lunedì, 2 febbraio 2026 Ultimo aggiornamento il 15 dicembre 2025 alle ore 15:31

Informatica umanistica, deviazioni digitali o contraddizioni cognitive?

All'Università per Stranieri di Perugia un seminario tenuto dal dottorando in Scienza del libro e della scrittura Meschini dal titolo "Il libro e il circuito: la terza via della Digital Humanities fra derive tecnologiche e aporie conoscitive".

 
Informatica umanistica, deviazioni digitali o contraddizioni cognitive?
Perugia.  Gutenberg non inventò la stampa. E la ‘Galassia’ che si costruì attorno al maguntino è una mera convenzione degli studiosi. Ma riprendere quell’astruso concetto, che ha, di fatto, sancito una rivoluzione sociale, attuando una separazione netta fra le scienze umane e quelle esatte, fino ad allora inestricabilmente unite – il riferimento è al secolo dei Lumi – e, ancora di più calarlo all’interno del campo di indagine della Digital Humanities è compito ancora più arduo. È complesso perché, come titola Lorenzo Tomasin in un articolo apparso sul Sole24Ore il 7 luglio scorso, qui non si tratta di “apocalittici o integrati”, come avrebbe voluto Umberto Eco, ma di “Umanisti scann(erizz)ati”: ma questi intellettuali, che, con fare aristocratico, si collochino al di sopra della massa o si nutrano di quella stessa cultura di massa, veramente si scannano, scannerizzando i propri documenti, ogni qualvolta registrano come un’involuzione un qualsivoglia ingresso nella sacralità delle scienze umanistiche, di cui si fanno strenui difensori?

Nella sala Docenti della palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia, il 15 dicembre, alle 16, il dottorando dell’indirizzo in Scienza del libro e della Scrittura del Dottorato di ricerca internazionale in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale, Federico Meschini – docente di Informatica Umanistica presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (i suoi interessi si indirizzano verso l’ambito dell’editoria elettronica e delle biblioteche digitali), già PhD Student presso la De Montfort University di Leicester (UK), con all’attivo numerose pubblicazioni su metadati, storytelling, media, archivi digitali, edizioni critiche elettroniche, etc. – ha inaugurato il primo dei tre incontri di un ciclo che prevede altre due tappe, in data 27 febbraio (sulle edizioni critiche) e 6 marzo (sugli strumenti e sulle applicazioni, sui software, e sui grafi di visualizzazione), sempre alla Stranieri.

Queste, le tematiche principali attorno alle quali è ruotato l’incontro introduttivo e metodologico, organizzato dalla professoressa Giovanna Zaganelli, coordinatrice dei quattro indirizzi di Dottorato, alla presenza dei dottorandi, e tenuto da Federico Meschini: filologia digitale, e suoi fondamenti conoscitivi, trasposizione dei testi cartacei in edizioni elettroniche, e, soprattutto, connubio fra aspetto teorico e tecnico, fra approccio qualitativo (codificazione del testo, Semantic Web) e approccio quantitativo (elemento computazionale e algoritmico, Big Data), già auspicato nell’alveo della “Informatica Umanistica” di Gino Roncaglia sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, quando si invitarono gli accademici a scendere dalla torre d’avorio e ad usare strumenti che sono loro propri.

“Si capì, allora – ha rimarcato Federico Meschini – che la questione relativa al Web 2.0 non poteva essere ignorata, nemmeno dai sociologi, in seno a processi comunicativi e cognitivi, alla stregua della collocazione delle informazioni digitali in uno spazio fisico, un po’ come è avvenuto nell’ambito della British Library nel 2008. Il Web 2.0, insomma – ha proseguito – poteva, di fatto, essere qualcosa di intellettuale: si hanno una generazione che, agendo in senso verticale, si è formato sull’oggetto libro (che è, peraltro, esso stesso una tecnologia), pur non essendo in grado di usare i media, ed una generazione che, muovendosi in direzione orizzontale, sa fare uso dei media, pur non riflettendovi criticamente. Limiti, dunque, e contraddizioni: lo scaffale contro la rete, la biblioteca versus internet, i limiti della ricerca sintattica e di quella semantica: ma la trasversalità di questi confini, operata dalla Digital Humanities è fondamentale, poiché i data-base, le grosse analisi quantitative dei Big-data necessitano della narrazione come forma di rielaborazione sotto forma di storytelling”. Già Charles Peirce parlava di una conoscenza dei corollari e di una conoscenza teorematica: due mondi, questi, chiamati a dialogare fra loro, ad interfacciarsi. Dopo averli raccolti, insomma, dopo aver portato a compimento il ruolo computazionale e algoritmico proprio delle scienze esatte, i dati devono essere narrati, raccontati, sulla base degli strumenti applicati dalle scienze umanistiche.

“È un po’ – afferma  Meschini – quello che sta avvenendo nei social: la narrazione passa (anche) per il modello del viaggio dell’eroe, che presenta uno schema comune, spesso fondato su archetipi junghiani o sulle categorie di Propp, comuni alle fiabe. Anche l’I-Phone è uno strumento conoscitivo, ma, proprio in quanto strumento, non è mai neutrale”. La scrittura stessa nasce con le liste, contiene il germe di questo binomio narrativo e computazionale: come combinare questi due aspetti secondo la prospettiva della Digital Humanities? Si corre spesso il rischio, pubblicizzando un evento, organizzandone reading, promuovendo un libro, o un progetto editoriale, che la stessa letteratura passi in sordina, nel settore dei crossmedia e dei transmedia. “Cesare Segre e Maria Corti – è stata la conclusione della professoressa Zaganelli – si sono dimostrati particolarmente attenti a questo dialogo fitto fra le varie discipline. La semiotica, d’altro canto, fin dagli anni Sessanta, essendo promotrice di un’unione fra tutti i saperi, ha da sempre sintetizzato le scienze umane con la cibernetica, facendo convivere matematica e logica. Narrare significa raccontare, e raccontare significa ordinare”. “E questi, in fin dei conti, sono studi ai quali ci possiamo affidare, perché non ci tradiscono”.

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