martedì, 20 novembre 2018 Ultimo aggiornamento il 5 novembre 2018 alle ore 22:19

‘Un divertito burattinaio’ e l’isola narrativa di Hiroi Kata

Intervista a Tarek Komin sul suo ultimo romanzo, edito per i tipi di Bertoni Editore, e sulle 'pennellate di parole' scivolate nel nuovo lavoro dello scrittore toscano.

 
‘Un divertito burattinaio’ e l’isola narrativa di Hiroi Kata
Perugia.  «1984 – L’isola di Hiroi Kata spuntava come un’unghia dalla carne del mare, in quell’alba biancastra, lanosa. Sulla spiaggia un uomo, Ethan, che inerme ne aveva tagliato lo sporco candore, confuso con la spuma delle onde, ora più calme. Di quella traversata, l’uomo, ancora privo di coscienza, recava sulla pelle tatuaggi di sabbia scura, orme bagnate che sulle guance, insieme alle malferme pennellate della sua barba irregolare, disegnavano un arazzo inintelligibile. Esisteva, in fondo, una certa coerenza in quell’indecifrabilità, anche lì, sulle rive sconosciute di un’isola dispersa nel Pacifico, in quelle che parevano essere le ultime battute di una deriva durata quarant’anni (…)». Se in una descrizione si è soliti ‘dipingere con le parole’, il lettore deve essere messo nelle condizioni di vedere nel testo un’immagine, di visualizzare una scena. In fondo, si descrive quando si è ancora immersi nella fase astrattiva, quando si lavora (anche) a delle digressioni che si rendono necessarie per potenziare l’immaginazione nel lettore. La scrittura, allora, si fa come una sorta di telecamera, di binocolo che stringe il suo obbiettivo su dettagli funzionali a mettere in moto l’ingranaggio narrativo. E il narratore diventa una sorta di fotografo che scrive narrativa. È ciò che accade nell’incipit (e non solo) dell’ultimo romanzo di Tarek Komin, scrittore toscano, laureato in ‘Studi Storici DemoEtnoAntropologici’ e premiato in numerosi concorsi, con all’attivo tre romanzi, Moon (ilmiolibro, 2008), Emilio Seminci e i giorni dell’Umanesimo (Watson Edizioni, 2015) e, appunto, Hiroi Kata (Bertoni Editore, 2017), una raccolta di racconti, Il dedalo del sottosuolo (Edizioni Tracce, 2012) e due di poesie, Disperdersi (L’Autore Libri, 2010) e Il nido delle tasche (AUGH! Edizioni, 2017).

La lingua è uno spazio: come si può modificare il paesaggio di un testo? Aumentarne lo spazio aggiunge qualcosa o si risolve in un preziosismo fine a se stesso? Come riscrivere una storia, ricorrendo allo stesso territorio, ma a una mappa diversa? Ne abbiamo parlato con Tarek Komin a proposito del suo ultimo romanzo, Hiroi Kata, edito per i tipi di Bertoni Editore nel dicembre dello scorso anno.

Da Emilio Seminci e i giorni dell’Umanesimo a Hiroi Kata: al di là dei titoli, elementi paratestuali che orientano (o disorientano?) la lettura, se dovessi individuare un filo rosso conduttore che lega questi due romanzi – ammesso che esista –, cosa potresti dire?

«Dopo Emilio, un romanzo corale, denso di personaggi ed intreccio narrativo, di percorsi di vita, palese o celata, nel senso che ognuno degli abitanti della città di Grama, dove è ambientata la vicenda, ha una doppia vita da condurre, ho sentito l’esigenza di cambiare; di uscire dalla provincia italiana per concentrarmi su una storia dal respiro più internazionale, collocandola in punti diversi del tempo, certo, ma assottigliando il numero di vite da seguire, forse per caratterizzare con ancor maggior vigore i miei personaggi. Da nove giorni all’interno della stessa cittadina a un ventaglio ben più ampio di anni sull’isola di Hiroi Kata che fa da sfondo ai percorsi esistenziali dei protagonisti. Volevo scrivere un romanzo più intimo e meno “dispersivo” anche in questo senso, che delineasse nel tempo la struttura e lo sviluppo dei rapporti umani tra i vari personaggi. Il filo conduttore che forse può esserci, continuando a ragionare sui personaggi, è il mio ruolo da “divertito burattinaio” nel senso che nel dare voce e corpo a certe vicende umane arriva il punto in cui non riesco a fare a meno di sorprendermi e di divertirmi io stesso, appunto, nel muovere sulla carta le vite dei protagonisti che ho creato, che finiscano in scontri o incontri, che si trovino tra mura medievali o sulle sponde di un’isola sconosciuta».

Da lettrice, credo che uno dei punti di forza della tua prosa sia proprio questo: la significanza e l’importanza attribuite ai dettagli che muovono l’ingranaggio narrativo. Dettagli visti dal buco della serratura, a volte, oppure volutamente ingigantiti e deformati, con un uso sapiente delle metafore, mai azzerate con dei cliché. È questa, mi pare, una delle tue cifre stilistiche. Ti consideri un fotografo che scrive narrativa?

«Bella domanda. Sicuramente mi diverte e forse mi viene anche abbastanza naturale “ragionare per immagini” quando penso alle scene che devo scrivere. L’importante forse è proprio non sbagliare l’inquadratura, rispettare il punto di vista del personaggio ma anche del lettore stesso che, a mio pari, è fondamentale avverta una certa coerenza in ciò che sta leggendo/vedendo. Il dettaglio mi piace molto ma in base a ciò che devo scrivere è necessario che ne dosi la presenza nel testo e sicuramente anche una pennellata di parole, quasi lasciate cadere con noncuranza sulla carta, tese a formare una metafora magari insolita è un mio modo di approcciarmi. Mi piacciono accostamenti inconsueti che spiazzino il lettore, mi piace una certa provocazione non fine a se stessa, ma fondamentale è la misura e l’utilizzo di queste figure perché a volte si rischia di affossare il ritmo della narrazione o di perdere per strada l’attenzione».

Analizzando i tuoi due romanzi, si individuano degli aspetti comuni: la costante migrazione dei personaggi dal testo letterario al testo filmico e musicale, la partitura polifonica dell’opera, la copertina come porta d’accesso al libro, un parterre di protagonisti e di non-protagonisti di sveviana memoria, il tema del forestiero (anche in casa propria) e di luogo-non luogo surreale, l’apparenza mescolata alla realtà (a tal punto da non trovare il bandolo della matassa di un doppiogioco che di regole ne osserva ben poche), le descrizioni alla Nabokov, Calvino, Kafka, Svevo, un relativismo di fondo, una mescolanza dei piani dell’espressione artistica, il divertissement nella ricerca di sostantivi e aggettivi di uso quotidiano che diventano inconsueti negli accostamenti e l’ironia come lente deformante avversa alla ricercatezza fine a se stessa. Ti ritrovi in questo ritratto? Quali altri topics potresti aggiungere?

«Sì. Direi che è un’analisi nella quale rivedo questi miei due ultimi romanzi e della quale ti ringrazio perché la ritengo molto lusinghiera, anche solo per gli accostamenti con questi giganti della letteratura. Quando ho iniziato a scrivere Hiroi Kata mi sono messo nell’ottica di costruire una storia totalmente diversa da Emilio, forse più sperimentale, certamente più matura. Ma gli aspetti che hai citato, sia alcuni tematici che altri meramente stilistici, forse mi sono rimasti incagliati tra i polpastrelli o sulla tastiera del pc e inevitabilmente sono scivolati nel nuovo lavoro. In fin dei conti questo mi fa più piacere del previsto perché può significare che pur considerando Hiroi Kata un passo avanti nel mio percorso e nel mio rapporto con la scrittura esistono alcuni aspetti che da sempre, forse anche dai lavori che precedono Emilio, sono positivamente costitutivi della mia “identità” di scrittore».

Sei anche un poeta, oltre che un narratore: scrivere è, per te, tradurre in parole emozioni primarie ed elaborazioni cerebrali? Una parola può diventare ‘un’isola’ in un solo verso?

«Ho all’attivo due raccolte di poesie “Disperdersi” (MEF-L’Autore Libri 2010) e “Il Nido delle Tasche” (AUGH! Edizioni 2017), oltre una terza appena completata. Sono lavori che ritengo profondamente diversi ma come i romanzi considero estremamente “veri”, forse più vicini e attaccati a me perché con una quantità minore di filtri (o dovrei dire parole?).  Con la poesia ho un rapporto più istintivo ma sicuramente altrettanto cerebrale. L’emozione si traduce in immagine o in parola passando dalla mia parte più razionale in modo molto immediato e senza sforzi, forse per abitudine o per carattere, non saprei. Se da un lato questo aspetto può per me costituirsi come una sorta di scudo, un distacco necessario per poter liberamente scrivere di emozioni più intime, dall’altro ritengo che non sia un passaggio che faccia perdere alla parola peso o empatia con il primario sentire che l’ha generata.  Nel “Nido delle Tasche” sono andato maggiormente verso la direzione dell’isola cui facevi riferimento. Se la parola scelta, come spero, è quella “giusta” forse un certo isolamento non può che esserle salutare. In altri casi, perché no, forse la parola più importante può celarsi nell’ironia di un verso e allora il lettore può sentirsi sfidato in una stimolante ricerca. La prossima raccolta, a mio parere, sarà davvero innovativa e sperimentale. Sicuramente avrà un’organicità davvero caratterizzante, ma non posso svelare altro per il momento. Resta il fatto, come spesso ripeto, che Nanni Moretti aveva ragione: le parole sono importanti perché chi parla male, pensa male e vive male. Speriamo non sia questo il caso».

Parlando di ‘isole’, il riferimento non può che essere a Hiroi Kata: nel 1984 Ethan si risveglia dopo un naufragio sull’isola di Hiroi Kata, nel Pacifico. Una deriva personale, di cui si scoprono i primi ricordi: un padre assente, la morte della madre dopo la nascita del fratello Kenneth, la guerra in Vietnam, a seguito della quale Kenneth torna a casa muto, cinico, freddo. Quanto la dimensione psicologica è stata condizionata dagli accadimenti storici e dal determinismo ambientale?

«In una storia del genere, che viene intrisa, volutamente imbevuta di tanti accadimenti storici è inevitabile che essi influenzino gli aspetti piscologici dei personaggi. Alla fine del romanzo può essere divertente interrogarsi su queste dinamiche: se Kenneth non fosse partito? Se fossero partiti entrambi? Oppure, tornando indietro, se la madre non fosse morta ci sarebbe stata lo stesso una frattura tra i due fratelli? È indubbiamente una forma di analisi che fa riflettere, si entra in un circolo in cui le scelte più forti di alcuni personaggi modificano, come in un domino, gli eventi al punto da far cambiare le scelte degli altri, più o meno consapevolmente. E questo genera altri eventi (o dà loro nuova forma). Eventi che sono quindi allo stesso tempo da sfondo e protagonisti. Può essere un loop che in questa storia è sempre esistito, sin da prima del momento in cui inizio a raccontarla e che forse traccerà i suoi cerchi concentrici anche dopo l’epilogo».

Ti muovi, come un funambolo, su continui flashback: nel 1974, ad esempio, il rapporto fra Ethan e Kenneth si interrompe in modo traumatico, con la Guerra Fredda che si insinua nella loro vita e i luoghi che sono loci della memoria, intrisi di fantasmi, traumi, ricordi. Quanto la storia non evenemenziale agisce su quella evenemenziale in questo romanzo?

«Credo che una particolarità di Hiroi Kata sia questa danza di flashback nella storia e nella memoria. Il piano della storia in senso generale, ampia, definita politicamente dai blocchi monolitici, USA-URSS della Guerra Fredda gioca con quello degli avvenimenti legati agli episodi di vita dei personaggi, aiutato da piccoli paragrafi, questi salti, come scatole temporali che non sono asettiche ma che sono pezzi di un mosaico più grande che il lettore stesso può divertirsi a ricostruire. Questo aspetto risulta semplicissimo nello scorrere della lettura, diventa forse paradossalmente meno leggero cercare di spiegarlo. È molto affascinante ritrovare analogie tra le divisioni geopolitiche e il rapporto complicato tra i due fratelli, Ethan e Kenneth, protagonisti del romanzo. Ci sono allora forse dei muri e delle separazioni che stanno insieme per essenza divisiva, o forse a volte per necessario contrappunto, ma che possono crollare al minimo sussulto di intima umanità. Penso che per certi versi la storia sia molto attuale, che l’invito implicito tra le pagine sia quella ricerca, seppur complicata, del perdono e il tendere ad esso; volontà di ricerca la cui eco travalica il rapporto tra Ethan e Kenneth per risuonare ancora tra i nostri pensieri una vota chiuso il libro. Forse mai come in questo momento storico occorre ripensare al concetto di perdono, da sempre accostato al divino, avvicinandolo a noi, come stimolo per farci sentire tutti un po’ più umani. Concludo dicendo, come spesso ormai mi capita, che sono consapevole della difficoltà di scrivere un romanzo sul perdono, per questo spero che, qualora non ci fossi riuscito, vorrete perdonarmi. Grazie per la stimolante intervista».

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