giovedì, 13 dicembre 2018 Ultimo aggiornamento il 11 dicembre 2018 alle ore 17:36

Il viandante aduggiato dall’ombra. E il fiore poetico dal gambo (in)visibile

'Sandro Penna (1906-1977) quarant'anni dopo'. Il 5 e il 6 dicembre, nella sala delle Adunanze di Palazzo Manzoni, due giornate di studio dedicate al poeta perugino e organizzate dall'Università degli Studi di Perugia.

 
Il viandante aduggiato dall’ombra. E il fiore poetico dal gambo (in)visibile
Perugia. Il meriggio e l’ombra. Di montaliana memoria. L’ombra che aduggia la viandanza, romana e perugina. Quest’ultima, di ritorno. Quattordici anni dopo. «Quante volte ho sognato di tornarvi all’alba, sconosciuto, per meglio risentire ogni ricordo. E sono arrivato all’alba. Ricordo certi sogni della mia città quando mettevo in un suo paesaggio una mia ritrovata felicità paradisiaca (è la parola che non dà niente di quello che voglio dire, ma è ancora poco forte!). Una felicità fisiologica e mentale impossibile a ricreare nemmeno nella memoria (…)». È Sandro Penna, a scrivere. A ritrarsi come viandante, nel viaggio di ritorno nella sua Perusia petrosa. A descriverne «la polvere aspra, che si posa sul sudore del viandante». Un monstrum, Penna, un essere meraviglioso, extra-ordinario. Votato ad una non-uniformità di sentimenti contro il borghesismo imperante degli intellettuali del suo tempo. Eppure, almeno secondo la lettura che del monstrum ha fatto Pasolini, il ‘meraviglioso’ Penna non è slegato da una dimensione collettiva. In questa va inserito. Vanno identificati i confini della sua presunta ‘mostruosità’. La penna di Penna, in ultima istanza, va ancora studiata. E non solo letta.

 

Due, le giornate di studio che l’Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con l’Università per Stranieri di Perugia e Umbrò (nei cui locali, in via Sant’Ercolano, il 5 dicembre, Penna è stato omaggiato con le letture poetiche di Franco Buffoni, Umberto Fiori, Elio Pecora e Gabriella Sica, e con la proiezione del filmato ‘Sandro Penna. Croce e delizia’, per la regia di Gianni Barcelloni), con il patrocinio di MOD (Società Italiana per lo Studio della Modernità Letteraria) e del Comune di Perugia, e con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, ha dedicato, il 5 ed il 6 dicembre, nella sala delle Adunanze di Palazzo Manzoni, a ‘Sandro Penna (1906-1977), quarant’anni dopo’. Giornate di studio organizzate dai docenti Sandro Gentili e Stefano Giovannuzzi dell’Università degli Studi di Perugia, membri del comitato scientifico, composto anche da Maria Borio, Floriana Calitti, Stefano Carrai, Silvia Chessa, Roberto Deidier, Elio Pecora e Daniele Piccini.

«Giornate di studio che offrono – questo il commento del Direttore del Dipartimento di Lettere – Lingue, letterature e civiltà antiche e moderne dell’Università degli Studi di Perugia, Mario Tosti – numerosi spunti di riflessione sulla storia, sulla letteratura e sulla poesia, e su Sandro Penna, poeta nato a Perugia, a 40 anni dalla sua morte». «La figura di Sandro Penna merita un approfondimento – ha affermato il professor Giancarlo Pellegrini, in qualità di delegato del Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, che ha sostenuto il progetto –. L’approfondimento di un’anima bella e gentile quale quella di Sandro Penna è, coincide con un dono che si fa alla sua città natale, Perugia, e ai giovani». E sui giovani che, nella prima delle due giornate di studio, del 5 dicembre (che qui si recensisce. La seconda giornata, presieduta dalla professoressa Floriana Calitti dell’Università per Stranieri di Perugia, ha registrato gli interventi, nell’ordine, di Daniele Piccini, Caterina Verbaro, Adele Dei, Salvatore Ritrovato, Giancarlo Alfano, Stefano Giovannuzzi e Maria Borio, interventi incentrati sui modelli linguistici di Penna, sulle ‘letture’ condotte da Pasolini e Caproni, sulla mitografia di un poeta posto al di fuori della storia, eppure ricontestualizzato nell’ambito della poesia italiana novecentesca, anche in rapporto al libro di poesia), hanno partecipato, numerosi, come uditori, in una gremita sala delle Adunanze di Palazzo Manzoni, ha focalizzato la sua attenzione Simona Costa, Presidente di MOD (Società Italiana per lo Studio della Modernità Letteraria), affermando che questi eventi sono indirizzati proprio a loro, ai giovani: «Dobbiamo riconoscerci – ha proseguito Costa – in una comunità scientifica, a livello di ricerca e di didattica, con nuovi apporti da dare a quella stessa comunità. L’Italianistica, d’altronde, rappresenta un fiore all’occhiello nel nostro Paese in tal senso».

Dopo una lunga frequentazione con i carteggi di Penna (e con le sue ‘parole nascoste’: il riferimento è a Le parole nascoste. Le carte ritrovate di Sandro Penna, edito nel 2008, per i tipi della Sellerio), Roberto Deidier ha proposto un intervento dal titolo ‘Il viandante senz’ombra’, con chiaro rimando alle viandanze romane del poeta perugino, che si ritrae (non è forse un caso) come viandante. «Penna è stato un poeta più letto che studiato – ha esordito il saggista e poeta –. Per questo, nostro compito è quello di restituire lui il proprio posto nella poesia del Novecento. Ho frequentato le carte e i diari di Penna, in cui si evincono i suoi rapporti con Nietzsche e Croce, con Montale, cui inviò i propri componimenti in lettura, con Guttuso. Rapporti ‘illuminati’, sempre, con un’intensità in grado di ferire lo sguardo e di seguire, ‘l’affondo, lento, dell’anima con il mare’. Una marca filosofica, tratta dalla lettura di Nietzsche. Una traduzione di una sensuale vitalità in espressione, dopo la lettura de l’Estetica di Croce. Un sole senz’ombra, degli isolotti dei sensi, improvvise epifanie. E poi l’approdo ad una sintesi fra impressione ed espressione, anche mediante il ricorso ad una fittissima rete metaforica, ad una dinamicità dell’esistenza e ad una presa di distanza da ogni norma o convenzione. L’Estetica, d’altronde, pare aver agito come correttivo, soprattutto nell’espressione dei tratti percettivi, e dell’attività intuitiva». Il percorso proposto da Deidier, sorta di ‘viandanza letteraria’ attraverso i carteggi, i diari e le lettere di Penna, ha fatto leva sul concetto di transitorietà, tratto da Nietzsche, e visto come capacità introspettiva, sguardo, gettato sugli oggetti come pura luce, residuo ottico, da cui scaturisce il rigore analitico penniano, la sua concezione di ‘ragione’ liberata dall’orpello delle convenzioni. Lo Zarathustra nietzschiano pare aver plasmato la poesia di Penna (una poesia ‘gocciolante di viva passione’), intessuta di armonie feconde, in cui la viandanza diviene una metafora, un dionisiaco flusso continuo. Una poesia non come gioco leggero, dunque. Quella di Penna è una vita intensa, connotata da una altrettanto intensa gioia di vivere e permeata da un senso di bellezza incantevole del mondo. Ne scaturisce un’opera polifonica e non monolitica, poli-espressiva, impressionista, dalle immagini (anche) discordanti, tutta giocata su una intuizione che coincide con una nuova acquisizione, e in grado di gettare la luce della conoscenza sull’ombra, di un’epifania della vitalità sottratta alle norme. Su una linea di continuità con la relazione presentata da Deidier, si è posto l’intervento dal titolo ‘Sandro Penna. Una stagione in Europa’ di Marco Corsi dell’Università di Firenze, che ha focalizzato l’attenzione sulla figura di Penna come ‘estranea dal mondo’, come ‘aliena’, ‘intaccata’ dal germe della nevrosi, da ferite non sanate, dalla logica del sentimento e da una propensione al risentimento. Il canto, allora, diventa una possibilità di sublimazione, sulla base di una transizione stilistica. Penna, infatti, come ha affermato Elio Pecora, non rientra nella categoria dei ‘poeti che non pensano’: la sua poesia è intrisa della logica dello ‘scrivere col sangue dello Zarathustra nietzschiano’, della variabilità costante di idee che non sono fisse, dell’accezione del ‘divino’ come poetico, come entusiasmo, di una tendenza al ‘piacere estetico’, senza mai tralasciare la possibile ‘entrata nel clima psicologico di una persona’, e con un occhio strizzato alla sensazione e al ricordo, al cromatismo, alla sperimentazione impressionista, ad una ‘grazia’ (quella che a Penna riconosce De Pisis) posta a metà fra classicismo e sperimentazione.

Sulla vita editoriale di Sandro Penna in Einaudi, invece, si è incentrata la relazione di Riccardo Deiana dell’Università di Torino, ‘Sandro Penna all’Einaudi: retroscena di un progetto fallito’: uno sguardo storico-editoriale, il suo, gettato dietro le quinte della casa editrice a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, mediante l’analisi del fascicolo su Penna, di soli 16 fogli, sulla corrispondenza fra Einaudi ed i collaboratori. Sergio Solmi, ad esempio, in un foglio destinato a Pavese, di Penna afferma: «Sembra essere solo quello che è, come le cose della natura». Il foglio 2 del fascicolo, invece, contiene il contratto editoriale della nuova raccolta di poesie di Penna, che non verrà, però, mai data alle stampe, nonostante Elsa Morante si fosse fatta ambasciatrice di Penna: il riformismo della casa editrice di matrice pavesiana, l’assenza di direttori e quindi di timone per la collana di poesia, la decisione unanime di chiuderla, quella collana, a seguito della morte di Pavese, faranno sì che del manoscritto delle poesie di Penna e dell’anticipo di 100mila lire a lui versato non resterà traccia e che la poesia italiana (e non solo quella penniana) dal 1950 al 1963 sarà latitante in Einaudi. All’‘officina del poeta nella biblioteca di Penna’ è stato dedicato l’intervento di Carlo Serafini dell’Università per Stranieri di Perugia, attraverso un percorso interpretativo condotto sulla biblioteca del poeta perugino, composta da libri, annotati, glossati, suddivisi per sezioni tematiche. Libri su cui Penna, per dirla con Barbieri, ha lasciato dei marks, delle tracce di scrittura e riflessione critica. Il Fondo-Penna della Biblioteca Marconi di Roma consta oggi di 573 volumi, a differenza del ‘qualche migliaio di libri’ dichiarato a seguito della consegna, da parte di Elio Pecora, che sgomberò l’appartamento romano di Penna, della raccolta libraria al direttore della biblioteca di Roma. Se i documenti del Fondo-Penna attestano schede di censimento diverse relative alla mole dei libri del poeta perugino, la ricerca, ancora in itinere, di Carlo Serafini, è volta (anche) a studiare i documenti relativi al lascito: vi sono libri ancora intonsi, altri che recano segni di lettura, libri di letteratura, monografie di pittori contemporanei, di scrittori in lingua inglese, francese, oltre che testimoni di saggistica letteraria e d’arte. Fra i volumi, Il fuoco di D’Annunzio, proveniente dalla biblioteca del padre di Penna, un testo su Baudelaire, uno studio su Leopardi, uno sulla poetica del fanciullino di Pascoli. L’idea che ne deriva, quella dell’officina del poeta, è irrobustita, sui frontespizi e sulle pagine dei libri, dai vari timbri, ad esempio, della biblioteca comunale di Perugia, da segni di lettura, sottolineature, correzioni di refusi a penna, traduzioni in francese di alcune poesie, annotazioni, come quelle lasciate su due testi di Moravia.

Gli ultimi due interventi presentati nel corso della prima giornata di studio, rispettivamente da Marco Antonio Bazzocchi dell’Università di Bologna e da Simone Casini dell’Università degli Studi di Perugia, hanno sondato, da prospettive differenti, le letture che di Penna sono state fatte da Garboli e Pasolini e le ‘perlustrazioni pascoliane’ nella poesia penniana. ‘La vita di un santo: Garboli, Pasolini e Penna’: «Pasolini – ha affermato il professor Bazzocchi – ha inteso sottrarre Penna a diagnosi critiche, proliferate negli anni Trenta, secondo le quali il poeta perugino era ‘un mero vivente, capace di conoscenza solo sensibile’». La poesia di Penna, paragonata ad ‘un fiore senza gambo visibile’. Questo gambo per Pasolini non può più rimanere invisibile: la sua lettura critica è volta, dunque, a mettere in crisi l’idea della ‘grazia’ penniana, in cui va rinvenuto qualcosa di ‘irregolare’ (lo scarto introdotto, ad esempio, da avverbi di tempo, o da dislivelli logici). La testualità penniana si rifiuta di essere chiusa nei circuiti critico-letterari. Risulta ‘traforata’ da continue fessure, da una irregolarità, appunto, che pur produce oggetti puri, dati, per Pasolini, dall’‘eccesso’: la fuoriuscita di senso è data da una instabilità di fondo. Pasolini voleva leggere Penna diversamente, secondo una dinamica letteraria e psichica, voleva portare in luce una storia dalla psicologia penniana. Penna, in ultima istanza, era sì un monstrum, ma questa sua ‘meraviglia’ non poteva essere slegata ad una dimensione collettiva. I confini della mostruosità andavano identificati, per sondare la condizione mista penniana, ‘angoscioso-euforica’. Una vita psichica discontinua, la sua, con prese di coscienza puntiformi, con zone di ‘anomalia’ o di ‘anomia’ di senso. Penna, in definitiva, non doveva essere isolato, ma andava costruito un cunicolo verso la polis, verso il mondo esterno. Garboli, dal canto suo, rifletteva sulla nevrosi di Penna, centro del suo interesse, a scapito del resto del mondo. Una nevrosi in cui luce e buio si alternano senza regole, tanto che la poesia penniana può essere intesa come una nebulosa di differenze. Penna è un santo ‘buffo’: l’isolamento (presunto) dal mondo e l’invenzione di una qualche forma di colpa lo hanno elevato al soglio della santità. Una santità che, però, è goffa ai nostri tempi. Così come il richiamo del Pascoli di Myricae e la centralità dell’immagine del fanciullo non sono che superficiali nella poesia penniana. «In profondità – ha sottolineato Simone Casini dell’Università degli Studi di Perugia – si perde il contatto. La grazia alessandrina del verso è data da ascendenze diverse, che solo in Pascoli sono simboliche. Sono, però, entrambi dei poeti che, in qualche modo, ‘sfuggono’, che attirano verso zone d’esperienza marginali». Il 1928 è stato un annus mirabilis per la poesia di Penna, per la sua letteratura ‘malata’, per il suo cuore malato di nevrosi. Nel 1928 Penna legge Pascoli, e la sua poesia è intrisa di suggestioni pascoliane, di echi pascoliani, del tema dell’altrove, e di quello cimiteriale sintetizzato nel ricorso all’espressione ‘Campo Santo’ e ‘vischio’, in cui è racchiusa un’immagine di morte, di tracce pascoliane significative, di una lingua passata attraverso il laboratorio pascoliano. Di un rifiuto che non è indifferenza. E di un gambo che non è più invisibile.

 

 

 

 

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