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Se ‘tutto chiede salvezza’

Oggi gli studenti dell'I.I.S. 'Giordano Bruno' e del Liceo scientifico 'Galileo Galilei' di Perugia hanno incontrato, nell'Aula Magna del Rettorato dell'UniPg, Daniele Mencarelli, autore di 'Tutto chiede salvezza' (Premio Strega Giovani, 2020)

 
Se ‘tutto chiede salvezza’
Perugia.  In un passo dello Zibaldone Giacomo Leopardi ricorre all’immagine di ‘un giardino sofferente’, paragonato a ‘un vasto ospitale’, all’interno del quale vi è, ovunque, traccia di patimento. E se quel ‘giardino sofferente’ fosse davvero ‘un vasto ospitale’ psichiatrico in cui, a seguito di un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), viene ricoverato un ragazzo poco più che ventenne? Un giovane dalla ‘pelle sottilissima’, che chiama la sua malattia, la sua ossessione, il suo disagio ‘salvezza’? E che, non da ultimo, è convinto che ‘tutto chieda salvezza’?

Nell’alveo del ‘Progetto Lettura’ – che da anni offre ai giovani la possibilità di dialogare con noti scrittori e che quest’anno è stato reso possibile grazie a una sinergica collaborazione tra Scuola e Università – si è tenuto oggi, martedì 7 marzo 2023, dalle 8.30 alle 13.00, nella cornice dell’Aula Magna del Rettorato dell’Università degli Studi di Perugia, l’incontro con l’autore Daniele Mencarelli, poeta e scrittore romano, autore, tra gli altri, di Tutto chiede salvezza, romanzo edito per i tipi di Mondadori nel 2020 e insignito del Premio Strega Giovani, nonché una delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo.

Circa 900, le studentesse e gli studenti dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’ e del Liceo scientifico ‘Galileo Galilei’ di Perugia che, oggi, suddivisi in due turnazioni, lo hanno incontrato, ascoltandolo con attenzione, ponendogli numerose domande sul disagio esistenziale del protagonista – un Daniele Mencarelli allora ventenne – e condividendo con lo scrittore le proprie riflessioni sul romanzo Tutto chiede salvezza.

Alle 8.30 è stata la volta delle studentesse e degli studenti dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’ di Perugia, diretto dalla professoressa Anna Bigozzi. L’incontro con l’autore è stato reso possibile grazie a un approfondito percorso didattico iniziato all’interno delle 25 classi che hanno aderito al progetto, con la lettura integrale e l’esegesi del romanzo Tutto chiede salvezza, seconda fatica letteraria della trilogia autobiografica di Daniele Mencarelli, autore anche del recente Fame d’aria, uscito anch’esso per Mondadori e anch’esso incentrato sulla fragilità.

L’incontro si è aperto alla presenza del Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, il professor Maurizio Oliviero, che, nell’introdurre i lavori, ha sottolineato la valenza della giornata di oggi e dei temi che sono stati toccati, che paiono esserci lontani, ma non lo sono. Ha fatto leva sul tema delle vulnerabilità, il Magnifico Rettore, citando anche il cantautore Alessandro Mannarino, che, in Vivere la vita, sottolinea come, cambiando scarpe, si può cambiare strada, e quindi idee, e infine il mondo e noi stessi, forti di quelle speranze che determinano, necessariamente, un cambiamento e consapevoli che l’ascolto dell’altro sia la vera cura.

Ad accogliere l’ospite, oltre al Rettore dello Studium, il professore associato di Letteratura italiana contemporanea presso il Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia, Simone Casini. Nel ribadire che «Scuola e Università sono i luoghi decisivi nella formazione del futuro» e che «la letteratura vi ha un ruolo fondamentale, in quanto dà forma a ciò che fermenta e matura oscuramente nel nostro presente», il professor Casini ha messo in luce come «quando si legge un romanzo, si fa un’esperienza di impatto emotivo, di vite individuali che diventano, appunto, esperienza comune. E l’esperienza – ha proseguito – ci fa comunità». E, di certo, le due comunità scolastiche che oggi hanno incontrato l’autore si sono riconosciute in ciò che ha scritto Daniele Mencarelli, andando a fondo alla sua vulnerabilità con una capacità critica e analitica straordinaria. Incontrando un’esperienza altrui, gli studenti hanno imparato a conoscere meglio se stessi. Ed è grazie alla collaborazione tra Scuola e Università che i giovani, spesso, si avvicinano alla letteratura.

La Dirigente dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’, la professoressa Anna Bigozzi, nel ringraziare l’autore, l’Università degli Studi di Perugia per aver accolto le classi della scuola che lei dirige in un luogo prestigioso come l’Aula Magna del Rettorato, la professoressa Barbara Moretti e il professor Roberto Rettori, le docenti e i docenti della ‘Commissione -lettura’ dell’istituto perugino e l’Associazione Fulgineamente, ha evidenziato come la presenza di oggi sia stata significativa per gli studenti, in un’ottica di scambio proficuo tra Scuola e Università.

La professoressa di Lettere dell’I.I.S. ‘Giordano Bruno’ Barbara Moretti, docente-referente del ‘Progetto-Lettura’, ha, poi, condotto l’auditorium nel vivo dell’incontro, sia moderando gli interventi degli studenti, che introducendo il lavoro didattico svolto a monte dell’incontro stesso. Lo ha fatto, la professoressa Moretti, rimarcando come la lettura di questo romanzo abbia rappresentato una chiave d’accesso per entrare in contatto con i ragazzi, che si sono ritrovati in queste pagine e che le hanno interrogate (un centinaio, le domande, le riflessioni, le rappresentazioni anche grafiche e le pagine scritte che sono pervenute alla ‘Commissione-lettura’, quale frutto della sensibilità e della vitalità dei giovani lettori). È seguita la lettura di un passo tratto da La casa degli sguardi (Mondadori, 2018): «La sensibilità. Il metro degli sciocchi. Come voler misurare ogni altro sentimento umano. La retorica del poeta sensibile la impiccherei. Si parli, semmai, di fragilità, di essere nati con la pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi. Persone che le inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle».

Le domande poste dagli studenti-lettori, che hanno rappresentato con le loro voci il lavoro svolto dalla scuola e che sono stati i veri e attivi protagonisti dell’incontro, si sono alternate in maniera ordinata alle risposte dell’autore, il quale ha affermato che i copioni sono fatti (anche) per essere strappati, al fine di agire liberamente.

Dalla ‘pelle sottilissima’ del protagonista del romanzo alla sua permeabilità alla sofferenza altrui, dall’etimo di ‘salvezza’, intesa nell’opera come ‘malattia’, ‘ossessione’, ‘desiderio patologico’ alla funzione che può avere ‘la penna’ per un ragazzo costretto a un T.S.O.; dal parallelismo, fondato su pari sensibilità e sincerità di cuore, tra poeti e pazzi allo spirito di fratellanza che accomuna Daniele ai suoi compagni di stanza, passando per le conversazioni telefoniche con i genitori e la figura della madre, I Muri di Costantinos Kavafis e la conseguente esclusione dalla società (che ha emarginato il poeta greco per la sua omosessualità), il concetto di ‘normalità’, quello di ‘recita’ e quello relativo all’impossibilità di mentire all’interno di un ospedale psichiatrico, il confronto con la serie uscita su Netflix (che, per certi versi, si discosta dal libro). E ancora: la tempesta di notizie drammatiche che azzerano la fragilità di molte persone, l’uso che il protagonista del libro fa delle droghe (è preferibile, secondo Daniele Mencarelli, parlare di uso, leggero o pesante, che se ne fa, piuttosto che di droghe leggere o pesanti), il distacco dei medici e degli infermieri… Sono solo alcuni dei temi sondati dai giovani studenti.

Temi sui quali ha focalizzato la sua attenzione, con una certa empatia, l’autore, che ha parlato, con riferimento al protagonista dell’opera, di sensibilità spiccata, di un ‘sentire’ in modo particolare il mondo. Ma Mencarelli ha anche rimarcato che il gesto di uno scrittore non finisce con la sua autobiografia: il ruolo della letteratura, al di là della sospensione dell’incredulità e dell’immedesimazione con i personaggi, è quello di dare gli strumenti per acquisire una certa consapevolezza di questo sentire. La letteratura è intrecciata al vissuto dell’autore, ma passa attraverso l’immaginifico: l’unica cosa che conta è la scrittura. L’uomo, poi, si è sempre interrogato su una natura che è drammatica, solo che l’individualizzazione ci ha portati a competere con tale natura, più che ad ascoltarla. E, come scrittore, Mencarelli lavora sulle fragilità, per dialogare con le quali occorre riprendere un rapporto dialettico con la propria, profonda natura; un aspetto, questo, quasi mai realizzabile durante la gioventù, quando si rende necessario condividere il proprio magma interiore di emozioni con qualcuno in atteggiamento di ascolto, prima che tale complesso di sensazioni esploda. I giovani sono serbatoi di vitalità e di poesia, ma anche di inquietudine. Proprio sul tema della vitalità lo scrittore romano ha fatto leva, parlando della modernità e del Novecento, secolo che ha saputo frantumare quel concetto di salvezza che nei Vangeli era unitario. Si definisce, poi, un ‘progressista tragico’. Nel senso che crede che l’umanità proceda per errori. Ma afferma anche di sperare in una salvezza dalle ingiustizie di questo mondo e in una salvezza oltremondana (da non credente). Oltre alla vitalità, gli scrittori hanno un’altra radice: la cultura. Il copione, infatti, può essere tradito solo se lo si conosce. Confida, però, agli studenti, di essere arrivato, alla loro età, alla letteratura muovendo dalla vitalità. Allora, costruendo scene mentre si parla, si può vedere la natura umana come un prato o come un bosco oscuro, una selva dalla quale non si riesce a uscire e nella quale si esperisce il senso del proprio limite, il sentimento e il contro-tema del sentimento, il dualismo amore/morte, la follia, la psicosi, l’esplosione delle nevrosi… Scrivere, ha affermato Mencarelli, non è mai terapia: è un gesto che lo scrittore non compie per sé, ma perché sente che è fondamentale scrivere di questo limite, in quanto tale azione può diventare importante per gli altri.

Lo scrittore romano ha, poi, posto l’accento sull’importanza della letteratura. La provocazione rivolta agli studenti è stata questa: «E se vi dicessi che io non ho mai fatto un T.S.O.? E che i personaggi del romanzo sono inventati?». Ovviamente, si è trattato di una provocazione, atta, però, a ribadire che la letteratura altro non è che una lingua che lavora con tutto ciò che riguarda l’autore. E confida al suo giovane auditorio che il personaggio che ha amato di più è stato Giorgio, che vive l’incubo della perdita della figura materna, e che, dopo il T.S.O., ha rivisto Alessandro, ingrassato e incolto, ma ambulante, alla fermata di un autobus.

Altri argomenti affrontati sono stati la scissione di ogni essere umano tra il racconto di sé (sé narrato) e il sé reale (sé agito), specie per chi, come i giovani studenti, non ha vissuto il mondo analogico: con l’era digitale, dagli anni Duemila, tante diversità che prima erano esiliate (sessualità, malattia mentale, etc.) sono state portate dentro le mura di quella cittadella che chiamiamo ‘normalità’, anche per slittamento lessicale (il termine ‘paura’ è stato sostituito da altre parole, quali ‘ansia’, ‘fobia’, ‘panico’, etc.). Il rischio dell’era digitale è legato allo scollamento dell’uomo dalla sua vita reale: crediamo che ciò che vediamo su un display sia un surrogato della realtà, ma non ci sono surrogati della realtà, in quanto si tratta di narrazioni del reale e, in quanto tali, nascono sempre da una visione di parte. Ciò che resta fuori dalle mura della cittadella chiamata ‘normalità’, invece, sono i temi legati alla nostra natura profonda, in quanto non abbiamo gli strumenti per comprenderla. La poesia, però, potrebbe esserne uno. E noi siamo chiamati, mediante un allenamento costante, a riappropriarci della nostra realtà.

Quanto alla trasposizione dei contenuti del suo libro nella serie Netflix, visionata dagli studenti, Mencarelli ha sottolineato come si sia trattato di un passaggio da una lingua a un’altra, ovvero a un prodotto audiovisivo e seriale. La voce-pensiero del protagonista, infatti, non avrebbe potuto ‘riempire’ e informare di sé una serie TV. Il ricovero coatto di Daniele, poi, è stato ambientato nel 2022, nell’era digitale: da qui, l’inserimento di personaggi nuovi, che fungessero da paradigma di nuove forme di distruzione, come Nina. Anche se l’autore afferma di rimanere ancorato alle sue creature, che sono i romanzi, anche quelli che ancora scriverà: il racconto per l’uomo è altamente esperienziale.

Incalzato ancora dalla curiosità (e dalla vitalità, di cui si è parlato prima) degli studenti, Mencarelli conclude facendo un affondo sui cosiddetti ‘sani’. Sostiene lo incuriosiscano. Perché in quella categoria c’è un sommerso psico-patologico che è inconsapevole: «Sono pazzi a loro insaputa!» esclama ironicamente l’autore, che preferisce la consapevolezza e l’anti-istituzionalità. L’istituzione è una scatola vuota in cui ci sono delle persone che fanno quell’istituzione. Solo così si riempie di significato. D’altronde Daniele Mencarelli il senso lo cerca ancora. Ponendosi le stesse domande del suo riuscitissimo romanzo, pur se in un mondo e in una lingua che sono cambiati. Consapevole che «la parola, quando costruisce visioni, diventa invincibile».

 

 

 

 

 

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