sabato, 22 settembre 2018 Ultimo aggiornamento il 17 settembre 2018 alle ore 17:37

Poesia e narrativa: un prisma a più voci

Intervista agli autori della Bertoni Editore Elisa Piana, Annamaria Massari, Annalisa Baldinelli, Giorgio Montanari, Bruno Mohorovich, Domenico Carpagnano e Sergio Tardetti: riscrittura, costruzione dei personaggi, mappa e territorio di un testo.

 
Perugia.  Un prisma a più voci. In ottica, il termine ‘prisma’ designa un corpo trasparente delimitato da facce piane non parallele e rinfrangenti, tali che un raggio di luce che incide su una di esse emerga dall’altra, dopo essere stato rifratto dal mezzo trasparente.

E se il prisma fosse composto, appunto, di voci, di echi? Di domande e di risposte che si intersecano e si rinfrangono fra loro? È ‘l’esperimento letterario’ che abbiamo compiuto con alcuni degli autori della Bertoni Editore – casa editrice umbra fondata da Jean Luc Bertoni, la cui principale attività consiste nella produzione e nella distribuzione di libri e nella promozione e valorizzazione della cultura e della letteratura italiana –: Elisa Piana, Annamaria Massari, Annalisa Baldinelli, Giorgio Montanari, Bruno Mohorovich, Domenico Carpagnano e Sergio Tardetti. Le facce (o le voci) del prisma, allora, si sono infrante sui terreni, spesso farraginosi, della poesia e della narrativa, sulla descrizione, sulla costruzione dei personaggi, sui concetti di riscrittura e palinsesto, su quelli di mappa e territorio di una storia.

A loro, la parola.

«Elisa è il nome che mi han dato, ma se veramente volete sapere chi sono… io sono un Albero. Metto radici e proteggo. E voi, voi chi siete? No. Non voglio saperne di quel groviglio di lettere che vi portate addosso. Quello è solo un abito, più o meno sgualcito. Io vi voglio nudi» (Elisa Piana, A nudo, Bertoni Editore). La descrizione, anche qualora vi sia un sovvertimento dell’ordine costituito delle cose, è un dipinto di parole che permette al lettore di vedere, nel testo, una data immagine. Pensate debba esserci movimento in una descrizione, affinché il lettore visualizzi la scena?

«La vita è un continuo fluire, quindi la staticità non sarebbe apprezzata né per chi scrive, né per chi legge. Riprendendo le intense parole di Elisa Piana, mettersi ‘a nudo’ vuole dire mostrare una sensibilità che non tutti sono pronti a svelare (o a ricevere) (Giorgio Montanari)». «Quando scrivo cerco di creare immagini che io stesso vedo. Penso sia opportuno offrire al lettore ‘un panorama’ in cui immergersi o immedesimarsi. Sta alla capacità di chi scrivere rendere la poesia del tutto (Bruno Mohorovich)». «In un romanzo c’è spazio per tutto. C’è il momento in cui tocca all’autore descrivere i protagonisti e c’è quell’altro in cui sono questi ultimi a descriversi, talvolta indossando la maschera della menzogna e talaltra offrendosi nudi, in modo che la loro anima possa essere disvelata. Questo significa che la scena non deve necessariamente essere in movimento per essere visualizzata dal lettore. Le parole dell’autore e dei protagonisti sono capaci di descrivere bene anche quando è statica» (Domenico Carpagnano). «La vita è come un canone inverso in toni contrapposti ed il poeta la rappresenta o si sforza di farlo, attraverso il senso o l’immagine di un equilibrio tra stasi e movimento, sintetizzando i pensieri nel loro fluire continuo» (Annamaria Massari). «L’immedesimazione è importante, il coinvolgimento è fondamentale qualunque mezzo riesca ad avere una valenza empatica è ben voluto e lodato. Le parole devono arrivare, proprio lì dove si desidera, che siano film per gli occhi o emozione data dal brivido istantaneo del sentirti sulla pelle poco importa (Elisa Piana). «Posto che ho una grande immaginazione io stessa e che sempre anche solo dietro ad una voce costruisco volti e fisionomie, persino gli abiti che indossano i protagonisti in quel momento, ritengo sia fondamentale. Nel mio scrivere metto spesso elementi o dettagli che lasciano immaginare, ma non scoprono il tutto. Il bello è lasciare liberi di “creare” avendo qualche indizio. Penso che in questo modo il lettore possa essere coinvolto ed immedesimarsi nei diversi personaggi» (Annalisa Baldinelli). «Credo che una descrizione serva per fare entrare il lettore nel racconto e nel testo in genere. Se non dovesse accadere, il lettore si comporterebbe piuttosto come un critico letterario (quello che io definisco un anatomopatologo del testo) e verrebbe meno il fine ultimo di chi scrive, quello di mettere in scena una storia della quale il lettore possa sentirsi protagonista. Che la descrizione di un ambiente sia statica o dinamica non è importante, visto che, se funziona, sarà il lettore a muoversi dentro la scena» (Sergio Tardetti).

«A coloro che amano viaggiare. Ai curiosi del mondo (…). A tutti quelli che almeno una volta nella vita sono stati clienti (…). La tipologia di cliente che si poteva presentare era molto variegata e, al contrario del nostro indeciso, poteva sedersi sulla sedia di fronte a te il cliente super informato, che aveva già visto tutto in Internet e che sapeva già come sarebbe stata la sua vacanza, perché il collega d’ufficio o l’amico di sempre, lui sì, che c’era stato» (dalla dedica – elemento paratestuale – e dal libro di Annalisa Baldinelli, Volevo vendere sogni, Bertoni Editore). I clienti, come i lettori, curiosi, famelici, a volte sprovveduti, a volte colti, che leggono ciò che sanno di dover leggere. Qual è il vostro rapporto con il lettore? È fatto di condivisione o è una violazione? È vero che, nell’atto della ricezione, si diventa in qualche modo co-autori del testo?

«Il momento più emozionante è ricevere un commento o una recensione (di un amico o di un blogger sconosciuto). Gli altri interpretano le parole in un modo personale, cogliendo sfumature assopite o perdendone di evidenti, e creando significati cui magari non avevo nemmeno pensato» (Giorgio Montanari). «Creo naturalmente in solitudine, e scrivo per me; in seconda battuta, forse, penso anche al lettore; viviamo in un contesto social e mi viene naturale condividere. Poi, se riscontro che quello che ho scritto è colto da chi legge non può che farmi piacere, perché mi sono reso conto che quello che viene letto è entrato nell’anima di chi legge. In questo senso ho avuto molti riscontri» (Bruno Mohorovich). «Quando scrivo, il lettore è l’ultima cosa a cui penso. Se dovessi mettermi nei suoi panni e scrivere solo per compiacerlo, mi farei violenza. Nei miei scritti, ovviamente, dò conto anche dei punti di vista altrui, ma non per questo censuro i miei. Se, per vendere qualche copia in più, mi dovesse essere chiesto di indossare una maschera, smetterei di scrivere» (Domenico Carpagnano). «Io cerco me stessa nella poesia e comunico al lettore quello che di me emerge dalla coscienza e dal rimosso e che resta vivo. Il lettore diventa mio interlocutore poiché interpreta o coglie aspetti diversi, inattesi o confusi» (Annamaria Massari). «Mi è successa una cosa strana una volta pubblicato il mio A Nudo, libro di poesie totalmente intime. Mi è successo che, al ricevere le prime recensioni e i primi pareri, ho scoperto mi intimoriva, diciamo pure mi terrorizzava il giudizio, il poter capire quel che intendevo, ma anche l’opposto, o anche solo il leggermente diverso. Tutto questo mi preoccupava, proprio come quando lasci una canzone andare libera nelle case e scopri che non è più tua, ma è di tutti quelli che la cantano, per intero o anche solo una strofa. L’essere pubblica mi metteva ansia. Invece ho incontrato immedesimazione costante, e a volte totale. Leggere parole come “sembra la mia vita” o ” sembrano scritte per me” è stata una piacevole rivelazione. Sentirsi capita e apprezzata anche nei miei sbagli o nei miei dolori, nelle cose scomode è stata una benedizione» (Elisa Piana). «Credo nel valore delle persone e dei rapporti umani che mi permettono prima di tutto di crescere personalmente, ma onestamente non penso assolutamente al lettore. Indubbiamente nel presentare diverse tipologie di personaggi accade che il lettore possa condividerne aspetti, pregi e difetti, addirittura situazioni. Ogni individuo è un caleidoscopio di emozioni, colori, sorprese tutte da scoprire. Nei miei scritti traspaiono molti lati di me, non potrebbe essere diversamente. Confesso che è una piacevolissima soddisfazione quando il lettore che incontro nelle mie chiacchierate itineranti, mi dice che l’ho fatto non solo divertire, ma anche riflettere» (Annalisa Baldinelli). «A me piacerebbe stabilire un rapporto “amichevole” con il lettore, quello che considero il mio alter ego. L’empatia è una componente fondamentale di un testo, specialmente di quello poetico. Il lettore deve potersi immedesimare nelle passioni dell’autore, sentirle come sue e pertanto come vere. Diversamente, la comunicazione diventa formale, le parole e i concetti si irrigidiscono in pose assai simili alla falsità. Si fa poesia in due, tu che leggi e io che scrivo» (Sergio Tardetti).

«Basta. Le parole sono finite in un vicolo cieco, si frantumano, si sfaldano, si liquefanno. Perché negare la possibilità di scrivere quando, fino all’altro ieri, era la scrittura che teneva unito un rapporto!» (Bruno Mohorovich, Storia d’amore – una fantasia, Bertoni Editore). La negazione della parola, e del referente che le corrisponde: il bianco, dotato di una chiara valenza semantica. Concepite la lingua come uno spazio, anche, a volte, bianco? Cosa rappresenta il bianco nella vostra concezione del ritmo? Credete si possa imprimere un’energia alla lingua, quando si scrive e ci si allontana, dal punto di vista linguistico, da una norma?

«Una pagina bianca potrebbe essere sia un’opportunità (per imprimere nuovi pensieri), sia una minaccia (se le parole non uscissero come dovrebbero). L’ispirazione è il miglior alleato di chi scrive, specie per chi non è un professionista» (Giorgio Montanari). «Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, la pagina bianca è una sfida, è il guanto che siamo invitati a raccogliere. E la pagina si lascia violare dalle parole che prendono forma. Se la lingua è bianca? Il bianco, secondo una teoria in voga tra i pittori, è la somma di tutti gli altri colori, per cui, credo basta saperla leggere e “guardare”. L’energia, almeno per me, scaturisce quasi inconsapevolmente; difficilmente mi ritrovo a correggere quello che scrivo» (Bruno Mohorovich). «Il bianco non è un vuoto da riempire. È esso stesso segno di completezza. Certo, in un romanzo, è difficile da spiegare, ma se pensiamo ad altre forme d’arte, come la pittura, la musica, il bianco altro non è che una pausa, più o meno breve, fra due colori o fra due note, senza la quale la composizione perderebbe valore. Direi che, in un romanzo, il bianco sono i puntini di sospensione: hanno un prima e un dopo e non per questo sono il vuoto» (Domenico Carpagnano). «Il bianco è il mare su cui naviga la vela del pensiero Il motivo di ogni mia produzione, quasi come un monema di poche note, frulla nella testa in ogni istante, di notte e di giorno e deve diventare nero su bianco del foglio prima ancora che io possa capire e/o correggere qualsiasi cosa. Così può capitare anche che il pensiero non rispetti canoni linguistici tradizionali. Credo che ciò contribuisca a rendere il lettore più sensibile a recepire il messaggio profondo nella sua immediatezza espressiva» (Annamaria Massari). «Il bianco è la possibilità, è spazio, è il poter dar modo di insinuarsi fra le righe e poter veder scritto anche tutta un’altra storia, un’altra verità. Nel mio libro A Nudo vi è una poesia che si intitola Punto e che evoca proprio la paura della fine. Ho sempre preferito i tre puntini di sospensione, l’ancora tutto possibile» (Elisa Piana). «La letteratura mi insegna che i poeti maledetti avessero il terrore della “pagina bianca”, del non riuscire ad un certo punto, per motivi spesso inspiegabili o che venissero da un loro malessere interiore, a scrivere più. Personalmente non mi fa paura la pagina bianca, quando scrivo è soltanto perché si è in un certo senso accesa la lampadina ed il fluire delle parole viene da sé. Di conseguenza a volte saltano le regole ed i canoni linguistici, ma credo che questo possa far sembrare tutto più vero e quindi avvicinarsi di più al lettore» (Annalisa Baldinelli). «Più che dal bianco, il ritmo e l’energia vengono dati al testo dall’a capo. Mi riferisco, ovviamente, al testo poetico, ma anche alla chiusura di un paragrafo in un testo narrativo. Preferisco ridurre al minimo la punteggiatura, con ampio uso del bianco, in questo caso. Preferisco anche non chiudere mai un mio testo poetico con un punto; credo che le parole, specialmente l’ultima dell’ultimo verso, debbano continuare a risuonare nell’aria anche dopo che la lettura è terminata. E questa considerazione risponde anche alla seconda parte della domanda» (Sergio Tardetti).

«Unico attore sul proscenio della notte declamo all’insonnia, prezioso spettatore, il monologo di un tormento» (Bruno Mohorovich, Tempo al tempo, Bertoni Editore). «Ti ho autorizzato a sbirciare fra gli scritti di una vita. Mi rincuora l’idea di offrirti un’emozione. Mi inquieta avere esposto a sconosciuti pagine salvate negli anni, figlie di pensieri fragili, frutto di istanti di ispirazione (…)» (Giorgio Montanari, Finzioni di poesia, Bertoni Editore). Giorgio Montanari, in Finzioni di poesia, canta ‘l’ultima messinscena’, quando, calato il sipario, si torna alla propria solitudine pesante, si allontana la mente dal cordone ombelicale, e le luci all’orizzonte brillano più fioche. Se per fictio si intende l’abitudine di simulare, credete si finga, scrivendo? O pensate che ci si scriva, quando si reclama ‘una stanza tutta per sé’? Il lettore è lì, a guardarci scriverci?

«Per me le “finzioni” (oltre alla citazione di Borges) sono state un pretesto per mantenere l’umiltà dell’esordiente. Molti autori, con la prima pubblicazione, “giocano” a scrivere. Per i bambini, però, giocare è un’attività seria e richiede impegno, dedizione e costanza» (Giorgio Montanari). «La solitudine è propria di chi scrive, del poeta in special modo. Quando scrivo, siamo soli io e la mia penna. Ed è proprio in virtù di questo essere soli che la finzione non ha ragione d’essere. Se dovessi fingere scrivendo, verrebbe meno il mio intento. Poesia ed anima sono una cosa sola; non potrei mai fingere. E questo la poesia non lo permette. Credo, invece, che con il romanzo sia diverso; ci si può nascondere dietro ad un personaggio anche rivelando parte di sé» (Bruno Mohorovich). «Normalmente si è portati a credere che, specie nei thriller, l’autore si metta seduto e cominci a inventarsi le sue storie. Le cose stanno diversamente. A parte pochissime eccezioni (in cui l’autore è stato capace di anticipare la realtà (penso a Orwell, Verne e pochi altri), gli scrittori attingono a piene mani da quella e i loro romanzi vengono considerati fiction solo per evitare guai. Non è un caso che sui libri si legga sempre che “non c’è alcun riferimento a persone o fatti reali”» (Domenico Carpagnano). «Scrivere poesia non è certo fingere o mistificare la realtà, quanto comunicare, mettersi a nudo, descrivere l’umano vivere ed il sentire che, per questo, è di tutti. La solitudine, che ci permette di conoscere meglio noi stessi ed il mondo, ci pone in sintonia con chi ci ascolta» (Annamaria Massari). «Non fingo, e non amo chi finge. Non amo chi bara e chi fa il doppio gioco. Lo trovo una gran perdita di tempo. Amo la lealtà con gli altri e con se stessi: in una mia poesia Promesse e specchi scrivo proprio a riguardo: “Ci sono promesse da mantenere e specchi in cui poter continuarsi a guardare”. Questo, credo, sia fondamentale» (Elisa Piana). «Correggerei la parola “finzione” con la semplice capacità di presentare un personaggio o una storia sotto molteplici punti di vista. Nella nostra quotidianità riuscire a vedere le cose sotto diversi punti di vista, ci permette di non leggere mai tutto ciò che ci accade solo in nero o in bianco. Nel mio scrivere ci sono io e chi mi conosce bene, dice che riesce a sentire anche il tono della mia voce nei dialoghi da me scritti. Credo che anche nella finzione sia inevitabile inserire lati di se stessi, è la natura di ognuno di noi che inesorabilmente viene fuori in qualche modo» (Annalisa Baldinelli). «Mi vengono in mente le parole di Pessoa: “Il poeta è un fingitore”. Ma la sua finzione è sempre quella di fingere un sentimento che avverte davvero, “il dolore che davvero sente”, né credo che uno scrittore potrebbe fare altrimenti. Non si scrivono poesie d’amore se non si è mai amato, per quanto si possa essere bravi “fingitori”. Credo anche che si scriva di sé, ma con l’intento di scrivere di altri» (Sergio Tardetti).

«Gabbiano vestito di luce quale precisa meta le tue piume conduce in questo cielo? L’anima sensitiva che spinge il tuo volo leggero segue le rotte oblique, ma io non so decifrare i messaggi dei muti tuoi passaggi nel volo e resto stupita a guardare un gabbiano che scrive nel cielo da solo» (Annamaria Massari, Parole in volo, Bertoni Editore). Si può essere fotografi che scrivono narrativa o poesia? Come dei moderni Palomar si può planare sulle cose dall’alto dei tetti della propria inventiva, immortalando momenti, stati d’animo, cose o persone? Quanto scarto c’è, fra realtà e finzione, quando si scrive?

«Più che un fotografo, chi scrive (soprattutto poesie) potrebbe essere paragonato ad un pittore che, tramite il suo stile, dona la propria versione della realtà (…o della fantasia)» (Giorgio Montanari).

«Se non proprio fotografo, osservatore di quanto mi sta intorno sì; immagini che poi trasmuto metaforicamente imprimendo loro una vita che è la mia con tutto quello che ne consegue. Quando scrivo guardo a me stesso e nell’immortalare momenti e stati d’animo mi racconto; al lettore l’arduo compito di cogliere la frattura fra realtà e finzione; per quanto mi riguarda, no questa frattura non c’è: non riuscirei a scrivere poesia» (Bruno Mohorovich). «Le storie che s’intrecciano nei miei romanzi sono “reali”, nel senso che attengono a un vissuto, non certamente individuale, ma collettivo. Sono storie di molti in generale e di nessuno in particolare, che, mescolandosi fra loro, perdono la loro individualità, per cercare di offrire un messaggio. Ne La verità comoda, per esempio, le storie che racconto sono solo un pretesto per dire che talvolta il pregiudizio ci fa scegliere strade che mai avremmo percorso, perché non sempre è facile mettersi in discussione» (Domenico Carpagnano). «Non riscriverei e non riscrivo mai le mie poesie, perché ognuna di esse è frutto di ispirazione legata ad un momento o ad un’emozione o pensiero o sentimento. In quanto allo scarto poi tra realtà e finzione direi che non esiste finzione, quanto sogno, immaginazione. Attraverso la lettura e rilettura di tutte le mie espressioni riesco invece a riconoscere quello che sono e ricucio su di me un’identità che non conoscevo e di cui non ero consapevole. A volte il poeta è proprio lì, sulla linea di confine, sul bordo della vita e ha il coraggio di saltare proprio lì dove la vita e il destino stanno giocando amaramente con lui» (Annamaria Massari). «Fulmineamente, in copertina del mio A Nudo vi è una polaroid» (Elisa Piana). «Quanto scrivo, come mi ritrovo spesso a ripetere, è Terribilmente Vero e nasce dall’ osservazione della realtà che mi circonda. Quale miglior obiettivo, palcoscenico, set cinematografico o ispirazione per scrivere è la realtà! Il mio Volevo Vendere Sogni nasce proprio da una mia concretissima esperienza di anni, dove niente è stato manipolato per conquistare il lettore, dove grazie all’ironia che mi contraddistingue, ho potuto presentare i diversi punti di vista dei personaggi e delle storie» (Annalisa Baldinelli). «Più che di finzione, parlerei di “trasfigurazione” della realtà. In questo modo lo scarto diminuisce, perché attingiamo in ogni caso dalla realtà per trasformarla in qualcosa che ne mantiene i contorni, ma assume altre valenze, altri significati. Cambiano il punto di vista, ma soprattutto la luce che si proietta sulla realtà, e che ne determina anche le ombre» (Sergio Tardetti).

«’Se non lasci nulla dopo di te’ gli aveva detto quella volta la vedova ‘sei destinato a morire due volte. Sì, perché non si muore una volta sola, caro professore, ma due. Una, quando veniamo a mancare fisicamente, e l’altra quando di noi non si ricorderà più nessuno. Guardi me, per esempio. Io non ho più nessuno. Sa cosa significa? Che quando arriverà la mia ora, sarò morta due volte» (dal thriller di Domenico Carpagnaro, La verità comoda, Bertoni Editore). Il cadavere di una ragazzina ritrovato da una piccola rom nella discarica di Pietramelina, a Perugia. E il commissario Anselmi, responsabile della squadra omicidi della Questura di Perugia, che, quando nessuno si fa avanti per denunciare la scomparsa della vittima, dichiara il caso insoluto. Fino a quando fortuite circostanze gli consentono di identificare la vittima e di mettersi sulle tracce dell’assassino: «Pietro non ebbe alcun tentennamento. Accettò subito, sicuro com’era che quella sarebbe stata l’occasione buona per far venire alla luce la verità – questa volta quella ‘scomoda’ – sulla scomparsa di sua figlia (…)». Ciò che troviamo scritto è solo la parte visibile di una storia. La rotta che tracciamo non è detto che sia la migliore. Il percorso dalla A alla Z, la mappa, si traccia durante la prima stesura, ma si lascia fuori molto territorio. Riscrivereste le vostre opere sulla base della stessa mappatura, ma con un territorio diverso?

«Sarebbe un esperimento interessante riscrivere una poesia già pubblicata. Sono certo il risultato sarebbe molto diverso – la scelta delle parole è frutto di una ricerca del momento, figlia di associazioni di idee uniche e fluire di pensieri irripetibili» (Giorgio Montanari). «Quando scrivo poesie lo faccio sulla base di un’ispirazione; un accadimento, una sensazione. Quello che esprimo con una poesia è quell’istante e solo quello. Pertanto la scrittura è… “casuale”, anche se già ho in mente una strada da seguire nel momento in cui dovrò assemblare il tutto. Scrivo una mia raccolta quasi fosse un romanzo, per cui sì, c’è una traccia, un percorso. Storia d’amore è il racconto di un amore che nasce e finisce; Tempo al tempo segue una parabola discendente/ascendente. Non ho mai stracciato o buttato via; qualche spostamento nel percorso per renderlo più omogeneo, a volte» (Bruno Mohorovich). «Io penso che per esprimere l’idea di romanzo che si ha in mente, il testo prodotto sia soltanto una delle mille variabili che l’autore ha a disposizione e che, quindi, per rappresentare la stessa idea, lo stesso concetto, può scriverne tanti altri di libri. Per quanto mi riguarda, non ho quasi mai una mappa da seguire. Ho un’idea, la percorro e la correggo in itinere, cosicché può capitarmi che il risultato finale sia molto diverso dalla bozza iniziale» (Domenico Carpagnano). «Le mie poesie sono il mio vissuto: sarebbe come chiedermi vorresti essere un’altra Elisa? Assolutamente no» (Elisa Piana). «I miei racconti hanno una relativa contestualizzazione, io credo che, nel mio caso, certe caratteristiche delle persone siano uguali indipendentemente dal territorio di riferimento. Ho fatto emergere vizi e virtù, punti di forza e di debolezza dell’animo umano e queste non hanno confini regionali» (Annalisa Baldinelli). «Credo che scrivere un testo, poetico o narrativo che sia, significhi delimitare il nostro campo narrativo, come accade nel cinema con l’inquadratura, che esclude gran parte del campo visivo. Rileggendo quello che ho pubblicato, mi soffermo spesso a pensare a quello che ho escluso, soprattutto se il testo poetico ha un carattere narrativo, e istintivamente mi trovo a riscrivere mentalmente quella storia, magari con gli stessi personaggi o anche, a volte, personaggi secondari lasciati “fuori campo” e che entrano in scena; spesse volte immagino anche una diversa ambientazione, altre voci narranti. Un testo, anche se pubblicato, non è mai definitivo» (Sergio Tardetti).

«Per qualche magra consolazione ha deciso di vendere i suoi sogni di rinunciare a qualunque opinione per ciò che resta dei suoi giorni / Lo chiamano uomo valigia puoi metterci dentro qualunque cosa veste sempre in giacca e camicia lascia ovunque la sua scia odorosa / Usa un profumo dozzinale comprato forse in un supermercato per lui la vita sembra sempre uguale come un triste peccato / L’uomo valigia chiusa potresti anche trovarci i tuoi segreti non c’è nessuno o niente che lo accusa e la sua casa non ha porte né pareti / Non serve a niente ricordargli che la vita va lasciata andare via che non può trattenerla oltre il suo tempo e non è sua né mia / L’uomo valigia aperta dai sogni sparsi tra mutande e calzini trascina sempre la sua vita incerta tra notti squallide e inutili mattini» (Sergio Tardetti, Ritratti di sconosciuti, Bertoni Editore). I personaggi, sconosciuti. Che aprono o chiudono la propria valigia, e permettono o meno all’autore di sbirciarci dentro. Intenti a sedersi al suo tavolo, a chiedere lui un caffè e a raccontarsi, come ha recentemente affermato Dacia Maraini. I vostri personaggi ne sanno più di voi? Loro che ci mettono la carne, mentre voi ‘solo’ la penna?

«Scrivere talvolta è una terapia di autoanalisi dove i personaggi e le parole assumono una valenza terapeutica che permette di conoscersi e svelarsi» (Giorgio Montanari). «Scrivere è vivere, rivivere e… far vivere chi è entrato nella tua vita e te l’ha cambiata. Di chi parlo, lo immagino al mio fianco o mentre mi sta leggendo. Con la penna cerco di dipingerci, renderci visibili… solo noi» (Bruno Mohorovich). «I miei personaggi non ne sanno più di me, ma sono capaci, con le loro domande, a interrogarmi su chi sono veramente, consentendomi di tirare fuori anche cose che non sapevo di avere» (Domenico Carpagnano).

«A nudo è la risposta alle mie tante domande. È stato un guardarsi dentro, a volte anche doloroso. È stato un prendere consapevolezza, un urlare potendo stare muta. Il titolo di scorta rimasto in tasca era Sputi d’anima: credo renda l’idea» (Elisa Piana). «I personaggi dei miei racconti sono stati per me maestri di vita. Se sono la persona che sono diventata oggi, lo devo a loro che mi hanno dato la possibilità di affrontare la vita con un altro occhio. La molteplicità di vite, di storie, di persone con cui sono venuta a contatto, mi ha permesso di avere la mente sempre aperta e di guardare agli imprevisti positivi o negativi della vita, di cui tutti siamo prima o poi destinatari, con un diverso approccio. È un valore che non ha prezzo!» (Annalisa Baldinelli). «Chi scrive di un personaggio ci mette sia la penna che la carne, almeno una parte della sua carne. Il resto capita di prenderlo in prestito da un’immagine intravista fugacemente, mentre attraversava la scena, il nostro campo visivo. Facendo riferimento ai miei personaggi, in particolare, Holly Rose è nata dal ricordo di una cameriera di una steakhouse, nel mio viaggio in America, Xavier me lo porto dietro incollato come un’ombra da una mia visita a Toledo, Carmen da uno spettacolo lirico a cui ho assistito anni fa a Norcia. Tutti nascono da un’impressione raccolta di passaggio. Che ci si possa sedere per un caffè e ascoltarli mentre si raccontano è il mio sogno segreto. Ma non è accaduto, per questo ho immaginato per loro delle esistenze» (Sergio Tardetti).

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