giovedì, 26 aprile 2018 Ultimo aggiornamento il 23 aprile 2018 alle ore 23:20

Il minimo scarto di Mario Benedetti

Nell'alveo del progetto 'Umbrò Cultura', con, fra gli altri, Maria Borio, Stefano Dal Bianco, Tommaso Di Dio, Stefano Giovannuzzi, Roberto Cescon, dialoghi e letture sull'opera del poeta friuliano, autore di 'Umana gloria' (Mondadori, 2004).

 
Il minimo scarto di Mario Benedetti
Perugia.  Una poesia che non sia tautologia, che trasformi la vita in scrittura. Ma che rappresenti anche il rovescio della vita. Che si collochi dall’altra parte della vita e che ne teorizzi lo scarto. E il grado zero della scrittura: la lingua non è che ‘un corpus di abitudini comuni a tutti gli scrittori di un’epoca’, mentre nello stile ‘le immagini e l’eloquio nascono dal corpo e dal passato dello scrittore, divenendone gli automatismi’. L’espressione e lo stile, allora, si rendono funzionali alla rappresentazione della realtà: è necessario affidarsi all’esperienza – che non può essere attraversata con ingenuità, ma con stupore – e a ‘un tempo colloidale’, sospeso nelle particelle finissime dell’andirivieni. Dell’avanti e dell’indietro. Di un io che risale nel presente, che si sradica. In un presente altro, sospeso fra realtà, sogno e ricordo. La sostanza-scrittura, fluida, si trova in uno stato di dispersione, intermedio fra soluzione e, appunto, dispersione. Dallo ‘Scarto minimo’. Disperso nel prolungamento dei presenti storici di ‘Lasciano un tempo e li guardiamo dormire, / si decompongono e il cielo e la terra li disperdono. / Non abbiamo creduto che fosse così: / ogni cosa e il suo posto, / le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male, / sempre un posto da vivi. / Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore / su ogni cosa guardata, toccata. / Qui durano i libri. / Qui ho lo sguardo che ama qualunque viso, / le erbe, i mari, le città. / Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi’ (da ‘Umana gloria’ di Mario Benedetti, Mondadori, 2004).

Il seminario tenuto il 23 marzo nella sala ‘Muro etrusco’ di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, e promosso nell’alveo del progetto Umbrò Cultura – il concept che propone ogni forma di attività, dai seminari ai laboratori, passando per la presentazione di libri, incentrata sulla poesia, la narrativa, la storia, le arti visive e la musica, e discussa, a livello collegiale, da un comitato scientifico composto da Franco Buffoni, Maria Borio, Barbara Carnevali, Milo De Angelis, Elvira Di Bona, Stefano Ercolino, Chiara Fenoglio, Umberto Fiori, Stefano Giovannuzzi, Guido Mazzoni, Raffaello Palumbo Mosca, Laura Pugno, Antonio Riccardi, Andrea Tarabbia, Italo Testa, Giorgio Vasta e Gian Mario Villalta, al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale – ha inteso dibattere sull’opera di Mario Benedetti (datata al 2017, la pubblicazione di ‘Tutte le poesie’, per i tipi di Garzanti, volume uscito per ‘I grandi libri Garzanti poesia’, che raccoglie da ‘Umana gloria’ e ‘Questo inizio di noi’, con un’introduzione a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta), uno degli scrittori più significativi della stagione letteraria italiana contemporanea, autore di varie plaquettes e di due raccolte lungimiranti e visionarie: ‘Umana gloria’, editata nel 2004 nella collana Lo specchio (Mondadori) e ‘Pitture nere su carta’ (Mondadori, 2008), ‘aspro e tagliente rovescio della tessitura’ dei testi che compongono la prima silloge, secondo la fine penna di Biancamaria Frabotta.

L’incontro, introdotto da Maria Borio, è stato suddiviso in tre momenti: una prima parte, con interventi di quattro relatori, Stefano Dal Bianco, Roberto Cescon, Tommaso Di Dio e Stefano Giovannuzzi, è stata volta a ripercorrere la scrittura benedettiana da diverse angolature, sulla base delle parole-chiave che la descrivono e la irrobustiscono, criticizzandola (dal motivo dello specchio a quello della naturale avversione alla tautologia, dal tempo disperso e sospeso in particelle finissime al ricorso alle armi della retorica per deporle); una seconda parte, pensata in chiave sperimentale, ha offerto un punto di vista altro sul Benedetti poeta, nell’intersecarsi delle esperienze di giovani nati negli anni Ottanta (Damiano Sinfonico, Giuseppe Nibali, Claudia Crocco, Simone Burratti, Riccardo Socci), coordinati da Maria Borio e Tommaso Di Dio, e l’autore; una terza parte ha omaggiato la poesia del poeta friulano, con delle letture tratte dalla sua opera.

Del ‘fondo comune’ dell’esperienza della rivista ‘Scarto minimo’, ha parlato Stefano Dal Bianco, ripercorrendo gli inizi di Benedetti. «Quello che ci è successo – è stato il commento di Dal Bianco – è stato molto bello e molto raro: ci accomunava una umiltà di attitudini messa al servizio di una causa comune. Questo era il senso della rivista. L’altro, in questa esperienza, diventava il buco nero che non si poteva o non si voleva vedere. Ma era nello specchio che si poteva definire l’immagine che l’altro rimandava. Io ero vita, lui letteratura, ovvero il rovescio della vita. Oggi si tende a fare un processo di beatificazione di Mario. Non potrei farne ‘un santino’. Perché, semplicemente, non potrei beatificare me stesso, così come il suo tentativo di vivere la letteratura soppiantando la vita, sulla base di una religione della libertà psichica e di un antimoralismo della libertà stessa, che non ha centro. Ecco, credo che negli editoriali che, con Fernando Marchioli, curavamo per ‘Scarto Minimo’, e, in modo particolare, nell’editoriale numero 0, ci sia tutto Mario Benedetti, e il suo tentativo di trasformare la vita in scrittura. C’eravamo formati sullo Strutturalismo, sui formalisti russi. Da lì attingemmo la teoria dello scarto, conferimmo una base scientifica per le scelte di poetica della rivista. Ma questo non ci bastava. La lingua è diversa dalla verità. E non v’è nulla di arbitrario nella lingua».

Roberto Cescon ha confidato al pubblico di aver scorto ‘qualcosa di inspiegabile’ nell’incontro col macrotesto poetico di Benedetti: «come prima cosa, il non appartenere a un luogo. Un luogo che diventa mitico, quando cade il significato che gli attribuiamo. Non c’è alcun valore documentario o civile nei luoghi del Friuli e della Slovenia cantati da Benedetti. Ci sono solo l’impossibilità di appartenervi, appunto, e una ‘lingua tra’, una zona di confine linguistico. C’è una permeabilità fra piani temporali, fra cose ed eventi, evocati come fantasmi destinati a dissolversi. Da qui, il ricorso al presente storico, all’imperfetto, per prolungare il tempo passato. È un tempo colloidale, quello di Benedetti, sospeso nelle particelle finissime dell’avanti e dell’indietro, e in un presente altro, che resta sospeso fra realtà, sogno, ricordo. Siamo vulnerabili, ma possiamo affidarci ad una lingua povera, facente riferimento a due parole-chiave: ‘qui’ (il vivere nei giorni, nel contingente) e ‘oh!’ (la sfera dello stupore, dell’altrove, di luoghi e tempi altri)».

Tommaso Di Dio ha parlato della frequentazione costante con Mario Benedetti, focalizzando l’attenzione sulla diplopia della sua poesia: un doppio sguardo, sull’uomo e sulla sua esperienza, e sull’opera, su una testualità che è altro rispetto alla vita. «È difficile – ha affermato Di Dio – parlare di un poeta vivo, non chiuso in una tradizione, la cui opera, seppur forte, è al contempo fragile, esposta alle intemperie. Essa è l’eco di una luce che non da sé è vera. Sta a noi protrarla. Benedetti usa tutte le armi della retorica per deporre tutte le armi della retorica: la sua è una letteratura che va contro se stessa, opera di un poeta che si scusa per la sua lingua, come traccia franata. In una visione del libro come papiro, come reperto, di cui la parola è residuo, che svela la cecità. Viviamo di mancamenti, di cecità rispetto a ciò che abbiamo dentro e rispetto a ciò che è fuori».

Stefano Giovannuzzi, infine, ha attuato un parallelismo (definito «una associazione significativa e consapevolmente esagerata») fra la poesia di Attilio Bertolucci e quella di Mario Benedetti: entrambe le opere poggiano sullo spazio della memoria, sull’andare e sul tornare, sull’annullamento fra passato e presente, sull’andirivieni costante, su un medesimo tipo di grammatica della scrittura. L’andirivieni, infatti, intesse una trama del linguaggio che è ben riconoscibile per chi ha dimestichezza con la poesia italiana del II dopoguerra, all’insegna della crisi della lingua fra soggetto e mondo. «In ‘Umana gloria’ – ha concluso Giovannuzzi – questo tipo di linguaggio emerge ancora di più: la struttura del discorso procede per frammenti, per pezzi fra loro slegati, che coesistono».

La seconda parte, ha registrato le brevi comunicazioni di Damiano Sinfonico, Giuseppe Nibali, Claudia Crocco, Simone Burratti, Riccardo Socci), coordinati da Maria Borio e Tommaso Di Dio. Ne è emerso un rapporto generazionale con la poesia di Benedetti. Dall’allusione a un bambino strano che faceva cose strane, come giocare col cadavere di un gatto o dipingere sui quadri con un pennarello nero (bambino che potrebbe essere un personaggio di Benedetti: un bambino che gioca col ritratto delle cose morte che sono tutte nere) all’inimitabilità della poesia dell’autore friulano, che alla ricerca favolistica e infantile sintetizza qualcosa di storico, di epico quasi. Dalla riduzione atomica della parola contenuta in un libro che era la carne di un uomo, al passaggio da un mondo di carta ad un mondo sensibile, esperibile ed esperito, passando per una poesia che consuma se stessa e per delle immagini stagnanti, per delle proiezioni che rimangono nell’occhio di un ricordo, come i fantasmi che apparivano, che ‘venivano’, in un tempo imperfetto. Da ciò che viene prima di ‘Umana gloria’ e che rispecchia la volontà d’autore (che ha rinnegato alcuni di questi libri) ad alcune poesie poi elaborate e confluite nella silloge del 2004, alla concezione della poesia di Benedetti come dell’opera di un ‘poeta-lago’, secondo la definizione di Milo De Angelis, di un’opera permeata di ossessioni, degli stessi argomenti e di uno sperimentalismo determinato da una disposizione dello spazio grafico in verticale, da una sintassi difficile (ricorso all’indiretto libero), da stilemi tipici e arcaizzanti, da rime, anastrofi, da un lessico desueto. Dall’incomprensibilità immediata di questa poesia, e dalla meraviglia che ne consegue, al senso di transitorietà e alla provvisorietà dell’esistenza umana, contro la permanenza della scrittura, nel tempo della durata della lettura, che costituisce un punto di contatto fra autore e lettore.

Si potrebbe, allora, concludere con Maria Borio, Tommaso Di Dio e Riccardo Socci: la poesia di Benedetti è stata accolta in modo significativo da una generazione, perché l’intento sotterraneo è stato quello di gettare delle idee. La prospettiva storica della poesia che va dagli anni Settanta agli anni Novanta è stata di reazione al neorfismo e alla neoavanguardia: il rapporto della poesia con l’esperienza è fluido, provvisorio. Il ritmo prova a tenerlo insieme. Il mito novecentesco della figura del poeta è collassato: o si percorre una strada nichilista o si riscopre una funzione etica che prova a scrivere partendo dall’esperienza stessa.

Possiamo attraversare l’esperienza da ingenui? Benedetti si scusa per questa ingenuità. E torna sulla parola ‘libro’, nelle ultime poesie, concentrandosi sulla tendenza alla non distrazione della scrittura, che traduce anche un’esperienza linguistica, sussunta dalle parole. E, d’altronde, la lingua del trauma serve per parlare del trauma. Ciò che rimane è una parola dell’oblio. Nell’abisso della lingua e in quello dell’esperienza. «La mia scoperta di Benedetti – sono state le parole di Riccardo Socci – è stata una non scoperta».

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