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“Latino perché latino per chi”

All’Università per Stranieri di Perugia, la "lectio magistralis" di Ivano Dionigi, professore Emerito dell’Alma Mater Studiorum.

 
“Latino perché latino per chi”
Perugia.  “Il termine ‘magister’, derivato dall’avverbio comparativo ‘magis’, letteralmente ‘di più, più maggiormente’, significa ‘maestro’ ed è parallelo a ‘minister’, a sua volta derivato da ‘minus’, comparativo di ‘parvus’. Il ‘minister’, oggi, viene considerato di più rispetto al ‘magister’: indice di un capovolgimento? Il futuro, ragazzi, passa dalla scuola. Il Paese potete salvarlo voi. Non è giovanilismo, il mio, ma un appello al merito ed alla giustizia”. Il plauso che queste affermazioni hanno suscitato, oggi, in una gremita aula magna di palazzo Gallenga, in occasione della lectio magistralis “Latino perché latino per chi” – il titolo della lectio riecheggia quello dell’omonimo articolo pubblicato nel 1983 da Alfonso Traina nella rivista “Nuova Paideia” –, tenuta da Ivano Dionigi, Professore Emerito dell’Università degli Studi di Bologna, alla presenza del Magnifico Rettore, Giovanni Paciullo, dei docenti dell’Università per Stranieri di Perugia, dei dottorandi e degli studenti, l’ex Rettore dell’Alma Mater Studiorum lo ha indirizzato proprio agli insegnanti.

Un latinista fine, il Professor Dionigi, Ordinario di Lingua e letteratura latina presso il Dipartimento di Filologia classica ed Italianistica dell’Università di Bologna, come degno successore di Alfonso Traina: “un profondo conoscitore della classicità e, parallelamente, della cultura e della letteratura moderne – come ha sottolineato, nella sua introduzione alla lectio magistralis, Giulio Vannini, docente di Lingua e letteratura latina presso l’Università per Stranieri di Perugia –: dialogo tra classicisti ed intellettuali moderni, colloquio con greci e latini, confluiti in un’intensa attività di divulgazione della classicità perseguita, dal 1999, dal Centro Studi “La permanenza del classico”, di cui è fondatore e direttore”. Edizione critica del De otio di Seneca, curatela di testo e commento, per la casa editrice Bur-Rizzoli (1990), del De rerum natura di Lucrezio, e, nel 1988, edizione del saggio Lucrezio. Le parole e le cose, in cui si indagano le costanti linguistiche del poema: sono solo alcune delle prestigiose pubblicazioni di questo raffinato studioso di Seneca e di Lucrezio, membro di riviste internazionali (fra cui Eikasmos), condirettore della collana “Testi e manuali per l’insegnamento universitario del latino”, membro del Centro di Studi ciceroniani e dell’Accademia delle Scienze di Bologna e direttore della rivista Latinitas della “Pontificia Academia Latinitatis”, istituita da Papa Benedetto XVI il 10 novembre 2012, con lo scopo di “sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso della lingua latina”.

Perché si studia il latino, una lingua che non si evolve più in modo spontaneo? È stato questo, il fulcro della lectio magistralis di oggi, dedicata al valore della cultura latina e della classicità nel presente, in tempi di “babele linguistica”, di crisi dei classici e dei classicisti, in un’epoca, cioè, in cui sul latino gravano due pregiudizi. L’uno, ideologico, che interpreta questa lingua “morta” come un fenomeno reazionario al servizio del potere (“L’Avanti!” titolava “La lingua dei signori”); l’altro, di matrice utilitaristica: a cosa serve il latino? È vero, poi, che i classici vanno in malora, a causa dei classicisti? Qual è il dono che può farci il latino? Esaltare la centralità del tempo, il primato della parola, la nobiltà della politica? Latino che non serve solo ai latinisti, latino che è medium espressivo dei “viri eloquentes”, retori dell’eticità, latino come modus docendi del valore e della centralità del tempo (ubique et semper), senza prescindere dalle nuove frontiere digitali. “In un’epoca in cui si ricorre a vocaboli, e si è smarrito il significato delle parole – ha proseguito il Professore Emerito Dionigi – preme un’ecologia linguistica, in cui la filologia può apportare il proprio contributo: l’amore per la parola.

Un’arte volta, sostanzialmente, a “docere, movere et delectare”. Una lingua, che vive ancora nel linguaggio economico (deficit), in quello politico (referendum), in quello mediatico (l’espressione “Habemus Papam” è entrata, ormai, nel lessico comune): tutt’altro che reazionario ed inutile, costituisce il segno dell’Europa, la possibilità, non remota, di dialogare con gli antichi, sì, ma anche con i protagonisti della storia recente del Vecchio Continente. I classici, quelli che, come affermava Eco, “abbiamo odiato a scuola”, riscoprendoli da adulti. “Chi ha letto almeno un verso della Ginestra, saprà ascoltare. Obbedire passivamente? Mai!”, è stata la conclusione dell’Ex Rettore dell’Ateneo bolognese, che ha ricevuto dal Magnifico Rettore Paciullo la medaglia dell’Università per Stranieri di Perugia. “Studiamo letteratura latina nel corso dei cinque anni – ha affermato una studentessa del Liceo Galilei di Perugia –: la lingua è lo strumento per arrivare alla cultura. Mi ha colpito molto il concetto di modernità dei classici: la metafora dei “nani sulle spalle dei giganti” di Bernardo de Chartres è sempre attuale”.

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