venerdì, 27 gennaio 2023 Ultimo aggiornamento il 24 gennaio 2023 alle ore 12:14

Incontro

Francesco Guccini al Teatro Morlacchi ci parla della canzone d’autore e non solo.

 
Incontro

Perugia. Una fila lunghissima quella di ieri sera davanti al teatro Morlacchi per l’incontro con Francesco Guccini, eterogenea certo, perché i gucciniani non hanno età, chi con vecchi vinili in mano e chi, invece, con qualche più moderno cd. Il teatro è pieno e qualcuno abbozza qualche nota della sua canzone preferita, poi finalmente si spengono le luci: a presentare il cantautore il Presidente dell’associazione culturale Per-Perugia e Oltre, che spende qualche minuto di sentita commozione per ricordare il noto latinista Vittorio Sermonti, membro e amico dell’associazione perugina. Dopo questo breve momento, però, torna l’allegria e l’entusiasmo quando, dalla ala destra del palco, si vede entrare un omone, alto e barbuto con un maglione rosso, saluta con la mano e prende posto su una sedia dietro alla cattedra al centro del palco: Francesco Guccini.  Vicino a lui, intanto, si siede il giornalista Federico Fioravanti che avrà l’onore e il ruolo di intervistare, a nome del pubblico, il cantautore.

guccio

Dopo le prime obbligatorie presentazioni Guccini apre con una battuta: “Io sono l’unico cantautore senza olio di Palma”, risate generali. Conclusosi l’applauso Fioravanti inizia la sua chiacchierata, partendo dagli inizi della carriera musicale di Francesco Guccini che, fortuna vuole, che sia iniziata proprio in Umbria, con un primo concerto, “avevo scritto quattro canzoni”, ad Assisi. Era il 1966 ed era uscito il primo disco Folk Beat, non firmato allora dall’autore, che conteneva una delle canzoni più conosciute di Francesco Guccini, cantata ad ogni concerto anche dai Nomadi: Auschwitz. Un testo impegnato, “parla di olocausto, era qualcosa di nuovo a quei tempi, diversa da tutte le canzoni di quel periodo”.  E subito viene alla mente un piccolo episodio, che ha suscitato interesse da parte dei giornali, ossia il viaggio in Polonia di qualche mese fa, dove Guccini si è rotto un braccio: “eravamo partiti con il pulmino della CGIL, mi sono svegliato alle quattro, ed è stato un viaggio lunghissimo, ma non sono riuscito a dormire bene. Appena scesi dal pullman sono caduto, nono non sono inciampato, sono proprio caduto”.  Tuttavia, ci rassicura di essersi ripreso bene, e che ciò che lo preoccupa di più, in questo momento, sembra essere la sua prossima partecipazione a Montecitorio per la proiezione di un film-documentario su questa esperienza: “il problema è che io non posseggo una giacca e lì serve la giacca”.morlacchi

E, tra le risate, ancora una volta Fioravanti cerca di rindirizzare la conversazione su ciò che vuole sapere, ma la prende da lontano, molto lontano: “Amerigo è una delle tue canzoni che ti piacciono di più?”, e Guccini conferma facendo riferimento al testo della canzone, che parla di migranti. Ci dice che anche di recente gli è stato chiesto di scrivere un testo su questo tema, ancora più sentito oggi, per Andrea Bocelli, che ma non si sa se mai la canterà e che fine farà la canzone. Ma la domanda era, forse, un pretesto per avvicinarsi al tema America e quindi a un avvenimento che ha fortemente interessato il cantautorato: il premio Nobel a Bob Dylan. Arguto, Guccini risponde con una battuta: “lo si potrebbe chiamare Snob-Dylan, perché intanto i soldi gli ha presi, è stato furbo. Sartre era stato almeno coerente”.

Ma Guccini li conosce i trucchi del mestiere perché, ci racconta, che da giovane, fine anni “50, ha fatto il giornalista. Si occupava di cronaca nera per la Gazzetta di Modena: “mi divertivo molto, non succedeva mai niente e dovevi gonfiare tutte le notizie, come il vecchietto caduto dalla bici che poi diventava una critica all’amministrazione comunale che non riparava le buche”. Nella sua breve carriera giornalistica ha anche una nota dolente, che spesso gli viene ricordata: un’intervista gestita in maniera un po’ spocchiosa al grande Domenico Modugno (che comunque anche oggi non sembra essere uno dei cantanti preferiti di Guccini). Una volta capito, però, che con il giornale andava male e si guadagnava poco ha deciso di darsi alla musica. Con un gruppo di amici, tutti squattrinati, decise di mettere su un complesso, e da solo ha imparato a suonare la chitarra. “Pensavamo che fosse un modo di attirare anche le ragazze, e a quell’epoca non era come adesso, di donne ne vedevamo poche”. Del gruppo faceva parte anche il famoso fumettista Franco Bonvicini, molto amico del cantautore a cui è dedicata la canzone “Lettera”, scritta da Guccini dopo la morte del compagno di gioventù. Riaffiora, nella conversazione, qualche ricordo: “lui aveva la batteria ma non ha mai imparato a suonarla, lui disegnava e quando, una volta a Bologna, ho iniziato a collaborare con il Carosello, musicavo e sceneggiavo “Il pirata pacioccone”, ho introdotto Bonvi in questo gruppo perché serviva qualcuno che era anche capace di disegnare bene”. Bologna, per Guccini, è stata la svolta dal punto di vista musicale, e non solo. Vivace e diversa da Modena, che invece il cantautore ricorda come un posto triste. È stato proprio lì che è nata, ai tempi dell’università, la canzone Il sociale e l’anti-sociale e qualche anno dopo L’avvelenata, testo che fece molto scalpore all’epoca: “mi beccai anche una denuncia per oltraggio la pudore ma fui assolto senza processo”. Nell’ Avvelenata, come noto, Guccini si tolse anche qualche sassolino dalla scarpa: Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate! “Bertoncelli aveva scritto un articolo che non mi era piaciuto, diceva che avevo fatto il disco solo per vincoli contrattuali. Ma poi siamo diventati amici, niente più rancore”.

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 Ma poi, “La musica d’autore, non era questo il tema dell’incontro?”. Guccini ricorda al pubblico, ancora volenteroso di ascoltare i suoi racconti che è giunta l’ora di parlare di cose.

Che cos’è per Francesco Guccini la canzone d’autore? La canzone d’autore è una canzone che è stata scritta in un certo modo sia il testo che la musica. È una canzone che vuole raccontare qualcosa. I testi aspirano ad avere qualcosa di poetico. Sono testi che rimangono”.  Il cantautore, allora, presenta un excursus della musica a partire dagli anni ‘20 quando “le canzoni avevano una loro storia, perché venivano ri-musicati dei testi e dei riferimenti di canzoni popolari che raccontavano quel preciso momento storico.  Nel periodo fascista non si può parlare di canzone d’autore perché erano canzoni o del regime o anti-regime, erano più che altro inni alla patria, alle conquiste straniere o alla resistenza. Negli anni ’50, c’è una novità, un valore aggiunto perché c’erano scrittori che scrivevano canzoni, anche Calvino ha scritto qualche testo, ma non è certo che chi scrive romanzi sia buono anche a scrivere delle canzoni.  E poi negli anni ’60 siamo arrivati noi, prima De Andrè, poi Vecchioni, Io, Dalla, la scuola romana di De Gregori e Venditti, meglio De Gregori”

Ma cosa è cambiato da allora? Guccini non ne fa un discorso generazionale e non dice nemmeno che non ci sia più nulla da raccontare, ma piuttosto ci dice che “prima c’erano le case discografiche, ora sono tutte multinazionali e si pensa al profitto, macchine da soldi come i ragazzi che escono dai Talent Show che se non hanno successo con il primo disco vengono lasciati cadere nel dimenticatoio. Le case discografiche ti richiamavano, i miei primi dischi non avevano venduto tanto ma mi hanno fatto continuare lo stesso. Pensate che le prime canzoni non le avevo nemmeno registrate alle Siae, poi lo ho fatto ma all’epoca non era necessario. Dio è morto è stato la prima canzone che ho firmato”.

Allora, si riprende a chiacchierare, delle comparse nei film, dei libri che ha scritto, i noir appenninici, e del giallo che sta scrivendo “il protagonista è una guardia forestale, e come gli altri gialli lo sto scrivendo insieme a Loriano Macchiavelli. A volte non siamo d’accordo su alcune cose e nessuno di noi vuole scrivere scene di sesso. È difficile scriverle ma quando le scrive lui sembrano uscite dall’ottocento”.  Nel frattempo ci racconta anche della sua passione per l’ottava rima, un “gioco” di tradizione toscana che prevede un duello a suon di rime, e in questo Guccini è sicuramente bravo: “mi è capitato di duellare con Benigni al Club Tenco, e dai, sta migliorando, ma io mi diverto a dare delle rime difficili”.

È giunta l’ora di cena “sono le otto, cosa andiamo avanti?”, il tempo è passato velocemente tra aneddoti e riflessioni, che il cantautore sembra non prendere mai troppo sul serio; Guccini, infatti, è uno che se gli chiedi, come ha fatto Fioravanti, “sei consapevole della tua grandezza?” ti risponde: “sono alto un metro e novantadue, prima ero e novantaquattro ma mi sono ingobbito”.

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