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	<title>Perugia Online &#187; narrativa</title>
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		<title>Uno sguardo alla poesia, oggi</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Apr 2023 16:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[ARCI Spazio Humanities APS]]></category>
		<category><![CDATA[Contemporanei/2]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Musica live]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Umbrò Ritual]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> ARCI Spazio Humanities, Associazione di promozione sociale presieduta da Maria Borio (https://www.spaziohumanities.it/), propone, in collaborazione con Umbrò, una nuova edizione di cicli dedicata ad autori contemporanei e alla letteratura di oggi. Contemporanei / 2, il titolo prescelto per l’edizione classe 2023 di questa rassegna, che si compone, come la precedente, di due incontri, uno dedicato ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> <strong>ARCI Spazio Humanities, Associazione di promozione sociale</strong> presieduta da Maria Borio (https://www.spaziohumanities.it/), <strong>propone</strong>, in collaborazione con Umbrò, <strong>una nuova edizione di cicli dedicata ad autori contemporanei e alla letteratura di oggi. <em>Contemporanei / 2</em></strong>, il titolo prescelto per l’edizione classe 2023 di questa rassegna, che si compone, come la precedente, di due incontri, uno dedicato alla poesia e uno incentrato sulla narrativa:</p>
<ul>
<li><strong>18 aprile 2023, ore 19.00 </strong></li>
</ul>
<p><strong><em>POESIA con</em></strong><strong> Diletta D’Angelo, Giorgia La Placa, Giuliana Pala &amp; June Scialpi.</strong></p>
<p><strong>Musica live con Victoria on the grass </strong>(indie/alternativo)</p>
<p><strong>Benedetta Oliovecchio</strong> (voce, pianoforte, basso); <strong>Caterina Fuso</strong> (batteria, chitarra, synth, programming).</p>
<ul>
<li><strong>11 maggio 2023, ore 19.00</strong></li>
</ul>
<p><strong><em>NARRATIVA con </em></strong><strong>Raffaele Donnarumma.</strong></p>
<p><strong>Musica live con Trio jazz Caffè scorretto</strong></p>
<p><strong>Stefano Mencarini </strong>(chitarra).</p>
<p><strong>Giovanni Scurria </strong>(batteria).</p>
<p><strong>Roberto Tinarelli </strong>(basso).</p>
<p>Sarà dedicato all’opera di giovani poetesse l’incontro in presenza ad Umbrò (via S. Ercolano, 2 a Perugia – ingresso in via Oberdan, 58) di martedì 18 aprile alle 19.00. Parteciperanno le quattro poetesse Diletta D’Angelo con <em>Defrost</em>, Giorgia La Placa con <em>Diktionarum</em>, Giuliana Pala con <em>Lunario</em> e June Scialpi con <em>Golem</em>.</p>
<p>Presenteranno i dottorandi del Dottorato di ricerca dell’Università per Stranieri di Perugia Maria Flavia Maiorano e Marco Incognito.</p>
<p>Seguiranno le note di <em>Victoria on the grass</em> (indie/alternativo): musica live con Benedetta Oliovecchio (voce, pianoforte, basso) e Caterina Fuso (batteria, chitarra, synth, programming).</p>
<p><strong>ARCI Spazio Humanities APS</strong>, promotrice, tra gli altri, del Festival Internazionale POESIÆUROPA all’Isola Polvese del Lago Trasimeno – iniziativa posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo – , del Master di I livello in <em>Textualities</em>, di concerto con l’Università degli Studi di Perugia, del progetto Umbrocultura, in collaborazione con Umbrò, e di TETRAGONO, ciclo di seminari integrativi alle attività didattiche e destinato a docenti e a studenti della Scuola Secondaria di Secondo Grado, è un’associazione di promozione sociale, che, lavorando insieme all’Università degli Studi di Perugia, propone seminari, attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca in ambito culturale e che consistono in attività e iniziative legate a temi cruciali del contemporaneo. L’obiettivo principale degli incontri è quello di creare uno spazio che offra una sinergia fra la diffusione culturale, la ricerca, la didattica e i media.</p>
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		<title>&#8216;A nozze&#8217; con la narrativa umbra</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 16:23:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Corciano]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Giuliani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Staibano]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[thriller]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> ‘La madre’ e ‘Il giorno prima delle nozze’. Due titoli, due elementi paratestuali che guidano il lettore o meglio i lettori all’interno del laboratorio e dell’officina scrittoria di un thriller, nel primo caso, e di un romanzo, nel secondo. All’interno dell’officina di due autori esordienti umbri, che vorrebbero fare della scrittura la loro ragione di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Corciano. </span> ‘La madre’ e ‘Il giorno prima delle nozze’. Due titoli, due elementi paratestuali che guidano il lettore o meglio i lettori all’interno del laboratorio e dell’officina scrittoria di un thriller, nel primo caso, e di un romanzo, nel secondo. All’interno dell’officina di due autori esordienti umbri, che vorrebbero fare della scrittura la loro ragione di vita, e che presenteranno, sabato 13 ottobre, alle 17.30, alla libreria C.L.U. di Corciano, in via Ponchielli 5, le loro opere.</p>
<h2><strong>&#8216;La madre&#8217; di Giovanni Staibano – Edizioni LFA Publisher 2018</strong></h2>
<p>TRAMA: Fino a che punto si può spingere una madre alla quale sono stati sottratti i figli? In questo thriller dalle tinte forti, ambientato a cavallo degli anni 2000 nel Nord della Florida, le vite di tre donne, appartenenti a tre generazioni diverse, si intrecciano tra loro in un susseguirsi serrato di eventi: una dolce signora di mezz&#8217;età, con la sua bella villa in stile coloniale, che spinge il marito, affettuosissimo, sul baratro di un segreto indicibile; una ragazza brillante, con alle spalle una infanzia difficile, ma che con impegno riesce a diventare un medico dell&#8217;animo e della mente e una donna che cresce in ambienti malfamati, dove la droga e la violenza si mescolano alla dolcezza degli occhi di due bambine appena nate.</p>
<p>L’AUTORE: Giovanni Staibano, trascorsi i suoi primi 50 anni nel cuore verde dell&#8217;Italia, l&#8217;Umbria, da quasi trent&#8217;anni scrive software per aziende, e negli ultimi dieci, ispirato dall&#8217;estro mai domo del padre ormai ultraottantenne, ha ripreso i contatti con il mondo della scrittura creativa, sfiorato quand&#8217;era più giovane, tentando adesso, con un approccio più maturo, più solido e più concreto, di creare thriller dagli intrecci mozzafiato. Il suo libro d’esordio, ‘La Madre’, è stato recentemente insignito del 2° Premio al Concorso Letterario Internazionale Città di Sarzana, ma la sua mente vulcanica, costantemente in movimento, ha già in serbo, per i suoi lettori, altre due uscite: ‘Il Caso John Mayer’ e il ‘Giardino Rubato’ (titoli provvisori).</p>
<h2>&#8216;Il giorno prima delle nozze&#8217; di Gabriele Giuliani – Edizioni Montag 2018</h2>
<p>TRAMA: Un romanzo familiare a sfondo sociale nel quale, attraverso gli occhi di due fratelli, in lite da molto tempo, vengono analizzati i cambiamenti in atto negli ultimi anni. Un libro che parla di noi e della nostra società, dove le tematiche familiari e personali si fondono con quelle sociali in un delicato equilibrio tra riflessioni, ironia e ricerca di se stessi. Il tutto sullo sfondo di un matrimonio dalle molteplici implicazioni. La vecchia casa colonica che li ospita permetterà di trovare, con la sua atmosfera, alcune delle risposte.</p>
<p>L’AUTORE: al suo esordio letterario, si contraddistingue per la <em>verve</em> istrionica che lo porta a cimentarsi in generi differenti. Inizialmente autore di racconti di carattere surreale/grottesco/tragicomico, ora raccolti in un volume di prossima pubblicazione, è passato in seguito a un romanzo familiare a sfondo sociale, Il giorno prima delle nozze, edito da Montag Edizioni. La sua terza opera, un thriller fantasy completato nel gennaio 2018, è al vaglio di alcune case editrici.  Da diversi anni coniuga il piacere mai sopito della lettura con quello della scrittura.</p>
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		<title>Poesia e narrativa: un prisma a più voci</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Aug 2018 13:31:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Annalisa Baldinelli]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Un prisma a più voci. In ottica, il termine ‘prisma’ designa un corpo trasparente delimitato da facce piane non parallele e rinfrangenti, tali che un raggio di luce che incide su una di esse emerga dall’altra, dopo essere stato rifratto dal mezzo trasparente. E se il prisma fosse composto, appunto, di voci, di echi? Di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Un prisma a più voci. In ottica, il termine ‘prisma’ designa un corpo trasparente delimitato da facce piane non parallele e rinfrangenti, tali che un raggio di luce che incide su una di esse emerga dall’altra, dopo essere stato rifratto dal mezzo trasparente.</p>
<p>E se il prisma fosse composto, appunto, di voci, di echi? Di domande e di risposte che si intersecano e si rinfrangono fra loro? È ‘l’esperimento letterario’ che abbiamo compiuto con alcuni degli autori della Bertoni Editore – casa editrice umbra fondata da Jean Luc Bertoni, la cui principale attività consiste nella produzione e nella distribuzione di libri e nella promozione e valorizzazione della cultura e della letteratura italiana –: Elisa Piana, Annamaria Massari, Annalisa Baldinelli, Giorgio Montanari, Bruno Mohorovich, Domenico Carpagnano e Sergio Tardetti. Le facce (o le voci) del prisma, allora, si sono infrante sui terreni, spesso farraginosi, della poesia e della narrativa, sulla descrizione, sulla costruzione dei personaggi, sui concetti di riscrittura e palinsesto, su quelli di mappa e territorio di una storia.</p>
<p>A loro, la parola.</p>
<p><strong>«Elisa è il nome che mi han dato, ma se veramente volete sapere chi sono… io sono un Albero. Metto radici e proteggo. E voi, voi chi siete? No. Non voglio saperne di quel groviglio di lettere che vi portate addosso. Quello è solo un abito, più o meno sgualcito. Io vi voglio nudi» (Elisa Piana, <em>A nudo</em>, Bertoni Editore). La descrizione, anche qualora vi sia un sovvertimento dell’ordine costituito delle cose, è un dipinto di parole che permette al lettore di vedere, nel testo, una data immagine. Pensate debba esserci movimento in una descrizione, affinché il lettore visualizzi la scena?</strong></p>
<p>«La vita è un continuo fluire, quindi la staticità non sarebbe apprezzata né per chi scrive, né per chi legge. Riprendendo le intense parole di Elisa Piana, mettersi ‘a nudo’ vuole dire mostrare una sensibilità che non tutti sono pronti a svelare (o a ricevere) (Giorgio Montanari)». «Quando scrivo cerco di creare immagini che io stesso vedo. Penso sia opportuno offrire al lettore ‘un panorama’ in cui immergersi o immedesimarsi. Sta alla capacità di chi scrivere rendere la poesia del tutto (Bruno Mohorovich)». «In un romanzo c’è spazio per tutto. C’è il momento in cui tocca all’autore descrivere i protagonisti e c’è quell’altro in cui sono questi ultimi a descriversi, talvolta indossando la maschera della menzogna e talaltra offrendosi nudi, in modo che la loro anima possa essere disvelata. Questo significa che la scena non deve necessariamente essere in movimento per essere visualizzata dal lettore. Le parole dell’autore e dei protagonisti sono capaci di descrivere bene anche quando è statica» (Domenico Carpagnano). «La vita è come un canone inverso in toni contrapposti ed il poeta la rappresenta o si sforza di farlo, attraverso il senso o l’immagine di un equilibrio tra stasi e movimento, sintetizzando i pensieri nel loro fluire continuo» (Annamaria Massari). «L’immedesimazione è importante, il coinvolgimento è fondamentale qualunque mezzo riesca ad avere una valenza empatica è ben voluto e lodato. Le parole devono arrivare, proprio lì dove si desidera, che siano film per gli occhi o emozione data dal brivido istantaneo del sentirti sulla pelle poco importa (Elisa Piana). «Posto che ho una grande immaginazione io stessa e che sempre anche solo dietro ad una voce costruisco volti e fisionomie, persino gli abiti che indossano i protagonisti in quel momento, ritengo sia fondamentale. Nel mio scrivere metto spesso elementi o dettagli che lasciano immaginare, ma non scoprono il tutto. Il bello è lasciare liberi di &#8220;creare&#8221; avendo qualche indizio. Penso che in questo modo il lettore possa essere coinvolto ed immedesimarsi nei diversi personaggi» (Annalisa Baldinelli). «Credo che una descrizione serva per fare entrare il lettore nel racconto e nel testo in genere. Se non dovesse accadere, il lettore si comporterebbe piuttosto come un critico letterario (quello che io definisco un anatomopatologo del testo) e verrebbe meno il fine ultimo di chi scrive, quello di mettere in scena una storia della quale il lettore possa sentirsi protagonista. Che la descrizione di un ambiente sia statica o dinamica non è importante, visto che, se funziona, sarà il lettore a muoversi dentro la scena» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«A coloro che amano viaggiare. Ai curiosi del mondo (…). A tutti quelli che almeno una volta nella vita sono stati clienti (…). La tipologia di cliente che si poteva presentare era molto variegata e, al contrario del nostro indeciso, poteva sedersi sulla sedia di fronte a te il cliente super informato, che aveva già visto tutto in Internet e che sapeva già come sarebbe stata la sua vacanza, perché il collega d’ufficio o l’amico di sempre, lui sì, che c’era stato» (dalla dedica – elemento paratestuale – e dal libro di Annalisa Baldinelli, <em>Volevo vendere sogni</em>, Bertoni Editore). I clienti, come i lettori, curiosi, famelici, a volte sprovveduti, a volte colti, che leggono ciò che sanno di dover leggere. Qual è il vostro rapporto con il lettore? È fatto di condivisione o è una violazione? È vero che, nell’atto della ricezione, si diventa in qualche modo co-autori del testo?</strong></p>
<p>«Il momento più emozionante è ricevere un commento o una recensione (di un amico o di un blogger sconosciuto). Gli altri interpretano le parole in un modo personale, cogliendo sfumature assopite o perdendone di evidenti, e creando significati cui magari non avevo nemmeno pensato» (Giorgio Montanari). «Creo naturalmente in solitudine, e scrivo per me; in seconda battuta, forse, penso anche al lettore; viviamo in un contesto social e mi viene naturale condividere. Poi, se riscontro che quello che ho scritto è colto da chi legge non può che farmi piacere, perché mi sono reso conto che quello che viene letto è entrato nell’anima di chi legge. In questo senso ho avuto molti riscontri» (Bruno Mohorovich). «Quando scrivo, il lettore è l’ultima cosa a cui penso. Se dovessi mettermi nei suoi panni e scrivere solo per compiacerlo, mi farei violenza. Nei miei scritti, ovviamente, dò conto anche dei punti di vista altrui, ma non per questo censuro i miei. Se, per vendere qualche copia in più, mi dovesse essere chiesto di indossare una maschera, smetterei di scrivere» (Domenico Carpagnano). «Io cerco me stessa nella poesia e comunico al lettore quello che di me emerge dalla coscienza e dal rimosso e che resta vivo. Il lettore diventa mio interlocutore poiché interpreta o coglie aspetti diversi, inattesi o confusi» (Annamaria Massari). «Mi è successa una cosa strana una volta pubblicato il mio <em>A Nudo</em>, libro di poesie totalmente intime. Mi è successo che, al ricevere le prime recensioni e i primi pareri, ho scoperto mi intimoriva, diciamo pure mi terrorizzava il giudizio, il poter capire quel che intendevo, ma anche l’opposto, o anche solo il leggermente diverso. Tutto questo mi preoccupava, proprio come quando lasci una canzone andare libera nelle case e scopri che non è più tua, ma è di tutti quelli che la cantano, per intero o anche solo una strofa. L’essere pubblica mi metteva ansia. Invece ho incontrato immedesimazione costante, e a volte totale. Leggere parole come &#8220;sembra la mia vita&#8221; o &#8221; sembrano scritte per me&#8221; è stata una piacevole rivelazione. Sentirsi capita e apprezzata anche nei miei sbagli o nei miei dolori, nelle cose scomode è stata una benedizione» (Elisa Piana). «Credo nel valore delle persone e dei rapporti umani che mi permettono prima di tutto di crescere personalmente, ma onestamente non penso assolutamente al lettore. Indubbiamente nel presentare diverse tipologie di personaggi accade che il lettore possa condividerne aspetti, pregi e difetti, addirittura situazioni. Ogni individuo è un caleidoscopio di emozioni, colori, sorprese tutte da scoprire. Nei miei scritti traspaiono molti lati di me, non potrebbe essere diversamente. Confesso che è una piacevolissima soddisfazione quando il lettore che incontro nelle mie chiacchierate itineranti, mi dice che l&#8217;ho fatto non solo divertire, ma anche riflettere» (Annalisa Baldinelli). «A me piacerebbe stabilire un rapporto “amichevole” con il lettore, quello che considero il mio alter ego. L&#8217;empatia è una componente fondamentale di un testo, specialmente di quello poetico. Il lettore deve potersi immedesimare nelle passioni dell&#8217;autore, sentirle come sue e pertanto come vere. Diversamente, la comunicazione diventa formale, le parole e i concetti si irrigidiscono in pose assai simili alla falsità. Si fa poesia in due, tu che leggi e io che scrivo» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Basta. Le parole sono finite in un vicolo cieco, si frantumano, si sfaldano, si liquefanno. Perché negare la possibilità di scrivere quando, fino all’altro ieri, era la scrittura che teneva unito un rapporto!» (Bruno Mohorovich, Storia d’amore &#8211; una fantasia, Bertoni Editore). La negazione della parola, e del referente che le corrisponde: il bianco, dotato di una chiara valenza semantica. Concepite la lingua come uno spazio, anche, a volte, bianco? Cosa rappresenta il bianco nella vostra concezione del ritmo? Credete si possa imprimere un’energia alla lingua, quando si scrive e ci si allontana, dal punto di vista linguistico, da una norma?</strong></p>
<p>«Una pagina bianca potrebbe essere sia un’opportunità (per imprimere nuovi pensieri), sia una minaccia (se le parole non uscissero come dovrebbero). L’ispirazione è il miglior alleato di chi scrive, specie per chi non è un professionista» (Giorgio Montanari). «Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, la pagina bianca è una sfida, è il guanto che siamo invitati a raccogliere. E la pagina si lascia violare dalle parole che prendono forma. Se la lingua è bianca? Il bianco, secondo una teoria in voga tra i pittori, è la somma di tutti gli altri colori, per cui, credo basta saperla leggere e &#8220;guardare&#8221;. L&#8217;energia, almeno per me, scaturisce quasi inconsapevolmente; difficilmente mi ritrovo a correggere quello che scrivo» (Bruno Mohorovich). «Il bianco non è un vuoto da riempire. È esso stesso segno di completezza. Certo, in un romanzo, è difficile da spiegare, ma se pensiamo ad altre forme d’arte, come la pittura, la musica, il bianco altro non è che una pausa, più o meno breve, fra due colori o fra due note, senza la quale la composizione perderebbe valore. Direi che, in un romanzo, il bianco sono i puntini di sospensione: hanno un prima e un dopo e non per questo sono il vuoto» (Domenico Carpagnano). «Il bianco è il mare su cui naviga la vela del pensiero Il motivo di ogni mia produzione, quasi come un monema di poche note, frulla nella testa in ogni istante, di notte e di giorno e deve diventare nero su bianco del foglio prima ancora che io possa capire e/o correggere qualsiasi cosa. Così può capitare anche che il pensiero non rispetti canoni linguistici tradizionali. Credo che ciò contribuisca a rendere il lettore più sensibile a recepire il messaggio profondo nella sua immediatezza espressiva» (Annamaria Massari). «Il bianco è la possibilità, è spazio, è il poter dar modo di insinuarsi fra le righe e poter veder scritto anche tutta un&#8217;altra storia, un&#8217;altra verità. Nel mio libro <em>A Nudo</em> vi è una poesia che si intitola <em>Punto</em> e che evoca proprio la paura della fine. Ho sempre preferito i tre puntini di sospensione, l’ancora tutto possibile» (Elisa Piana). «La letteratura mi insegna che i poeti maledetti avessero il terrore della &#8220;pagina bianca&#8221;, del non riuscire ad un certo punto, per motivi spesso inspiegabili o che venissero da un loro malessere interiore, a scrivere più. Personalmente non mi fa paura la pagina bianca, quando scrivo è soltanto perché si è in un certo senso accesa la lampadina ed il fluire delle parole viene da sé. Di conseguenza a volte saltano le regole ed i canoni linguistici, ma credo che questo possa far sembrare tutto più vero e quindi avvicinarsi di più al lettore» (Annalisa Baldinelli). «Più che dal bianco, il ritmo e l&#8217;energia vengono dati al testo dall&#8217;a capo. Mi riferisco, ovviamente, al testo poetico, ma anche alla chiusura di un paragrafo in un testo narrativo. Preferisco ridurre al minimo la punteggiatura, con ampio uso del bianco, in questo caso. Preferisco anche non chiudere mai un mio testo poetico con un punto; credo che le parole, specialmente l&#8217;ultima dell&#8217;ultimo verso, debbano continuare a risuonare nell&#8217;aria anche dopo che la lettura è terminata. E questa considerazione risponde anche alla seconda parte della domanda» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Unico attore sul proscenio della notte declamo all’insonnia, prezioso spettatore, il monologo di un tormento» (Bruno Mohorovich, Tempo al tempo, Bertoni Editore). «Ti ho autorizzato a sbirciare fra gli scritti di una vita. Mi rincuora l’idea di offrirti un’emozione. Mi inquieta avere esposto a sconosciuti pagine salvate negli anni, figlie di pensieri fragili, frutto di istanti di ispirazione (…)» (Giorgio Montanari, Finzioni di poesia, Bertoni Editore). Giorgio Montanari, in Finzioni di poesia, canta ‘l’ultima messinscena’, quando, calato il sipario, si torna alla propria solitudine pesante, si allontana la mente dal cordone ombelicale, e le luci all’orizzonte brillano più fioche. Se per fictio si intende l’abitudine di simulare, credete si finga, scrivendo? O pensate che ci si scriva, quando si reclama ‘una stanza tutta per sé’? Il lettore è lì, a guardarci scriverci?</strong></p>
<p>«Per me le “finzioni” (oltre alla citazione di Borges) sono state un pretesto per mantenere l’umiltà dell’esordiente. Molti autori, con la prima pubblicazione, “giocano” a scrivere. Per i bambini, però, giocare è un’attività seria e richiede impegno, dedizione e costanza» (Giorgio Montanari). «La solitudine è propria di chi scrive, del poeta in special modo. Quando scrivo, siamo soli io e la mia penna. Ed è proprio in virtù di questo essere soli che la finzione non ha ragione d&#8217;essere. Se dovessi fingere scrivendo, verrebbe meno il mio intento. Poesia ed anima sono una cosa sola; non potrei mai fingere. E questo la poesia non lo permette. Credo, invece, che con il romanzo sia diverso; ci si può nascondere dietro ad un personaggio anche rivelando parte di sé» (Bruno Mohorovich). «Normalmente si è portati a credere che, specie nei thriller, l’autore si metta seduto e cominci a inventarsi le sue storie. Le cose stanno diversamente. A parte pochissime eccezioni (in cui l’autore è stato capace di anticipare la realtà (penso a Orwell, Verne e pochi altri), gli scrittori attingono a piene mani da quella e i loro romanzi vengono considerati fiction solo per evitare guai. Non è un caso che sui libri si legga sempre che “non c’è alcun riferimento a persone o fatti reali”» (Domenico Carpagnano). «Scrivere poesia non è certo fingere o mistificare la realtà, quanto comunicare, mettersi a nudo, descrivere l’umano vivere ed il sentire che, per questo, è di tutti. La solitudine, che ci permette di conoscere meglio noi stessi ed il mondo, ci pone in sintonia con chi ci ascolta» (Annamaria Massari). «Non fingo, e non amo chi finge. Non amo chi bara e chi fa il doppio gioco. Lo trovo una gran perdita di tempo. Amo la lealtà con gli altri e con se stessi: in una mia poesia <em>Promesse e specchi</em> scrivo proprio a riguardo: &#8220;Ci sono promesse da mantenere e specchi in cui poter continuarsi a guardare”. Questo, credo, sia fondamentale» (Elisa Piana). «Correggerei la parola “finzione” con la semplice capacità di presentare un personaggio o una storia sotto molteplici punti di vista. Nella nostra quotidianità riuscire a vedere le cose sotto diversi punti di vista, ci permette di non leggere mai tutto ciò che ci accade solo in nero o in bianco. Nel mio scrivere ci sono io e chi mi conosce bene, dice che riesce a sentire anche il tono della mia voce nei dialoghi da me scritti. Credo che anche nella finzione sia inevitabile inserire lati di se stessi, è la natura di ognuno di noi che inesorabilmente viene fuori in qualche modo» (Annalisa Baldinelli). «Mi vengono in mente le parole di Pessoa: “Il poeta è un fingitore”. Ma la sua finzione è sempre quella di fingere un sentimento che avverte davvero, “il dolore che davvero sente”, né credo che uno scrittore potrebbe fare altrimenti. Non si scrivono poesie d&#8217;amore se non si è mai amato, per quanto si possa essere bravi “fingitori”. Credo anche che si scriva di sé, ma con l&#8217;intento di scrivere di altri» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Gabbiano vestito di luce quale precisa meta le tue piume conduce in questo cielo? L’anima sensitiva che spinge il tuo volo leggero segue le rotte oblique, ma io non so decifrare i messaggi dei muti tuoi passaggi nel volo e resto stupita a guardare un gabbiano che scrive nel cielo da solo» (Annamaria Massari, Parole in volo, Bertoni Editore). Si può essere fotografi che scrivono narrativa o poesia? Come dei moderni Palomar si può planare sulle cose dall’alto dei tetti della propria inventiva, immortalando momenti, stati d’animo, cose o persone? Quanto scarto c’è, fra realtà e finzione, quando si scrive?</strong></p>
<p>«Più che un fotografo, chi scrive (soprattutto poesie) potrebbe essere paragonato ad un pittore che, tramite il suo stile, dona la propria versione della realtà (…o della fantasia)» (Giorgio Montanari).</p>
<p>«Se non proprio fotografo, osservatore di quanto mi sta intorno sì; immagini che poi trasmuto metaforicamente imprimendo loro una vita che è la mia con tutto quello che ne consegue. Quando scrivo guardo a me stesso e nell&#8217;immortalare momenti e stati d&#8217;animo mi racconto; al lettore l&#8217;arduo compito di cogliere la frattura fra realtà e finzione; per quanto mi riguarda, no questa frattura non c&#8217;è: non riuscirei a scrivere poesia» (Bruno Mohorovich). «Le storie che s’intrecciano nei miei romanzi sono “reali”, nel senso che attengono a un vissuto, non certamente individuale, ma collettivo. Sono storie di molti in generale e di nessuno in particolare, che, mescolandosi fra loro, perdono la loro individualità, per cercare di offrire un messaggio. Ne <em>La verità comoda</em>, per esempio, le storie che racconto sono solo un pretesto per dire che talvolta il pregiudizio ci fa scegliere strade che mai avremmo percorso, perché non sempre è facile mettersi in discussione» (Domenico Carpagnano). «Non riscriverei e non riscrivo mai le mie poesie, perché ognuna di esse è frutto di ispirazione legata ad un momento o ad un’emozione o pensiero o sentimento. In quanto allo scarto poi tra realtà e finzione direi che non esiste finzione, quanto sogno, immaginazione. Attraverso la lettura e rilettura di tutte le mie espressioni riesco invece a riconoscere quello che sono e ricucio su di me un’identità che non conoscevo e di cui non ero consapevole. A volte il poeta è proprio lì, sulla linea di confine, sul bordo della vita e ha il coraggio di saltare proprio lì dove la vita e il destino stanno giocando amaramente con lui» (Annamaria Massari). «Fulmineamente, in copertina del mio <em>A Nudo</em> vi è una polaroid» (Elisa Piana). «Quanto scrivo, come mi ritrovo spesso a ripetere, è Terribilmente Vero e nasce dall&#8217; osservazione della realtà che mi circonda. Quale miglior obiettivo, palcoscenico, set cinematografico o ispirazione per scrivere è la realtà! Il mio Volevo Vendere Sogni nasce proprio da una mia concretissima esperienza di anni, dove niente è stato manipolato per conquistare il lettore, dove grazie all&#8217;ironia che mi contraddistingue, ho potuto presentare i diversi punti di vista dei personaggi e delle storie» (Annalisa Baldinelli). «Più che di finzione, parlerei di “trasfigurazione” della realtà. In questo modo lo scarto diminuisce, perché attingiamo in ogni caso dalla realtà per trasformarla in qualcosa che ne mantiene i contorni, ma assume altre valenze, altri significati. Cambiano il punto di vista, ma soprattutto la luce che si proietta sulla realtà, e che ne determina anche le ombre» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«’Se non lasci nulla dopo di te’ gli aveva detto quella volta la vedova ‘sei destinato a morire due volte. Sì, perché non si muore una volta sola, caro professore, ma due. Una, quando veniamo a mancare fisicamente, e l’altra quando di noi non si ricorderà più nessuno. Guardi me, per esempio. Io non ho più nessuno. Sa cosa significa? Che quando arriverà la mia ora, sarò morta due volte» (dal thriller di Domenico Carpagnaro, La verità comoda, Bertoni Editore). Il cadavere di una ragazzina ritrovato da una piccola rom nella discarica di Pietramelina, a Perugia. E il commissario Anselmi, responsabile della squadra omicidi della Questura di Perugia, che, quando nessuno si fa avanti per denunciare la scomparsa della vittima, dichiara il caso insoluto. Fino a quando fortuite circostanze gli consentono di identificare la vittima e di mettersi sulle tracce dell’assassino: «Pietro non ebbe alcun tentennamento. Accettò subito, sicuro com’era che quella sarebbe stata l’occasione buona per far venire alla luce la verità – questa volta quella ‘scomoda’ – sulla scomparsa di sua figlia (…)». Ciò che troviamo scritto è solo la parte visibile di una storia. La rotta che tracciamo non è detto che sia la migliore. Il percorso dalla A alla Z, la mappa, si traccia durante la prima stesura, ma si lascia fuori molto territorio. Riscrivereste le vostre opere sulla base della stessa mappatura, ma con un territorio diverso? </strong></p>
<p>«Sarebbe un esperimento interessante riscrivere una poesia già pubblicata. Sono certo il risultato sarebbe molto diverso – la scelta delle parole è frutto di una ricerca del momento, figlia di associazioni di idee uniche e fluire di pensieri irripetibili» (Giorgio Montanari). «Quando scrivo poesie lo faccio sulla base di un&#8217;ispirazione; un accadimento, una sensazione. Quello che esprimo con una poesia è quell&#8217;istante e solo quello. Pertanto la scrittura è&#8230; &#8220;casuale&#8221;, anche se già ho in mente una strada da seguire nel momento in cui dovrò assemblare il tutto. Scrivo una mia raccolta quasi fosse un romanzo, per cui sì, c&#8217;è una traccia, un percorso. <em>Storia d&#8217;amore</em> è il racconto di un amore che nasce e finisce; <em>Tempo al tempo</em> segue una parabola discendente/ascendente. Non ho mai stracciato o buttato via; qualche spostamento nel percorso per renderlo più omogeneo, a volte» (Bruno Mohorovich). «Io penso che per esprimere l’idea di romanzo che si ha in mente, il testo prodotto sia soltanto una delle mille variabili che l’autore ha a disposizione e che, quindi, per rappresentare la stessa idea, lo stesso concetto, può scriverne tanti altri di libri. Per quanto mi riguarda, non ho quasi mai una mappa da seguire. Ho un’idea, la percorro e la correggo <em>in itinere</em>, cosicché può capitarmi che il risultato finale sia molto diverso dalla bozza iniziale» (Domenico Carpagnano). «Le mie poesie sono il mio vissuto: sarebbe come chiedermi vorresti essere un&#8217;altra Elisa? Assolutamente no» (Elisa Piana). «I miei racconti hanno una relativa contestualizzazione, io credo che, nel mio caso, certe caratteristiche delle persone siano uguali indipendentemente dal territorio di riferimento. Ho fatto emergere vizi e virtù, punti di forza e di debolezza dell&#8217;animo umano e queste non hanno confini regionali» (Annalisa Baldinelli). «Credo che scrivere un testo, poetico o narrativo che sia, significhi delimitare il nostro campo narrativo, come accade nel cinema con l&#8217;inquadratura, che esclude gran parte del campo visivo. Rileggendo quello che ho pubblicato, mi soffermo spesso a pensare a quello che ho escluso, soprattutto se il testo poetico ha un carattere narrativo, e istintivamente mi trovo a riscrivere mentalmente quella storia, magari con gli stessi personaggi o anche, a volte, personaggi secondari lasciati “fuori campo” e che entrano in scena; spesse volte immagino anche una diversa ambientazione, altre voci narranti. Un testo, anche se pubblicato, non è mai definitivo» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Per qualche magra consolazione ha deciso di vendere i suoi sogni di rinunciare a qualunque opinione per ciò che resta dei suoi giorni / Lo chiamano uomo valigia puoi metterci dentro qualunque cosa veste sempre in giacca e camicia lascia ovunque la sua scia odorosa / Usa un profumo dozzinale comprato forse in un supermercato per lui la vita sembra sempre uguale come un triste peccato / L’uomo valigia chiusa potresti anche trovarci i tuoi segreti non c’è nessuno o niente che lo accusa e la sua casa non ha porte né pareti / Non serve a niente ricordargli che la vita va lasciata andare via che non può trattenerla oltre il suo tempo e non è sua né mia / L’uomo valigia aperta dai sogni sparsi tra mutande e calzini trascina sempre la sua vita incerta tra notti squallide e inutili mattini» (Sergio Tardetti, Ritratti di sconosciuti, Bertoni Editore). I personaggi, sconosciuti. Che aprono o chiudono la propria valigia, e permettono o meno all’autore di sbirciarci dentro. Intenti a sedersi al suo tavolo, a chiedere lui un caffè e a raccontarsi, come ha recentemente affermato Dacia Maraini. I vostri personaggi ne sanno più di voi? Loro che ci mettono la carne, mentre voi ‘solo’ la penna?</strong></p>
<p>«Scrivere talvolta è una terapia di autoanalisi dove i personaggi e le parole assumono una valenza terapeutica che permette di conoscersi e svelarsi» (Giorgio Montanari). «Scrivere è vivere, rivivere e&#8230; far vivere chi è entrato nella tua vita e te l&#8217;ha cambiata. Di chi parlo, lo immagino al mio fianco o mentre mi sta leggendo. Con la penna cerco di dipingerci, renderci visibili&#8230; solo noi» (Bruno Mohorovich). «I miei personaggi non ne sanno più di me, ma sono capaci, con le loro domande, a interrogarmi su chi sono veramente, consentendomi di tirare fuori anche cose che non sapevo di avere» (Domenico Carpagnano).</p>
<p>«A nudo è la risposta alle mie tante domande. È stato un guardarsi dentro, a volte anche doloroso. È stato un prendere consapevolezza, un urlare potendo stare muta. Il titolo di scorta rimasto in tasca era <em>Sputi d’anima</em>: credo renda l’idea» (Elisa Piana). «I personaggi dei miei racconti sono stati per me maestri di vita. Se sono la persona che sono diventata oggi, lo devo a loro che mi hanno dato la possibilità di affrontare la vita con un altro occhio. La molteplicità di vite, di storie, di persone con cui sono venuta a contatto, mi ha permesso di avere la mente sempre aperta e di guardare agli imprevisti positivi o negativi della vita, di cui tutti siamo prima o poi destinatari, con un diverso approccio. È un valore che non ha prezzo!» (Annalisa Baldinelli). «Chi scrive di un personaggio ci mette sia la penna che la carne, almeno una parte della sua carne. Il resto capita di prenderlo in prestito da un&#8217;immagine intravista fugacemente, mentre attraversava la scena, il nostro campo visivo. Facendo riferimento ai miei personaggi, in particolare, Holly Rose è nata dal ricordo di una cameriera di una steakhouse, nel mio viaggio in America, Xavier me lo porto dietro incollato come un&#8217;ombra da una mia visita a Toledo, Carmen da uno spettacolo lirico a cui ho assistito anni fa a Norcia. Tutti nascono da un&#8217;impressione raccolta di passaggio. Che ci si possa sedere per un caffè e ascoltarli mentre si raccontano è il mio sogno segreto. Ma non è accaduto, per questo ho immaginato per loro delle esistenze» (Sergio Tardetti).</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/poesia-e-narrativa-un-prisma-a-piu-voci/">Poesia e narrativa: un prisma a più voci</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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		<title>‘Un divertito burattinaio’ e l’isola narrativa di Hiroi Kata</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jul 2018 09:21:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bertoni Editore]]></category>
		<category><![CDATA[Hiroi Kata]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Tarek Komin]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «1984 – L’isola di Hiroi Kata spuntava come un’unghia dalla carne del mare, in quell’alba biancastra, lanosa. Sulla spiaggia un uomo, Ethan, che inerme ne aveva tagliato lo sporco candore, confuso con la spuma delle onde, ora più calme. Di quella traversata, l’uomo, ancora privo di coscienza, recava sulla pelle tatuaggi di sabbia scura, orme bagnate che sulle guance, insieme alle malferme pennellate della sua barba irregolare, disegnavano un arazzo inintelligibile. Esisteva, in fondo, una certa coerenza in quell’indecifrabilità, anche lì, sulle rive sconosciute di un’isola dispersa nel Pacifico, in quelle che parevano essere le ultime battute di una deriva durata quarant’anni (…)». Se in una descrizione si è soliti ‘dipingere con le parole’, il lettore deve essere messo nelle condizioni di vedere nel testo un’immagine, di visualizzare una scena. In fondo, si descrive quando si è ancora immersi nella fase astrattiva, quando si lavora (anche) a delle digressioni che si rendono necessarie per potenziare l’immaginazione nel lettore. La scrittura, allora, si fa come una sorta di telecamera, di binocolo che stringe il suo obbiettivo su dettagli funzionali a mettere in moto l’ingranaggio narrativo. E il narratore diventa una sorta di fotografo che scrive narrativa. È ciò che accade nell’incipit (e non solo) dell’ultimo romanzo di Tarek Komin, scrittore toscano, laureato in ‘Studi Storici DemoEtnoAntropologici’ e premiato in numerosi concorsi, con all’attivo tre romanzi, <em>Moon </em>(ilmiolibro, 2008), <em>Emilio Seminci e i giorni dell’Umanesimo</em> (Watson Edizioni, 2015) e, appunto, <em>Hiroi Kata</em> (Bertoni Editore, 2017), una raccolta di racconti, <em>Il dedalo del sottosuolo</em> (Edizioni Tracce, 2012) e due di poesie, <em>Disperdersi</em> (L’Autore Libri, 2010) e <em>Il nido delle tasche</em> (AUGH! Edizioni, 2017).</p>
<p>La lingua è uno spazio: come si può modificare il paesaggio di un testo? Aumentarne lo spazio aggiunge qualcosa o si risolve in un preziosismo fine a se stesso? Come riscrivere una storia, ricorrendo allo stesso territorio, ma a una mappa diversa? Ne abbiamo parlato con Tarek Komin a proposito del suo ultimo romanzo, <em>Hiroi Kata</em>, edito per i tipi di Bertoni Editore nel dicembre dello scorso anno.</p>
<p><strong>Da <em>Emilio Seminci e i giorni dell’Umanesimo</em> a <em>Hiroi Kata</em>: al di là dei titoli, elementi paratestuali che orientano (o disorientano?) la lettura, se dovessi individuare un filo rosso conduttore che lega questi due romanzi – ammesso che esista –, cosa potresti dire? </strong></p>
<p>«Dopo <em>Emilio</em>, un romanzo corale, denso di personaggi ed intreccio narrativo, di percorsi di vita, palese o celata, nel senso che ognuno degli abitanti della città di Grama, dove è ambientata la vicenda, ha una doppia vita da condurre, ho sentito l’esigenza di cambiare; di uscire dalla provincia italiana per concentrarmi su una storia dal respiro più internazionale, collocandola in punti diversi del tempo, certo, ma assottigliando il numero di vite da seguire, forse per caratterizzare con ancor maggior vigore i miei personaggi. Da nove giorni all’interno della stessa cittadina a un ventaglio ben più ampio di anni sull’isola di Hiroi Kata che fa da sfondo ai percorsi esistenziali dei protagonisti. Volevo scrivere un romanzo più intimo e meno “dispersivo” anche in questo senso, che delineasse nel tempo la struttura e lo sviluppo dei rapporti umani tra i vari personaggi. Il filo conduttore che forse può esserci, continuando a ragionare sui personaggi, è il mio ruolo da “divertito burattinaio” nel senso che nel dare voce e corpo a certe vicende umane arriva il punto in cui non riesco a fare a meno di sorprendermi e di divertirmi io stesso, appunto, nel muovere sulla carta le vite dei protagonisti che ho creato, che finiscano in scontri o incontri, che si trovino tra mura medievali o sulle sponde di un’isola sconosciuta».</p>
<p><strong>Da lettrice, credo che uno dei punti di forza della tua prosa sia proprio questo: la significanza e l’importanza attribuite ai dettagli che muovono l’ingranaggio narrativo. Dettagli visti dal buco della serratura, a volte, oppure volutamente ingigantiti e deformati, con un uso sapiente delle metafore, mai azzerate con dei cliché. È questa, mi pare, una delle tue cifre stilistiche. Ti consideri un fotografo che scrive narrativa? </strong></p>
<p>«Bella domanda. Sicuramente mi diverte e forse mi viene anche abbastanza naturale “ragionare per immagini” quando penso alle scene che devo scrivere. L’importante forse è proprio non sbagliare l’inquadratura, rispettare il punto di vista del personaggio ma anche del lettore stesso che, a mio pari, è fondamentale avverta una certa coerenza in ciò che sta leggendo/vedendo. Il dettaglio mi piace molto ma in base a ciò che devo scrivere è necessario che ne dosi la presenza nel testo e sicuramente anche una pennellata di parole, quasi lasciate cadere con noncuranza sulla carta, tese a formare una metafora magari insolita è un mio modo di approcciarmi. Mi piacciono accostamenti inconsueti che spiazzino il lettore, mi piace una certa provocazione non fine a se stessa, ma fondamentale è la misura e l’utilizzo di queste figure perché a volte si rischia di affossare il ritmo della narrazione o di perdere per strada l’attenzione».</p>
<p><strong>Analizzando i tuoi due romanzi, si individuano degli aspetti comuni: la costante migrazione dei personaggi dal testo letterario al testo filmico e musicale, la partitura polifonica dell’opera, la copertina come porta d’accesso al libro, un parterre di protagonisti e di non-protagonisti di sveviana memoria, il tema del forestiero (anche in casa propria) e di luogo-non luogo surreale, l’apparenza mescolata alla realtà (a tal punto da non trovare il bandolo della matassa di un doppiogioco che di regole ne osserva ben poche), le descrizioni alla Nabokov, Calvino, Kafka, Svevo, un relativismo di fondo, una mescolanza dei piani dell’espressione artistica, il divertissement nella ricerca di sostantivi e aggettivi di uso quotidiano che diventano inconsueti negli accostamenti e l’ironia come lente deformante avversa alla ricercatezza fine a se stessa. Ti ritrovi in questo ritratto? Quali altri <em>topics</em> potresti aggiungere?</strong></p>
<p>«Sì. Direi che è un’analisi nella quale rivedo questi miei due ultimi romanzi e della quale ti ringrazio perché la ritengo molto lusinghiera, anche solo per gli accostamenti con questi giganti della letteratura. Quando ho iniziato a scrivere Hiroi Kata mi sono messo nell’ottica di costruire una storia totalmente diversa da Emilio, forse più sperimentale, certamente più matura. Ma gli aspetti che hai citato, sia alcuni tematici che altri meramente stilistici, forse mi sono rimasti incagliati tra i polpastrelli o sulla tastiera del pc e inevitabilmente sono scivolati nel nuovo lavoro. In fin dei conti questo mi fa più piacere del previsto perché può significare che pur considerando Hiroi Kata un passo avanti nel mio percorso e nel mio rapporto con la scrittura esistono alcuni aspetti che da sempre, forse anche dai lavori che precedono Emilio, sono positivamente costitutivi della mia “identità” di scrittore».</p>
<p><strong>Sei anche un poeta, oltre che un narratore: scrivere è, per te, tradurre in parole emozioni primarie ed elaborazioni cerebrali? Una parola può diventare ‘un’isola’ in un solo verso?</strong></p>
<p>«Ho all’attivo due raccolte di poesie “Disperdersi” (MEF-L’Autore Libri 2010) e “Il Nido delle Tasche” (AUGH! Edizioni 2017), oltre una terza appena completata. Sono lavori che ritengo profondamente diversi ma come i romanzi considero estremamente “veri”, forse più vicini e attaccati a me perché con una quantità minore di filtri (o dovrei dire parole?).  Con la poesia ho un rapporto più istintivo ma sicuramente altrettanto cerebrale. L’emozione si traduce in immagine o in parola passando dalla mia parte più razionale in modo molto immediato e senza sforzi, forse per abitudine o per carattere, non saprei. Se da un lato questo aspetto può per me costituirsi come una sorta di scudo, un distacco necessario per poter liberamente scrivere di emozioni più intime, dall’altro ritengo che non sia un passaggio che faccia perdere alla parola peso o empatia con il primario sentire che l’ha generata.  Nel “Nido delle Tasche” sono andato maggiormente verso la direzione dell’isola cui facevi riferimento. Se la parola scelta, come spero, è quella “giusta” forse un certo isolamento non può che esserle salutare. In altri casi, perché no, forse la parola più importante può celarsi nell’ironia di un verso e allora il lettore può sentirsi sfidato in una stimolante ricerca. La prossima raccolta, a mio parere, sarà davvero innovativa e sperimentale. Sicuramente avrà un’organicità davvero caratterizzante, ma non posso svelare altro per il momento. Resta il fatto, come spesso ripeto, che Nanni Moretti aveva ragione: le parole sono importanti perché chi parla male, pensa male e vive male. Speriamo non sia questo il caso».</p>
<p><strong>Parlando di ‘isole’, il riferimento non può che essere a Hiroi Kata: nel 1984 Ethan si risveglia dopo un naufragio sull’isola di Hiroi Kata, nel Pacifico. Una deriva personale, di cui si scoprono i primi ricordi: un padre assente, la morte della madre dopo la nascita del fratello Kenneth, la guerra in Vietnam, a seguito della quale Kenneth torna a casa muto, cinico, freddo. Quanto la dimensione psicologica è stata condizionata dagli accadimenti storici e dal determinismo ambientale? </strong></p>
<p>«In una storia del genere, che viene intrisa, volutamente imbevuta di tanti accadimenti storici è inevitabile che essi influenzino gli aspetti piscologici dei personaggi. Alla fine del romanzo può essere divertente interrogarsi su queste dinamiche: se Kenneth non fosse partito? Se fossero partiti entrambi? Oppure, tornando indietro, se la madre non fosse morta ci sarebbe stata lo stesso una frattura tra i due fratelli? È indubbiamente una forma di analisi che fa riflettere, si entra in un circolo in cui le scelte più forti di alcuni personaggi modificano, come in un domino, gli eventi al punto da far cambiare le scelte degli altri, più o meno consapevolmente. E questo genera altri eventi (o dà loro nuova forma). Eventi che sono quindi allo stesso tempo da sfondo e protagonisti. Può essere un loop che in questa storia è sempre esistito, sin da prima del momento in cui inizio a raccontarla e che forse traccerà i suoi cerchi concentrici anche dopo l’epilogo».</p>
<p><strong>Ti muovi, come un funambolo, su continui flashback: nel 1974, ad esempio, il rapporto fra Ethan e Kenneth si interrompe in modo traumatico, con la Guerra Fredda che si insinua nella loro vita e i luoghi che sono <em>loci </em>della memoria, intrisi di fantasmi, traumi, ricordi. Quanto la storia non evenemenziale agisce su quella evenemenziale in questo romanzo? </strong></p>
<p>«Credo che una particolarità di Hiroi Kata sia questa danza di flashback nella storia e nella memoria. Il piano della storia in senso generale, ampia, definita politicamente dai blocchi monolitici, USA-URSS della Guerra Fredda gioca con quello degli avvenimenti legati agli episodi di vita dei personaggi, aiutato da piccoli paragrafi, questi salti, come scatole temporali che non sono asettiche ma che sono pezzi di un mosaico più grande che il lettore stesso può divertirsi a ricostruire. Questo aspetto risulta semplicissimo nello scorrere della lettura, diventa forse paradossalmente meno leggero cercare di spiegarlo. È molto affascinante ritrovare analogie tra le divisioni geopolitiche e il rapporto complicato tra i due fratelli, Ethan e Kenneth, protagonisti del romanzo. Ci sono allora forse dei muri e delle separazioni che stanno insieme per essenza divisiva, o forse a volte per necessario contrappunto, ma che possono crollare al minimo sussulto di intima umanità. Penso che per certi versi la storia sia molto attuale, che l’invito implicito tra le pagine sia quella ricerca, seppur complicata, del perdono e il tendere ad esso; volontà di ricerca la cui eco travalica il rapporto tra Ethan e Kenneth per risuonare ancora tra i nostri pensieri una vota chiuso il libro. Forse mai come in questo momento storico occorre ripensare al concetto di perdono, da sempre accostato al divino, avvicinandolo a noi, come stimolo per farci sentire tutti un po’ più umani. Concludo dicendo, come spesso ormai mi capita, che sono consapevole della difficoltà di scrivere un romanzo sul perdono, per questo spero che, qualora non ci fossi riuscito, vorrete perdonarmi. Grazie per la stimolante intervista».</p>
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		<title>‘Cercando Dacia Maraini’</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Dec 2017 16:24:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Dacia Maraini]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>«Di solito, sono i personaggi a bussare alla mia porta, chiedendomi di poter entrare. Si siedono, mi chiedono un caffè, e mi raccontano la loro storia, pirandellianamente. Io li ascolto. Ne sanno più di me. Perché, a differenza mia, a differenza della mia penna, loro ci mettono la carne. Interrogo quei personaggi. Ma quasi mai ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Di solito, sono i personaggi a bussare alla mia porta, chiedendomi di poter entrare. Si siedono, mi chiedono un caffè, e mi raccontano la loro storia, pirandellianamente. Io li ascolto. Ne sanno più di me. Perché, a differenza mia, a differenza della mia penna, loro ci mettono la carne. Interrogo quei personaggi. Ma quasi mai so come andrà a finire una storia». È Dacia Maraini, a raccontarsi. In una fredda mattina perugina, ventosa. Nella sala Muro Etrusco di Umbrò, il 9 dicembre 2017, a inaugurazione dei cicli seminariali promossi da ‘Umbrò Cultura’, e con la partecipazione di Maria Borio, curatrice della sezione ‘poesia’ di «Nuovi Argomenti» e fra i fondatori del progetto ‘Umbria Poesia’, e di Simone Casini, ricercatore di Letteratura Italiana all’Università degli Studi di Perugia, che hanno fittamente dialogato con una delle figure della letteratura e della cultura più eclettiche del nostro Paese, e non solo. Interrogandosi sull’esperienza di straordinaria ricchezza di questa scrittrice, sul significato di ‘scelta responsabile’, anche alla luce dela condizione femminile, tratteggiata nel romanzo <em>La lunga vita di Marianna Ucrìa</em> (Rizzoli, 1990), in <em>Elogio di una disobbedienza</em> (Rizzoli, 2013), nell’esempio delle figure autobiografiche come la madre della scrittrice, Topazia Alliata (<em>La nave per Kobe. Diari giapponesi di mia madre</em>, Rizzoli, 2001), e nell’ultima fatica letteraria, <em>Tre donne. Una storia d’amore e disamore</em>, editata da Rizzoli quest’anno, attraverso la problematizzazione, in quest’ultimo caso, della parte psicologica dell’amore nella donna, lungo il percorso che dall’adolescenza la conduce all’anzianità, rompendo ogni barriera convenzionale e culturale. Non solo ‘una scelta responsabile’, dunque, ma ‘una narrativa responsabile’. Che sa raccontare, con veemenza e incisione, dei problemi relativi agli assetti chiusi di certi sistemi culturali, dell’idea di progresso intersecata con quella di comunità sociale. Che sa condannare la violenza. Tutt’altro che meramente ‘femminista’, e anzi sfuggevole nei confronti di qualsivoglia etichetta, la scrittura di Dacia Maraini si è scelta, nel corso degli anni (il riferimento è agli anni Sessanta e Settanta), un posto ulteriore. Non più un femminismo storico, allora, non più una riflessione ideologica e di lotta, ma civile, coscienziosa, valoriale, comunitaria, senza filtri utopici. Per Un filo rosso conduttore, che riallaccia le storie delle donne raccontate dalla Maraini con quelle di altre autrici, come Elsa Morante e Natalia Ginzburg, fino a riannodare le fila dei testi trascritti (o, per meglio dire) dettati dalle mistiche dei secoli scorsi. Testi di una rara bellezza. Obliati nei fondi antichi delle biblioteche, o degli archivi.</p>
<p>A dialogare con Dacia Maraini sui libri legati al Giappone e sul romanzo <em>Tre donne. Una storia d’amore e di disamore</em>, è stato Simone Casini dell’Università degli Studi di Perugia, che ha definito quest’ultima prova letteraria «un romanzo limpido, in cui si tratteggiano i profili di tre caratteri differenti, di tre sensibilità diverse, di tre generazioni a confronto. Una storia condotta con sapienza. Un finale, che si risolve in un crescendo di intensità. In cui i personaggi vengono osservati». «Di solito sono i personaggi a bussare alla mia porta», è stata la risposta della scrittrice, che ha affermato di ‘saperne di meno’, di porsi in una condizione di ascolto. «In effetti – ha proseguito – si tratta di tre donne diverse. Una somiglia alla goldoniana Mirandolina. Un’altra è un’intellettuale, che sta traducendo una versione di <em>Madame Bovary</em> (e che sta, forse, ‘Cercando Emma’, n.d.r.). Una ragazza di 17 anni, che non ha una coscienza sociale molto sviluppata. Si fa tatuare un drago sulla schiena e si lancia ‘in amori barbari’, perché è convinta che l’amore coincida con un momento. La mia ‘scommessa letteraria’, se così la posso definire, è stata quella di trovare tre registri narrativi diversi, cui far corrispondere tre caratteri, tre profili femminili distinti. Ad ogni carattere corrisponde un linguaggio. Le storie si raccontano da sole. Ogni semplificazione credo coincida con la riduzione di una realtà complessa: ecco, lo scrittore deve rifuggire da ogni sorta di semplificazione».</p>
<p>Dopo questa prima introduzione, Maria Borio ha dirottato l’asse del discorso verso «una disamina realistica della condizione femminile di oggi: il femminismo diventa qualcos’altro, proprio in relazione a questi caratteri». «Il femminismo legato all’ideologia e all’utopia – ha prontamente commentato Dacia Maraini – non esiste più. Perché le stesse ideologia ed utopia sono morte. Non userei più il termine ‘femminismo’. Le ragazze, oggi, detestano questa parola, anche se poi, nei fatti, sono più femministe di me (ride, n.d.r.)! Ci sono state conquiste legali, nel frattempo. Il cambiamento del diritto di famiglia, il diritto d’onore, il principio di parità. Quando si butta giù un’ideologia, ne andrebbe creata un’altra. Non bisognerebbe lasciare tutto al caos, al caso, senza una nuova struttura. I divorzi, lo status di famiglia allargata hanno fatto sì che il concetto stesso di famiglia si fondasse su nuovi diritti. Si pensi alle famiglie con genitori dello stesso sesso. Meglio lasciar perdere la parola ‘femminismo’, in favore di un nuovo concetto di ‘convivenza civile’, di partecipazione gratuita al bene comune. Si pensi al volontariato, ad esempio, e non solo a quello cattolico».</p>
<p>«Nella tua opera – è stato il commento di Simone Casini – fai leva sulla realtà contemporanea, sulla denuncia delle ingiustizie. La funzione della letteratura, allora, pare essere quella di riportare alla luce un rimosso, di riscoprire un silenzio, sul quale gettare luce&#8230;». «La scrittura per me – ha affermato Maraini – è legata a un processo di memoria. Se la merce non deve avere memoria, per me è un atto di resistenza lavorare sulla memoria, privata e collettiva, in un rapporto dialettico. Dobbiamo tirare fuori dalla memoria un non-detto. Si pensi alle scritture delle mistiche: i conventi conservano queste memorie, che non sono andate distrutte, nonostante la Chiesa si sia scagliata contro queste tipologie testuali, molto ‘sensuali’. I laici? Le stanno prendendo in considerazione solo ora. E ancora in modo marginale. Le mistiche dettavano le proprie lettere (lettere sapienti, indirizzate a Dio) agli amanuensi. Chiara d’Assisi ha scritto tre lettere, pubblicate da Adelphi: lettere molto colte, che sottendono una cultura d’avanguardia. Il Medioevo non rappresenta un blocco unico. Ci sono stati momenti di scontri, anche interni alla Chiesa, fra chi voleva storicizzare le parole delle Sacre Scritture e chi no. Un po’ quello che avviene, oggi, con il Corano».</p>
<p>«La tua riflessione sulla memoria – ha proseguito Maria Borio – si ricollega a quella sull’uso del romanzo storico (il riferimento è alla <em>Lunga vita di Marianna Ucrìa</em>), che si struttura su due piani: uno canonico ed uno più intimo, senza tempo». «Nel romanzo storico ci sono le nostre visioni. Non c’è niente di storico. Abbiamo modo di sviluppare la memoria. Senza trascrivere un’epoca. Il passato è difficile da interpretare. Viene inevitabilmente rivisitato con la nostre mentalità, con la nostra sensibilità di oggi, che sono diverse da quelle dell’epoca storica trattata. Non possono esserci delle verità assolute, ma solo delle interpretazioni. L’umiliazione credo crei rabbia e violenza. Penso ai giovani, e all’assenza di lavoro. Al senso di frustrazione che questo ingenera, all’odio verso sé e verso gli altri. Questo senso di frustrazione e di odio verso sé e verso gli altri si pone, a mio avviso, alla base del terrorismo».</p>
<p>«C’è anche una paura dell’altrove, perché non lo si conosce. Oggi ci sono nuove paure: cos’è successo nel frattempo?» è stata la domanda di Simone Casini. «Ho viaggiato sin da piccolissima – ha risposto Dacia Maraini –: sono stata in Giappone, ad esempio. L’altrove non è il luogo dell’esotismo, lo si può conoscere. La crisi economica ha portato ad un impoverimento della popolazione. Ma l’allarme, prima ancora che di matrice economica, è di matrice identitaria. Le identità si sovrappongono. Non si identificano con la bandiera. Se c’è una cosa totalmente irrazionale è la politica. E le paure sono, oggi, nuove paure. Ho conosciuto l’Africa durante i miei viaggi con Moravia e Pasolini. Ci sono tornata di recente: è un’Africa del tutto diversa. L’Africa mia, di Alberto e Pierpaolo era un continente povero, ma vitale, libero. Sono stata qualche anno fa in Kenya, dove ho conosciuto delle donne che protestavano contro l’uso dei bambini-soldato. Poi mi sono diretta in Nigeria, dove non ho più trovato quei mercati gestiti da donne, tanto attivi negli anni Sessanta. Ora le donne strisciano lungo i muri, coperte di nero. La Siria? Prima della guerra era bellissima. Vi convivevano cinque o sei religioni diverse. Tutto ciò non è atavico: è una novità, introdotta dal fanatismo religioso».</p>
<p>«La letteratura può svolgere una funzione etica, in questa direzione? Così come il discorso sul sistema dell’informazione, che presenta tante falle&#8230;» è stata l’osservazione di Borio. «L’irrazionalità è la realtà del momento – ha detto Maraini –. Gli intellettuali hanno il compito di recuperare la memoria, attraverso la testimonianza. Chi scrive non cambia il mondo, ma dà consapevolezza. Resuscita le responsabilità. Il mercato editoriale si sta espandendo nel senso del consumo. Ma il libro è un oggetto artigianale, non una bottiglietta d’acqua minerale! Entra nel mercato, questo è vero, ma non dev’essere trattato come quella bottiglietta. Secondo questa logica, il libro si prende, si fa e si butta via. Si pensi ai libri al macero. Per me il libro è un oggetto di artigianato. Riproducibile, ma non un oggetto di consumo. Così, si fa un danno alla vera scrittura, ai giovani scrittori che non hanno tempo di farsi conoscere, alla piccola editoria, che non ha accesso alla distribuzione».</p>
<p>«Quali sono, allora, i libri che durano, gli autori che contano?» ha domandato Simone Casini alla Maraini. «Gli autori che contano sono quelli che durano. Che sanno donare emozioni estetiche e narrative. La letteratura è piena di cimiteri, di scrittori che muoiono, perché non hanno niente da dire. Cervantes desiderava scrivere qualcosa contro il romanzo cavalleresco! Ha toccato uno stereotipo, tanto che l’espressione ‘situazione donchisciottesca’ è diventata proverbiale. Ci sono nuove modalità di scrittura, nel panorama letterario contemporaneo. La rivista «Nuovi Argomenti»  fondata nel 1953 da Carocci e Moravia è aperta ai giovani scrittori. Oggi tutto passa attraverso lo schermo. Però stanno tornando anche i gruppi di lettura, che nascono dal desiderio di confrontarsi attorno ai libri. Il paradosso è che la tecnologia facilita gli incontri, anche se si è, di fatto, soli. Una solitudine nuova, di fronte allo schermo. Ma noi siamo ‘esseri sociali’, che cercano occasioni in cui ci si incontra, anche per discutere di letteratura. Il mio primo libro, <em>Pinocchio</em>, mi è stato raccontato da una ‘persona-libro’, mia madre, quando avevo 7 anni. Nella realtà dei campi di concentramento, la letteratura diventa un modo per uscire. <em>Pinocchio</em> è un libro per adulti. Lo si può leggere in 100 modi diversi, ed è scritto in un italiano bellissimo. L’idea di farsi un figlio da solo è all’avanguardia. Mastro Geppetto ama così tanto questo figlio di legno, che lo trasforma in un bambino in carne ed ossa».</p>
<p>Un individuo in carne ed ossa, che bussa alla porta della scrittrice. Chiedendole un caffè, raccontandole la sua storia. Insieme a quella di tanti altri personaggi, inseriti in una collettività, secondo lo schema di una convivenza civile. Forse il binomio cultura e comunità ha molte più potenzialità di quelle che sono state sinora analizzate. La testimonianza di Dacia Maraini, di questa ‘donna-libro’, getta una luce chiarificatrice ed illuminata su questo concetto, e su quello, stringente e attualissimo, di ‘fare’ e ‘pensare’ politica, oggi.</p>
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		<title>‘Fuori non c’è nessuno’. Tranne che ‘I giorni della nepente’</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Mar 2017 14:48:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Margini dimenticati. Un paesaggio, e dei dormitori, industriali e suburbani. Un incrocio di appartamenti, e solitudini. E poi la storia di Greta, trapiantata a Piana Tirrenica quando aveva nove anni, con la famiglia, che viene dal Sud, come lei. Un incrocio di appartamenti, e solitudini, ancora, fin quando Greta conosce Michela, e, tra le due, nasce una relazione intrisa di amore e di amicizia, di cicatrici e ricordi, di ferite e frammenti, che si ricompongono in grandi spazi desolati.</p>
<p>Una domenica di settembre, apparentemente normale, come tante altre, eppure maledetta: un tossico uccide una pensionata nel tentativo di scipparla. Il figlio della donna insegue e massacra lo scippatore. Un coro si leva sul web, sui giornali, in TV, a vociferare sugli attori della storia: il Profeta, il tossicodipendente, il professore precario, la ragazza incinta che va in cerca di redenzione, il giornalista. La città – un luogo-non luogo che nel circo mediatico diviene una Tebe moderna, una città ideale privata dei toponimi che la connotano – diviene, per un certo tipo di informazione spettacolarizzante, ‘la capitale della violenza’, della droga, delle passioni &#8216;con cui l’uomo si acceca per sfuggire all’angoscia&#8217;. Passioni che non sono molto diverse dai succhi profumati sprigionati da una pianta carnivora, la nepente, che si nutre di insetti. Insetti come corpi posti in traiettoria casuale, sui quali ‘tuona’ l’unica voce posta fuori dal coro: quella del Profeta, altisonante, solenne, aulica, in un costante passaggio dallo straniamento, al simbolico, al sublime.</p>
<p>I proprietari della libreria Mannaggia – Libri da un altro mondo, sita in via Cartolari, a Perugia – Francesca Chiappalone e Carlo Sperduti – presenteranno, venerdì 17 marzo, alle 18, Claudia Bruno – redattrice e web editor, classe 1984, con all’attivo racconti editi in Flanerí, Abbiamo le prove, Colla, Pastrengo, Cadillac, Costola, Il Paradiso degli Orchi, Premio Treccani Web –, che, a sua volta, presenterà Matteo Pascoletti – dottore in Italianistica e scrittore umbro, che lavora nella comunicazione online, collabora al ‘Festival Internazionale del Giornalismo’ e scrive sul blog collettivo ‘Valigia Blu’ (ha pubblicato il racconto <em>Dizionario_del_diavolo_net</em> nell’antologia ‘Rien ne va plus’ e <em>Ho ucciso l’Anticristo</em> sulla ‘Nazione Indiana’) –, che presenterà Claudia Bruno, che presenterà&#8230;</p>
<p>Una doppia presentazione, basata sul formato ‘intervista doppia’, questa di Claudia Bruno e Matteo Pascoletti, che si interrogheranno a vicenda sui loro romanzi d’esordio, rispettivamente, <em>Fuori non c’è nessuno</em> e <em>I giorni della nepente</em>, entrambi pubblicati dalla casa editrice Effequ, fondata a Orbetello (Grosseto), il 5 maggio del 1995, quando il direttore, Fernando Quatraro, raccontava con umiltà il territorio, la Maremma e la Toscana, per poi allargare il proprio sguardo ad un paesaggio ideale e concettuale più esteso, inanellato in quattro collane di narrativa: ‘Saggi pop’, ‘Dodicidiciannove’, ‘Ricettacoli’ e ‘Illustri’.</p>
<p>Mannaggia, che presenta Claudia Bruno, che presenta Matteo Pascoletti, che presenta, appunto, Effequ.</p>
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