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	<title>Perugia Online &#187; Manfredi Barbarossa</title>
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		<title>La ricerca del successo e la sindrome della scorciatoia</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 08:55:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Manfredi Barbarossa]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Regione Umbria. </span> Surfando in internet mi sono imbattuto in alcuni articoli riguardanti una piaga che, sembra, stia proliferando con l’avvento del Web 2.0: la sindrome della scorciatoia. Questa viene intesa come la ricerca spasmodica delle vie più veloci possibili per avere risultati degni di nota. La prima cosa cui si deve tener conto è questa: il successo non arriva casualmente. Secondo: dipende da cosa intendiamo per successo. Questi sono gli spunti da cui parte il ragionamento. Nella maggior parte dei casi quest’ultimo coincide con la fama e con la ricchezza: tuttavia, non per fare il puritano della situazione, questi sono punti di valutazione distorti e che non misurano l’effettiva realizzazione professionale.</p>
<p>Molte persone che si misurano nel campo discografico tendono ad ottenere scarsissimi risultati perché, invece di sviluppare la loro proposta artistica, convogliano le loro forze sull’immagine e sul risultare cool al pubblico; fare questo prima di avere una discografia almeno sufficiente equivale a distruggere la carriera ancor prima di iniziare. Non sono rari i casi di giovani artisti fortissimi a livello di social media ma mediocri nelle loro opere. In questo caso spesso ci si imbatte nel falso consenso, ovvero l’errata percezione di offrire una proposta di qualità, quando invece si sta solo facendo leva sulle scarse competenze, o possibile immaturità, del pubblico, portando invece ad una discrasia a livello professionale, in quanto ciò che si sta facendo spesso non è all’altezza degli standard medi di mercato.</p>
<p>Ma il punto critico di chi si rapporta al mondo discografico (ed artistico in generale) è il volere a tutti i costi ottenere il boom e la popolarità nel minor tempo possibile; questo è un problema perché non è raro imbattersi in avvoltoi che, fiutando le debolezze di chi è agli inizi, promettono carriere luminose in cambio di compensi gonfiati, mettendo in atto vere e proprie truffe ai danni di giovani speranzosi di vivere con la propria arte.</p>
<p>La riflessione che vorrei proporre ai novizi della professione musicale, che siano DJ, band o cantautori, parte da quanto detto sopra: il successo non arriva casualmente, ma è il risultato di vari fattori che si concatenano nel tempo. Il primo passo è proporre opere di qualità e iniziare un percorso di sperimentazione e di improving del proprio stile. Lavorare con professionalità è la seconda condizione fondamentale e terzo, ma non meno importante, essere umili.</p>
<p>Si deve lavorare su queste fondamenta se si vuole sperare di avere una carriera duratura; i follower sui social, i loghi e i selfie sono tutti aspetti secondari, che non devono essere la preoccupazione principale dell’artista. Ma soprattutto siate voi stessi.</p>
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		<title>Il fenomeno &#8220;hating&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2017 14:06:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Manfredi Barbarossa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Intorno ad un vinile]]></category>
		<category><![CDATA[hating]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Regione Umbria. </span> In campo discografico, come in qualsiasi campo artistico, vi è un classico fenomeno a cui qualsiasi artista, o aspirante tale, si deve abituare: la critica. Quello di critica non è un concetto negativo, anzi si può definire uno dei capisaldi della crescita professionale e stilistica degli artisti. Tuttavia si deve analizzare fin dove questa si può spingere, l’event horizon tra analisi finalizzata al miglioramento e la semplice invidia. Negli ultimi anni questa tendenza ha preso il sopravvento, spesso generando una caccia alle streghe nei confronti di alcuni artisti che avevano conosciuto il successo mainstream.</p>
<p>Delle domande sorgono spontanee: fin dove è la colpa del pubblico? Gli artisti hanno qualche responsabilità? Nel corso degli anni abbiamo saputo apprezzare artisti che hanno avuto successo di vendite e sono stati universalmente riconosciuti da tutti i tipi di pubblico. Nell’ultimo periodo, invece, a causa di vari fattori (quali il proliferare dei social, la facilità di approccio al mondo discografico e il livello sempre più mediocre delle competenze), abbiamo assistito al boom di artisti (e DJ) oggettivamente scarsi, con proposte musicali ai limiti della presa in giro, spesso pubblicizzati come veri e propri geni, che hanno definito hater chiunque muovesse una qualsiasi critica, anche in buona fede.</p>
<p>Tutto ciò, come sempre, ha portato anche all’esagerazione, con accuse ed insulti a titolo personale, assolutamente da censurare. Questa tipologia di artisti ha continuato a proporre contenuti mediocri, parte del pubblico ha continuato a disapprovare, creando un circolo vizioso senza uscita e rafforzando, paradossalmente, la posizione dei primi. La guerra a colpi di like e dislike non avrà fine, almeno fino a quando, da una parte, non si ricomincerà ad offrire proposte di qualità e, dall’altra, non si terrà finalmente un comportamento maturo. Si devono riportare i contenuti artistici al centro dell’attenzione, ragionare sulle fondamenta dell’arte musicale, che sia leggera o classica, essere più coraggiosi nelle proposte discografiche e stimolare il pubblico nell’accompagnare l’artista nel suo percorso di crescita professionale. Solo con un valido confronto tra le parti e più umiltà da parte di tutti si potrà consentire il definitivo salto di qualità che l’era del Web 2.0 ci sta offrendo, uscendo dalla comfort zone dell’eterna battaglia tra pubblico e musicisti, cercando di rivedere le posizioni, al momento degne delle peggiori guerre di trincea. Ma visto il modo in cui questo confronto si sta evolvendo, si può tentare di azzardare un piccolo pronostico su quando finalmente si potrà superare questo conflitto: mai.</p>
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		<title>Benvenuti nell&#8217;era post Edm</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Feb 2017 07:46:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Manfredi Barbarossa]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Intorno ad un vinile]]></category>
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		<category><![CDATA[genere]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>

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<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/benvenuti-nellera-post-edm/">Benvenuti nell&#8217;era post Edm</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[Quello Edm, ovvero l&#8217;Electronic dance music, è forse il movimento che ha fatto più discutere nella storia della musica leggera; sì, musica leggera, non mi limito a contestualizzarla solo nel filone Dance (da cui è partito). Dal 2011 al 2016 ha macinato numeri da capogiro, ha attirato numerosissimi fan ed altrettanti critici o &#8220;haters&#8221;, per utilizzare un termine più cool.</p>
<p>Ma per analizzare bene l&#8217;Edm prima di tutto è necessario valutarne la portata &#8220;artistica&#8221; (si fa per dire) e di come questa abbia influenzato migliaia, se non milioni, di clubbers, producers e DJs nel mondo; a livello strettamente musicale la Big Room (altro nome per definire questo genere, forse quello più tecnico) è caratterizzata da strutture molto simili tra loro, con bassi pieni e casse molto marcate, drop spaccamascella e ritornello per far alzare le mani; quest&#8217;ultimo è il tratto distintivo dei DJ set degli artisti di questo filone. Non la selezione musicale; non la tecnica di DJing; non l&#8217;immedesimazione artistica; semplicemente far alzare le mani e il girare qualche fader a ca&#8230;saccio.</p>
<p>Fare una valutazione artistica della Big Room risulta abbastanza complesso, non tanto per le sue varie sfumature stilistiche, piuttosto per la pochezza musicale. Non è un caso che nel corso degli anni sia stata oggetto di varie parodie.<br />
Tuttavia i numeri hanno sempre dato ragione a questa deriva discografica; festival su festival, serate sempre sold out, cachet altissimi e una schiera di giovani artisti pronti a tutto pur di vedere la loro track pre-confezionata sulle maggiori label di settore.</p>
<p>Come tutte le bolle però poi qualcosa si inceppa; nel 2016 la SFX Entertainment inizia le procedure di fallimento. La società che deteneva la proprietà di Beatport, organizzava il Tomorrowland e che si era sempre identificata con il sound Edm è in difficoltà economica, fatto che, per un genere che si era sempre contraddistinto per il suo taglio di musica elettronica fatta per le grandi vendite, ha fatto sorgere più di qualche dubbio sulla capacità di rinnovamento di un movimento che aveva sempre mostrato delle debolezze a livello di fondamenta. Tant&#8217;è che molti artisti hanno iniziato a prenderne le distanze.</p>
<p>Ma è fuori dubbio che questo filone abbia scavato un solco imponente nel modo di pensare e produrre musica rispetto al passato. Un doping discografico che ha definitivamente creato l&#8217;ibrido pop/dance, allo stesso livello dei peggiori mostri dei b-movie horror americani degli anni ‘70/&#8217;80.<br />
Tantissime le cause che hanno portato al diffondersi dell&#8217;Edm: dalla facilità di accesso alle tecnologie per la produzione musicale alla ricerca spasmodica del pezzo che funziona, fino alla superficialità nell&#8217;approccio di molti ragazzi al mondo artistico, visto più come un elefantiaco gratta e vinci che come un&#8217;effettiva professione basata sulla condivisione e sulla vendita della propria arte.</p>
<p>Tutte sfumature che in seguito avremo modo di analizzare insieme.</p>
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