Di chi stiamo parlando? Dei ‘maestri’ – se ‘magister’ deriva da ‘magis’ – e dei loro allievi. Perché è stato questo il topicattorno al quale ha ruotato il prisma di voci – quelle di Roberto Contu, insegnante del liceo S. Properzio di Assisi e docente a contratto che collabora con il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia, e dei colleghi-docenti Jacopo Manna, Sonia Viscione (liceo A. Mariotti), Sergio Pasquandrea (liceo A. Pieralli), Patrizia Tabacchini (ITTS A. Volta) e Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano, moderatore dell’incontro – della tavola rotonda ‘Insegnanti, il più e il meglio? Le domande, la scuola, il nostro tempo’ promossa dalla neonata associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, all’interno del cui cartellone di attività è confluito il progetto culturale Umbrò Cultura.
La tavola rotonda, che ha registrato, l’11 febbraio in una gremita sala Muro di Umbrò, a Perugia, la partecipazione di docenti e studenti, ha avuto per oggetto l’ultimo libro di Roberto Contu, ‘Insegnanti (il più e il meglio)’, edito da Aguaplano, ed è stato dedicato alla scuola e alla didattica, a quei ‘più’ e ‘meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo Abbecedarioe con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.
A fare gli onori di casa, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, che ora gestisce il progetto ‘Umbrò Cultura’. ‘Occorre pensare – è stato il commento di Maria Borio – ad una serie di appuntamenti che coinvolgano sempre di più le scuole e gli insegnanti per attuare un programma di politica culturale con ricadute sul territorio. Per questo, oggi, siamo partiti da questa raccolta di articoli di Roberto Contu’. ‘Questo libro – ha affermato Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano – rappresenta un seme, l’occasione per creare una eco e un dibattito attorno al mondo della scuola a partire da qualcuno che la scuola la vive. Si tratta di un testo ibrido, che raccoglie esperienze dirette, le quali sono, poi, il contrappunto di una riflessione più ampia sul ruolo dell’insegnante e sul suo rapporto con la società.
Si è parlato di ‘paura’, durante l’incontro, della paura dell’insegnante in quanto essere umano, ancor prima che una figura professionale, muovendo direttamente da un aneddoto contenuto nel libro, incentrato sull’impatto con la prima supplenza e con una classe ‘fuori dalla grazia di Dio’. E tra classi tutte al maschile, ritorni nelle scuole in cui si è stati studenti, incarichi educativi, rapporti frustranti con la scuola da parte di alcuni studenti, prime ore di lezione in scuole di periferia rivolte a minori che hanno commesso reati prima dei 14 anni, abilitazione senza passare per le supplenze, le voci degli ospiti di Umbrò hanno dichiarato all’unisono che la prima esperienza, sì, è straniante, ma anche la ‘la scuola è uno spazio che insegna a tutti’. Per questo, alla fine, sono rimasti là.
Altro giro di voci, durante questo ‘collegio docenti informale’, attorno ad altri argomenti, perché, si sa, tutti, oggi, parlano di scuola, ma spesso lo fanno attraverso stereotipi. Si sono costruite, nel tempo, tante narrazioni attorno alla figura dell’insegnante, che ‘si vuole’ psicotico, sfortunato… Gli insegnanti, invece, devono riappropriarsi della loro funzione, partendo proprio dal dato reale della loro vita in classe e accogliendo la provocazione di Romano Luperini: ‘l’insegnante è un intellettuale?’. Molteplici sono state le risposte a questo quesito: c’è chi sostiene che ‘l’insegnante debba essere un intellettuale che si approccia al lavoro che fa e alla scuola con un atteggiamento di ricerca, sapendo leggere la realtà, riuscendo a modificarla e tenendo conto che, se lui si invecchia, i suoi studenti sono sempre più giovani’; c’è chi pensa che un peso notevole sia svolto dal rapporto diretto con gli allievi e che l’insegnante sia un intellettuale nel momento in cui fa parte del suo lavoro anche una parte di crescita delle persone cui si rivolge, e chi afferma che al docente siano richieste sostanzialmente tre cose: onestà, responsabilità e non-neutralità rispetto al suo lavoro.
Attraverso queste componenti l’insegnante deve riacquisire la propria dignità, mentre si trova alle prese con una forma di scissione tra dimensione etica e dimensione della ricerca pura, e con un modello di conoscenza, quello contemporaneo, che è posto sotto il segno della parcellizzazione e della divisione dei ruoli. I docenti hanno a che fare con generazioni sempre più diverse dal punto di vista cognitivo, culturale e comportamentale: generazioni digitali, 0, con delle criticità pedagogiche. D’altronde, il Novecento è uscito da scuola e i maestri devono ingaggiare questa sfida. Un problema, questo generazionale, che ha suscitato numerosi spunti di riflessione tra i docenti presenti, i quali hanno cercato di ricostruire una tassonomia dei problemi relativi alle generazioni attuali di allievi: diverse forme di comunicazione, ma stessa incidenza delle dinamiche relative all’adolescenza, calo di natalità (per cui gli studenti attuali sono cresciuti, nella maggior parte dei casi, senza fratelli e sorelle), assenza di gerarchia e ‘orizzontalizzazione’ delle conoscenze, e tendenze a ‘inventare un modo di concepire il concetto di libreria che sia più appettibile rispetto ad Internet’.
E ancora: dove collocare l’insegnante all’interno della classe? Che ruolo dare agli insegnanti nel processo educativo? L’insegnante deve stare accanto, secondo Patrizia Tabacchini, mentre per Sergio Pasquandrea il docente è inserito all’interno di un circolo ermeneutico, in quanto non è l’unico depositario della conoscenza. Se Sonia Viscione ha affermato che il docente, in quanto interprete, debba stare ‘in mezzo ai ragazzi e alla disciplina che insegna’, Jacopo Manna ha posto l’accento sull’oggetto cattedra, che originariamente indicava la seggiola con braccioli. ‘Questo oggetto è significativo – ha dichiarato Jacopo Manna –, ha una valenza simbolica: alle scuole elementari non c’è bisogno di alcuna cattedra, mentre dalle medie gli allievi si trovano catapultati in un ambiente in cui la direzione è una’.
Spazio, poi, dietro sollecitazione di Davide Pairone e Roberto Contu, alle cose a cui gli insegnanti, almeno i quattro presenti, non rinuncerebbero mai. Dal lavoro sul lessico specifico della disciplina – perché, si sa, gli studenti perdono le parole a causa della rapidità – al confronto diretto con ciò che gli allievi studiano, senza mediazioni, dal senso di cittadinanza e dall’esercizio democratico dati dal conoscere più lingue all’importanza della verifica orale – perché, anche questo è vero, nella vita capiterà molto più spesso di dover convincere qualcuno con le parole che si pronunciano –, le risposte sono state molte. Forse anche questo sono ‘il più e il meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo Abbecedarioe con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.
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