sabato, 7 dicembre 2019 Ultimo aggiornamento il 3 dicembre 2019 alle ore 12:49

Tra assenze e presenze: ‘il gioco della scrittura’

'Scrittura e assenza. La scienza del libro tra ermeneutica e digital humanities' è stato il titolo prescelto per l'incontro dottorale che si è tenuto, il 30 aprile scorso, all'Università per Stranieri di Perugia

 
Tra assenze e presenze: ‘il gioco della scrittura’
Perugia.  Lontananza di una persona (o di una cosa) dal luogo ove dovrebbe trovarsi. Privazione. Mancanza. Sono tutte forme sinonimiche per designare l’assenza. Un concetto, questo, che può essere declinato da molteplici punti di vista: dalla storia del libro all’ermeneutica, dalle digital humanities alle teorie della ricezione, passando per la materialità del supporto e per gli itinerari paratestuali. Assenza come evento dell’assente operato dalla scrittura. Assenza come mancanza del contesto originario con riferimento ai fogli di pergamena riutilizzati per farne delle coperte di libri. Assenza come mancanza di interpretazioni univoche nei racconti del mito della signora del labirinto, Arianna. Assenza come mancata interpretazione delle testimonianze esposte medievali dei luoghi di pellegrinaggio in Umbria. Ma l’assenza può essere anche comunicata. Spazio, allora, agli appunti sul canone letterario contemporaneo, al binomio narrazione-complessità sondato dagli studi e dalle riflessioni che, da Gödel, conducono sino a Calvino, al senso etico della scrittura in Emmanuel Lévinas, alla narrazione del silenzio nell’opera di Albert Camus, e, infine, alla scrittura come ontologia del vuoto nel primo racconto di Natalia Ginzburg.

Il binomio scrittura-assenza è stato omaggiato, il 30 aprile scorso, a partire dalle 15.00, in una gremita sala Goldoni di Palazzo Gallenga, nell’alveo di un incontro dottorale dal titolo ‘Scrittura e assenza. La scienza del libro tra ermeneutica e digital humanities’, al quale hanno preso parte dottori di ricerca e dottorandi dell’indirizzo in Scienza del libro e della scrittura dell’Università per Stranieri di Perugia ed una dottoranda in Filosofia teorica dell’Università degli Studi di Macerata. I dottori di ricerca e i dottorandi sono stati coordinati dalla professoressa Giovanna Zaganelli – Direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia e Coordinatore del Dottorato in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dello stesso Ateneo – e dal professor Andrea Capaccioni – Docente di Biblioteconomia all’Università degli Studi di Perugia –.

‘Mi pregio di introdurre questa giornata dedicata alla scrittura, in qualità, anzitutto, di Coordinatore del Dottorato di ricerca in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dell’Università per Stranieri di Perugia – ha esordito la professoressa Giovanna Zaganelli, introducendo il lavoro dei dottori di ricerca e dei dottorandi presenti –. L’indirizzo in Scienza del libro e della scrittura, che ho il piacere e l’onore di coordinare, ha dato ‘il là’ a questa giornata di studi. Quando i giovani studiosi mi proposero di approfondire il tema dell’assenza, non nascondo che restai un po’ perplessa. Ma, riflettendoci, pensai che, in effetti, l’assenza è un qualcosa che identifica il nostro mondo culturale, sociale, politico. L’assenza è da intendersi come non-presenza, ma anche come smaterializzazione del documento, come assenza di parola, di scrittura, di testi, di narrazioni. I dottori di ricerca e i dottorandi hanno sintetizzato tutto questo e sintetizzare è l’operazione più difficile che esista’. La professoressa Zaganelli ha, poi, colto l’occasione, nel salutare il dottor Antonello Lamanna, editor della University Press dell’Università per Stranieri di Perugia e direttore responsabile della rivista di Scienze Umane e Sociali «Gentes» dello stesso Ateneo, per presentare la pubblicazione, nei «Quaderni del Dottorato», della tesi dottorale del dottor Luca Guerra, uno dei moderatori dell’incontro, tesi dal titolo: Le prestazioni biopolitiche della scrittura.

‘Da parte mia, vorrei focalizzare l’attenzione sul sottotitolo scelto per questo incontro dottorale: La scienza del libro tra ermeneutica e digital humanities – è stato il commento del professor Andrea Capaccioni –. Le digital humanities sono state sentite, infatti, spesso ed erroneamente, come l’incombenza della tecnologia in ambito umanistico. Ma l’informatica umanistica non è affatto uno strumento esterno alla cultura. Il digitale entra nella cultura umanistica, introducendo un approccio diverso nello studio delle scienze umane. Il lavoro dell’umanista passa dallo studiolo al laboratorio e il digitale incide sul mondo fisico’.

E sulle digital humanities si sono incentrate alcune delle relazioni presentate martedì 30 aprile, e moderate, nella prima sessione, dal titolo ‘Ricostruire l’assenza’, dal dottorando in Scienza del libro e della scrittura dell’Università per Stranieri di Perugia Federico Meschini, e, nella seconda sessione, basata sulla ‘Comunicazione dell’assenza’, dal dottore di ricerca dell’indirizzo in Scienza del libro e della scrittura dello stesso Ateneo, Luca Guerra. Dalle copertine e dai frammenti pergamenacei di riuso – e dal loro smembramento fino alla loro nuova presenza dal punto di vista dell’archeologia del libro, della stratificazione storica e delle tecnologie digitali – alle testimonianze esposte, ai graffiti e alle iscrizioni parietali lungo le vie del pellegrinaggio medievale in Umbria – la cui analisi consente di ricostruire idealmente le tappe dei vecchi itinerari, in cui i pellegrini, incidendo, hanno lasciato una traccia, un mark del loro passaggio – , passando per alcuni appunti su ‘ciò che non si può dire’ e su ‘ciò che possono le scienze umane’ – con l’interposizione del segno tracciato che trattiene il fluire immediato dell’esperire, aprendo la possibilità dell’assente e di una utopica nostalgia della presenza, attuata come rappresentazione e come forma – e per le diverse riscritture del mito della signora del labirinto, Arianna – che, in quanto testo mobile, non è mai concluso, né innocente, perché soggetto a continue contaminazioni, a vari processi di codificazione degli avvenimenti narrativi e dei differenti sistemi segnici: dai testi pittorici rinascimentali ai testi letterari e musicali sino ad arrivare ai labirinti del Novecento –.

E ancora: assenza come esclusione, e conseguente inclusione di alcune questioni critiche inerenti alla definizione del canone letterario contemporaneo; assenza e presenza come linea di confine tra narrazione e teoria della complessità computazionale, includendo il cosiddetto problema P vs. NP, con riferimento ai problemi risolvibili in tempo polinominale o ai casi in cui tale problema è l’oggetto stesso della narrazione. Assenza, infine, declinabile da altri tre punti di vista: come componente ermeneutica chiave nell’opera di Emmanuel Lévinas, con riferimento al significato etico dell’assenza nella scrittura del pensatore lituano, che non si riduce ad una mera mancanza dalle pagine del testo; come mancanza di risposte nella narrazione del silenzio e nei linguaggi dell’assurdo dell’opera di Albert Camus, in cui la nègation viene trattata in forma romanzesca ne L’Etranger, in forma drammatica, ad esempio, in Caligula, e in forma ideologica ne Le Mithe de Sisyphe; infine, come ontologia del vuoto nel primo racconto, Un’assenza, di Natalia Ginzburg, dalla lettura del quale emerge un quesito fondamentale: ‘si può narrare il vuoto? Si può utilizzare il segno grafico come rimedio apotropaico all’horror vacui?

Il problema è, sempre, lo stesso. L’assenza della scrittura. Il bianco della pagina, che, per dirla con Anne-Marie Christin, non implica un’assenza, nonostante non sia verbalizzato, né coincide con l’impossibilità di nominare. Ma che è, anzi, connotato da una chiara (e presente) valenza semantica.

 

 

 

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