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Ijf15, come costruire il dialogo interreligioso. Cristiani, ebrei e musulmani a confronto

L'incontro tra l'imam di Firenze, l'assessore alla cultura UCEI e il vescovo di Mazara del Vallo: il ruolo dell'informazione nella lotta ai pregiudizi, l'educazione dei giovani e le sfide imposte dall'attualità tra migrazioni, terrorismo e conflitti

 
Ijf15, come costruire il dialogo interreligioso. Cristiani, ebrei e musulmani a confronto
Perugia.  Il dialogo interreligioso è questione di estrema attualità. I fenomeni migratori, i recenti atti di terrorismo, l’avanzata dell’Isis e la risposta del mondo occidentale coinvolgono e accomunano tutti i territori bagnati dal mar Mediterraneo. Se ne è parlato mercoledì mattina alla sala dei Notari nel corso dell’incontro “Dialogo e comunicazione interreligiosa, segnaletica per giornalisti smarriti” all’interno del Festival del giornalismo 2015. Presenti Izzedin Elzir, imam di Firenze e presidente Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia), Chiara Longo Bifano dell’Ordine dei Giornalisti, Victor Magiar, assessore alla Cultura Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane) e mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo.

Il “mare di Dio” – Il grande protagonista dell’interreligiosità è il mar Mediterraneo, “il mare – ha spiegato mons. Mogavero – che accomuna le tre grandi religioni monoteiste del mondo, che dovrebbe essere simbolo di un legame geografico e culturale di fratellanza e di accoglienza. Invece, oggi è un mare tragico che contiene quasi 30mila morti. Dobbiamo smettere di guardare alle migrazioni in chiave emergenziale, non c’è nessuna invasione, nessun attentato alle nostre identità civile, religiose, economiche. Le migrazioni sono una sfida di civiltà, di cultura e di umanesimo. L’Italia deve, quindi, farsi promotrice di una conferenza internazionale per risolvere seriamente il problema delle migrazioni, affinché il Mediterraneo torni ad essere un mare vivibile e un mare di speranza”.

Il peso delle parole – Elemento imprescindibile per il dialogo fra culture e religioni diverse è la comunicazione, alla cui base sta la giusta comprensione delle parole. “Il termine più abusato oggi è quello di ‘jhad’ tradotto come ‘guerra santa’ – ha spiegato l’imam Elzir -. In realtà significa ‘sforzo’, quello sforzo che ogni uomo fa tutti i giorni nella ricerca di Dio, ma anche nel cammino di perfezionamento di se stessi. Dobbiamo, quindi, oggi fare un jhad per capire l’altro, non più il nemico da eliminare, ma il prossimo che ci arricchisce”. “In questo l’informazione è fondamentale – ha aggiunto Magiar – perchè veicola una diversa percezione di ciò che sta accadendo. Dobbiamo saper leggere e saper cercare la verità tra le varie fonti che abbiamo a disposizione”.

Le nuove generazioni – Il modo più semplice e fruttuoso per costruire dialogo interreligioso resta comunque l’educazione delle giovani generazioni. “Nei nostri oratori e nelle scuole – racconta mons. Mogavero – già avviene naturalmente fra i ragazzi, che convivono tranquillamente nelle reciproche differenze culturali e religiose. Molte famiglie di immigrati, ad esempio, si avvalgono dell’insegnamento della religione cattolica per una finalità di tipo culturale, per conoscere la cultura del Paese in cui si trovano. Per questo occorre una progettualità educativa: se cominciamo dai piccoli, facciamo un investimento a medio termine, già fra 7-8 anni questi bambini saranno adulti e porteranno le tracce di quelle radici di umanesimo nuovo che stiamo costruendo”.

La libertà d’espressione – “E’ innegabile, la religione può unire o dividere – ha aggiunto Magiar -, può diventare fanatismo in tutte le religioni. E’ sacrosanta la libertà di espressione, ma l’istigazione all’odio e al pregiudizio deve essere contrastata. Le religioni devono, quindi, fare uno sforzo verso la laicità”. “La libertà – ha evidenziato Elzir, richiamando anche la vicenda del giornale francese Charlie Hebdo – è più importante della religione, perché se sono libero posso scegliere la mia religione. Ma non c’è libertà senza responsabilità. In Europa abbiamo una libertà ottenuta col sangue nel secolo scorso, ma l’Europa rappresenta solo il 20% della popolazione mondiale; l’altro 80% vive in condizioni e con diritti diversi, di cui va tenuto conto”.

 

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