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	<title>Perugia Online &#187; Bertoni Editore</title>
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		<title>Poesia e narrativa: un prisma a più voci</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Aug 2018 13:31:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Annalisa Baldinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Annamaria Massari]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Un prisma a più voci. In ottica, il termine ‘prisma’ designa un corpo trasparente delimitato da facce piane non parallele e rinfrangenti, tali che un raggio di luce che incide su una di esse emerga dall’altra, dopo essere stato rifratto dal mezzo trasparente.</p>
<p>E se il prisma fosse composto, appunto, di voci, di echi? Di domande e di risposte che si intersecano e si rinfrangono fra loro? È ‘l’esperimento letterario’ che abbiamo compiuto con alcuni degli autori della Bertoni Editore – casa editrice umbra fondata da Jean Luc Bertoni, la cui principale attività consiste nella produzione e nella distribuzione di libri e nella promozione e valorizzazione della cultura e della letteratura italiana –: Elisa Piana, Annamaria Massari, Annalisa Baldinelli, Giorgio Montanari, Bruno Mohorovich, Domenico Carpagnano e Sergio Tardetti. Le facce (o le voci) del prisma, allora, si sono infrante sui terreni, spesso farraginosi, della poesia e della narrativa, sulla descrizione, sulla costruzione dei personaggi, sui concetti di riscrittura e palinsesto, su quelli di mappa e territorio di una storia.</p>
<p>A loro, la parola.</p>
<p><strong>«Elisa è il nome che mi han dato, ma se veramente volete sapere chi sono… io sono un Albero. Metto radici e proteggo. E voi, voi chi siete? No. Non voglio saperne di quel groviglio di lettere che vi portate addosso. Quello è solo un abito, più o meno sgualcito. Io vi voglio nudi» (Elisa Piana, <em>A nudo</em>, Bertoni Editore). La descrizione, anche qualora vi sia un sovvertimento dell’ordine costituito delle cose, è un dipinto di parole che permette al lettore di vedere, nel testo, una data immagine. Pensate debba esserci movimento in una descrizione, affinché il lettore visualizzi la scena?</strong></p>
<p>«La vita è un continuo fluire, quindi la staticità non sarebbe apprezzata né per chi scrive, né per chi legge. Riprendendo le intense parole di Elisa Piana, mettersi ‘a nudo’ vuole dire mostrare una sensibilità che non tutti sono pronti a svelare (o a ricevere) (Giorgio Montanari)». «Quando scrivo cerco di creare immagini che io stesso vedo. Penso sia opportuno offrire al lettore ‘un panorama’ in cui immergersi o immedesimarsi. Sta alla capacità di chi scrivere rendere la poesia del tutto (Bruno Mohorovich)». «In un romanzo c’è spazio per tutto. C’è il momento in cui tocca all’autore descrivere i protagonisti e c’è quell’altro in cui sono questi ultimi a descriversi, talvolta indossando la maschera della menzogna e talaltra offrendosi nudi, in modo che la loro anima possa essere disvelata. Questo significa che la scena non deve necessariamente essere in movimento per essere visualizzata dal lettore. Le parole dell’autore e dei protagonisti sono capaci di descrivere bene anche quando è statica» (Domenico Carpagnano). «La vita è come un canone inverso in toni contrapposti ed il poeta la rappresenta o si sforza di farlo, attraverso il senso o l’immagine di un equilibrio tra stasi e movimento, sintetizzando i pensieri nel loro fluire continuo» (Annamaria Massari). «L’immedesimazione è importante, il coinvolgimento è fondamentale qualunque mezzo riesca ad avere una valenza empatica è ben voluto e lodato. Le parole devono arrivare, proprio lì dove si desidera, che siano film per gli occhi o emozione data dal brivido istantaneo del sentirti sulla pelle poco importa (Elisa Piana). «Posto che ho una grande immaginazione io stessa e che sempre anche solo dietro ad una voce costruisco volti e fisionomie, persino gli abiti che indossano i protagonisti in quel momento, ritengo sia fondamentale. Nel mio scrivere metto spesso elementi o dettagli che lasciano immaginare, ma non scoprono il tutto. Il bello è lasciare liberi di &#8220;creare&#8221; avendo qualche indizio. Penso che in questo modo il lettore possa essere coinvolto ed immedesimarsi nei diversi personaggi» (Annalisa Baldinelli). «Credo che una descrizione serva per fare entrare il lettore nel racconto e nel testo in genere. Se non dovesse accadere, il lettore si comporterebbe piuttosto come un critico letterario (quello che io definisco un anatomopatologo del testo) e verrebbe meno il fine ultimo di chi scrive, quello di mettere in scena una storia della quale il lettore possa sentirsi protagonista. Che la descrizione di un ambiente sia statica o dinamica non è importante, visto che, se funziona, sarà il lettore a muoversi dentro la scena» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«A coloro che amano viaggiare. Ai curiosi del mondo (…). A tutti quelli che almeno una volta nella vita sono stati clienti (…). La tipologia di cliente che si poteva presentare era molto variegata e, al contrario del nostro indeciso, poteva sedersi sulla sedia di fronte a te il cliente super informato, che aveva già visto tutto in Internet e che sapeva già come sarebbe stata la sua vacanza, perché il collega d’ufficio o l’amico di sempre, lui sì, che c’era stato» (dalla dedica – elemento paratestuale – e dal libro di Annalisa Baldinelli, <em>Volevo vendere sogni</em>, Bertoni Editore). I clienti, come i lettori, curiosi, famelici, a volte sprovveduti, a volte colti, che leggono ciò che sanno di dover leggere. Qual è il vostro rapporto con il lettore? È fatto di condivisione o è una violazione? È vero che, nell’atto della ricezione, si diventa in qualche modo co-autori del testo?</strong></p>
<p>«Il momento più emozionante è ricevere un commento o una recensione (di un amico o di un blogger sconosciuto). Gli altri interpretano le parole in un modo personale, cogliendo sfumature assopite o perdendone di evidenti, e creando significati cui magari non avevo nemmeno pensato» (Giorgio Montanari). «Creo naturalmente in solitudine, e scrivo per me; in seconda battuta, forse, penso anche al lettore; viviamo in un contesto social e mi viene naturale condividere. Poi, se riscontro che quello che ho scritto è colto da chi legge non può che farmi piacere, perché mi sono reso conto che quello che viene letto è entrato nell’anima di chi legge. In questo senso ho avuto molti riscontri» (Bruno Mohorovich). «Quando scrivo, il lettore è l’ultima cosa a cui penso. Se dovessi mettermi nei suoi panni e scrivere solo per compiacerlo, mi farei violenza. Nei miei scritti, ovviamente, dò conto anche dei punti di vista altrui, ma non per questo censuro i miei. Se, per vendere qualche copia in più, mi dovesse essere chiesto di indossare una maschera, smetterei di scrivere» (Domenico Carpagnano). «Io cerco me stessa nella poesia e comunico al lettore quello che di me emerge dalla coscienza e dal rimosso e che resta vivo. Il lettore diventa mio interlocutore poiché interpreta o coglie aspetti diversi, inattesi o confusi» (Annamaria Massari). «Mi è successa una cosa strana una volta pubblicato il mio <em>A Nudo</em>, libro di poesie totalmente intime. Mi è successo che, al ricevere le prime recensioni e i primi pareri, ho scoperto mi intimoriva, diciamo pure mi terrorizzava il giudizio, il poter capire quel che intendevo, ma anche l’opposto, o anche solo il leggermente diverso. Tutto questo mi preoccupava, proprio come quando lasci una canzone andare libera nelle case e scopri che non è più tua, ma è di tutti quelli che la cantano, per intero o anche solo una strofa. L’essere pubblica mi metteva ansia. Invece ho incontrato immedesimazione costante, e a volte totale. Leggere parole come &#8220;sembra la mia vita&#8221; o &#8221; sembrano scritte per me&#8221; è stata una piacevole rivelazione. Sentirsi capita e apprezzata anche nei miei sbagli o nei miei dolori, nelle cose scomode è stata una benedizione» (Elisa Piana). «Credo nel valore delle persone e dei rapporti umani che mi permettono prima di tutto di crescere personalmente, ma onestamente non penso assolutamente al lettore. Indubbiamente nel presentare diverse tipologie di personaggi accade che il lettore possa condividerne aspetti, pregi e difetti, addirittura situazioni. Ogni individuo è un caleidoscopio di emozioni, colori, sorprese tutte da scoprire. Nei miei scritti traspaiono molti lati di me, non potrebbe essere diversamente. Confesso che è una piacevolissima soddisfazione quando il lettore che incontro nelle mie chiacchierate itineranti, mi dice che l&#8217;ho fatto non solo divertire, ma anche riflettere» (Annalisa Baldinelli). «A me piacerebbe stabilire un rapporto “amichevole” con il lettore, quello che considero il mio alter ego. L&#8217;empatia è una componente fondamentale di un testo, specialmente di quello poetico. Il lettore deve potersi immedesimare nelle passioni dell&#8217;autore, sentirle come sue e pertanto come vere. Diversamente, la comunicazione diventa formale, le parole e i concetti si irrigidiscono in pose assai simili alla falsità. Si fa poesia in due, tu che leggi e io che scrivo» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Basta. Le parole sono finite in un vicolo cieco, si frantumano, si sfaldano, si liquefanno. Perché negare la possibilità di scrivere quando, fino all’altro ieri, era la scrittura che teneva unito un rapporto!» (Bruno Mohorovich, Storia d’amore &#8211; una fantasia, Bertoni Editore). La negazione della parola, e del referente che le corrisponde: il bianco, dotato di una chiara valenza semantica. Concepite la lingua come uno spazio, anche, a volte, bianco? Cosa rappresenta il bianco nella vostra concezione del ritmo? Credete si possa imprimere un’energia alla lingua, quando si scrive e ci si allontana, dal punto di vista linguistico, da una norma?</strong></p>
<p>«Una pagina bianca potrebbe essere sia un’opportunità (per imprimere nuovi pensieri), sia una minaccia (se le parole non uscissero come dovrebbero). L’ispirazione è il miglior alleato di chi scrive, specie per chi non è un professionista» (Giorgio Montanari). «Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, la pagina bianca è una sfida, è il guanto che siamo invitati a raccogliere. E la pagina si lascia violare dalle parole che prendono forma. Se la lingua è bianca? Il bianco, secondo una teoria in voga tra i pittori, è la somma di tutti gli altri colori, per cui, credo basta saperla leggere e &#8220;guardare&#8221;. L&#8217;energia, almeno per me, scaturisce quasi inconsapevolmente; difficilmente mi ritrovo a correggere quello che scrivo» (Bruno Mohorovich). «Il bianco non è un vuoto da riempire. È esso stesso segno di completezza. Certo, in un romanzo, è difficile da spiegare, ma se pensiamo ad altre forme d’arte, come la pittura, la musica, il bianco altro non è che una pausa, più o meno breve, fra due colori o fra due note, senza la quale la composizione perderebbe valore. Direi che, in un romanzo, il bianco sono i puntini di sospensione: hanno un prima e un dopo e non per questo sono il vuoto» (Domenico Carpagnano). «Il bianco è il mare su cui naviga la vela del pensiero Il motivo di ogni mia produzione, quasi come un monema di poche note, frulla nella testa in ogni istante, di notte e di giorno e deve diventare nero su bianco del foglio prima ancora che io possa capire e/o correggere qualsiasi cosa. Così può capitare anche che il pensiero non rispetti canoni linguistici tradizionali. Credo che ciò contribuisca a rendere il lettore più sensibile a recepire il messaggio profondo nella sua immediatezza espressiva» (Annamaria Massari). «Il bianco è la possibilità, è spazio, è il poter dar modo di insinuarsi fra le righe e poter veder scritto anche tutta un&#8217;altra storia, un&#8217;altra verità. Nel mio libro <em>A Nudo</em> vi è una poesia che si intitola <em>Punto</em> e che evoca proprio la paura della fine. Ho sempre preferito i tre puntini di sospensione, l’ancora tutto possibile» (Elisa Piana). «La letteratura mi insegna che i poeti maledetti avessero il terrore della &#8220;pagina bianca&#8221;, del non riuscire ad un certo punto, per motivi spesso inspiegabili o che venissero da un loro malessere interiore, a scrivere più. Personalmente non mi fa paura la pagina bianca, quando scrivo è soltanto perché si è in un certo senso accesa la lampadina ed il fluire delle parole viene da sé. Di conseguenza a volte saltano le regole ed i canoni linguistici, ma credo che questo possa far sembrare tutto più vero e quindi avvicinarsi di più al lettore» (Annalisa Baldinelli). «Più che dal bianco, il ritmo e l&#8217;energia vengono dati al testo dall&#8217;a capo. Mi riferisco, ovviamente, al testo poetico, ma anche alla chiusura di un paragrafo in un testo narrativo. Preferisco ridurre al minimo la punteggiatura, con ampio uso del bianco, in questo caso. Preferisco anche non chiudere mai un mio testo poetico con un punto; credo che le parole, specialmente l&#8217;ultima dell&#8217;ultimo verso, debbano continuare a risuonare nell&#8217;aria anche dopo che la lettura è terminata. E questa considerazione risponde anche alla seconda parte della domanda» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Unico attore sul proscenio della notte declamo all’insonnia, prezioso spettatore, il monologo di un tormento» (Bruno Mohorovich, Tempo al tempo, Bertoni Editore). «Ti ho autorizzato a sbirciare fra gli scritti di una vita. Mi rincuora l’idea di offrirti un’emozione. Mi inquieta avere esposto a sconosciuti pagine salvate negli anni, figlie di pensieri fragili, frutto di istanti di ispirazione (…)» (Giorgio Montanari, Finzioni di poesia, Bertoni Editore). Giorgio Montanari, in Finzioni di poesia, canta ‘l’ultima messinscena’, quando, calato il sipario, si torna alla propria solitudine pesante, si allontana la mente dal cordone ombelicale, e le luci all’orizzonte brillano più fioche. Se per fictio si intende l’abitudine di simulare, credete si finga, scrivendo? O pensate che ci si scriva, quando si reclama ‘una stanza tutta per sé’? Il lettore è lì, a guardarci scriverci?</strong></p>
<p>«Per me le “finzioni” (oltre alla citazione di Borges) sono state un pretesto per mantenere l’umiltà dell’esordiente. Molti autori, con la prima pubblicazione, “giocano” a scrivere. Per i bambini, però, giocare è un’attività seria e richiede impegno, dedizione e costanza» (Giorgio Montanari). «La solitudine è propria di chi scrive, del poeta in special modo. Quando scrivo, siamo soli io e la mia penna. Ed è proprio in virtù di questo essere soli che la finzione non ha ragione d&#8217;essere. Se dovessi fingere scrivendo, verrebbe meno il mio intento. Poesia ed anima sono una cosa sola; non potrei mai fingere. E questo la poesia non lo permette. Credo, invece, che con il romanzo sia diverso; ci si può nascondere dietro ad un personaggio anche rivelando parte di sé» (Bruno Mohorovich). «Normalmente si è portati a credere che, specie nei thriller, l’autore si metta seduto e cominci a inventarsi le sue storie. Le cose stanno diversamente. A parte pochissime eccezioni (in cui l’autore è stato capace di anticipare la realtà (penso a Orwell, Verne e pochi altri), gli scrittori attingono a piene mani da quella e i loro romanzi vengono considerati fiction solo per evitare guai. Non è un caso che sui libri si legga sempre che “non c’è alcun riferimento a persone o fatti reali”» (Domenico Carpagnano). «Scrivere poesia non è certo fingere o mistificare la realtà, quanto comunicare, mettersi a nudo, descrivere l’umano vivere ed il sentire che, per questo, è di tutti. La solitudine, che ci permette di conoscere meglio noi stessi ed il mondo, ci pone in sintonia con chi ci ascolta» (Annamaria Massari). «Non fingo, e non amo chi finge. Non amo chi bara e chi fa il doppio gioco. Lo trovo una gran perdita di tempo. Amo la lealtà con gli altri e con se stessi: in una mia poesia <em>Promesse e specchi</em> scrivo proprio a riguardo: &#8220;Ci sono promesse da mantenere e specchi in cui poter continuarsi a guardare”. Questo, credo, sia fondamentale» (Elisa Piana). «Correggerei la parola “finzione” con la semplice capacità di presentare un personaggio o una storia sotto molteplici punti di vista. Nella nostra quotidianità riuscire a vedere le cose sotto diversi punti di vista, ci permette di non leggere mai tutto ciò che ci accade solo in nero o in bianco. Nel mio scrivere ci sono io e chi mi conosce bene, dice che riesce a sentire anche il tono della mia voce nei dialoghi da me scritti. Credo che anche nella finzione sia inevitabile inserire lati di se stessi, è la natura di ognuno di noi che inesorabilmente viene fuori in qualche modo» (Annalisa Baldinelli). «Mi vengono in mente le parole di Pessoa: “Il poeta è un fingitore”. Ma la sua finzione è sempre quella di fingere un sentimento che avverte davvero, “il dolore che davvero sente”, né credo che uno scrittore potrebbe fare altrimenti. Non si scrivono poesie d&#8217;amore se non si è mai amato, per quanto si possa essere bravi “fingitori”. Credo anche che si scriva di sé, ma con l&#8217;intento di scrivere di altri» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Gabbiano vestito di luce quale precisa meta le tue piume conduce in questo cielo? L’anima sensitiva che spinge il tuo volo leggero segue le rotte oblique, ma io non so decifrare i messaggi dei muti tuoi passaggi nel volo e resto stupita a guardare un gabbiano che scrive nel cielo da solo» (Annamaria Massari, Parole in volo, Bertoni Editore). Si può essere fotografi che scrivono narrativa o poesia? Come dei moderni Palomar si può planare sulle cose dall’alto dei tetti della propria inventiva, immortalando momenti, stati d’animo, cose o persone? Quanto scarto c’è, fra realtà e finzione, quando si scrive?</strong></p>
<p>«Più che un fotografo, chi scrive (soprattutto poesie) potrebbe essere paragonato ad un pittore che, tramite il suo stile, dona la propria versione della realtà (…o della fantasia)» (Giorgio Montanari).</p>
<p>«Se non proprio fotografo, osservatore di quanto mi sta intorno sì; immagini che poi trasmuto metaforicamente imprimendo loro una vita che è la mia con tutto quello che ne consegue. Quando scrivo guardo a me stesso e nell&#8217;immortalare momenti e stati d&#8217;animo mi racconto; al lettore l&#8217;arduo compito di cogliere la frattura fra realtà e finzione; per quanto mi riguarda, no questa frattura non c&#8217;è: non riuscirei a scrivere poesia» (Bruno Mohorovich). «Le storie che s’intrecciano nei miei romanzi sono “reali”, nel senso che attengono a un vissuto, non certamente individuale, ma collettivo. Sono storie di molti in generale e di nessuno in particolare, che, mescolandosi fra loro, perdono la loro individualità, per cercare di offrire un messaggio. Ne <em>La verità comoda</em>, per esempio, le storie che racconto sono solo un pretesto per dire che talvolta il pregiudizio ci fa scegliere strade che mai avremmo percorso, perché non sempre è facile mettersi in discussione» (Domenico Carpagnano). «Non riscriverei e non riscrivo mai le mie poesie, perché ognuna di esse è frutto di ispirazione legata ad un momento o ad un’emozione o pensiero o sentimento. In quanto allo scarto poi tra realtà e finzione direi che non esiste finzione, quanto sogno, immaginazione. Attraverso la lettura e rilettura di tutte le mie espressioni riesco invece a riconoscere quello che sono e ricucio su di me un’identità che non conoscevo e di cui non ero consapevole. A volte il poeta è proprio lì, sulla linea di confine, sul bordo della vita e ha il coraggio di saltare proprio lì dove la vita e il destino stanno giocando amaramente con lui» (Annamaria Massari). «Fulmineamente, in copertina del mio <em>A Nudo</em> vi è una polaroid» (Elisa Piana). «Quanto scrivo, come mi ritrovo spesso a ripetere, è Terribilmente Vero e nasce dall&#8217; osservazione della realtà che mi circonda. Quale miglior obiettivo, palcoscenico, set cinematografico o ispirazione per scrivere è la realtà! Il mio Volevo Vendere Sogni nasce proprio da una mia concretissima esperienza di anni, dove niente è stato manipolato per conquistare il lettore, dove grazie all&#8217;ironia che mi contraddistingue, ho potuto presentare i diversi punti di vista dei personaggi e delle storie» (Annalisa Baldinelli). «Più che di finzione, parlerei di “trasfigurazione” della realtà. In questo modo lo scarto diminuisce, perché attingiamo in ogni caso dalla realtà per trasformarla in qualcosa che ne mantiene i contorni, ma assume altre valenze, altri significati. Cambiano il punto di vista, ma soprattutto la luce che si proietta sulla realtà, e che ne determina anche le ombre» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«’Se non lasci nulla dopo di te’ gli aveva detto quella volta la vedova ‘sei destinato a morire due volte. Sì, perché non si muore una volta sola, caro professore, ma due. Una, quando veniamo a mancare fisicamente, e l’altra quando di noi non si ricorderà più nessuno. Guardi me, per esempio. Io non ho più nessuno. Sa cosa significa? Che quando arriverà la mia ora, sarò morta due volte» (dal thriller di Domenico Carpagnaro, La verità comoda, Bertoni Editore). Il cadavere di una ragazzina ritrovato da una piccola rom nella discarica di Pietramelina, a Perugia. E il commissario Anselmi, responsabile della squadra omicidi della Questura di Perugia, che, quando nessuno si fa avanti per denunciare la scomparsa della vittima, dichiara il caso insoluto. Fino a quando fortuite circostanze gli consentono di identificare la vittima e di mettersi sulle tracce dell’assassino: «Pietro non ebbe alcun tentennamento. Accettò subito, sicuro com’era che quella sarebbe stata l’occasione buona per far venire alla luce la verità – questa volta quella ‘scomoda’ – sulla scomparsa di sua figlia (…)». Ciò che troviamo scritto è solo la parte visibile di una storia. La rotta che tracciamo non è detto che sia la migliore. Il percorso dalla A alla Z, la mappa, si traccia durante la prima stesura, ma si lascia fuori molto territorio. Riscrivereste le vostre opere sulla base della stessa mappatura, ma con un territorio diverso? </strong></p>
<p>«Sarebbe un esperimento interessante riscrivere una poesia già pubblicata. Sono certo il risultato sarebbe molto diverso – la scelta delle parole è frutto di una ricerca del momento, figlia di associazioni di idee uniche e fluire di pensieri irripetibili» (Giorgio Montanari). «Quando scrivo poesie lo faccio sulla base di un&#8217;ispirazione; un accadimento, una sensazione. Quello che esprimo con una poesia è quell&#8217;istante e solo quello. Pertanto la scrittura è&#8230; &#8220;casuale&#8221;, anche se già ho in mente una strada da seguire nel momento in cui dovrò assemblare il tutto. Scrivo una mia raccolta quasi fosse un romanzo, per cui sì, c&#8217;è una traccia, un percorso. <em>Storia d&#8217;amore</em> è il racconto di un amore che nasce e finisce; <em>Tempo al tempo</em> segue una parabola discendente/ascendente. Non ho mai stracciato o buttato via; qualche spostamento nel percorso per renderlo più omogeneo, a volte» (Bruno Mohorovich). «Io penso che per esprimere l’idea di romanzo che si ha in mente, il testo prodotto sia soltanto una delle mille variabili che l’autore ha a disposizione e che, quindi, per rappresentare la stessa idea, lo stesso concetto, può scriverne tanti altri di libri. Per quanto mi riguarda, non ho quasi mai una mappa da seguire. Ho un’idea, la percorro e la correggo <em>in itinere</em>, cosicché può capitarmi che il risultato finale sia molto diverso dalla bozza iniziale» (Domenico Carpagnano). «Le mie poesie sono il mio vissuto: sarebbe come chiedermi vorresti essere un&#8217;altra Elisa? Assolutamente no» (Elisa Piana). «I miei racconti hanno una relativa contestualizzazione, io credo che, nel mio caso, certe caratteristiche delle persone siano uguali indipendentemente dal territorio di riferimento. Ho fatto emergere vizi e virtù, punti di forza e di debolezza dell&#8217;animo umano e queste non hanno confini regionali» (Annalisa Baldinelli). «Credo che scrivere un testo, poetico o narrativo che sia, significhi delimitare il nostro campo narrativo, come accade nel cinema con l&#8217;inquadratura, che esclude gran parte del campo visivo. Rileggendo quello che ho pubblicato, mi soffermo spesso a pensare a quello che ho escluso, soprattutto se il testo poetico ha un carattere narrativo, e istintivamente mi trovo a riscrivere mentalmente quella storia, magari con gli stessi personaggi o anche, a volte, personaggi secondari lasciati “fuori campo” e che entrano in scena; spesse volte immagino anche una diversa ambientazione, altre voci narranti. Un testo, anche se pubblicato, non è mai definitivo» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Per qualche magra consolazione ha deciso di vendere i suoi sogni di rinunciare a qualunque opinione per ciò che resta dei suoi giorni / Lo chiamano uomo valigia puoi metterci dentro qualunque cosa veste sempre in giacca e camicia lascia ovunque la sua scia odorosa / Usa un profumo dozzinale comprato forse in un supermercato per lui la vita sembra sempre uguale come un triste peccato / L’uomo valigia chiusa potresti anche trovarci i tuoi segreti non c’è nessuno o niente che lo accusa e la sua casa non ha porte né pareti / Non serve a niente ricordargli che la vita va lasciata andare via che non può trattenerla oltre il suo tempo e non è sua né mia / L’uomo valigia aperta dai sogni sparsi tra mutande e calzini trascina sempre la sua vita incerta tra notti squallide e inutili mattini» (Sergio Tardetti, Ritratti di sconosciuti, Bertoni Editore). I personaggi, sconosciuti. Che aprono o chiudono la propria valigia, e permettono o meno all’autore di sbirciarci dentro. Intenti a sedersi al suo tavolo, a chiedere lui un caffè e a raccontarsi, come ha recentemente affermato Dacia Maraini. I vostri personaggi ne sanno più di voi? Loro che ci mettono la carne, mentre voi ‘solo’ la penna?</strong></p>
<p>«Scrivere talvolta è una terapia di autoanalisi dove i personaggi e le parole assumono una valenza terapeutica che permette di conoscersi e svelarsi» (Giorgio Montanari). «Scrivere è vivere, rivivere e&#8230; far vivere chi è entrato nella tua vita e te l&#8217;ha cambiata. Di chi parlo, lo immagino al mio fianco o mentre mi sta leggendo. Con la penna cerco di dipingerci, renderci visibili&#8230; solo noi» (Bruno Mohorovich). «I miei personaggi non ne sanno più di me, ma sono capaci, con le loro domande, a interrogarmi su chi sono veramente, consentendomi di tirare fuori anche cose che non sapevo di avere» (Domenico Carpagnano).</p>
<p>«A nudo è la risposta alle mie tante domande. È stato un guardarsi dentro, a volte anche doloroso. È stato un prendere consapevolezza, un urlare potendo stare muta. Il titolo di scorta rimasto in tasca era <em>Sputi d’anima</em>: credo renda l’idea» (Elisa Piana). «I personaggi dei miei racconti sono stati per me maestri di vita. Se sono la persona che sono diventata oggi, lo devo a loro che mi hanno dato la possibilità di affrontare la vita con un altro occhio. La molteplicità di vite, di storie, di persone con cui sono venuta a contatto, mi ha permesso di avere la mente sempre aperta e di guardare agli imprevisti positivi o negativi della vita, di cui tutti siamo prima o poi destinatari, con un diverso approccio. È un valore che non ha prezzo!» (Annalisa Baldinelli). «Chi scrive di un personaggio ci mette sia la penna che la carne, almeno una parte della sua carne. Il resto capita di prenderlo in prestito da un&#8217;immagine intravista fugacemente, mentre attraversava la scena, il nostro campo visivo. Facendo riferimento ai miei personaggi, in particolare, Holly Rose è nata dal ricordo di una cameriera di una steakhouse, nel mio viaggio in America, Xavier me lo porto dietro incollato come un&#8217;ombra da una mia visita a Toledo, Carmen da uno spettacolo lirico a cui ho assistito anni fa a Norcia. Tutti nascono da un&#8217;impressione raccolta di passaggio. Che ci si possa sedere per un caffè e ascoltarli mentre si raccontano è il mio sogno segreto. Ma non è accaduto, per questo ho immaginato per loro delle esistenze» (Sergio Tardetti).</p>
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		<title>“Black and White”</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jul 2018 09:37:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bertoni Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Black and White]]></category>
		<category><![CDATA[maratona artistico-letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Rocca di Passignano]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Trasimeno. </span> Domenica 8 luglio nella suggestiva cornice della Rocca di Passignano sul Trasimeno, si è tenuto“Black and White”, la seconda maratona letteraria con eventi d’arte, fotografia e musica organizzata dalla Bertoni Editore in collaborazione con Gemma Bracco Consigliera di Parità per la Provincia di Perugia, l’Associazione “Casa degli artisti” di Carla Medici e Francesco Minelli, la Provincia di Perugia e Umbria in Rosa.</p>
<p>In una splendida giornata di sole, dalla terrazza della Rocca che si affacciava sul lago sottostante si sono avvicendati poeti e scrittori della Bertoni Editore. L’iniziativa,  &#8211; oltre a far conoscere al numeroso pubblico convenuto l’attività editoriale della casa creata da Jean Luc Bertoni che si è ormai attestata a livello nazionale, presente praticamente in tutte le regioni d’Italia e, quel che più conta con una reperibilità dei suoi libri in oltre 500 punti vendita -, era dedicata alla figura della donna in tutte le sue molteplici sfaccettature.</p>
<p>Hanno dato il via alla serata ricca di eventi, i poeti che, coordinati dal poeta e critico letterario Bruno Mohorovich, hanno omaggiato il mondo femminile con i loro versi. L’incontro è poi proseguito con la presentazione di una rassegna fotografica curata dallo stesso Mohorovich, che ha coinvolto fotografi provenienti dall’Umbria, e da altre regioni; quest’anno in particolare evidenza la partecipazione di fotografe straniere, ma residenti da molti anni in Italia, provenienti dalla Lituania, Russia, Albania e Cuba.</p>
<p>Notevole anche la presenza dei pittori aderenti a “La Casa degli Artisti” che hanno raccontato ed interpretato con le loro opere l’intimo dell’universo femminile. La mostra d’arte era curata da Carla Medici e Francesco Minelli.</p>
<p>Particolarmente suggestiva la presentazione dell’ultimo libro di Floriana La Rocca ““Haloren – storia di una nobile zingara”, che ha introdotto l’intervista con Giulio Curti di Primantenna FM con un canto evocativo dei rom.</p>
<p>Intervallati da intermezzi musicali che spaziavano dalla Bossanova al jazz alla canzone d’autore che ha visto cimentarsi i chitarristi Mirco Bonucci e Anthoni Caruana,  il cantante Max Petronilli, il sassofonista Moreno Romagnoli ed il musicista Gino Latino, szato i ritratti femminili da loro descritti sono poi cimentati nella lettura di un passo tratto dai loro libri, gli scrittori della Bertoni che attraverso la loro scrittura hanno focalizzato e sintetizzato i ritratti delle protagoniste i loro romanzi.</p>
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		<title>‘Un divertito burattinaio’ e l’isola narrativa di Hiroi Kata</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jul 2018 09:21:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bertoni Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Hiroi Kata]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Tarek Komin]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> «1984 – L’isola di Hiroi Kata spuntava come un’unghia dalla carne del mare, in quell’alba biancastra, lanosa. Sulla spiaggia un uomo, Ethan, che inerme ne aveva tagliato lo sporco candore, confuso con la spuma delle onde, ora più calme. Di quella traversata, l’uomo, ancora privo di coscienza, recava sulla pelle tatuaggi di sabbia scura, orme ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «1984 – L’isola di Hiroi Kata spuntava come un’unghia dalla carne del mare, in quell’alba biancastra, lanosa. Sulla spiaggia un uomo, Ethan, che inerme ne aveva tagliato lo sporco candore, confuso con la spuma delle onde, ora più calme. Di quella traversata, l’uomo, ancora privo di coscienza, recava sulla pelle tatuaggi di sabbia scura, orme bagnate che sulle guance, insieme alle malferme pennellate della sua barba irregolare, disegnavano un arazzo inintelligibile. Esisteva, in fondo, una certa coerenza in quell’indecifrabilità, anche lì, sulle rive sconosciute di un’isola dispersa nel Pacifico, in quelle che parevano essere le ultime battute di una deriva durata quarant’anni (…)». Se in una descrizione si è soliti ‘dipingere con le parole’, il lettore deve essere messo nelle condizioni di vedere nel testo un’immagine, di visualizzare una scena. In fondo, si descrive quando si è ancora immersi nella fase astrattiva, quando si lavora (anche) a delle digressioni che si rendono necessarie per potenziare l’immaginazione nel lettore. La scrittura, allora, si fa come una sorta di telecamera, di binocolo che stringe il suo obbiettivo su dettagli funzionali a mettere in moto l’ingranaggio narrativo. E il narratore diventa una sorta di fotografo che scrive narrativa. È ciò che accade nell’incipit (e non solo) dell’ultimo romanzo di Tarek Komin, scrittore toscano, laureato in ‘Studi Storici DemoEtnoAntropologici’ e premiato in numerosi concorsi, con all’attivo tre romanzi, <em>Moon </em>(ilmiolibro, 2008), <em>Emilio Seminci e i giorni dell’Umanesimo</em> (Watson Edizioni, 2015) e, appunto, <em>Hiroi Kata</em> (Bertoni Editore, 2017), una raccolta di racconti, <em>Il dedalo del sottosuolo</em> (Edizioni Tracce, 2012) e due di poesie, <em>Disperdersi</em> (L’Autore Libri, 2010) e <em>Il nido delle tasche</em> (AUGH! Edizioni, 2017).</p>
<p>La lingua è uno spazio: come si può modificare il paesaggio di un testo? Aumentarne lo spazio aggiunge qualcosa o si risolve in un preziosismo fine a se stesso? Come riscrivere una storia, ricorrendo allo stesso territorio, ma a una mappa diversa? Ne abbiamo parlato con Tarek Komin a proposito del suo ultimo romanzo, <em>Hiroi Kata</em>, edito per i tipi di Bertoni Editore nel dicembre dello scorso anno.</p>
<p><strong>Da <em>Emilio Seminci e i giorni dell’Umanesimo</em> a <em>Hiroi Kata</em>: al di là dei titoli, elementi paratestuali che orientano (o disorientano?) la lettura, se dovessi individuare un filo rosso conduttore che lega questi due romanzi – ammesso che esista –, cosa potresti dire? </strong></p>
<p>«Dopo <em>Emilio</em>, un romanzo corale, denso di personaggi ed intreccio narrativo, di percorsi di vita, palese o celata, nel senso che ognuno degli abitanti della città di Grama, dove è ambientata la vicenda, ha una doppia vita da condurre, ho sentito l’esigenza di cambiare; di uscire dalla provincia italiana per concentrarmi su una storia dal respiro più internazionale, collocandola in punti diversi del tempo, certo, ma assottigliando il numero di vite da seguire, forse per caratterizzare con ancor maggior vigore i miei personaggi. Da nove giorni all’interno della stessa cittadina a un ventaglio ben più ampio di anni sull’isola di Hiroi Kata che fa da sfondo ai percorsi esistenziali dei protagonisti. Volevo scrivere un romanzo più intimo e meno “dispersivo” anche in questo senso, che delineasse nel tempo la struttura e lo sviluppo dei rapporti umani tra i vari personaggi. Il filo conduttore che forse può esserci, continuando a ragionare sui personaggi, è il mio ruolo da “divertito burattinaio” nel senso che nel dare voce e corpo a certe vicende umane arriva il punto in cui non riesco a fare a meno di sorprendermi e di divertirmi io stesso, appunto, nel muovere sulla carta le vite dei protagonisti che ho creato, che finiscano in scontri o incontri, che si trovino tra mura medievali o sulle sponde di un’isola sconosciuta».</p>
<p><strong>Da lettrice, credo che uno dei punti di forza della tua prosa sia proprio questo: la significanza e l’importanza attribuite ai dettagli che muovono l’ingranaggio narrativo. Dettagli visti dal buco della serratura, a volte, oppure volutamente ingigantiti e deformati, con un uso sapiente delle metafore, mai azzerate con dei cliché. È questa, mi pare, una delle tue cifre stilistiche. Ti consideri un fotografo che scrive narrativa? </strong></p>
<p>«Bella domanda. Sicuramente mi diverte e forse mi viene anche abbastanza naturale “ragionare per immagini” quando penso alle scene che devo scrivere. L’importante forse è proprio non sbagliare l’inquadratura, rispettare il punto di vista del personaggio ma anche del lettore stesso che, a mio pari, è fondamentale avverta una certa coerenza in ciò che sta leggendo/vedendo. Il dettaglio mi piace molto ma in base a ciò che devo scrivere è necessario che ne dosi la presenza nel testo e sicuramente anche una pennellata di parole, quasi lasciate cadere con noncuranza sulla carta, tese a formare una metafora magari insolita è un mio modo di approcciarmi. Mi piacciono accostamenti inconsueti che spiazzino il lettore, mi piace una certa provocazione non fine a se stessa, ma fondamentale è la misura e l’utilizzo di queste figure perché a volte si rischia di affossare il ritmo della narrazione o di perdere per strada l’attenzione».</p>
<p><strong>Analizzando i tuoi due romanzi, si individuano degli aspetti comuni: la costante migrazione dei personaggi dal testo letterario al testo filmico e musicale, la partitura polifonica dell’opera, la copertina come porta d’accesso al libro, un parterre di protagonisti e di non-protagonisti di sveviana memoria, il tema del forestiero (anche in casa propria) e di luogo-non luogo surreale, l’apparenza mescolata alla realtà (a tal punto da non trovare il bandolo della matassa di un doppiogioco che di regole ne osserva ben poche), le descrizioni alla Nabokov, Calvino, Kafka, Svevo, un relativismo di fondo, una mescolanza dei piani dell’espressione artistica, il divertissement nella ricerca di sostantivi e aggettivi di uso quotidiano che diventano inconsueti negli accostamenti e l’ironia come lente deformante avversa alla ricercatezza fine a se stessa. Ti ritrovi in questo ritratto? Quali altri <em>topics</em> potresti aggiungere?</strong></p>
<p>«Sì. Direi che è un’analisi nella quale rivedo questi miei due ultimi romanzi e della quale ti ringrazio perché la ritengo molto lusinghiera, anche solo per gli accostamenti con questi giganti della letteratura. Quando ho iniziato a scrivere Hiroi Kata mi sono messo nell’ottica di costruire una storia totalmente diversa da Emilio, forse più sperimentale, certamente più matura. Ma gli aspetti che hai citato, sia alcuni tematici che altri meramente stilistici, forse mi sono rimasti incagliati tra i polpastrelli o sulla tastiera del pc e inevitabilmente sono scivolati nel nuovo lavoro. In fin dei conti questo mi fa più piacere del previsto perché può significare che pur considerando Hiroi Kata un passo avanti nel mio percorso e nel mio rapporto con la scrittura esistono alcuni aspetti che da sempre, forse anche dai lavori che precedono Emilio, sono positivamente costitutivi della mia “identità” di scrittore».</p>
<p><strong>Sei anche un poeta, oltre che un narratore: scrivere è, per te, tradurre in parole emozioni primarie ed elaborazioni cerebrali? Una parola può diventare ‘un’isola’ in un solo verso?</strong></p>
<p>«Ho all’attivo due raccolte di poesie “Disperdersi” (MEF-L’Autore Libri 2010) e “Il Nido delle Tasche” (AUGH! Edizioni 2017), oltre una terza appena completata. Sono lavori che ritengo profondamente diversi ma come i romanzi considero estremamente “veri”, forse più vicini e attaccati a me perché con una quantità minore di filtri (o dovrei dire parole?).  Con la poesia ho un rapporto più istintivo ma sicuramente altrettanto cerebrale. L’emozione si traduce in immagine o in parola passando dalla mia parte più razionale in modo molto immediato e senza sforzi, forse per abitudine o per carattere, non saprei. Se da un lato questo aspetto può per me costituirsi come una sorta di scudo, un distacco necessario per poter liberamente scrivere di emozioni più intime, dall’altro ritengo che non sia un passaggio che faccia perdere alla parola peso o empatia con il primario sentire che l’ha generata.  Nel “Nido delle Tasche” sono andato maggiormente verso la direzione dell’isola cui facevi riferimento. Se la parola scelta, come spero, è quella “giusta” forse un certo isolamento non può che esserle salutare. In altri casi, perché no, forse la parola più importante può celarsi nell’ironia di un verso e allora il lettore può sentirsi sfidato in una stimolante ricerca. La prossima raccolta, a mio parere, sarà davvero innovativa e sperimentale. Sicuramente avrà un’organicità davvero caratterizzante, ma non posso svelare altro per il momento. Resta il fatto, come spesso ripeto, che Nanni Moretti aveva ragione: le parole sono importanti perché chi parla male, pensa male e vive male. Speriamo non sia questo il caso».</p>
<p><strong>Parlando di ‘isole’, il riferimento non può che essere a Hiroi Kata: nel 1984 Ethan si risveglia dopo un naufragio sull’isola di Hiroi Kata, nel Pacifico. Una deriva personale, di cui si scoprono i primi ricordi: un padre assente, la morte della madre dopo la nascita del fratello Kenneth, la guerra in Vietnam, a seguito della quale Kenneth torna a casa muto, cinico, freddo. Quanto la dimensione psicologica è stata condizionata dagli accadimenti storici e dal determinismo ambientale? </strong></p>
<p>«In una storia del genere, che viene intrisa, volutamente imbevuta di tanti accadimenti storici è inevitabile che essi influenzino gli aspetti piscologici dei personaggi. Alla fine del romanzo può essere divertente interrogarsi su queste dinamiche: se Kenneth non fosse partito? Se fossero partiti entrambi? Oppure, tornando indietro, se la madre non fosse morta ci sarebbe stata lo stesso una frattura tra i due fratelli? È indubbiamente una forma di analisi che fa riflettere, si entra in un circolo in cui le scelte più forti di alcuni personaggi modificano, come in un domino, gli eventi al punto da far cambiare le scelte degli altri, più o meno consapevolmente. E questo genera altri eventi (o dà loro nuova forma). Eventi che sono quindi allo stesso tempo da sfondo e protagonisti. Può essere un loop che in questa storia è sempre esistito, sin da prima del momento in cui inizio a raccontarla e che forse traccerà i suoi cerchi concentrici anche dopo l’epilogo».</p>
<p><strong>Ti muovi, come un funambolo, su continui flashback: nel 1974, ad esempio, il rapporto fra Ethan e Kenneth si interrompe in modo traumatico, con la Guerra Fredda che si insinua nella loro vita e i luoghi che sono <em>loci </em>della memoria, intrisi di fantasmi, traumi, ricordi. Quanto la storia non evenemenziale agisce su quella evenemenziale in questo romanzo? </strong></p>
<p>«Credo che una particolarità di Hiroi Kata sia questa danza di flashback nella storia e nella memoria. Il piano della storia in senso generale, ampia, definita politicamente dai blocchi monolitici, USA-URSS della Guerra Fredda gioca con quello degli avvenimenti legati agli episodi di vita dei personaggi, aiutato da piccoli paragrafi, questi salti, come scatole temporali che non sono asettiche ma che sono pezzi di un mosaico più grande che il lettore stesso può divertirsi a ricostruire. Questo aspetto risulta semplicissimo nello scorrere della lettura, diventa forse paradossalmente meno leggero cercare di spiegarlo. È molto affascinante ritrovare analogie tra le divisioni geopolitiche e il rapporto complicato tra i due fratelli, Ethan e Kenneth, protagonisti del romanzo. Ci sono allora forse dei muri e delle separazioni che stanno insieme per essenza divisiva, o forse a volte per necessario contrappunto, ma che possono crollare al minimo sussulto di intima umanità. Penso che per certi versi la storia sia molto attuale, che l’invito implicito tra le pagine sia quella ricerca, seppur complicata, del perdono e il tendere ad esso; volontà di ricerca la cui eco travalica il rapporto tra Ethan e Kenneth per risuonare ancora tra i nostri pensieri una vota chiuso il libro. Forse mai come in questo momento storico occorre ripensare al concetto di perdono, da sempre accostato al divino, avvicinandolo a noi, come stimolo per farci sentire tutti un po’ più umani. Concludo dicendo, come spesso ormai mi capita, che sono consapevole della difficoltà di scrivere un romanzo sul perdono, per questo spero che, qualora non ci fossi riuscito, vorrete perdonarmi. Grazie per la stimolante intervista».</p>
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		<title>Il piacere del testo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2018 19:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bertoni Editore]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[saggistica]]></category>
		<category><![CDATA[Salone Libro Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> «Ancora sento nella pelle e nei timpani questo volo tra le pagine che raccontano l’uomo. Eppure, la parola dello scrittore parla in silenzio, è un vestito dell’anima. Forse i lettori più appassionati sono taciturni di fronte a questo turbine di curiosi visitatori che frequentano gli stand di questo evento, scattando foto e toccando le copertine ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Ancora sento nella pelle e nei timpani questo volo tra le pagine che raccontano l’uomo. Eppure, la parola dello scrittore parla in silenzio, è un vestito dell’anima. Forse i lettori più appassionati sono taciturni di fronte a questo turbine di curiosi visitatori che frequentano gli stand di questo evento, scattando foto e toccando le copertine dei libri, sfogliando le pagine nuove, profumate di stampa. Tante storie, tanta poesia, sintesi di vite spezzate e ricostruite, gloriose o anonime, sconosciute, famose, appoggiate nei ripiani delle bacheche. Il pubblico stretto, quello degli autori (…), sta con l’orecchio disperatamente teso per raccogliere ogni particolare ed ogni segno del messaggio di ciascuno. Ed è al centro di un vortice roboante di persone che girano, girano, quasi senza sosta e senza meta nello spazio, come falene impazzite nella luce dell’estate. Tra le pareti del piccolo stand riservato agli autori umbri, nel giorno di domenica, ecco l’occhio del ciclone, il gruppo della Bertoni Editore, con la calma di una presentazione prolungata per tutto il giorno. Un parlare pacato, comprensibile ed articolato, come la mente, il cuore e l’anima degli autori e di chi li interpreta. Un ‘volo di parole’ che restano tuttavia ancorate alle nostre vite, le nostre vite che si affannano, come il turbine messo mosso dei visitatori in fiera. Siamo stati qui, nel centro del vortice ad ascoltare e a dire di parole dette e scritte; ad ascoltare la vita che scorre in quegli eventi particolari che non fanno la storia delle rivoluzioni, ma il racconto bello e piacevole dei sentimenti e dei costumi; quella storia che scorre più lenta e piacevole a sentire. Il ciclone sembra non dare tregua, ma, dal centro, puoi vedere le stelle».</p>
<p>È Anna Maria Massari, autrice della Bertoni Editore &#8211; casa editrice umbra fondata da Jean Luc Bertoni, la cui attività principale consiste nella produzione, distribuzione di libri e nella promozione e valorizzazione della cultura attraverso proposte editoriali volte a fornire un contributo alla letteratura italiana &#8211; a scrivere e a descrivere, a mettere nero su bianco le sue impressioni in veste di visitatrice dell’edizione classe 2018 del Salone del Libro di Torino, tenutosi nel capoluogo piemontese dal 10 al 14 maggio. Perché, se per ‘leggibilità’ si intende la certezza della decifrabilità di un testo, svariati sono i testi che si possono, appunto, leggere. Se si può leggere un quadro, un testo filmico, una danza, un arcipelago (geografico, anche) di segni, si può senz’altro leggere anche un salone dedicato all’editoria e alla cultura <em>tout-court</em>. Che al libro è consacrata. Si può leggere una pagina scritta, intrisa di neri segni grafici, o un manifesto pubblicitario, un’insegna, un’etichetta. Oppure anche una pagina bianca, che presuppone una chiara intenzione semantica e che non suggerisce in alcun modo una mancanza: «mais la théorie selon laquelle le triomphe (supposé) de l’image impliquait la mort du langage devait suggérer jamais qu’un ‘moins’ – un ‘manque’. Comment reconnaître en effet dans ce blanc una intention sémantique quelconque alors que cette intention n’était pas verbalisée? (…)» si è chiesta Anne-Marie Christin. E, d’altronde, le immagini e il testo si inscrivono, come affermava Roland Barthes, in una sorta di vacillamento visuale, analogo a un <em>satori</em>, e veicolano la circolazione di specifici significanti, quali il corpo, il viso, la scrittura, la lettura dei segni stessi. Mediante un leggere letterale, primo e immediato. Poi, attraverso un guardare, un ammirare quei segni. Leggere e guardare, dunque. Come le due principali attività delle quali è protagonista il senso della vista, la cui differenza sostanziale risiede in atteggiamenti ritmici. Insomma, come sostiene Daniele Barbieri, «si legge una materia che è già stata organizzata ritmicamente da qualcun altro; si guarda una materia che, come il mondo reale, si presenta alla nostra percezione, aspetta che siamo noi a darle organizzazione ritmica».</p>
<p>Tentiamo di organizzare ritmicamente, allora, per i lettori di Perugia Online, la materia offertaci dal Salone del Libro di Torino, per quanto pertiene, specificamente, all’esperienza degli autori della Bertoni Editore: una sorta di coro, di prisma a più voci, le stesse che hanno letto e guardato (ammirato) i segni di questo colorato, vivace, prolifico arcipelago di libri.</p>
<p>Quanto all’esperienza delle voci poetiche della casa editrice umbra, così si è pronunciato Bruno Mohorovich: «Si è concluso il 31esimo salone del libro di Torino, in una cornice di pubblico a dir poco fastosa. Tra gli oltre 400 stand editoriali presenti, vi era anche quello riservato ed allestito dalla Regione Umbria, che ha accolto quasi 40 editori locali. Tra le case editrici più attive della nostra regione, va sicuramente annoverata la Bertoni Editore, presente alla rassegna internazionale per il terzo anno di fila. Come da consuetudine, l’editore Jean Luc Bertoni, ha accompagnato i suoi autori e le loro opere a vivere un’esperienza certamente indimenticabile per tutti loro, molti erano al loro debutto, altri – già rodati – hanno avuto modo di presentare le loro ultime novità editoriali. La giornata di domenica è stata praticamente monopolizzata da questa giovane ed attivissima casa editrice, che ha visto alternarsi nella saletta appositamente predisposta, poeti, saggisti e scrittori. La kermesse è stata aperta dal poeta Bruno Mohorovich che oltre a presentare la sua ultima raccolta di poesie ‘Tempo al tempo’, ha introdotto al vasto pubblico le opere di Raffaele Sari Bozzolo, Mari Mantovani, Annamaria Massari, Giorgio Montanari, Luigi Perrotta, Elisa Piana. Raffaele Sari Bozzolo, autore sardo, è stato il primo ad esser introdotto con il suo ‘La sesta declinazione’, una raccolta in cui il poeta, che per l’occasione è stato accompagnato anche dal suo agente letterario e da Bruno Geraci, Direttore RAI di Torino che ne ha curato la prefazione, ha declinato il sempiterno tema dell’amore laddove, più che parlare dell’amore va alla ricerca dell’amore investigando dentro una parola che pare aver già dato e detto tutto, ma entro la quale c’è sempre qualcosa ( o qualcuno) da scoprire. Con i suoi versi ha volto uno sguardo continuo d’intorno che eleva a pensiero anche il più essenziale dei gesti e dei moti che appartengono alla quotidianità, non rifuggendo dall’osservare le tragedie dell’attualità che trasmuta in metaforici sentiti momenti di poesia. Mari Mantovani, artista e pittrice perugina, con ‘Il bacio del pesce’ ha coniugato la sua arte pittorica con la poesia. I suoi disegni rappresentano un mondo magico, fatto di favola – forse anche rapito alle favole – ove stilizzati o appena tratteggiati, si muovono ed intersecano mondi irreali, alle soglie di un inconscio surreale. Figura femminili fluttuanti in un immaginario, fughe di corpi che si districano con allegria in geometriche tessiture; ricami e arabeschi avvolgono volti paffutelli di donne aperte al sorriso, quasi beffardo ancorché intrigante e sognante. Questi divengono un tutt’uno con la sua poesia attraverso la quale Esprime tutta la sua femminilità, Libera lei come donna che si libera nel suo respiro, e vive disinvoltamente il suo eros (<em>osserviamo la geografia / dei nostri corpi</em>) abbandonandosi volentieri agli elementi naturali che intridono il suo essere donna. Crea immagini che c’incantano e ci conduce in questo suo gioco onirico, invitandoci ad ascoltare voci e sussurri che colorano il suo cielo dove labile è il confine tra reale ed irreale. Annamaria Massari giunta alla sua seconda produzione, dopo ‘Salsedine’, presenta ‘Parole in volo’, una raccolta poetica nella quale ella si metaforizza <em> </em>nel gabbiano, ora uccello di mare ora di terra, che vola e sorvola su siti e persone, plana e risale sulle stagioni del cuore, laddove anche l’inquietudine del ricordo dell’amore di una vita non si smarrisce mai nella nebbia della malinconia (<em>ti vedo tra gli stanchi ulivi</em>), ma si rigenera nella forza della natura ( <em>invia un bip/ attraversa l’aria</em>). Il gabbiano Annamaria Massari non soccombe alla furia del vento, al frastuono dei tuoni, all’urlo del mare, forse si discosta dalla riva ma vi riapproda perché tornerà nell’aria&#8230; tornerà nella poesia. Giorgio Montanari, è una new entry nel panorama editoriale della Bertoni; è un giovane che viene da Parma e che con ‘Finzioni di poesia’ &#8211;  sul cui significato del titolo ci dà ragione alla fine &#8211; fintamente avvilendo la sua capacità di scrivere; ma nel momento in cui lo fa ( o pensa di farlo) ci offre l’umiltà che dovrebbe essere propria di chi scrive: non si cela (<em>ti ho autorizzato/ a sbirciare/ fra gli scritti di una vita</em>) egli ci dice: Sbirciare e non guardare, indagare, socchiude la porta della sua anima e ci permette di affacciarci. E quello che vediamo è un uomo che lascia che i suoi occhi spazino ogni dove; e si posino ora sulle memorie d’un cantante scomparso ora sui quattro elementi della natura che legge o in chiave negativa (l’acqua) o positiva ed ispirata (l’aria); una dolce tenera dedica alla donna amata è l’unica che riesce ad instillare in lui una vena d’ottimismo a fronte di una serie di composizioni che lasciano ben poco alla speranza d’un esistenza serena. Opera prima anche per Luigi Perrotta, calabrese di nascita ma residente a Vercelli che si racconta in “Il peso del rumore”. La sua raccolta, si suddivide in 5 parti (peso, rumore, silenzio, luce soffusa, dissolvenza, ognuna delle quali introdotta da una citazione che dà il senso agli scritti) e si dipana lungo un percorso che ben poco concede alla speranza del vivere (<em>sono così buio/ che vado in giro con lo sguardo in su</em>) proprio nel tentativo di liberarsi dall’oppressione di quella gabbia provando a trasformare le avversità in opportunità ; un percorso ch’egli traccia rigo dopo rigo in una simbiotica armonia con la natura, cogliendo in essa quelle risposte che l’esistenza troppe volte tace. E paradossalmente, è nel rumore di un temporale, nel frastuono di un lampo che risolve qualche tormentato quesito (<em>le tempeste</em>) <em>Insegnano a volte / più di quanto faccia / una giornata di sole</em>. A chiudere la sestina di poeti, ultima ma non ultima, Elisa Piana anche lei al suo debutto torinese con ‘A nudo’. È nella copertina che si racchiude il senso di questa silloge; una POLAROID, un’immagine vintage che rievoca memoria e che ci dava la fotografia&#8230;subito! Ed è questo ‘SUBITO’ che traspare nei versi di Elisa; un subito che appartiene al suo ieri che non è mai passato; si rievoca sempre; è – come scrive &#8211; <em>fatto di impronte ovunque</em>. Un dolore/amore paterno che si intreccia con l’amore/dolore della donna che ama (o ha amato) la quale, non senza rabbia rinnega il voler essere una coppia; una donna in attesa che non accetta di mettere punti alla sua vita e continua – pur in una non sopita sofferenza – a cercare, a sperare sapendo di rimanere schiacciata sotto il peso del suo cuore. In Elisa Piana, la poesia è sentimento, è mettersi a nudo, è saper guardare alla notte con serenità senza che la notte disveli o riveli gli aspetti più bui. Ed infine, Bruno Mohorovich, che è stato presentato dal suo editore. In Tempo al tempo egli dice che era arrivato il momento di confrontarsi con i fantasmi del suo passato, raccontandosi e svelandosi senza falsi pudori.  La ritrovata serenità dell&#8217;animo e la certezza di una lotta &#8211; che lo ha visto spesso soccombere &#8211; che lo ha visto (ri)sorgere dall&#8217;amara terra, gli hanno consentito di guardare e guardarsi, affidando ai versi quello che sentiva.  &#8220;Tempo al tempo&#8221; è una locuzione che si portava dentro da anni e che ha mutuato dal film &#8220;Anonimo veneziano&#8221;, un film che appartiene al suo DNA».</p>
<p>Queste, invece, le voci della prosa, dei romanzi che recano ‘il logo dell’orso’: «Tre giorni belli, intensi, anche un po’ faticosi, vissuti in clima d’amicizia, di benevolenza in una grande ‘famiglia’ composta da scrittori e accompagnatori della Bertoni Editore. Un aiuto speciale, per foto e connessioni varie, l’ho ricevuto da Viviana Picchiarelli ed Anthony Caruana giovani Artisti in gamba. Simpatica l’esperienza di registrazione voce con l’incipit del romanzo che ho presentato al Salone: <em>Maria dell’Isola</em>; una storia che si snoda, dagli anni quaranta agli anni sessanta, seguendo la protagonista in un viaggio a ritroso nel tempo, in luoghi veramente speciali: Isola del Garda, la Roma del Giubileo del Cinquanta, Milano con una prima alla Scala, Verona con l’Arena e con la terribile notizia dell’uccisione di J.F. Kennedy», ha dichiarato Amneris Marcucci, autrice de <em>Maria dell’Isola</em>, autrice tifernate, assisana d’adozione, della Bertoni Editore.</p>
<p>«Domenica 13 maggio alle ore 13:10 al Salone Internazionale del Libro di Torino presso lo stand della Regione Umbria (Padiglione 1 Stand B38/C37) è stato presentato il nuovo romanzo di William Bavone dal titolo <em>Delirium – Papillon catalano e oro cileno</em>. L’autore, che ha esordito come romanziere proprio al Salone di Torino nel 2017 con <em>Play </em>(edito da Bertoni Editore) questa volta si è presentato  con un’opera scritta a quattro mani con l’autrice siciliana Roberta Busacca. <em>Papillon catalano e oro cileno </em>rappresenta un giallo epistolare di nuova generazione basato su uno scambio di e-mail surreale tra i due protagonisti di questa assurda storia. Delirium o il carteggio versione 2.0, telematico ma non per questo meno intenso tra due persone alienate che si riscoprono personaggi, due amici d’infanzia ritrovati ed il loro ritrovarsi con la natura più intima del proprio Io, in due monologhi interiori senza soluzione di continuità che si abbracciano, si rimandano, si fanno eco nelle suggestioni e nel libero fluire dei pensieri, delle manie, dei rituali più sacri e delle ossessioni quotidiane con picchi di lucidità, talvolta cinica altre più benevola. Questo gioco delle lenti e degli specchi con cui i due personaggi studiano loro stessi e il mondo esterno è ritmato dallo snocciolarsi graduale ma costante di una serie di indizi, all’apparenza irrisori, quasi grotteschi nel caleidoscopio di conversazioni senza incipit eppure forieri di un messaggio criptato, rivelatori di una identità mai sospettata e di un mistero perfettamente insinuato tra la nervature delle foglie staccatesi dagli alberi e il riflesso di un goccia pigramente scivolata lungo il fondo di uno dei boccali del Gabbiano nero. A tratti sfiorando il non senso, i due autori musicano un’armoniosa improvvisazione nel più autentico stile jazz, svelando gradualmente un misterioso enigma, che serve solo in parte a ricomporre il puzzle infinito delle identità. Gli autori come detto sono Roberta Busacca e William Bavone. Per la prima siamo alla seconda pubblicazione a quattro mani visto che nel 2011 aveva esordito con il romanzo <em>Vita Indocente </em>(Edito da Aracne Editrice). Per Bavone invece siamo al settimo libro di cui ben cinque saggi di geopolitica: <em>Le rivolte gattopardiane</em> (Anteo Edizioni-2012), vincitore del Premio Nabokov 2014 – sezione Saggi Editi; <em>Sulle tracce di Simòn Bolìvar</em> (Anteo Edizioni-2014); <em>Appunti di geopolitica</em> (Arduino Sacco Editore-2014); <em>Eurosisma</em> (Castelvecchi Editore-2016); <em>Sul declino della globalizzazione</em> (Tra Le Righe Libri 2017) – vincitore di una menzione speciale al Premio Cerruglio 2018. A questi nel 2017 si è aggiunto nel 2017 come detto il romanzo d’esordio <em>Play </em>(Bertoni Editore). Un esordio definito dal cantautore Cisco Belotti (ex cantante dei Modena City Ramblers) come ‘[&#8230;] un vero e proprio viaggio! Davvero meraviglioso. Mi viene in mente che potrebbe essere una sceneggiatura di un bel film francese o di una bella pièce teatrale [&#8230;]’. Buoni dunque i presupposti per un autore in cerca di una conferma con questa nuova avventura editoriale che farà la sua prima tappa al Salone Internazionale del libro di Torino» è stata la dichiarazione rilasciata da un altro autore della Bertoni, William Bavone.</p>
<p>Ultima rotazione per il prisma degli autori della Bertoni Editore, che hanno partecipato alla manifestazione torinese. La parola spetta a Nicole Losi: «Love generation narra le vicende di un gruppo di ragazzi adolescenti alle prese con i problemi tipici di quell’età: scuola superiore con l’esame di maturità da sostenere, relazioni interpersonali instabili e la ricerca di una nuova identità, un gruppo a cui appartenere. I due protagonisti Arianna e Tommy hanno personalità molti differenti tra loro: lei, proveniente da una famiglia benestante, è una ragazza sfuggente, riservata. Tommy, invece, è un ragazzo problematico, donnaiolo con una famiglia alle spalle disastrata. Queste due personalità così diverse, si incontreranno e vivranno il rapporto con intensità e passionalità ma… sarà destinato a durare?».</p>
<p>Un volo fra le pagine, ebbro di distanza. Perché la parola dello scrittore «parla in silenzio, è un vestito dell’anima». E, forse, i lettori (e gli autori) più appassionati (per la Bertoni Editore: per la saggistica, Maria Ragano Caracciolo e Caterina Condoluci, per la poesia, Bruno Mohorovich, Raffaele Sari Bozzolo, Giorgio Montanari, Mari Mantovani, Anna Maria Massari, Luigi Perrotta, Elisa Piana, e, per la prosa, Luca Bavassano, William Bavone e Roberta Busacca, Domenico Carpagnano, Anthony Caruana, Massimo Di Pietro, Francesco Farina, Floriana La Rocca, Amneris Marcucci, Nicole Losi, Viviana Picchiarelli, Paolo Rosetti, Catiuscia Rubeca, Marco Sessi e Mario Zamma) sono riusciti a leggere le emozioni scaturite da questa manifestazione, alla lettura consacrata. Ne hanno saputo leggere anche l’arcipelago dei segni. Ma, arricchiti da quest’esperienza, forse, sarebbero stati in grado anche di leggere una pagina bianca. Dotata di una chiara valenza semantica.</p>
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