimento, questo, secondo la lettura che del racconto originale fa Agamben, al fatto che questo personaggio non possa essere traghettato dall’aiutante, lo Schiaccianoci, verso il regno della grazia e della salvezza –, riconosce nella difformità del suo Schiaccianoci – rotto dal fratello Fritz – la vera meraviglia, catapultandosi con lui in un paese edulcorato con zucchero e confetti.

Come rendere visivamente questi segni, questo canovaccio di notazione coreografica? La rappresentazione scenica dei fiocchi di neve, e, poi, nel II atto, le danze spagnola, araba, cinese, russa, le esibizioni dei saltimbanchi, l’allusione a Mozart, nella scena dei “flautini”, Papageno e Papagena, tratti da “Il flauto Magico”, e il celeberrimo pas de deux: audaci, polimaterici e policromatici, i costumi di scena di questo spettacolo, gli stessi che Luzzati – illustratore, fra le altre opere, delle “Fiabe scelte dei fratelli Grimm” per le edizioni Olivetti nel 1988 – ideò per la versione della fine degli anni Ottanta del secolo scorso, inserendo “Lo schiaccianoci” in un progetto più ampio, che arreca la firma di Daniele Cipriani, e che è volto al recupero del repertorio classico del balletto. Oggetti e costumi, scenografie per cui ed in cui l’illustratore genovese dichiara di aver “lavorato a collage”, che sopperiscono ad una a volte non troppo definita “notazione coreografica”, con una non sempre precisa disposizione dei ballerini sulla scena, ed una non definitezza costante delle linee dei singoli danzatori – nei grand-jeté, nelle pirouettes, negli arabesques –, e, più in generale, di quelle diagrammatiche del corpo di ballo.

Un allestimento, ed una rappresentazione scenica, distanti, dunque, volutamente, dalla versione del direttore-coreografo dei balletti imperiali di San Pietroburgo, Marius Petipa, il quale, nella prima metà dell’Ottocento, eliminò i risvolti più inquietanti del racconto di Hoffmann, esaltando il sistema valoriale dell’amore, dei prodigi, del divertissement. La figura dello Schiaccianoci-aiutante, deforme, monco, eppure in grado di sfidare il Re Topo, e di far innamorare Clara, è, invece, riabilitato in tutta la sua profondità psicologica nello spettacolo di cui Amodio conduce la regia.

“Anche fra le cose si danno aiutanti – si legge, a tal proposito, ne “Il giorno del Giudizio” di Giorgio Agamben –. Ciascuno conserva questi oggetti inutili, metà ricordo e metà talismano, di cui un po’ si vergogna, ma a cui non vorrebbe per nulla al mondo rinunciare. Si tratta, a volte, di un vecchio giocattolo sopravvissuto alle stragi infantili, di un astuccio di scolari che custodisce un odore perduto o di una maglietta striminzita che continuiamo, senza ragione, a tenere nel cassetto (…). Sono i personaggi che il narratore dimentica alla fine della storia, quando i protagonisti vivono felici e contenti fino alla fine dei loro giorni; ma di loro, di quella ‘gentaglia’ inclassificabile cui, in fondo, devono tutto, non si sa più nulla”.

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