domenica, 8 dicembre 2019 Ultimo aggiornamento il 3 dicembre 2019 alle ore 12:49

‘Cerchi e polsi’

Intervista alla poetessa Costanza Lindi, cofondatrice dello studio editoriale SettePiani, sul suo ultimo libro, edito da Giuliano Ladolfi nel 2018.

 
‘Cerchi e polsi’
Perugia.  Il testo come tessuto di significanti che costituisce l’opera e che si presenta come parte emergente della lingua. La scrittura come un satori fondato sul vuoto di parola. Lo spazio, che può diventare abitabile, e il movimento, risultante di una stasi solo apparente. Il vuoto come pausa, come oggetto distinto dal non-vuoto: vuoto e non vuoto, fermo e mobile, io e tu. Infine, ‘Cerchi e polsi’ come due materiali dell’interno creato.

E come il titolo dell’ultima raccolta di poesie (Cerchi e polsi, Giuliano Ladolfi Editore, 2018) di Costanza Lindi, cofondatrice dello studio editoriale SettePiani e poetessa (del 2017, la sua ultima silloge, Accordatura della stasi, per Kammer edizioni).

È consapevole che l’irrappresentabilità esista, Costanza Lindi, e ce lo racconta rilasciando questa intervista, che ha molto a che fare con la limitatezza della scrittura come genesi di oggetti che mettono radici e che, spesso, restano fuori, non potendo essere nominati.

Torni a parlare di spazio e, con questo, di movimento. In Accordatura della stasi (Kammeredizioni, 2017) raccontavi ‘un incedere impercettibile verso qualcosa che conduce al riconoscimento di una stasi non del tutto assente’. Anche la stasi, lì, diveniva ritmo, moto. C’è ancora la ricerca, in Cerchi e polsi (Giuliano Landolfi Editore, 2018) di uno spazio che può diventare abitabile?

Cerchi e polsi prende il via come progetto durante le ultime revisioni di Accordatura della stasi, questo non per una sovrabbondanza, da parte mia, di idee, ma perché credo l’argomento in sé non ancora concluso. Partendo quindi da una stasi apparente, attiva, produttiva e ribollente si va verso una lettura più che essenziale del segno, che dal punto poi si allontana in un moto, di nuovo, raggiungendo tutte le dimensioni fino alla quarta. Riconoscendo il segno come elemento comunicativo, porto nel punto anche la cellula, in quanto essere vivente, e io, che sono nel punto, mi propago, mi allungo, mi restringo, tocco, ascolto, sento, vedo, mi muovo nello spazio che abito. Si potrebbe dire che in Accordatura lo spazio mi abita, e in Cerchi e polsi prendo il mio spazio, ma non parlo solo di me. Ad ogni modo parlerei più di dimensioni, sul concetto di spazio ci sto ancora lavorando.

L’apparato paratestuale di questo libro di poesie – edito nella collana Perle poesia diretta da Roberto Carnero – si compone di titolo – Cerchi e polsi –, di una citazione in esergo – ‘Se il nostro luogo è dove / il silenzioso guardarsi delle cose / ha bisogno di noi / dire non è sapere, è l’altra via, / tutta fatale, d’essere. / Questa è la geografia’ tratta da La fine di un’arte di Silvia Bre (Einaudi, 2015) –, dei titoli delle singole sezioni in cui è suddivisa la raccolta – punto, retta, circonferenza, sfera, ipersfera –, e di una curiosa tua nota – Nella linea di una sola dimensione – in luogo della prefazione, in cui parli di un vuoto che diventa oggetto e che viene sottratto al segno, pur rimanendo non tracciabile. Potresti illustrare questo indice conoscitivo?

Tutto parte, in questo mio punto di vista, dal riconoscimento del vuoto come pausa, quindi come oggetto distinto tra ciò che vuoto non è. Un concetto sicuramente già sentito, ma che in questo contesto si fa punto di partenza. Dalla consapevolezza che l’irrappresentabilità esiste e diviene viva e reale, quindi oggetto, prende il via il mio viaggio verso l’analisi di ciò che è vivo tra vuoto e pieno, tra fermo e mobile, tra io e tu. Da qui il titolo, cerchi e polsi, come due materiali dell’interno creato, forme e battiti.

La tua ci sembra una riflessione sulla ‘vettorialità’, sul fatto che la scrittura possa prendere tutte le direzioni. Roland Barthes sosteneva che la comunicazione passasse per un rovescio: ‘il corpo del lettore – scrive – non è quello dello scriba: l’uno rivolge l’altro’. Cosa pensi a riguardo?

Penso Roland Barthes è stato il mio vero punto di partenza, in fondo. Inutile negarlo. La vettorialità può senz’altro essere ricondotta al percorso che traccio, ma non parlo solo di scrittura. Parlo della limitatezza della scrittura piuttosto. Parlo di mezzi di rappresentazione e, sì, credo che il corpo faccia sicuramente gran parte di ciò che alla scrittura sfugge.

Crediamo si possa parlare, qui, di ‘un ductus di Costanza Lindi’, di un tuo movimento, mentre scrivi, di un ordine, una temporalità di tratti, di una scrittura in fieri, che si fa ‘scrizione’ e non prodotto finito. Parli di ‘un esplodere senza che accada nulla che doni motivo per scrivere’, di ‘una narrativa che non esce’, di capelli ‘che sulle spalle piantano parole’. Potresti spiegare questi versi?

La scrittura che parte dalla stasi e dalla pausa mi interessa, ciò che esce dai pori della pelle con una spinta sua e indomabile. Scrittura come segno, come genesi di oggetti, che si posano e mettono radici sul mio corpo, che continua a produrre. ‘Da una narrativa che non esce’ è un verso di un testo che parla di consistenze, di ricerca di sensorialità forzata, nell’assoluta assenza di secrezione. ‘In apnea masticavo caramelle dure.’

Ci sono la bellezza e l’impossibilità di nominare e definire, in questa tua opera, lo spazio (anche geometrico o quello che sta dentro a una mano) tracciato per il tramite del segno, le figure geometriche, traiettorie danzanti, surrealismo intriso di sensi e quotidianità, intersecazioni di punti di vista, sguardi e vettori. Quali altri topics potremmo individuare?

Non c’è impossibilità, c’è necessità di differenziare in un’altra dimensione. Non c’è nulla di tormentato ma una scoperta e un proseguire continuo. Come se fosse un esperimento. Le traiettorie che traccio non hanno nulla di casuale seppur istintivo. Per citare Anna Maria Farabbi, non esiste svolazzo ma direzione di un volo con una traiettoria decisa.

‘(…) Tacerne la pretesa / riconoscerne il significante / che racchiude parole oltre la lingua’. Esiste, dal tuo punto di vista, una lingua che va al di là della ‘lingua-repertorio’?

È sicuramente su questa ulteriore lingua che si basa tutta la raccolta. Tacerne la pretesa che nasce dal volersi esprimere con un solo mezzo, escludendone una parte. In una poesia scrivo ‘Ti amo dunque, ma qualcosa resta fuori’, ed è da qui che parto sin dall’inizio, da ciò che resta fuori. Esistono oggetti al di fuori del nostro nominarli, esistono oggetti-parola, oggetti-segno e oggetti intangibili che sono lì, li riconosco in quanto tali e ne ho consapevolezza, ma non ho altri oggetti per delimitarne una figura, un poligono, o qualsiasi altra cosa.

 

Tag dell'articolo: , , , .

COMMENTI ALL'ARTICOLO

DISCLAIMER - La redazione di Perugia Online non effettua alcuna censura dei commenti, i quali sono sottoposti ad approvazione preventiva solo per evitare ingiurie, diffamazioni e qualsiasi altro messaggio che violi le leggi vigenti. Siete pregati di non inserire commenti anonimi e di non ripetere più volte lo stesso commento in attesa di moderazione. Ogni commento rappresenta il personale punto di vista del rispettivo autore, il quale è responsabile civilmente e penalmente del suo contenuto. Perugia Online si riserva il diritto di modificare o non pubblicare qualsivoglia commento che manifesti toni, espressioni volgari, o l'esplicita intenzione di offendere e/o diffamare l'autore dell'articolo o terzi. I commenti scritti su Perugia Online vengono registrati e mantenuti per un periodo indeterminato, comprensivi dei dettagli dell'utente che ha scritto (IP, E-Mail, etc.). In caso di indagini giudiziarie, la proprietà di Perugia Online non potrà esimersi dal fornire i dettagli del caso all'autorità competente che ne faccia richiesta.
Scroll To Top