Insieme al professor Andrea Bernardelli, ricercatore e docente di Semiotica presso l’Università degli Studi di Perugia, Gianluca Mori ha condotto una riflessione sulla “trasformazione dell’ecosistema della lettura” nell’era digitale (e-book, tablet, kindle, etc.) e sul ruolo svolto dalla forma materiale del testo nell’accesso al testo stesso. Da un rapporto annuale dell’Istat (2015) si evince che la situazione dei lettori e della “lettura in Italia” sia poco rassicurante: la sintesi quali-quantitativa della situazione dei “lettori medi e forti” nel nostro Paese, infatti, mette in luce che, nel 2015, “il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni) ha letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici e professionali”. Si stima, inoltre, che il 48,6% delle donne sono lettrici, contro il 35% dei maschi, e che solo il 13,7% dei lettori è considerato “forte”, ovvero in grado di leggere in media almeno un libro al mese, mentre il 45,5% dei lettori si confermano “deboli”, in quanto non leggono più di tre libri l’anno.
Di matrice letteraria, le due lezioni tenute dal professor Amedeo Quondam, emerito di Letteratura italiana dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, rispettivamente, mercoledì 23 novembre, all’Università degli Studi di Perugia (Palazzo Manzoni, Sala delle Adunanze), e giovedì 24 novembre all’Università per Stranieri di Perugia (Palazzo Gallenga, Sala Goldoni). Si è incentrata, dopo i saluti istituzionali di Mario Tosti, direttore del Dipartimento di Lettere, lingue, letterature e civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia, e di Sandro Gentili, ordinario di Letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento e di Critica letteraria presso lo stesso Ateneo, su “uno dei testi formativi del raccontare”, come il professor Quondam ha definito il Decameron di Boccaccio, che, ha sottolineato, ha avuto la straordinaria portata avanguardista di mostrare “cosa la letteratura avrebbe dovuto essere”. Altra lezione del professor Quondam, giovedì 24 novembre, in sala Goldoni a Palazzo Gallenga (Università per Stranieri di Perugia – Dipartimento di Scienze Umane e Sociali –, in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia – Dipartimento di Lettere, lingue, letterature e civiltà antiche e moderne –), che, dopo i saluti istituzionali della professoressa Sandra Covino, Direttrice del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia, e l’introduzione di Floriana Calitti, professore associato di Letteratura Italiana all’Università per Stranieri di Perugia, e di Erminia Irace, professore associato di Storia Moderna all’Università degli Studi di Perugia, si è incentrata sulla “storia di un’idea” insita nella cultura rinascimentale, specie nelle “metamorfosi della cultura d’antico regime”, come recita il sottotitolo di una monografia dello stesso Quondam (Rinascimento e classicismi. Forme e metamorfosi della cultura d’antico regime (Bologna, il Mulino, 2013). Il termine “Rinascimento”, ha sottolineato Quondam, è inflazionato: è un’etichetta usata male, e ha subìto varie risemantizzazioni nel corso dei secoli, specie fra Settecento ed Ottocento. Anche perché, insieme all’Umanesimo, ha rappresentato una cesura fra antico e moderno. Seppur per Petrarca, il “modernus” fosse “anticus”: “si è moderni nel momento in cui si è antichi”. Su questo si basa il circuito fondativo della modernità.
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