“La poesia di Aldo Capitini”: questo il titolo del quinto ed ultimo seminario dedicato, nello specifico, all’opera poetica del filosofo e pedagogista perugino, Commissario Straordinario dell’Università per Stranieri di Perugia nel 1944. Una poesia, quella di Capitini (fra le altre opere, si ricordano “Sette canti”, editi nel 1931 e “Colloquio corale” del 1956), ancora sconosciuta ai più, che ne conoscono maggiormente l’attività di pacifista convinto, liberalsocialista ed antifascista: la poesia e la filosofia, distinte da Benedetto Croce, che, in “Aesthetica in nuce” affermava che “l’arte non è filosofia, perché filosofia è pensamento logico delle categorie universali dell’essere, e l’arte è intuizione irriflessa dell’essere”, in Capitini sembrano sintetizzarsi sul piano di una “poesia religiosa”, di una religione “laica”, nel senso anti-istituzionale del termine, espresso dall’Aldo-poeta mediante la finezza, la sensibilità e la ricercatezza che lo connotavano. Ed è proprio il linguaggio poetico, tutt’altro che ingannevole, che, sostiene Claudio Francescaglia, permise a Capitini di addentrarsi nelle “zone d’ombra” del suo pensiero, di sondare, come lo esortava a fare l’amico di sempre, Walter Binni, a risolvere il problema di Dio.
E quello dell’uomo (soggetto principale della poesia capitiniana, di matrice leopardiana), in grado di trascendere i vincoli impostigli dalla natura e dalle leggi meccanicistiche, anche grazie all’“aggiunta religiosa”, quale speranza di andare oltre e non quale semplice aggiunta ad un’idea pre-esistente, e di incamminarsi verso la “festa”, intesa come “sostanza della compresenza” (“O festa, svela il tuo essere (…) novità di pace”, si legge in un’altra poesia, tratta da “Colloquio corale”). Apertura dell’io verso “tutti”, appassionamento, non accettazione del meccanicismo, riflessione sui concetti di “religione” e di religiosità”, sono i temi non solo della produzione poetica di Capitini, ma anche del suo pensiero filosofico e pedagogico, ripercorso da Claudio Francescaglia nel corso delle cinque lezioni tenute alla Stranieri, alla luce di un inquadramento storico-culturale nel contesto novecentesco. Metodo della non-violenza, della non-menzogna e della non-collaborazione, che permette di istituire un parallelismo tra il pensiero capitiniano a quello di Gandhi, imboccando la strada di un’educazione permanente, aperta, di tradizione mazziniana, della pace (su iniziativa di Capitini, si svolse, nel 1961, la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi) e dell’entusiasmo posto a fondamento della “rivoluzione non-violenta”, che è tutt’altro che resistenza passiva: è “persuasione e non comando”, “apertura inesauribile ad ogni essere, appassionamento allo sviluppo degli altri”.
Questi, alcuni dei temi approfonditi nella lezione di mercoledì 9 marzo. Gli ideali del Liberalsocialismo nel pensiero politico di Capitini e il binomio “religione” e “religiosità” hanno rappresentato, invece, gli spunti di riflessione delle giornate del 16 e del 23 marzo: Capitini, che, negli anni 1918-1919, si “converte” ad un orientamento socialista aperto, coadiuvato da un atteggiamento culturale anti-fascista convinto (del 1954 è “Un’esperienza religiosa dell’Anti-fascismo”) e da un fondamento religioso ed etico; Capitini, che intese la “religiosità” come una religione nuova, in cui l’esperienza di Dio viene fatta attraverso l’apertura ad un “tu-tutti”, in una continua tensione verso l’unità e quegli argomenti religiosi della gnoseologia, del valore, della spiritualità, dell’amore e della professione di fede, distinti dall’accezione di “religione” nella sua veste tradizionale, istituzionale. Sul solco tracciato da una “riforma religiosa” che si fonda sull’accettazione dell’apertura di massima tensione a tutti e sul rifiuto della concezione che il male sia eterno. Sulla compresenza.
Perché il contesto umbro ha influito sul pensiero capitiniano: “L’Umbria può apparire troppo chiusa in sé, contemplativa – rifletteva il “Gandhi italiano” – (…), ma ha in sé una (grande) forza”.
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