Alla scrittura, al potere ed all’identità, seguendo il corso tracciato dai rivoli scientifici che conducono anche ad altri rapporti di fertilizzazione che la prima instaura con il supporto sul quale sceglie di depositarsi e con l’immagine, sulla base di un’interdipendenza tra elementi verbali e visivi, è dedicato l’incontro dottorale che si terrà venerdì, alle 15, in aula VII a Palazzo Gallenga. Introdotto dalla professoressa Giovanna Zaganelli, coordinatrice del Dottorato in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dell’Università per Stranieri di Perugia, l’incontro dottorale registrerà gli interventi di quattro dottorandi dell’indirizzo in Scienza del libro e della scrittura, Matteo Baraldo, Luca Guerra, Sandro Natalini e Martina Pazzi, i cui rispettivi progetti di ricerca ruotano attorno al tema della scrittura, indagata, però, da prospettive differenti e secondo diversi approcci metodologici: dal manoscritto pergamenaceo di guarigione spirituale etiopico alle prestazioni biopolitiche della scrittura, quale strumento che ha perso, nel tempo, trasparenza, fino alla trattatistica di scrittura dei secoli d’oro italiani e spagnoli e al picturebook, l’albo illustrato quale progetto editoriale, ancor prima che prodotto.
Strutturato nella modalità di un “dialogo a quattro voci”, l’incontro intende restituire, come una sorta di caleidoscopio, quattro differenti angolazioni di analisi e lettura della scrittura quale strumento di identità e potere, con implicazioni storiche e socio-antropologiche, della scrittura nel suo inscindibile rapporto con il supporto che la incarna e che delimita l’”orizzonte d’attesa” dell’opera intellettuale, e, infine, della scrittura nel suo rapporto di simbiosi con l’immagine. Le due anime della scrittura si incarnano, così, in una dimensione sociale, simbolica e ideologica, da un lato, plastica, figurativa e materiale, dall’altro. Aspetti, questi, tutt’altro che perspicui. Ne “Le degré zéro de l’écriture”, Roland Barthes, a proposito delle scritture politiche, si esprimeva così: “Tutte le scritture presentano un carattere di chiusura che è estraneo al linguaggio parlato. La scrittura non è affatto uno strumento di comunicazione (…). Appare sempre simbolica, introversa, volta ostensibilmente dalla parte di un versante segreto del linguaggio”.
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