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Il “Salotto di casa Fuso”

A Palazzo della Penna l'inaugurazione della mostra (23 aprile – 31 maggio) dedicata a Bettina e Brajo Fuso e agli amici, artisti e intellettuali, che frequentarono il loro milieu culturale.

 
Il “Salotto di casa Fuso”
Perugia.  “Qui da voi ho vissuto soffi di calde amicizie”. Ad affermarlo, servendosi, forse, di un’ipallage che traspone l’aggettivo “caldo”, da riferire al “soffio”, al sostantivo “amicizia”, è Renato Guttuso, uno dei più importanti artisti del movimento realista italiano, la cui opera più famosa, Crocefissione, restituisce “il supplizio del Cristo come scena d’oggi”. Degli anni Quaranta, cioè. Era un habitué, Guttuso, nel “salotto di casa Fuso”, in cui la dimensione intima, domestica, quotidiana si sposava con il fermento culturale tra le due guerre mondiali, con il dibattito critico sulle temperie artistiche coeve.

A ricostruire con gli arredi originali quel salotto, che si teneva presso il Torrino di palazzo Cesaroni, a scandirne in un itinerario museale i dipinti, i disegni e le ceramiche, ad esporre i numerosi quadri che i coniugi Bettina (Elisabetta Rampielli) e Brajo Fuso ricevettero da artisti che di quel salotto culturale furono ospiti sommi, dal già citato Guttuso ad Alberto Burri ed Achille Pace, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Perugia, che, con il sostegno della Regione, ha promosso la mostra “Il salotto di casa Fuso, con Moravia, Argan, Guttuso, Burri. Mostra di dipinti, disegni, ceramiche”, a cura di Massimo Duranti, Andrea Baffoni e Francesca Duranti, ed allestita, dal 23 aprile al 31 maggio, nella sala della partecipazione del Torrino di palazzo Cesaroni, nel Fuseum di Monte Malbe (la casa-museo che raccoglie le opere di Brajo Fuso) e nel museo civico di Palazzo della Penna.

“Un’anteprima gustosissima”, quella dell’inaugurazione di venerdì 22 aprile, alle 18, nel Salone di Apollo di Palazzo della Penna alla presenza delle Autorità, dei curatori dell’esposizione e del Dottorato di ricerca in Scienza del libro e della Scrittura dell’Università per Stranieri di Perugia (in occasione della quale si è tenuto il concerto dei TriTone, con Giulia Pappalardo, Giorgio Panico, Andrea Agostini, Umberto Ugoberti e Francesco Speziali): così, l’assessore alla Cultura, Turismo ed Università del comune di Perugia, Teresa Severini, ha commentato il vernissage della mostra curata da Massimo Duranti, sottolineando l’attivismo di quest’ultimo nel ricreare uno spaccato della vita perugina tra le due guerre (l’esposizione, nelle sale del Museo Civico di Palazzo della Penna è in concomitanza con un’altra mostra, “La Grande Guerra”) ed estendendo i suoi ringraziamenti al Sodalizio di San Martino. Una coppia di artisti, ha sottolineato l’assessore Severini, nelle cui dinamiche personali ed artistiche interne, la coniuge, allieva prediletta di Arturo Checchi, docente di pittura all’Accademia delle Belle Arti di Perugia dal 1925 al 1938, seppe tirarsi indietro per far spazio al marito, noto dentista e docente di odontoiatria all’Università degli Studi di Perugia, che, dopo il 1943, comincia a dilettarsi con la pittura, al recupero di materiale di scarto, riassemblato,con intento ludico, nelle sue Straticromie.

Tirarsi indietro, sì, ma non troppo: Betty partecipa a tre edizioni della Quadriennale di Roma nel 1955, 1959, 1965 e, solo dopo aver ricevuto la medaglia d’oro al Premio Termoli nel 1964, si dedica alla promozione dell’arte del marito, lasciando “tracce significative dal punto di vista artistico”, come ha affermato l’assessore regionale alla Cultura, Fernanda Cecchini, che ha fatto leva sul “nutrimento culturale” della coppia di coniugi e sulla temperie artistica che si respirava nel salotto di casa Fuso, dove gravitarono artisti, letterati e intellettuali, da Giuseppe Ungaretti a Giulio Carlo Argan. “Una mostra resa possibile dalla sinergia di soggetti pubblici e privati” (il Comune di Perugia, la Regione Umbria e l’Assemblea Legislativa della Regione, il Sodalizio di San Martino, il Fuseum), è stato il commento del curatore, Massimo Duranti, che ha ribadito la natura di “evento storico-artistico nell’Umbria novecentesca” della mostra: 126, le opere in esposizione, opere di Bettina (quasi tutte inedite), Brajo e degli amici-ospiti del loro salotto culturale, all’insegna di un’antitesi al provincialismo. Commenta alcuni documenti conservati nell’archivio del Fuseum, Duranti: “nel 1926 – ha ricordato – andò ad abitare in un appartamento di un palazzo in via dei Priori, dove viveva Bettina, Alberto Pincherle. Un incontro sull’androne del palazzo, quello tra Moravia e la pittrice, un’amicizia, nata poi, e tradotta nelle parole di un romanzo breve del primo, uscito nel 1937: un’istantanea urbanistica di Perugia, ne La provinciale di Moravia, un parallelismo (Duranti si rimette ai critici letterari, n.d.r.) tra Gemma, la protagonista, e l’amica Betty. Una moglie e una pittrice, Elisabetta Rampielli, una curiosissima donna che, ha ribadito Duranti, “i tetti di Perugia, se li mangiava con gli occhi”, ripercorrendo con uno sguardo mai sazio di punti di vista differenti, alla “Palomar”, i palinsesti di quelle architetture: ci sono le tinte dei Fauves, sulle tele di Bettina, ci sono i tetti delle case perugine, gli effetti geometrici di queste componenti architettoniche, spesso scomposti.

Ma ci sono anche i ritratti dei familiari, gli autoritratti, o entrambi: nell’Autoritratto con la madre (olio su tela, 1945) la pittrice si ritrae senza lineamenti; una pietra color smeraldo, ad illuminare il volto della madre, i suoi occhi cerulei, la giacca della figlia. Assemblaggio di materiali, dal ferro al legno, e loro ricomposizione e museificazione in Straticromie e Cromoggetti, che tanto richiamano l’arte di Jackson Pollock, per Brajo. Il marito, Brajo. L’esposizione, aperta tutti i giorni dalle 10 alle 19 (nel mese di maggio da martedì a domenica nella stessa fascia oraria: altre sedi espositive: palazzo Cesaroni, con esposizione di Brajo e Bettina della collezione del Consiglio Regionale, e Fuseum, a Monte Malbe), presenta opere anche di altri illustri artisti: da La bancarella di Burri (olio su tela, 1947) all’Itinerario sentimentale di Pace (olio su tela, 1960), con il suo fondo nero, le sue macchie rosse e i suoi fili (conduttori) dorati, che rimandano alle linee di Mirò.

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