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Tarek Komin, e ‘Il Nido delle Tasche’

Intervista allo scrittore toscano, originario di Sansepolcro e laureato in Studi Storici DemoEtnoAntropologici, con all'attivo due romanzi, una raccolta di racconti e due sillogi poetiche. Perché anche 'le tasche hanno un nido'.

 
‘Qualcosa ricorre / delle tue parole, / un modo di dire / sulle mie scarpe sporche, / che vizio di sussiego, / nel livido cammino, / nel nido delle tasche, / dove calmo le mie mani, / nella conta delle dita’.

Ricorrono parole, modi di dire, frasi idiomatiche piegate al divertissement, all’ironia acuta, a tonalità affettive che costituiscono forme organizzate dell’esistenza umana. Ricorrono accostamenti inusuali, insoliti. Ricorrono, infine, trecce di un vissuto amoroso sviscerato nella dimensione del ricordo, della ‘reliquia sacra’, di scene oniriche, a tratti surreali, dettate dall’assenza della persona amata, perdutasi nella totalità del mondo, ne Il Nido delle Tasche, ultima fatica letteraria, presentata in tutta Italia, da Roma a Milano, da Firenze alla sua città natale, Sansepolcro, nella Sala del Consiglio Comunale lo scorso 27 maggio – e seconda silloge poetica, in ordine di pubblicazione, editata da Augh! questo stesso anno – di Tarek Komin, scrittore toscano, laureato in Studi Storici DemoEtnoAntropologici – nelle sue ricerche si è occupato di prossemica, l’uso umano dello spazio e connesse influenze comportamentali e relazionali negli spazi abitativi e nel trasporto pubblico –, e premiato in numerosi concorsi, con all’attivo due romanzi, Moon (ilmiolibro, 2008) ed Emilio Seminci e i Giorni dell’Umanesimo (Watson Edizioni, Roma, 2015) – per la cui stesura, l’autore ha dichiarato di essersi ispirato a Pirandello, Svevo (un omaggio a Senilità è deducibile dal nome e dal ruolo svolto dai tre personaggi principali: Emilio, appunto, ma anche Stefano e Angiolina), a certe suggestioni surreali di matrice kafkiana (una citazione posta in esergo, non a caso, interessa il ‘Castello’: ‘Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente, è un forestiero (…)’), ad alcune descrizioni di Nabokov, e poi ancora a Calvino, Simenon, Faulkner, Nanni Moretti, in un continuo sforzo destinato a mescolare i piani, a ‘cucinare frasi’. Specie se uno dei personaggi è ‘un ragazzo appetitoso’ come Myriam –, una raccolta di racconti, Il dedalo del sottosuolo (Edizioni Tracce, Pescara, 2012), ed una di poesie, Disperdersi (L’Autore Libri, Firenze, 2010).

Della ‘virata’ alla poesia, degli elementi paratestuali che compongono Il Nido delle Tasche, in quanto specifici dispositori di senso in grado di orientare la ricezione del lettore, dei topics che ricorrono all’interno della raccolta, e che raccordano le fila dell’enunciazione, del bianco e del silenzio, delle pause, dei ‘nomi che diventano bianchi’ e che assumono una chiara valenza semantica, e, infine, delle scelte stilistiche attuate dall’autore, della sua felicità inventiva nel ricorso a sostantivi ed aggettivi di uso quotidiano, che divengono inconsueti negli accostamenti, abbiamo parlato con Tarek Komin, che di cultura, come lui stesso ha affermato, ‘si nutre’. Soprattutto in una società come la nostra: veloce, fluida, in cui i piani della conoscenza si compenetrano. Ed il pensiero è consapevole.

Sei giunto alla pubblicazione della tua seconda silloge, passando dalla narrativa alla poesia: al di là del piano dell’espressione, che inevitabilmente si riverbera su quello del contenuto, cosa cambia, secondo te? Perché hai scelto la poesia? Permette davvero di elevare la lingua, di non lasciarla ‘cadere’, di soppesare, di esprimersi (anche, magari) attraverso la forma cassata, che resta comunque al di sotto di quella prescelta?

Indubbiamente, per quanto mi riguarda, cambia innanzitutto l’approccio. Per scrivere un romanzo occorrono una costanza e un’organizzazione totalmente differenti, una ricerca e uno studio alla base del lavoro di un’altra natura, direi quasi un’ispirata progettazione. Al contrario quando mi accosto e vivo il mondo della poesia lo faccio in modo istintivo, violentemente inconscio e anche veloce; un’idea, un’immagine che si generano all’improvviso, nell’impulso quasi autonomo di tradurre in parole sensazioni che già di per sé sono cariche di significato. Poi, ovviamente, c’è il lavoro di limatura, di confronto, di assaporare i suoni a voce alta per dare al testo poetico la forma che sia in quel preciso momento quella “giusta”. In definitiva, quindi, per me la poesia non è una scelta, ma forse un’imprescindibile conseguenza e una piacevole necessità.

Il titolo di un’opera come uno specifico dispositore di senso. Come un preciso elemento paratestuale che orienta la ricezione del lettore, condizionandola: puoi illustrarci la motivazione che ti ha condotto alla scelta di questo titolo, tratto dall’omonimo verso di una tua poesia? Perché non hai optato, a patto che ci sia un motivo, per una suddivisione in sezioni della tua raccolta?

Mi piaceva l’idea di utilizzare un verso di una poesia, più che un titolo, per dare il nome alla raccolta. “Il Nido delle Tasche” è infatti un verso del testo “Ricorre”. Le tasche come un nido sono un concetto che trovo estremamente pertinente per una raccolta come questa, fatta di molteplici spunti e strade da seguire, un po’ una risposta alla prima raccolta intitolata “Disperdersi”, o forse più un’ideale continuazione. Le tasche diventano allora un Nido dove le mani (e noi con esse) si rifugiano e si proteggono, dove simbolicamente ci rassicuriamo nella conta delle dita, una difesa dal mondo esterno che continuiamo a percorrere curiosi ma confortati, appunto, dalla presenza di un luogo sicuro che sia sempre con noi. Ed è anche un piccolo omaggio a Ungaretti e al suo Porto Sepolto; in questo caso tuffarsi nelle tasche e riemergere con poche, ma precise parole, a comporre un testo salvifico diventa quasi un moto naturale. Le varie poesie raccolte nel Nido appartengono a periodi e ispirazioni diverse, non ho volutamente suddiviso la raccolta in sezioni distinte proprio per evitare di condizionare il lettore e ingabbiare la lettura in predefiniti algoritmi e consuete strade.

Se volessimo individuare dei topics, degli ambiti tematici in questa tua ultima fatica letteraria, cosa potremmo dire? Alcune direttive principali ci paiono il vissuto amoroso, la dimensione del ricordo – definito ‘reliquia sacra’, nella prefazione -, le scene oniriche, a tratti surreali, l’assenza della persona amata, il mondo nella sua totalità. Sapresti indicarcene altre?

Sicuramente le aree tematiche che hai indicato sono quelle principali; il ricordo, le assenze e la percezione del mondo in base a queste. C’è molta memoria che pervade le frasi, una memoria che gioca con immagini oniriche e appunto, a volte, surreali. In certi accostamenti forse anche ironia e autoironia aiutano a lavorare il ricordo – e la parola che con sé lo traduce – come fosse un oggetto, arte manifatturiera del pensiero. Inoltre a tratti i temi si mescolano e si confondono e allora può capitare che il “vissuto amoroso” diventi ulteriore maschera e forse pretesto per nascondere e al tempo stesso svelare intimi angoli di realtà.

Il bianco e il silenzio, che simboleggiano addii, e ‘i nomi che diventano bianchi’: in semiologia lo spazio lasciato in bianco assume una chiara valenza semantica. Sei d’accordo con questa concezione? Cosa rappresenta – se mai rappresenta qualcosa – lo spazio lasciato in bianco, la pausa, il silenzio nella tua poetica, in cui – si legge sempre nella prefazione, che reca la firma di Vincenza Fava – ‘la parola è una tonalità affettiva come una forma organizzata dell’esistenza umana’?

Sarebbe facile limitarsi a dire che il bianco è il colore che trattiene tutti gli altri, che li raccoglie e ne conserva l’essenza, celandola. I nomi bianchi – come le parole – hanno nella loro struttura tutto lo spettro cromatico (di emozioni, sensazioni e vita stessa)? Direi che forse per me il senso di questi nomi che “diventano bianchi” rappresenta un fluire temporale, un percorso della memoria: se il colore perde il tono è perché è stato assorbito o perché qualcosa, come il tempo, lo ha portato via? Ed è paradossale avvertire quanto siano fragorosi certi dubbi in assordanti silenzi, appunto. Nella scrittura il bianco è a volte una sorta di spettro – la pagina bianca – un blocco da superare, lo scoglio dell’ispirazione, ma se devo trovare un significato al bianco, dal punto di vista dello stile poetico, per me è come in musica la pausa, l’occasione del respiro.

L’intensità netta della parola che eleggi, e la felicità inventiva – il divertissement – nella ricerca di sostantivi ed aggettivi di uso quotidiano, che diventano inconsueti negli accostamenti: che dire a proposito delle scelte stilistiche, del repertorio delle figure retoriche, di una lingua che irride se stessa, pur prendendosi sul serio, ad esempio, nel ricorso ad infinite combinazioni di termini?

Torniamo al discorso dell’ironia che è di fatto una cosa infinitamente seria. Forse proprio nel divertimento di certi accostamenti, nell’insolito, nella provocazione surreale, sta il senso dello stile del Nido delle Tasche. Ho cercato di raggiungere – non so se con successo – un equilibrio tra un’inusuale originalità e qualcosa che risuoni immediatamente “giusto” alla mente di chi legge e soprattutto, principalmente, alla mia. Cerco di evitare la ricercatezza fine a se stessa, non mi interessa scovare il sinonimo più desueto di un antico vocabolario per dipingere la rappresentazione di una lirica aulica e raffinata – e l’ironia sta anche nel rispondere, seriamente, con questi termini. E altrettanto seriamente non penso che un testo diventi poesia solo quando si utilizzano certi consumati e prestabiliti vocaboli così come classiche figure retoriche o rime. Se nei testi ci sono termini inconsueti e accostamenti particolari è perché la ricercatezza stessa della parola si fa meticolosa e chirurgica al fine di rappresentare un’immagine che sia il più possibile esatta e fedele alla sensazione da traslare. Se scrivere è davvero tradurre in parole emozioni primarie ma anche elaborazioni cerebrali perché limitarsi ad utilizzare un circoscritto numero di lemmi anziché servirsi degli stimoli, infiniti e continui, che contraddistinguono la nostra multiforme contemporaneità? Adoro la sottile potenza della quotidianità che si infiltra con i suoi sostantivi e i suoi aggettivi anche nella poesia e non penso che lo stile del Nido delle Tasche avrebbe potuto rinunciare a certe leggere e sapide intromissioni.

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