E Futura è il titolo scelto dall’associazione di promozione sociale Spazio Humanities per il ciclo di incontri in streaming sulla poesia contemporanea. Incontri che hanno ruotato anche attorno alla poesia di Louise Glück, Premio Nobel per la Letteratura 2020. #costruiamovisioni (per il futuro) era stato, infatti, l’hashtag dell’associazione per la seconda edizione, virtuale, di aspettandoPoesiæuropa, un progetto posto sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo e che Spazio Humanities gestisce in collaborazione con diverse istituzioni internazionali e con l’Università degli Studi di Perugia. L’Ateneo perugino, inoltre, opera in sinergia con l’associazione Spazio Humanities e con l’Accademia di Belle Arti di Perugia anche per quanto riguarda un altro progetto, Umbrò Cultura, giunto al terzo anno di promozione di attività culturali. Nell’ottica e nel piano dei lavori dell’associazione, che intende proporre iniziative sperimentali incentrate sulla poesia, la narrativa, la storia, la filosofia, le arti visive, la musica, al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale, e i cui temi sono temi cruciali del contemporaneo, si inserisce, dunque, Futura, ciclo di incontri in streaming sulla poesia contemporanea.
Tutti gli incontri che seguono sono stati trasmessi in diretta sulla pagina facebook di Umbrò Cultura (https://www.facebook.com/umbrocultura/), si sono nutriti della fluida discussione di idee e categorie innescata dal dibattito sviluppato in Internet, e hanno inteso creare uno spazio di sinergia tra ricerca e media in grado di contrastare la labilità della funzione del lavoro culturale e di gettare le fondamenta per uno spazio in cui pensare cosa significhi fare e essere cultura oggi, muovendo proprio dalle voci della poesia. Nel corso dei tre incontri – che si sono tenuti in streaming, rispettivamente, il 26 novembre e il 3 e, oggi, 16 dicembre – è stata aperta una finestra sulla poesia contemporanea. Il primo incontro del 26 novembre 2020, ‘novecento/duemila’: forme nuove di identità, con Diego Bertelli, Raoul Bruni e Francesco Targhetta, è dedicato alla nuova collana di poesia Le Lettere ‘novecento/duemila’, che come obiettivo ha quello di gettare un ponte tra le vecchie e le nuove generazioni. Rappresentate, queste ultime, dai tre relatori. Nel secondo incontro del 3 dicembre 2020, Exordium, hanno dialogato tre poeti italiani emergenti: Luigi Fasciana, Francesco Mazzotta, Silvia Righi (ha moderato l’incontro Davide Murari).
Il terzo incontro di oggi, 16 dicembre 2020, La voce del mito. Sulla poesia di Louise Glück, con Maria Borio – presidente dell’associazione Spazio Humanities –, Andrea Gentile e Gianni Montieri, ha inteso omaggiare Louise Glück, insignita del Premio Nobel per la Letteratura 2020 ‘per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale’. Nata a New York nel 1943, Louise Glück è autrice di libri di poesie e di raccolte di saggi e docente all’Università di Yale. Il Saggiatore, diretto da Andrea Gentile, che ha partecipato a questo incontro conclusivo, ha acquisito i diritti di pubblicazione delle opere dell’autrice. I temi ricorrenti nel lavoro di Louise Glück sono il trauma, la perdita, il rifiuto, il fallimento delle relazioni e i tentativi di guarigione, la perdita dell’innocenza, il desiderio e il cambiamento, la natura e la dimensione onirica e archetipica, la morte. ‘Una delle domande fondamentali, se non la domanda unica ed essenziale, posta alla base di Averno di Louise Glück – scrive, infatti, Gianni Montieri – è sul cosa accadrà dopo la morte. Non il solo quesito sul dove si andrà (ammesso che si vada da qualche parte): Glück va oltre e si chiede cosa ci faccia l’anima nell’aldilà senza le cose più care. A quale scopo dovrebbe esserci un’ipotetica vita dopo la morte se a questa mancheranno le cose terrene? Ecco il punto, la novità del contenuto di Averno’.
Un’autrice statunitense, Louise Glück, statunitense e accademica, che incarna alcune delle caratteristiche più significative della poesia anglosassone, come ha messo in luce Maria Borio: l’eredità del modernismo si lega a quella dell’intreccio tra scrittura e stile confessionale, tra tradizione e ripresa dei classici. Un rapporto, questo, filologico per noi, mentre per altre tradizioni è un rapporto più organico, naturale. ‘Averno, ripubblicato dal Saggiatore, recupera le figure del mito – ha aggiunto Maria Borio – in un modo, appunto, organico, naturale, quasi come se fossero degli ologrammi della vita ordinaria, controfigure, senza che questo implichi un assetto di teatro, ma inserite in un’autobiografia che è un contenitore fluido’.
‘Cercherò di dire e di non dire – ha esordito Andrea Gentile, direttore editoriale de Il Saggiatore –. Cosa andiamo cercando dietro le parole? – Nell’XI secolo (sto volutamente andando fuori tema) nell’area del Mediterraneo si era soliti seppellire le persone senza testa. La testa era qualcosa da portarsi dietro durante un viaggio nomade’. C’era, infatti, una presenza dei vivi e una rappresentazione simbolica delle teste dei morti. In Galilea una signora dalla statura molto bassa viene seppellita insieme al suo teschio e ad altri oggetti. Si tratta di un seppellimento simbolico. E il simbolo ha a che fare con la poesia. Il lavoro archeologico si chiede cosa ci si aspetta da ogni relitto. Se l’archeologia ci spinge e a trovare il significato, la letteratura ci spinge a sentire il significato, a chiederci, quasi fosse un gioco, quali significati ci sono dietro alle parole. Il titolo di questo incontro, ‘La voce del mito’, ci suggerisce un procedimento tipico di questa autrice, che prende il mito, questo grosso cappotto che ci portiamo dietro, e lo va a svestire. Averno inizia con la descrizione di cosa sia l’Averno. Dire ciò che è, tuttavia, non basta. La lingua può dire e non dire, deve essere. ‘Senti questa voce? – si chiede Louise Glück – È la voce della mia mente’. Siamo vittime di questo strano oggetto che è la mente, siamo dei fantini al suo servizio. ‘I sentimenti mi governano’ scrive ancora Louise Glück e contempla, inducendo il mondo nell’arco del proprio cielo, stando dentro al mondo, essendo lei stessa il mondo. ‘Forse già non essere basta del tutto’ afferma Glück: se non possediamo il nostro corpo e la nostra mente, nel momento in cui scriviamo, abbiamo l’illusione di possedere la parola. Ma la parola è come un muscolo che si muove a prescindere da noi. La parola è uno strumento falso, un’ossessione per questa scrittrice, che a un certo punto si chiede: ‘Ricordo la parola sedia’ e poche righe dopo scrive ‘voglio dire solo che non mi interessa più: 60 anni seduta su sedie’. La parola sedia, così come la parola casa è riconoscibile, eppure, per la sua connotazione, significa qualcosa di diverso da soggetto a soggetto. ‘Vivete tutti in un sogno’, potremmo concludere con Glück. Glück che fa leva sull’inefficienza della parola, sulla sua ineffabilità e sul tradimento dell’io e della parola. Perché nel destino di ogni uomo c’è la fine del mondo fatta solo per lui. ‘Le parole, allora, non sono più dei fossili – ha concluso Andrea Gentile –, come quei teschi, ma qualcosa di impalpabile’.
Un’ineffabilità, questa, riscontrata anche da Gianni Montieri – giornalista e scrittore –, che è arrivato a questa autrice in modi casuali e che, dall’appassionamento, è passato, poi, a una lettura tecnica della sua opera, fino a quando, ad agosto di quest’anno, una settimana prima che Glück fosse insignita del premio Nobel, ha pubblicato un articolo dedicato alla scrittrice in Doppiozero. La poesia di Glück, per Montieri, ha delle cose comuni: la perdita, il dolore, la mancanza, l’attraversamento di una soglia che, in Averno, è quella degli inferi. Il mito viene spogliato: Persefone non è un personaggio del mito, ma qualcosa da usare, qualcosa che fa riflettere su come faremo a stare qua con tutto quello che lasceremo. Diamo troppa importanza all’io, e, nonostante questo, l’autrice pone l’io all’interno dei suoi testi, in modo lucido, ma al contempo emotivo. Lei che conduce il lettore davanti alla porta degli inferi, nel terreno dove i fiori si nascondono: è lui, il lettore, che deve fare i conti con qualcosa. La sua poesia non cerca il lettore, non offre il conforto semplice: il conforto arriva dopo, quando il lettore si riconosce e tocca con mano qualcosa che riguarda anche sé. Come se la perdita fosse anche la sua.
E gli interventi sono stati intervallati dalla lettura di alcune poesie tratte da Iris selvatico e da Averno. Come questa, Fine dell’estate, di cui si restituiscono, qui, alcuni versi incipitari: ‘Dopo che mi vennero in mente tutte le cose, / mi venne in mente il vuoto. / C’è un limite / al piacere che trovavo nella forma… / In questo non sono come voi, / non ho risoluzione in un altro corpo, / non ho bisogno / di un riparo fuori di me… / Mie povere ispirate / creazioni, siete / distrazioni, in ultimo / puri inceppi; / siete / alla fine troppo poco simili a me / per piacermi’.
Di questo e di altri argomenti hanno dialogato i relatori, in un ciclo di incontri pensati anche per il grande pubblico, cui far giungere le voci della poesia, nuove e nuovissime, e i discorsi meta-letterari su questa e sul mito, che, in quanto testo mobile, è suscettibile di continue riscritture. E di rivisitazioni. Come nella poesia Persefone errante tratta da Averno e letta in chiusa.
Tag dell'articolo: Il Saggiatore, Louise Glück, mito, poesia contemporanea, Premio Nobel per la Letteratura 2020, Spazio Humanities.
Perugia Online Scomoda, Libera, Indipendente.
