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	<title>Perugia Online &#187; Leonardo Bernacchia</title>
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		<title>Truman Capote &#8211; A Sangue Freddo: quando si incontrano borghesia e disperazione</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jul 2015 06:14:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Eccentrico, stravagante, geniale, ambiguo: questo fu Truman Capote, un moderno Oscar Wilde alla deriva nei turbolenti e ipocriti Stati Uniti degli anni &#8217;50 e &#8217;60, lande immense popolate da bigotti abituati a chinarsi di fronte a santoni e falsi profeti, deridendo poi i diversi senza alcuno scrupolo e sbandierando cultura per aver recuperato i grandi talenti ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[Eccentrico, stravagante, geniale, ambiguo: questo fu Truman Capote, un moderno Oscar Wilde alla deriva nei turbolenti e ipocriti Stati Uniti degli anni &#8217;50 e &#8217;60, lande immense popolate da bigotti abituati a chinarsi di fronte a santoni e falsi profeti, deridendo poi i diversi senza alcuno scrupolo e sbandierando cultura per aver recuperato i grandi talenti letterari soltanto dopo la loro triste dipartita.<br />
Philip Seymur Hoffman &#8211; tra i più eclettici geni della recitazione del nostro tempo &#8211; lascia nel Truman Capote &#8211; A Sangue Freddo diretto da Bennett Miller il proprio testamento artistico, insaccocciandosi un meritatissimo Oscar come Miglior Attore Protagonista per la sua immensa interpretazione di uno degli scrittori e sceneggiatori più importanti della storia americana moderna, un personaggio enigmatico e mai compreso fino in fondo, segnato da un&#8217;omosessualità mai nascosta ma sofferta e da abusi di alcol e tranquillanti che lo portarono ad una morte prematura nel 1984. Hoffman ha preso in pieno Capote, ricalcandone le posture, il modo di fumare, le espressioni facciali e la sua voce biascicata, esile e lamentosa, sfruttando non poco anche la notevole e naturale somiglianza al volto dell&#8217;autore di Colazione da Tiffany.</p>
<p>Miller non ricostruisce nel suo film la vita di Capote, portando sul grande schermo una pellicola ibrida che mescola sapientemente il biopic al noir, e scegliendo di narrare quell&#8217;arco di tempo tra il 1959 e il 1965 che Capote impiegò per portare a termine la stesura di &#8220;A Sangue Freddo&#8221;, il suo romanzo più letto, un capolavoro che fin dall&#8217;inizio era stato concepito al fine di creare un nuovo genere letterario, il romanzo non-fiction, in grado di fotografare e descrivere nei minimi dettagli un triste e sanguinoso fattaccio che all&#8217;epoca ebbe grande impatto morale in tutti gli States.</p>
<p>Truman Capote, assieme alla sua grande amica d&#8217;infanzia Harper Lee (sì, l&#8217;autrice de Il Buio Oltre la Siepe) indaga sul brutale sterminio di una tranquilla famiglia del Kansas da parte di due spietati assassini dopo un tentativo di furto, impressionato da come l&#8217;America borghese e quella più disagiata possano convergere in modo così violento e doloroso. Lo scrittore instaurerà un rapporto confidenziale con Perry Smith, uno dei due malviventi già condannati alla pena capitale, cercando di estrapolare il suo lato più umano, una confessione diretta e precisa dei fatti, nonché i motivi che spinsero lui e il suo compare ad un tale massacro, riuscendo a far rinviare la data dell&#8217;esecuzione e prendendosi a volte cura egli stesso del detenuto.</p>
<p>Capote resta oscuro e imperturbabile fino alla fine, tanto da non poter (e non voler) essere considerato un personaggio positivo: difficile è capire se sia davvero interessato alle sorti di Smith o se agisca soltanto per puro interesse personale, di fatto ossessionato da un romanzo che egli sente sarà la sua ultima opera da donare al mondo e da truculente verità che egli già conosce ma che non può fare a meno di voler udire direttamente dalle bocche dei colpevoli, assalito dal delirio di estrema coerenza professionale. Capote indaga dunque alacremente, ma con estrema freddezza e un quasi fastidioso cinismo, dimostrandosi spesso anche crudele e bugiardo, tutto quanto al fine di porre A Sangue Freddo prima della vita di ogni uomo di questo mondo, innalzare l&#8217;arte letteraria verso una dimensione non più terrena, ma universale. Per il resto, cenni alla vita giovanile di Truman ce ne sono davvero pochi, e l&#8217;unica traccia di un passato segnato dalle ben note angherie subite dal grande scrittore sembra essere l&#8217;ostentata fierezza e freddezza con cui egli affronta ogni sua intensa giornata, un vano ed effimero scudo contro un mondo giudice, sboccante di pregiudizio e affamato di umiliazione.</p>
<p>La fotografia bigia e nitidissima dipinge alla perfezione il clima disfattista e criminoso in cui si svolgono le vicende, ma la regia di Miller purtroppo non è perfetta, e l&#8217;impianto lineare e quasi documentaristico del montaggio narrativo potrebbe finire per annoiare anche gli apprezzatori più fidati di Capote, dato che &#8211; già che c&#8217;erano &#8211; una maggiore attenzione ai suoi conflitti interiori e ai disagi che portarono l&#8217;autore a provare quasi pietà per un assassino al film poteva davvero essere prestata, eliminando magari alcune scene che risultano in fin dei conti inutili e sanno di riempitivo, spezzando un ritmo altrimenti più che discreto. Nota dolente sono poi alcuni dialoghi qua e là che, nonostante l&#8217;impegno tastabile dello sceneggiatore Dan Futterman, non riescono a trasmettere le giuste emozioni e non permettono di rivelare appieno la dimensione emotiva dei protagonisti, visto che, a quanto pare, l&#8217;obiettivo del progetto era proprio questo. Si tratta comunque di piccoli nei all&#8217;interno di un comparto narrativo di ottima fattura, un film interessante, non privo di difetti, ma che merita la visione anche solo per essere diventato un simulacro alla memoria di un grande attore scomparso troppo presto.</p>
<p>VOTO: 8</p>
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		<title>The Babadook, ovvero come dire molto utilizzando il genere horror</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jul 2015 10:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Babadook]]></category>
		<category><![CDATA[film horror]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Riuscire a dire qualcosa di nuovo all&#8217;interno di un genere che ha davvero detto tutto era ad oggi ardua impresa, ma ecco che la regista australiana Jennifer Kent ti esordisce nel 2014 con quel Babadook che proprio in questi giorni sta imperversando nelle sale italiane &#8211; Dio benedica Koch Media &#8211; e sta suscitando le lodi ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[Riuscire a dire qualcosa di nuovo all&#8217;interno di un genere che ha davvero detto tutto era ad oggi ardua impresa, ma ecco che la regista australiana Jennifer Kent ti esordisce nel 2014 con quel Babadook che proprio in questi giorni sta imperversando nelle sale italiane &#8211; Dio benedica Koch Media &#8211; e sta suscitando le lodi unanimi della critica, lodi che si aggiungono a quelle di un pubblico numeroso e strabiliato dalla inconfutabile qualità della pellicola. La Kent sa in effetti il fatto suo, cita con leggiadria Murnau, Polanski e Whale ma ciò non le impedisce di scrivere e mettere in scena una storia tutta sua, un racconto microcosmico dall&#8217;impatto estetico eccezionale e che per una volta riesce a fare paura in modo intelligente, senza tuttavia mai esagerare.</p>
<p>Non si può dire che Babadook sia poi un film di genere, dato che in corso d&#8217;opera lo spettatore avrà modo di scoprire che la celebre figura dell&#8217;Uomo Nero, che assume qui il nome di Babadook, non è dopotutto che un pretesto narrativo per raccontare le conseguenze di un dramma mortale avvenuto nel cuore di un comune nucleo familiare.</p>
<p>Amelia (Essie Davis al suo primo ruolo da protagonista in un&#8217;interpretazione da Oscar), giovane vedova ed ex scrittrice, conduce un&#8217;esistenza triste e solitaria, alienata dall&#8217;intera comunità insieme al suo bambino Samuel, che mostra costantemente disagi psichici e crede di essere minacciato da mostri invisibili. Ma quando Amelia trova in casa un misterioso ed inquietante libro per bambini dove protagonista tra le pagine è un altrettanto ambiguo demone persecutore, Samuel si ritroverà ad affrontare i suoi peggiori incubi insieme ad una madre sempre più frustrata, sempre meno amorevole, e decisamente più malvagia e pericolosa.</p>
<p>Chi ha scritto questo libro, come si trovava in casa e soprattutto se Babadook esista davvero sono domande che attanaglieranno il pubblico fino alla fine, dato che la regia del film è talmente curata nei dettagli d&#8217;intreccio e nelle scelte visive da permettere ben più di un&#8217;interpretazione a ciò che accade, aprendo un crocevia di scelte cognitive in grado di intrigare anche il cinefilo più navigato. Madre e figlio vivono una vita grigia senza mai accorgersi del mondo che c&#8217;è fuori dalla loro casa-prigione, dall&#8217;inizio alla fine essi rimangono protagonisti assoluti, la loro evoluzione psicologica avviene in maniera tortuosa ed altalenante, in un lungo percorso di formazione al fine di riscoprire quell&#8217;amore in grado di domare i demoni che giungono dal passato a tormentarci non appena abbassiamo la guardia.</p>
<p>La claustrofobica ambientazione all&#8217;interno di cupe e bigie stanze consente alla Kent di portare avanti una ricerca degli spazi dal sapore splendidamente kubrickiano, l&#8217;insana inquietudine delle vicende viene inoltre accentuata dalla fotografia desaturata e suggestiva, e da musiche angoscianti al punto giusto.<br />
Ma se tecnicamente il film ha tutte le carte in regola, se esso sfiora il capolavoro è per essere stato capace di sfruttare il genere horror per caricare (e non sovraccaricare) il film di profondità e anche di dolcezza, di tensione ma anche di allegorie e simboli che specialmente nel finale lasciano ben pochi dubbi su chi sia davvero Babadook, pur lasciando carta bianca sulle sue origini. Il fatto che il film sia stato concepito e partorito da una mente femminile influisce non poco sull&#8217;approccio narrativo e sugli scavi introspettiVi che mettono a nudo il personaggio di Amelia, donna sconvolta dalla morte del marito, fragile e incapace di dare vero amore al piccolo Samuel, un animo fragile che si sente perseguitato dalla crudeltà cinica e indolente di questo mondo, e che sarà pronto persino ad arrendersi a Babadook pur di esorcizzare le proprie insoddisfazioni e liberarsi violentemente dal senso di colpa per aver indirettamente causato la morte del marito. Sarà proprio Samuel l&#8217;eroe che cercherà di proteggere Amelia da quello sfuggente Uomo Nero giunto dall&#8217;ombra a rilanciare tragedie, in una lotta impari per ritrovare equilibrio e far pace con la realtà.</p>
<p>Da momenti di vero e proprio espressionismo d&#8217;altri tempi a scene estremamente commoventi, il film non annoia mai e non cessa di stupire per merito di continue ed originali invenzioni, per la mancanza ed al tempo stesso forsennata tensione all&#8217;amore che pervade ogni singolo momento, per il fatto che per smuovere emozioni non ci si limita ad utilizzare inutili effettacci e bastardissimi jump scare, ma si sceglie la via della paura progressiva e latente, tutta basata sull&#8217;empatia che fin da subito il pubblico instaurerà con i due personaggi principali, prendendosi a cuore la loro sorte.</p>
<p>Babadook è un film cinereo e sensazionale, un caso cinematografico più unico che raro, un&#8217;opera-evento destinata a diventare un punto di riferimento per dimostrare a scettici e diffidenti che tramite un genere di facciata si possono dire e rappresentare davvero molte cose. Perla assoluta da vedere e rivedere.</p>
<p>VOTO: 9</p>
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		<title>&#8220;Le Avventure di Pinocchio&#8221;, dagli anni Settanta una lezione di fiction</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jul 2015 06:32:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[Nel 1940 ci provò la Disney, e il risultato fu una piccola perla dell&#8217;animazione, un tripudio di variopinti personaggi da un lato, ma dall&#8217;altro il totale smembramento della fiaba italiana più famosa al mondo. Nel 2002 Roberto Benigni ha tentato con scarso successo di riportare in vita lo spirito originale del burattino di Collodi, ma niente da fare, un&#8217;impresa naufragata tra critiche estremamente negative ed un pubblico assai deluso. Troppo impressa nella memoria degli italiani c&#8217;è ancora infatti l&#8217;unica notevole trasposizione de Le Avventure di Pinocchio prodotta in Italia, un&#8217;opera che non ha neanche attraversato le sale cinematografiche, scomponendosi in cinque puntate dirette da Luigi Comencini per la RAI, un film per la TV destinato a diventare uno dei più popolari sceneggiati andati in onda negli anni &#8217;70.</p>
<p>La qualità generale di questo straordinario modello di riadattamento lascia ancora oggi sorpresi: si tratta di un capolavoro di regia e immagini in grado di fare breccia nel cuore dei nostalgici, e farsi apprezzare anche dalle nuove generazioni, nonostante i chiari intenti moralistici e pedagogici che palesemente pervadono il mondo di Pinocchio, e che Comencini ha scelto di non svecchiare, valori precettistici e forse a volte superati che potrebbero infastidire chi non riuscisse a contestualizzare i testi di Collodi nel tumultuoso periodo storico in cui il giornalista fiorentino prendeva in mano la penna.<br />
Il ricordo dello sceneggiato è ovviamente legato ad un magistrale Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto che, grazie ad una splendida interpretazione, già di per sé incarna l&#8217;estetica realista, polverosa e malinconica che il regista ha scelto per raccontare Pinocchio. Se il film di Benigni cercava di recuperare narrazioni e scenografie baldanzose e fiabesche, Comencini immette la famosa fiaba italiana esattamente negli anni in cui essa venne scritta, più o meno intorno al Risorgimento italiano, e anche se questa decisione ha decretato un vistoso discapito per quella componente fantasiosa e giocosa che forse i bambini avrebbero più gradito, tutto scorre invece così efficacemente che risulta perfino superfluo criticare il regista per essersi discostato in molti punti dal romanzo originale.</p>
<p>La trama la conoscono tutti, ma interessante è la scelta &#8211; dettata probabilmente da esigenze puramente narrative &#8211; di rendere Pinocchio (Andrea Balestri) un bambino vero fin dalla sua comparsa, e saranno le sue birichinate o le sue buone azioni a determinare il suo aspetto fisico dall&#8217;inizio alla fine dell&#8217;opera, in cui si mostrano in ruoli più o meno estesi alcuni grandi volti del cinema italiano, un cast nutrito e perfettamente in parte che vede Gina Lollobrigida nelle vesti della Fata Turchina, Franco e Ciccio in quelle del Gatto e della Volpe, mentre un grande Vittorio de Sica è l&#8217;ambiguo Giudice che condannerà Pinocchio per essere stato derubato delle sue monete d&#8217;oro.</p>
<p>La colonna sonora di Fiorenzo Carpi vanta temi musicali ad oggi ancora riconoscibilissimi, in grado di sposarsi alla perfezione con gli scenari poveri e scalcinati di un&#8217;Italia arretrata ma sull&#8217;orlo della ribellione, abitata da contadini e pescatori pronti ad imbracciare le armi. Musica e immagini si fondono per creare un&#8217;unica magica armonia, che rende il prodotto finale genuino ma estremamente elaborato, realistico, commovente, empatico: così sono Le Avventure di Pinocchio di Comencini, produzione in dovere di fare scuola alle scadenti fiction che invadono oggi il piccolo schermo.</p>
<p>Da Mangiafoco a Lucignolo, dall&#8217;Omino di Burro alla Balena, i personaggi ci sono un po&#8217; tutti e trascinano lo spettatore all&#8217;interno di un suggestivo sempreverde della tradizione italiana, un&#8217;epopea di emozioni in cui trovano spazio il dramma e l&#8217;avventura, la commedia e l&#8217;amore. Perché in fondo Pinocchio è questo, un inno all&#8217;immaginazione ma anche alla coerenza, un affresco di tutte quelle esperienze che messe insieme formano l&#8217;avventura di una vita. La nostra vita.<br />
VOTO: 9</p>
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		<title>Wolf Creek, la giusta tensione in un film horror a basto costo</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jul 2015 13:05:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Torna finalmente l&#8217;horror dei pericoli, con Wolf Creek. Ispirandosi ai più macabri fattacci dell&#8217;outback australiano, il regista Greg McLean firma nel 2005 una pellicola a basso costo, fatta e finita in Oceania, ma che in breve tempo si è largamente diffusa all&#8217;estero e che, grazie ad un inaspettato successo di pubblico e di parte della ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[Torna finalmente l&#8217;horror dei pericoli, con Wolf Creek. Ispirandosi ai più macabri fattacci dell&#8217;outback australiano, il regista Greg McLean firma nel 2005 una pellicola a basso costo, fatta e finita in Oceania, ma che in breve tempo si è largamente diffusa all&#8217;estero e che, grazie ad un inaspettato successo di pubblico e di parte della critica, è già diventata un piccolo cult nel genere.<br />
L&#8217;angoscia, la paura, vertiginosi picchi di ansia: ecco cosa attende chi avrà il coraggio di avventurarsi tra gli aridi deserti della Terra dei Canguri insieme a Liz, Kristy e Hunter, tre ingenui ragazzi in viaggio verso il parco nazionale di Wolf Creek, per scoprire le selvagge bellezze del suo enorme cratere meteoritico. Ma quando lo psicopatico cacciatore Mick Taylor (John Jarratt) li troverà in giro, i tre si renderanno conto di essere solo gli ultimi bersagli di una lunga serie di prede umane falciate e macellate da un micidiale assassino nascosto sotto ad un inquietante cappello da cowboy, e dovranno mettere mano a tutto il loro ingegno per sfuggire ad un macabro destino.</p>
<p>Come già anticipato, Wolf Creek si avvale di nuovo della formula tensione, si preoccupa di ostentare un pericolo tangibile e onnipresente nei confronti degli sventurati protagonisti, così che il pubblico torni a temere per la loro sorte, e con i pochi mezzi a disposizione il film travalica i luoghi comuni della ghost story per raccontare una vicenda tutta umana, dove ciò che conta è la credibilità: McLean sceglie una fotografia semplice, senza patinature, come del resto ai limiti della banalità è la sceneggiatura, immediata, spontanea e priva di fronzoli, recitata da attori giovani e poco professionali, ma che paradossalmente risultano perfetti in quanto catapultati in un contesto situazionale verosimile e perfettamente coerente, uno stile narrativo assai vicino al documentarismo.</p>
<p>Il fascino dell&#8217;horror incrocia dunque abilmente il genere thriller, e lo fa con una regia trasparente e pulita, consapevole di ciò che si poteva fare con quei quattro soldi, e forse per questo estremamente interessante, coraggiosa per non aver esitato a dividere il film in due parti nette: da un lungo prologo volto a dimostrare quanto comuni siano le circostanze in cui crimini possono avvenire si passa solo molto più avanti ad una terrificante caccia all&#8217;uomo fra le sabbie rosse del deserto, un luogo inospitale dove Hunter e le sue amiche Kristy e Liz saranno costretti a mettere a nudo tutte le loro doti etiche e collaborare per fuggire più lontano possibile dalla follia omicida del cacciatore.</p>
<p>Wolf Creek non è una pietra miliare né pretende di esserlo, ma colpisce per la sua voglia di proporre finalmente un&#8217;opera che non teme la violenza ma non ne abusa nemmeno, un prodotto non fresco ma mascherato ad arte affinché lo sembri, grazie alla schiettezza delle immagini e ad un&#8217;ambientazione decisamente scenografica, inedita ed intrigante. Da provare senza esitazione, potrebbe davvero sorprendervi.<br />
VOTO: 7 ½</p>
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		<title>Fury: non certo un capolavoro, ma il miglior film di Ayer</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jul 2015 19:50:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[&#8220;Il miglior film di guerra degli ultimi 30 anni&#8221;, è con questo slogan che si è apriva ormai mesi fa il trailer di Fury, ultima fatica di David Ayer con Brad Pitt protagonista. In realtà il film è arrivato in Italia con mesi e mesi di ritardo rispetto al resto del mondo, e ciò ha causato una proliferazione delle voci di corridoio tale da distorcere e fuorviare le aspettative che i fan del cinema bellico avevano sviluppato nei confronti di una pellicola che sembrava incentrata completamente su battaglie tra carri armati.</p>
<p>E&#8217; bene chiarire: Fury non è un capolavoro, e tanto meno il miglior film di guerra del nostro tempo. Non dimentichiamoci che gli ultimi 30 anni hanno visto venire alla luce pilastri come Apocalypse Now, Full Metal Jacket e la Sottile Linea Rossa, e un regista come Ayer &#8211; che fino ad ora dietro alla macchina da presa non ha mai combinato niente di buono &#8211; non avrebbe mai potuto eguagliare Kubrick, Coppola e Malick. Nonostante non sia perfetto, Fury ha tuttavia le carte in regola per essere un ottimo film, grazie ad una regia stavolta consapevole e pulita, un cast di tutto rispetto e momenti davvero interessanti anche per un film estremamente di genere. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Brad Pitt è come al solito molto bravo, e con quell&#8217;uniforme addosso non può non ricordare l&#8217;Aldo Raine di Bastardi Senza Gloria, ma qui Ayer &#8211; che come sceneggiatore bisogna ammettere che non è per niente male &#8211; ha creato per lui un personaggio più cupo, più rassegnato a vivere in costante compagnia della morte, un tenace soldato che cerca sempre di convincere gli altri &#8211; e più che altro se stesso &#8211; che falciare vite a bordo di un Tiger sia il mestiere più bello del mondo. Accanto a lui la vera rivelazione del film, Logan Lerman, con quel volto da ragazzino che già molti avevano potuto notare nella bruttissima saga di Percy Jackson e successivamente in film più interessanti come Noi Siamo Infinito e Noah. Lerman è stato un vero asso, ha centrato in pieno un personaggio atto a trasmettere al pubblico le brutali sensazioni che possono aggirarsi vorticose nella mente di una recluta alle prime armi, un bambino con un fucile in mano, impacciato ed esitante di fronte al sangue, alla violenza ed alla suprema manifestazione della malvagità dell&#8217;uomo.</p>
<p>Il film, caratterizzato da una fotografia costantemente buia, desaturata ed ultra-patinata, racconta la storia del sergente Don Collier, che a bordo del carro armato battezzato come Fury, guida un esile manipolo di uomini all&#8217;interno della Germania nazista, con l&#8217;obiettivo di raggiungere Berlino e fornire man forte agli alleati, mentre i tedeschi stanno ancora tentando di resistere all&#8217;avanzata con le unghie e con i denti. E&#8217; così che quello di Collier, Swan, Norman e Gordo sarà destinato ad essere un viaggio di dannazione, di atrocità e di disperata sopravvivenza.</p>
<p>Più che davanti ad un film di guerra sembra a volte di trovarsi di fronte ad un action a tutti gli effetti, tuttavia Ayer &#8211; nonostante alcuni eccessi narrativi su cui anche il critico più severo chiuderebbe un occhio &#8211; sa sempre quando fermarsi per non scadere nella &#8220;tamarrata&#8221;. Gli uomini di Fury non vengono mai semplicemente abbozzati, il regista ha capito che al giorno d&#8217;oggi ciò che rende interessante un film di genere è la cura con cui vengono scolpiti i suoi protagonisti, che in questo caso vengono approfonditi in modo efficace nella loro psicologia, e diventa spesso assai semplice amare o odiare qualcuno fin dall&#8217;inizio. In particolare l&#8217;accento viene posto su come la guerra sia in grado di modificare anche gli animi più pacati, e l&#8217;analisi di Ayer (egli stesso veterano di guerra) si incentra sui burrascosi rapporti che si instaurano tra esseri umani molto diversi, costretti a convivere all&#8217;interno di una macchina da guerra finita per diventare una vera e propria casa. Se proprio si vuole fare un appunto al film è possibile notare ciò che accade nella maggior parte dei film bellici americani, ossia un&#8217;eccessiva faziosità e una spudorata celebrazione dell&#8217;esercito americano, con conseguente caratterizzazione iper-negativa e disumana dei soldati tedeschi. Ma anche questo ci sta tutto, mentre aspettiamo di vedere la Seconda Guerra in un film girato dai tedeschi.</p>
<p>Il ritmo non cede mai, l&#8217;interesse si mantiene alto e le due ore e mezzo scorrono piacevolmente. Fury si è dunque dimostrato un film davvero interessante, che piacerà a tutti nonostante a volte la violenza diventi piuttosto spietata e dura da digerire. Un&#8217;opera compiuta e meritevole, Ayer è riuscito a riscattarsi dal mediocre passato e ha scritto e diretto il film della sua carriera.</p>
<p>VOTO: 7 e ½</p>
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		<title>Breaking Bad, il massimo tra le serie televisive</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2015 08:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[62 episodi di pura tensione, Bryan Cranston e Aaron Paul, una valanga di Emmy, Saturn e Satellite, la più alta valutazione critica mai ottenuta prima d&#8217;ora da una serie TV. C&#8217;è tanta roba in Breaking Bad, è innegabile, ma adesso non la stanno sopravvalutando un po&#8217;? Assolutamente no. Vince Gilligan, il papà di questo gioiello, un rivoluzionario oramai divenuto leggenda, ha creato un microcosmo di carismatici personaggi in grado di incollare per ore e ore il pubblico alla poltrona, ha concepito una lunga epopea che – non è difficile capirlo – fin dalla fase di scrittura era stata progettata per essere raccontata nel corso di 5 stagioni.</p>
<p>Ad Albuquerque, New Mexico, l&#8217;America vede il Messico all&#8217;orizzonte e si trasforma in deserto. E&#8217; proprio in questi luoghi aridi e polverosi che operano i più potenti cartelli delle droghe pesanti di tutto il pianeta. E&#8217; proprio qui che Walter White (Cranston), mite professore di chimica, insoddisfatto della propria vita e appena ricevuto il referto che gli diagnostica un cancro ai polmoni, decide di prendersi una rivalsa producendo metanfetamina di qualità insieme a Jesse Pinkman (Paul), suo ex studente ormai tossicodipendente. Cercare di tenere a bada Jesse non sarà comunque l&#8217;unico problema, dato che Walter dovrà fare i conti anche con i sospetti dell&#8217;arguta moglie Skyler (Anna Gunn) e con Hank (Dean Norris), suo cognato, uno scaltro, tenace agente dell&#8217;antidroga ossessionato dal proprio lavoro. Walter affermerà più volte che il suo obiettivo è racimolare soldi da lasciare alla sua famiglia, ma siamo sicuri che invece non infranga decine di leggi solo per soddisfare se stesso?</p>
<p>Quando si parla di serie TV, raccontare troppi dettagli vuol dire iniziare subito a fare inutili e irritanti spoiler, meglio perciò concentrarsi su altri aspetti. Dal punto di vista tecnico, la qualità della fotografia è davvero stupefacente per un prodotto non destinato alle sale, diversi filtri si alternano efficacemente per creare spesso scene ultra-suggestive, con attenzione maniacale ai dettagli, così che ogni immagine rappresenta una storia a sé. A far capire di trovarsi di fronte ad un prodotto di altissima qualità sono poi l&#8217;ottima sceneggiatura e la troupe di eccezionali registi cui Gilligan ha affidato la direzione delle riprese. Dalle enigmatiche introduzioni in medias res in tutti gli episodi alle decine di eccentriche, ingegnose inquadrature che stupiscono ogni volta, dal ritmo incalzante o volutamente dilatato delle scene alla genialità delle situazioni create, la regia di Breaking Bad è davvero qualcosa di pazzesco, un esercizio di stile coadiuvato ovviamente dall&#8217;estrema bravura dell&#8217;intero cast.</p>
<p>L&#8217;intento di Gilligan è stato di certo quello di narrare una lenta e progressiva discesa agli Inferi da parte di un uomo comune, un padre di famiglia convinto di poter entrare ed uscire a piacimento da un tunnel letale, un patetico brillante chimico che sperimenterà sulla propria pelle la frustrazione dell&#8217;imprevisto, l&#8217;impossibilità di controllare una sanguinosa spirale di eventi, a cui di volta in volta reagirà esattamente come farebbe buona parte del genere umano. Perché in Breaking Bad non esistono personaggi del tutto buoni o cattivi, nel corso degli episodi a susseguirsi sono le vicende di un abbondante – ma non eccessivo – numero di figure, nessuna delle quali viene mai solamente abbozzata, ognuna di esse avrà prima o poi lo spazio sufficiente per dimostrare chi è veramente, e avrà un ruolo determinante nella costruzione di questo grande puzzle di follia, morte e dannazione.</p>
<p>L&#8217;ascesa al crimine di Walter ne metterà in dubbio la moralità, influenzerà le sue scelte e quelle di chi lo circonda, farà sì che prima che la storia finisca tutti mostrino il proprio lato oscuro, comportandosi non come gli eroi dei fumetti, non come i protagonisti di un film hollywoodiano, ma da perfetti esseri umani, deboli, avidi e malvagi. Cos&#8217;è allora quella creata da Gilligan se non una grande, tragicomica commedia umana, un circo di omini che giocano a sentirsi i re del mondo, una serie spettacolare in cui è difficile scegliere da che parte stare? I giochi potranno sempre ribaltarsi in pochi minuti e qualcuno alla fine ci dovrà per forza rimettere.</p>
<p>Non è dato sapere se Breaking Bad sia davvero la serie definitiva, la migliore mai creata, dopotutto dipende anche dai gusti personali. Ma se volete una lunga riflessione nichilista sul genere umano, Breaking Bad c&#8217;è, se volete una serie comedy, Breaking Bad c&#8217;è, se volete un thriller, un dramma, un mix di tutte e tre le cose insieme, o semplicemente una grande storia da gustare a puntate, Breaking Bad c&#8217;è ancora. Da vedere in lingua originale, se possibile. Un must.</p>
<p>VOTO: 9 ½</p>
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		<title>Toy story: un gioiellino della Casa di Emeryville</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2015 16:59:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Quella lampada saltellante che seguiva il consueto logo del castello Disney rivelava che nell&#8217;ormai lontano 1995 qualcosa di nuovo era all&#8217;opera, un piccolo studio di animazione al soldo di Steve Jobs e George Lucas aveva aperto i battenti sulla Baia di San Francisco, un manipolo di fortunati ragazzi dal grande talento artistico e dalla creatività ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[Quella lampada saltellante che seguiva il consueto logo del castello Disney rivelava che nell&#8217;ormai lontano 1995 qualcosa di nuovo era all&#8217;opera, un piccolo studio di animazione al soldo di Steve Jobs e George Lucas aveva aperto i battenti sulla Baia di San Francisco, un manipolo di fortunati ragazzi dal grande talento artistico e dalla creatività esagerata. E&#8217; così che Toy Story – Il Mondo dei Giocattoli sancì la nascita di un mito da prima classe, un&#8217;azienda leader dell&#8217;intrattenimento che negli anni a venire avrebbe mantenuto intatto il suo miracoloso generatore di idee, per stupire ad ogni occasione l&#8217;intero globo grazie a film ispirati, storie frizzanti adatte ad un pubblico universale e tanta, tantissima gentilezza visiva.</p>
<p>Toy Story – che ad oggi può vantare un quarto capitolo ancora in cantiere – non saràforse l&#8217;opus magnum della Casa di Emeryville, ma con il tempo esso si è garantito a buon diritto il fascino del capostipite, e nonostante le tecniche di animazione in CG fossero all&#8217;epoca ancora sperimentali e grezze se confrontate agli attuali prodigi del design, l&#8217;atmosfera visiva di questo gioiellino è ancora oggi indiscutibile quanto misteriosamente affascinante.</p>
<p>Se Tom Hanks e Tim Allen prestano le loro voci ai protagonisti nella versione originale, Fabrizio Frizzi e Massimo D&#8217;Apporto regalano a quella italiana un tocco di qualità ben sopra la media, e conducono allegramente il pubblico nel mondo dei giocattoli, il primo dei molteplici microcosmi che Disney – Pixar avrebbero esplorato nel corso del tempo.</p>
<p>Nella casa del piccolo Andy i giocattoli – molti dei quali al tempo realmente esistenti – prendono vita non appena vengono lasciati soli. Lo sceriffo Woody, leader del gruppo in quanto pupazzo preferito da Andy, viene però accecato dalla gelosia nel momento in cui il bambino riceve in regalo il futuristico space-ranger Buzz Lightyear. Ma una brusca serie di imprevisti costringerà i due giocattoli ad unire le proprie forze per poter salvare la plastica e rivedere il loro padroncino prima che i pericoli del mondo esterno abbiano la meglio.</p>
<p>Diretto da John Lasseter – da molti considerato come il nuovo Walt Disney – Toy Story è un film che tutti dovrebbero vedere, un&#8217;opera compiuta che punta sull&#8217;originalità, colma di citazioni e riferimenti alla cultura pop americana, manieristica eppure geniale nel suo modo di narrare distante anni luce dai martellanti stimoli audio-visivi con cui altre case di animazione tentano di strappare risate ai più piccoli. Punto focale del Toy Story di Lasseter si trova dunque nell&#8217;aver reinventato con successo e con garbo la narrativa animata, prendendo palesemente spunto dai grandi capolavori realizzati nel Sol Levante dal maestro Hayao Miyazaki, e riuscendo magicamente nell&#8217;impresa di coniugare il vecchio e il nuovo senza difetti evidenti, miscelare la tradizione sincera degli autori Disney ad una tecnica in grado di portare l&#8217;animazione verso nuovi orizzonti. Perché in fondo l&#8217;amicizia che nascerà tra Woody e Buzz altro non rappresenta che l&#8217;incontro tra Mickey Mouse e un sofisticato Macintosh, la tecnologia messa al servizio della pure arte, insieme per produrre film che sono puro cinema, niente di meno.</p>
<p>Toy Story è una storia che si serve dei giocattoli per trattare sentimenti umani, gli stessi che ci condizionano ogni giorno, e attraverso la simpatia degli scoppiettanti personaggi cerca di mettere in guardia grandi e piccoli dalle insicurezze e dai tormenti interiori che le novità possono causare nella vita quotidiana, nella speranza che una pace tra innovazione e tradizione sia sempre possibile. Un film bello, divertente e avvincente, da utilizzare come rampa di lancio per gustarsi uno dopo l&#8217;altro tutti i tesori sfornati da questo straordinario studio californiano.</p>
<p>&lt;&lt; I Computer che creo io durano due o tre anni al massimo, quello che fate voi alla Pixar dura per sempre&gt;&gt;. (Steve Jobs)</p>
<p>VOTO: 8 ½</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Se dio vuole, commedia per atei e credenti</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2015 10:24:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alessandro Gassman]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>La tematica religiosa nella settima arte è sempre stata affrontata da autori orgogliosamente atei o maldestramente spiritualisti, così che ogni pellicola apparsa fino ad oggi che osasse nominare invano il nome di Dio lo ha fatto per sgretolare le fondamenta della Chiesa Cattolica o per propagandare dogmi stantii che in nessun modo riflettevano l&#8217;essenza del ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[La tematica religiosa nella settima arte è sempre stata affrontata da autori orgogliosamente atei o maldestramente spiritualisti, così che ogni pellicola apparsa fino ad oggi che osasse nominare invano il nome di Dio lo ha fatto per sgretolare le fondamenta della Chiesa Cattolica o per propagandare dogmi stantii che in nessun modo riflettevano l&#8217;essenza del Cristianesimo. Ma Edoardo Falcone, regista esordiente e sceneggiatore di Se Dio Vuole insieme al già affermato spoletino Marco Martani, ha saputo trovare una terza via, mettendo in piedi una commedia divertente, capace di fare capolino nel marasma di farse anonime che negli ultimi anni hanno sprofondato all&#8217;Inferno il genere che ha regalato un passato glorioso al cinema italiano.</p>
<p>Intendiamoci, non si può certo gridare al miracolo – tanto per rimanere in tema – ma le interpretazioni di Marco Giallini, protagonista assoluto, di un sempre più versatile Alessandro Gassman e della brava Laura Morante, basterebbero da sole non solo ad arricchire la pellicola di una qualità recitativa a cui, grazie ai cinepanettoni e compagnia bella, avevamo perso l&#8217;abitudine, ma a passar sopra ai piccoli e grandi nei di cui purtroppo il risultato finale è costellato.</p>
<p>Tommaso, un rinomato e altezzoso chirurgo ateo fino al midollo, è costretto ad ingoiare con estrema fatica l&#8217;imminente ingresso in seminario di suo figlio Andrea. Disperato, Tommaso si mette sulle tracce di Don Pietro, ritenuto il principale responsabile delle supposte devianze mentali del figlio. Tra i due nascerà un rapporto speciale che porterà Tommaso a ridimensionare la concezione divina di sé stesso e a ritrovare almeno un pizzico di umanità perduta.</p>
<p>Se Dio vuole mantiene costantemente toni pimpanti e si lascia andare a gag esilaranti, forse a volte un po&#8217; troppo teatrali ed istrioniche, ma nel complesso il film resta asciutto ed estremamente piacevole, fatta eccezione per alcune inspiegabili scene buttate là a caso, come dei deboli riempitivi atti ad approfondire il buon numero di comprimari, intermezzi che spezzano in modo evidente il montaggio, non aggiungono niente anche solo ai fini del divertimento e disturbano il ritmo altrimenti perfetto della trama principale.</p>
<p>A parte dunque una forte insistenza sulle battute e sui contesti fisici esilaranti in cui si svolge l&#8217;azione, Falcone sembra capire quando fermarsi in tempo, e senza voler dare lezioni di catechismo si limita a lanciare frecciate piene di spunti di riflessione, offrendo angolature di vista mai univoche e lasciando allo spettatore nient&#8217;altro che un invito a non dare mai nulla per scontato sui misteri di questo mondo. Purtroppo la piuttosto breve durata penalizza pesantemente gli sviluppi dinamici dei personaggi, così che il Tommaso di Giallini finisce per invadere lo schermo dall&#8217;inizio alla fine, mentre l&#8217;eclettico sacerdote interpretato da Gassman deve fare molta fatica trovare un suo spazio significativo narrativo, e a soffrirne è l&#8217;impetuoso rapporto tra i due sul quale Falcone voleva focalizzare l&#8217;attenzione, un rapporto che risulta credibile solo a tratti, divenendo a volte evanescente e poco funzionale all&#8217;intento “non solo risate” del regista.</p>
<p>L&#8217;opera prima di Falcone non è dunque un capolavoro, tanto meno un film irrinunciabile, ma merita una possibilità, potrebbe addirittura sorprendere, specialmente gli atei dogmatici che parlano di Dio molto più dei credenti ma sorridono sarcastici quando sono gli altri a farlo. Una commedia vivace e senza troppe pretese, ma sicuramente ben sopra gli standard delle produzioni nostrane.</p>
<p>VOTO: 7</p>
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		<title>Grand Budapest Hotel, un capolavoro che merita tutti i suoi quattro Oscar</title>
		<link>http://www.perugiaonline.net/grand-budapest-hotel-un-capolavoro-che-merita-tutti-i-suoi-quattro-oscar/</link>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2015 19:39:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Grand Budapest Hotel]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Senza tanti giri di parole, Grand Budapest Hotel è in generale &#8211; ma anche molto soggettivamente parlando &#8211; uno dei migliori film degli ultimi anni, una summa della genialità visiva di Wes Anderson, il quale è tornato in sala due anni dopo il pur ottimo Moonrise Kingdom con un&#8217;opera vincitrice degli Oscar 2015 per Migliori Costumi, ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[Senza tanti giri di parole, Grand Budapest Hotel è in generale &#8211; ma anche molto soggettivamente parlando &#8211; uno dei migliori film degli ultimi anni, una summa della genialità visiva di Wes Anderson, il quale è tornato in sala due anni dopo il pur ottimo Moonrise Kingdom con un&#8217;opera vincitrice degli Oscar 2015 per Migliori Costumi, Miglior Trucco, Migliore Scenografia e Miglior Colonna Sonora. Anderson può non piacere, non c&#8217;è alcun dubbio. Il suo stile, riconoscibilissimo ed estremamente raffinato, è di fondo ogni volta rimasto inalterato, e la sua regia, curatissima e pittoresca, ha abbracciato con questo film la sua piena maturità. Stiamo parlando quindi di un prodotto per palati purificati, destinato &#8211; non ci prendiamo in giro &#8211; soltanto a chi sarà in grado di apprezzare le tipiche e ricercate inquadrature simmetriche alla Anderson, macchine da presa che si muovono solo in orizzontale e in verticale, scenografie in grado di trasmettere un maniacale senso di ordine estetico ad ogni inquadratura e un gusto narrativo sempre in bilico tra sogno e realtà.</p>
<p>Il cast di Grand Budapest Hotel è più che nutrito, Anderson ha come al solito mobilitato mezza Hollywood, consapevole di come gli attori ormai da anni facciano a gara per comparire nelle sue pellicole, accettando anche ruoli secondari se non semplici cameo. Così, accanto ai feticci Bill Murray e Owen Wilson, troviamo tra i protagonisti l&#8217;esordiente Tony Revolori e un Ralph Fiennes in grande forma. In corso d&#8217;opera sfileranno inoltre nomi di grande rilievo come Edward Norton, Jude Law, Adrien Brody, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Willem Dafoe, Saoirse Ronan, Murray Abraham e Tilda Swinton. Se è vero che con una simile sfilza di star a disposizione il rischio più comune sia quello di sprecarne maldestramente le potenzialità senza aggiungere sostanza alla pellicola, l&#8217;autore dei Tenenbaum riesce tuttavia &#8211; quando più quando meno &#8211; a mantenere il controllo dei suoi personaggi, grazie a caratterizzazioni spesso iper-peculiari ed esasperate: senza mezze misure, i buoni hanno l&#8217;aspetto dei buoni e quali sono i cattivi si vede fin da subito.</p>
<p>Anderson non punta mai a riempire i suoi film di complessi significati nascosti o implicazioni psicologiche, la sua commedia è sempre infarcita di ironia grottesca e surreale, i suoi protagonisti sono in genere contraddittori e imprevedibili, mentre la trama passa in secondo piano diventando un semplice pretesto per compiere delicati esercizi di stile, un susseguirsi di eventi bizzarri impregnati di una fervida fantasia, sfruttata a sua volta per creare affreschi fiabeschi dove non conta ciò che viene raccontato, ma come viene raccontato. La sceneggiatura, scritta come sempre dallo stesso Anderson, resta comunque di altissima qualità, e contribuisce a costruire basi di piombo ad una vicenda che altrimenti non starebbe in piedi, il tutto grazie alle vivaci battute e al ritmo sostenuto impresso alle varie scene.</p>
<p>Costruita secondo un sistema a scatole cinesi, la storia si articola in vari periodi lungo il 1900, ma verremo trasportati in un&#8217;immaginaria repubblica chiamata Zubrowka, agli estremi confini dell&#8217;Europa orientale. Qui, a cavallo tra i monti, si trova il magnifico Grand Budapest Hotel, dove il concierge Monsieur Gustave vive e lavora solertemente. Ma quando Gustave viene coinvolto insieme al suo garzone Zero Moustafa in un caso di omicidio, per i due avrà inizio una pirotecnica avventura, ricca di colpi di scena irrazionali eppure stranamente credibili, espedienti registici sempre nuovi che offrono al pubblico la sensazione di trovarsi in un romanzo di Daniel Pennac, e chiunque guardi non vedrà l&#8217;ora di sapere cosa inventerà Anderson per proseguire il racconto. Le adorabili musiche di Alexandre Desplat accompagnano il film lungo tutto il suo corso, la fotografia di Robert Yeoman è una vera gioia per gli occhi e permette di godere al meglio della bellezza dei costumi e degli scenari, sperimentando ogni sorta di filtro cromatico e colorando la scena con tinte sgargianti.</p>
<p>Grand Budapest Hotel è dunque un vero gioiello di cinema, un&#8217;opera che fa dell&#8217;artificio narrativo il suo punto focale, ma che allo stesso tempo sa quando fermarsi in tempo per non sconfinare nella pomposità e nell&#8217;autocompiacimento. E&#8217; un film che per essere apprezzato fino in fondo meriterebbe un buon numero di visioni, troppi sono i dettagli visivi e i tocchi di classe che sfuggiranno al primo giro, specialmente a chi non ha ancora avuto modo di degustare la filmografia di questo nuovo ragazzo prodigio della settima arte che è Wes Anderson.</p>
<p>VOTO: 9</p>
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		<title>Cannibal Holocaust: la massima provocazione di Deodato</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2015 16:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le recensioni di Leo]]></category>
		<category><![CDATA[B-Movie]]></category>
		<category><![CDATA[Cannibal Holocaust]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Ruggero Deodato]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[Una premessa: è estremamente complesso giudicare con spirito d&#8217;obbiettività questo Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, dato che stiamo parlando del film forse più controverso, scabroso e maledettamente rivoltante della storia, una pellicola respinta dalle sale di mezzo mondo, e che soltanto di recente è stata rispolverata e rivalutata dalla critica. Il coraggio di un autore come Deodato non poteva essere infatti condannato con tale leggerezza, né il suo estremismo espressivo snobbato senza aver almeno tentato in tempi più maturi di stanare le ragioni &#8211; ammesso che ve ne siano &#8211; dietro la produzione cinematografica più raccapricciante mai partorita dalla mente umana.</p>
<p>Nel 1980, un periodo in cui il genere cannibalistico aveva letteralmente invaso i B-Movie garantendo ad ogni modo ottimi riscontri di pubblico, Deodato volle accontentare coloro che chiedevano un bis dopo l&#8217;esperienza del suo Ultimo Mondo Cannibale, ancora comunque lontano dagli abomini visivi dell&#8217;opera in questione. Il regista italiano, che per tutta la sua carriera si è sempre servito di budget piuttosto ridotti e di attori praticamente sconosciuti o noti soltanto nel cinema trash, ha anche in questo caso assunto un cast a basso costo, eccezion fatta per Luca Barbareschi, il quale però &#8211; come in pratica tutto il resto degli attori &#8211; ha in seguito preferito rimuovere dalla memoria e dalla filmografia la partecipazione al film.</p>
<p>Pur contando su una qualità fotografica e su atmosfere tipiche dei B-Movies, la curatissima sceneggiatura di Gianfranco Clerici e la splendida colonna sonora di Riz Ortolani ci fanno capire subito che ci troviamo di fronte ad un film più elaborato di quanto voglia intenzionalmente apparire. La trama è piuttosto semplice, e il film si mostra nettamente suddiviso in due parti: Harold Monroe, un docente universitario, viene inviato in Amazzonia in soccorso di quattro giovani documentaristi scomparsi, spietati occidentali incaricati di girare delle immagini sugli indios per conto di un noto network americano. Monroe, dopo essere venuto a contatto con le popolazioni cannibali del posto, torna a New York con i nastri girati dai quattro giovani, i quali hanno fatto una brutta fine, e al professore spetterà ora l&#8217;onere di assistere alla macabra disavventura subita dai suoi concittadini, per chiedersi, tra l&#8217;altro, quali siano i veri selvaggi.</p>
<p>Molti sono i guai che Deodato ha subito per aver osato mostrare scene di una violenza effettivamente mai vista sino ad allora, immagini caratterizzate da un impressionante realismo, con tanto di reali uccisioni di animali esotici come scimmie e testuggini giganti, e poi stupri, decapitazioni, sventramenti, evirazioni, e chi più ne ha più ne metta. L&#8217;obbiettivo del regista, a quanto sembra, era quello di criticare il mondo occidentale, la sua brama di violenza, il desiderio nascosto tipico dell&#8217;uomo bianco di divertirsi osservando altri esseri viventi mentre muoiono. E sono proprio i mass media, specialmente nelle Tv commerciali diffuse negli States, a strumentalizzare la violenza ai fini dell&#8217;audience, proprio per questo Cannibal Holocaust nascerebbe come brutale avvertimento al fine di scoraggiare la malvagità sadica dei bianchi, sterminatori di etnie e di razze animali nella storia come ai giorni nostri. Ma la critica dell&#8217;epoca non fu a tal punto comprensiva con questo film, portato più volte in tribunale dagli animalisti, censurato, boicottato e mai trasmesso in Tv se non in fasce orarie notturne e tagliuzzato a destra e a manca. In molti poi notarono che le tematiche pseudo-impegnate affrontate dal regista incontravano una contraddizione nel fatto di voler condannare la spettacolarizzazione della violenza con altrettanta ostentazione sanguinolenta. Una cosa è certa: Cannibal Holocaust non è un film per tutti, si tratta di un&#8217;opera matura e consapevole quanto estrema.</p>
<p>Il montaggio ha un ritmo invidiabile a pellicole di ben maggiore portata, e la regia di Deodato è ferma e letale, egli sa sempre quello che vuole e non concede sconti, ottenendo tra l&#8217;altro un effetto di grande realismo grazie allo stile falso-documentario con la telecamera in continuo movimento, in perfetto contrasto con un accompagnamento sonoro inquietante nella sua liricità, ma all&#8217;occorrenza anche in grado di conferire suspense alle vicende narrate.</p>
<p>Cannibal Holocaust è insomma uno di quei film che vanno visti almeno una volta nella vita, inclassificabile e imparagonabile a tutto quel che si è già visto e che probabilmente si vedrà in futuro, un&#8217;opera più unica che rara in cui si può trovare tutto e niente, dipende solo dai gusti, e non c&#8217;è critica che tenga.</p>
<p>VOTO: ???</p>
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		<title>American Sniper, la stupidità della guerra secondo Clint Eastwood</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2015 18:36:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Leonardo Bernacchia]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le recensioni di Leo]]></category>
		<category><![CDATA[american sniper]]></category>
		<category><![CDATA[chris kyle]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ogni volta che Clint Eastwood annuncia il suo prossimo film, quella parte di mondo che segue il cinema è sempre pronta a sfoderare il proprio pregiudizio, dettato da motivi prettamente politici: Eastwood, come è noto, è un repubblicano convinto, e nonostante negli ultimi tempi egli abbia rilasciato dichiarazioni fortemente progressiste, non è mai stato visto ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[Ogni volta che Clint Eastwood annuncia il suo prossimo film, quella parte di mondo che segue il cinema è sempre pronta a sfoderare il proprio pregiudizio, dettato da motivi prettamente politici: Eastwood, come è noto, è un repubblicano convinto, e nonostante negli ultimi tempi egli abbia rilasciato dichiarazioni fortemente progressiste, non è mai stato visto di buon occhio dal ramo più &#8220;di sinistra&#8221; del suo paese, il quale lo ha in particolar modo accusato di avere idee filo-belliche. Figuriamoci dunque l&#8217;effetto che poteva avere agli occhi del mondo democratico un film incentrato sulla guerra in Medio Oriente!</p>
<p>American Sniper, ultima fatica di un uomo che nel corso degli anni ha incassato un successo al botteghino dopo l&#8217;altro, è basato sull&#8217;autobiografia dello stesso protagonista, Chris Kyle, assassinato ormai due anni or sono da un reduce di guerra, poco dopo aver deposto per sempre il suo fucile. Sceneggiato da Jason Hall ed egregiamente interpretato dall&#8217;attivissimo e versatile Bradley Cooper, il soggetto di American Sniper sembra aver toccato in maniera forte la sensibilità di Eastwood, il quale, cercando con questa opera di denunciare una volta per tutte la stupidità di ogni guerra, è stato frainteso, scambiato da parte della critica per un nostalgico fascista, eccitato dal sangue iraqeno sparso dalle truppe statunitensi sul suolo di Felluja.</p>
<p>Chris Kyle, giovane cowboy texano cresciuto nella classica famiglia cattolico-conservatrice americana decide, dopo gli eventi di Ground Zero, di arruolarsi nei NAVY Seal della Marina, abbandonando la propria famiglia per una causa in cui egli crede come fosse una vera e propria religione, una causa che lo porterà a diventare una leggenda tra i tiratori scelti e che nello stesso tempo lo alienerà completamente dal mondo in cui risiedono i suoi affetti.</p>
<p>La pellicola è lucida e narrativamente compatta, utilizza una fotografia arida e asciutta, e gode della tipica regia eastwoodiana che abbiamo già potuto ammirare in capolavori come Gran Torino e Mystic River: la convinta linearità del montaggio non sfocia mai nel banale, il focus sulla recitazione di qualità sposa un fare cinema artigianale ed elegante, adatto ad ogni tipo di pubblico ma non per questo poco complesso. A dimostrarlo sono le diverse interpretazioni che il film ha subito, c&#8217;è chi ha visto in American Sniper un&#8217;incessante celebrazione della bontà americana da contrapporre ai &#8220;cattivi&#8221; terroristi, c&#8217;è chi invece, grazie ad una più attenta analisi, ha capito le vere e più innocenti intenzioni del regista, ossia semplicemente mostrare la brutalità della guerra moderna dal punto di vista di un soldato americano, astenendosi dal giudicare il suo pensiero né parteggiando per le sue azioni, ma non rinunciando a delinearne una frastagliata personalità.</p>
<p>Chris Kyle non è dunque il soldato assetato di sangue che gode delle sue fredde uccisioni al mirino, ma un uomo convinto di poter contribuire a rendere mondo un posto migliore, sventando la minaccia terroristica manifestatasi d&#8217;improvviso alle porte di New York. Kyle viene celebrato oggi nel suo paese come un vero eroe, ma Eastwood cerca in ogni modo di metterne in evidenza gli eccessi, gli errori, la sua costante permanenza nel limbo tra le azioni necessarie e la ricerca di soddisfazione personale, quell&#8217;incessante bisogno di giustizia che si rivelerà del tutto vano e mal posto. E&#8217; così che colui che era un Dio nel suo mondo di sabbia si ritroverà ad essere uno straniero nella patria d&#8217;origine, un estraneo destinato a restare infine drasticamente ingannato dall&#8217;idolo della Guerra in cui tanto credeva. Ed è qui che si compie la volontà di Clint Eastwood, in grado di disegnare un film crudo dall&#8217;inizio alla fine, privo di fronzoli e soltanto nel finale vagamente auto-celebrativo, intenso nei contenuti ed assolutamente esportabile fuori dal Nuovo Continente. Dopo Jersey Boys il vecchio Clint ha fatto di nuovo centro, e nonostante la faglia venutasi a creare fra i critici, egli non ha certo deluso le aspettative di chi crede ancora nel cinema fatto alla vecchia maniera, raccontato da veterani che sanno sempre come trasmettere un messaggio alle masse.</p>
<p>VOTO: 8 ½</p>
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