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Galileo, il genio che scopre e occulta

Giovedì 25 ottobre a Palazzo Florenzi si è tenuto il convegno internazionale ‘Galilei nel contesto’, promosso dall’Università degli Studi di Perugia e dal Centro studi sul pensiero scientifico ‘Federico Cesi’ presieduto dal professor Lino Conti.

 
Galileo, il genio che scopre e occulta
Perugia.  «Annunzio / Sidereo / che grandi, e oltremodo mirabili / Spettacoli apre, ed espone allo sguardo / d’ognuno e in special modo / di filosofi e astronomi, da / Galileo Galilei / Patrizio Fiorentino / dello Studio Padovano Pubblico Matematico / col cannocchiale / da lui da poco inventato, osservati nella faccia / della luna, in innumerevoli fisse, nella via lattea, / nelle stelle nebulose, e in primo luogo in / quattro pianeti / intorno alla Stella di Giove, a diversi intervalli e periodi, / con celerità mirabile rotanti; da nessuno finora / conosciuti, primo l’autore di recente li / scorse, e assegnò loro il nome di / Astri Medicei / Venezia, presso Tommaso Baglioni, MDCX / Con il Permesso e il Privilegio dei Superiori». È quanto si legge nel frontespizio – soglia, porta d’accesso alla ‘città del libro’ – dell’edizione in volgare del Sidereus Nuncius, il ‘Nunzio delle stelle’ o, per meglio dire, ‘Annunzio sidereo’, un rendiconto scientifico di mano di Galileo Galilei e dedicato a Cosimo II de’ Medici, che comunicava ai dotti di tutto il mondo – di qui, il ricorso al latino – le nuove scoperte. «L’opera di Galilei – ha affermato Luperini – ebbe una fortuna immensa, rivoluzionando l’immaginario dell’uomo seicentesco e segnando una svolta epocale. L’uomo cessava di essere al centro del mondo. L’universo non era finito e delimitato dalle Stelle Fisse, ma infinito e popolato da infiniti mondi, come già Giordano Bruno aveva sostenuto. La rigida gerarchia dello spazio che dall’antichità si era prolungata sino a tutto il Medioevo veniva sconvolta. E, soprattutto, le nuove acquisizioni erano alla portata di tutti: bastava sottoporle a verifica concreta e controllarne l’esattezza attraverso l’uso del telescopio». E se la rivelazione di questa sconfinatezza fosse, insieme, una forma di occultazione e di illustrazione della scoperta? E se l’infinitezza potesse trovare degli appigli, dei limiti nel terreno di un contesto storico, antropologico, scientifico e culturale tout-court che ne delimitasse, in un modo convenzionale, il campo sterminato? E se, in ultima istanza, ‘il genio che scopre e insieme occulta’ di Galilei potesse essere (ri)studiato, (ri)pensato e (ri)esaminato nel proprio contesto?

A questi quesiti di natura epistemologica ha inteso rispondere il convegno internazionale ‘Galilei nel contesto’, promosso dall’Università degli Studi di Perugia e dal Centro studi sul pensiero scientifico ‘Federico Cesi’ in collaborazione con Inter – Divisional Teaching Commission (IDTC) e  I.R.A.F.S. – International Research Area on Foundation Sciences. Il convegno, che si è tenuto giovedì 25 ottobre nell’aula magna di Palazzo Florenzi, in piazza G. Ermini, 1, a Perugia, ha registrato la partecipazione di docenti illustri, ricercatori, giovani studiosi di prestigiosi Atenei, dall’Università degli Studi di Perugia alla Ca’ Foscari di Venezia, dalla Pontificia Università della Santa Croce alla LUISS di Roma, ed è stato introdotto dagli interventi del Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, Franco Moriconi, di Claudia Mazzeschi, Direttrice del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione dell’Università degli Studi di Perugia, e del professor Lino Conti dell’Università degli Studi di Perugia, direttore del Centro studi sul pensiero scientifico ‘Federico Cesi’.

Si sono espresse così Flavia Marcacci e Anna Pelliccia, due membri del comitato scientifico (composto, fra gli altri, anche da Paolo Capitanucci, Argante Ciocci, Lino Conti, Nicoletta Ghigi e Raffaele Pisano), in merito alla conferenza: «la giornata di studio verte a chiarire la relazione tra Galileo Galilei e l’epoca storica in cui sviluppò il suo pensiero e la sua scienza. È stato ampiamente dimostrato come la rivoluzione che portò alla costituzione della scienza moderna fu un fenomeno molto complesso e articolato, da dover essere guardato sotto molteplici punti di vista. Galileo Galilei visse esattamente alla congiuntura storica di pulsioni e tensioni culturali opposte e profonde. Esaminarne alcune sfaccettature rendono la sua figura ancora più attuale, perché sollecitano la riflessione sul ruolo della scienza in contesti sociali mutevoli e complessi».

Questo, un percorso attraverso le relazioni presentate in occasione del convegno perugino su uno dei più grandi sostenitori dell’infinitezza dell’universo e intellettuale cosmopolita: scienziato, filosofo, matematico.

Si è focalizzato sulle ‘Coordinate politico-culturali dell’affare Galilei’ l’intervento presentato da Pietro D. Omodeo dell’Università di Venezia Ca’ Foscari, e sul copernicanesimo: l’analisi si è basata sullo schema proposto da Gramsci al fine di analizzare le dimensioni della cultura filosofica. Quale contesto, dunque? Il contesto filosofico – con Copernico che per essere istituzionalizzato viene traslato nel contesto del geocentrismo e con i testi copernicani la cui lettura avviene sempre all’interno del contesto culturale tolemaico –; il contesto religioso – con l’opposizione della Chiesa nei confronti dell’eliocentrismo – e, infine, il senso comune – in seno al quale è ancora radicato il geocentrismo, e tuttavia numerosi risultano essere gli accenni alle teorie galileiane, accenni che rappresentano i prodromi della diffusione dell’eliocentrismo nel senso comune medesimo –.

A ‘Galilei’ e alla ‘Chiesa della Riforma Cattolica’ è stata dedicata la relazione di Rafael Martinez della Pontificia Università della Santa Croce, che ha illustrato, da un lato, la conflittualità del rapporto fra Galileo e la Chiesa, dall’altro lato la non totale chiusura di quest’ultima istituzione nei confronti dei testi galileiani. Quali sono le due questioni al centro dell’incontro-scontro? La prima poggia sulla visione tolemaica, che non è legata alla visione biblica, ma che è stata integrata a questa secondo il senso comune: in ogni caso, Galilei è stato incriminato perché, affermando l’immobilità del sole e il movimento della terra, sembra opporsi alle Sacre Scritture. La seconda questione risiede nel fatto che Galilei non si trova a vivere e ad operare in un contesto in cui l’esegesi medievale è stata sostituita da una lettura più stringente dei testi biblici. E, d’altronde, i testi di Galilei sono stati inseriti nell’Indice dei Libri Proibiti non per una questione disciplinare, ma per una questione dottrinale.

‘Razionalità nella scienza e nella filosofia’ è il titolo prescelto da Dario Antiseri della LUISS di Roma per il suo intervento, incentrato sulla ricerca scientifica, che mira alla risoluzione dei problemi grazie al fatto che la mente creativa umana è in grado di immaginare mondi possibili e di dar vita a delle ipotesi. Razionale è l’uomo che vuole imparare dai propri errori, e da quelli degli altri: la distinzione fra la scienza della natura e la scienza dello spirito risulta infondata, se si nota che entrambe procedono secondo un metodo di ricerca che ambisce alla risoluzione dei problemi per il tramite di teorie, congetture, confutazioni. Se la razionalità scientifica poggia sulla controllabilità delle teorie fattuali, la razionalità filosofica, sebbene non controllabile fattualmente, risulta comunque presente in quanto è criticabile. Una teoria scientifica è razionale se falsificabile, le teorie filosofiche sono razionali qualora siano criticabili. Il paradigma è dunque il seguente: ‘è criticabile, quindi è razionale’. La razionalità, dunque, è un dono, che ci ricorda la nostra fallibilità contro ogni dogmatismo. Dario Antiseri fa poi un affondo sul concetto di ‘ricerca di senso’: nell’ottica della falsificabilità e della criticabilità rimangono senza risposta le grandi domande di senso. Proprio per questo l’uomo è costitutivamente religioso, è apertura e invocazione al senso assoluto. La scienza, dal canto suo, pone solo risposte parziali, la filosofia domande e nessuna risposta, e per questo la religione semplicemente c’è e deve esserci.  La domanda di senso non è un problema (altrimenti approcciabile dalla filosofia e dalla scienza), ma è, appunto, una domanda: non c’è nessun dato cognito. Questa domanda è quindi un’invocazione di un senso assoluto che umanamente non riusciamo a costruire.

Nicoletta Ghigi dell’Università degli Studi di Perugia ha omaggiato, ad apertura della sessione pomeridiana del convegno, il ‘Galilei di Husserl’: dopo la prima mitizzazione e la conseguente smitizzazione, Galilei, quale emblema significativo della cultura scientifica, è stato oggetto di letture differenti. Husserl è uno dei più importanti rappresentanti di questa raffigurazione di Galilei come simbolo. L’attenzione è stata focalizzata su ciò che Husserl ha letto di positivo e di negativo su Galilei, a partire dai suo scritti, e dalla nuova idea di modernità della scienza. Come ha affermato Husserl nella Crisi delle scienze europee (1954, postuma), alla stregua di Cartesio, Galilei ha avuto la possibilità di anticipare le scoperte della fenomenologia, anche se, tuttavia, tali scoperte sono rimaste ferme ad uno stadio di oscuramento. Nell’antichità, un’antichità guidata dalla dottrina platonica delle idee, la geometria euclidea ha conosciuto solo compiti finiti, un a-priori finito, chiuso. Cosa succede, allora, nella modernità? Con il capovolgimento di tutto questo, si verifica ciò che Husserl definisce ‘la grande novità’: una totalità infinita dell’essere e una scienza razionale che domina questa totalità razionalmente. Prende corpo, nella modernità, una idea nuova della scienza naturale e matematica, della scienza naturale galileiana. La ‘grande novità’ del pensiero moderno cui accenna Husserl è quella di dominare una totalità ideale infinita, una molteplicità matematica. Il carattere peculiare di tale molteplicità risiede nell’esattezza degli elementi che lo costituiscono, tanto che l’entità misurabile della natura è identificabile secondo il nesso di causa e di effetto: se tutti possono attingere ad una verità, c’è una verità, appunto, identica e relativa, in maniera oggettiva e universale. È possibile conoscere ciò che è dato empiricamente. Ma è altrettanto vero che il mondo diventa esperibile attraverso la nostra realtà oggettiva: l’apprensione del mondo si dà mediante delle concrezioni particolari e attraverso le specifiche qualità di senso nelle loro gradualità proprie (i plena materiali di Husserl), che altro non sono che la forma intuitiva grazie alla quale si apprende. Il dubbio di Husserl scaturisce dal fatto che non è possibile una misurazione esatta di queste qualità: al massimo è possibile una formalizzazione ipotetica di riempimento basta su un procedimento astrattivo-razionale. Una relatività, questa, che pare essere in contrapposizione con l’esattezza delle forme. D’altronde, riportare i plena alle leggi causali non è possibile: ogni loro mutamento trova una corrispondenza con la loro forma, che è incalcolabile, imprevedibile, secondo Husserl. Quali sono, dunque, le critiche che la fenomenologia husserliana muove a Galileo? In primo luogo, il pensiero matematico diventa meramente tecnico, con la conseguente caducità di ogni manifestazione degli accadimenti nel mondo; in secondo luogo, il fatto che Galileo non interrogò l’originale conferimento di senso, cioè che non considerò con attenzione la condizione che una riplasmazione del mondo producesse solo forme possibili empirico-intuitive, ma non esatte, avrebbe costituito un’omissione. Non da ultimo, la matematizzazione della natura avrebbe scambiato per vero essere ciò che è, invece, ‘umano metodo’ (previsione, ipotesi, in merito a riempimenti di tipo intuitivo). Galileo, in sostanza, secondo Husserl, avrebbe compiuto una sovrapposizione del mondo matematico con quello reale: questo ha comportato una modificazione del modo di approccio alla natura e ha causato un fraintendimento pericoloso, in quanto l’intero matematizzabile è solo un’apparenza, un misconoscimento della realtà, una falsa ontologia. Qual è, infine, la proposta di Husserl? Galileo è il genio che scopre e insieme occulta: apre la strada ad un’infinità di scoperte, ma dimentica di indagare i presupposti, la possibilità del metodo. Qualcosa di irrelativo giace sullo sfondo, ma non è la matematica a stabilirlo: si dà nella percezione, si offre e non è matematizzabile, è relativo in sé, un a-priori della formulazione del metodo. Non si deve partire, dunque, dalla matematizzazione, ma dalle cose, da una funzione pre-logica: l’a-priori universale delle scienze matematiche si fonda su un a-priori universale, che è precedente all’a-priori del mondo della vita. Solo se fondate su quest’ultimo a-priori, le discipline posso avere una fondazione scientifica.

Ha, poi, invitato alcuni degli allievi del professor Lino Conti a prendere la parola, Argante Ciocci del Liceo Scientifico ‘Vitruvio’ (L’Aquila), che ha ribadito con convinzione il desiderio di ‘non lasciar cadere tutto qui’, di continuare nella direzione di un appassionamento nei confronti della ricerca scientifica: «l’dea dell’argomento del convegno, ‘Galilei nel contesto’, – ha esordito Flavia Marcacci – è nata da un confronto col professor Conti: pensavamo a Galileo un po’ come si pensa a un puzzle, i cui tasselli sono in parte scientifici, in parte filosofici, in parte storici. Qual è il passato e il futuro della questione galileiana, in seno alla quale l’anno 1609 funge un po’ da spartiacque? Il problema fondamentale dell’astronomia fu che i semplici tabulati dove venivano registrate le posizioni delle stelle aumentarono a dismisura, in quanto le stelle, neanche a dirlo, grazie al telescopio, erano più visibili. E non è un caso se nella letteratura post-galileiana si confrontano tabulati su tabulati! Indagare ‘Galileo nel contesto’ significa collocare un uomo che ha fatto ben più che una teoria delle maree». «Il professor Conti – ha affermato un altro allievo, Paolo Capitanucci, è stato un professore eclettico, che non si è concentrato solo su Galileo. Ci ha insegnato la curiosità e la passione anche per Aristotele, prescindendo dal quale non si potrebbe studiare Galilei e il suo rapporto col mondo della filosofia. Sarebbe interessante proseguire in questa direzione e studiare anche una serie di minori, utilizzando lo strumento del commentare aristotelico: un territorio inesplorato. Come inesplorati risultano essere ancora numerosi manoscritti, conservati, ad esempio, alla biblioteca di Monte Ripido, in cui i frati insegnavano la fisica, non ricorrendo solo agli insegnamenti aristotelici». «Un maestro di vita – è stato il commento di un’altra allieva del professor Conti, Anna Pelliccia, che non ha celato la comprensibile emozione –. Da parte mia – ha proseguito Pelliccia – vorrei focalizzare l’attenzione su uno dei miei filoni di ricerca: quello della medicina fra Cinque e Seicento, e, nello specifico, di una scuola chirurgica nata in Umbria, la scuola chirurgica preciana, cui si potrebbe applicare il metodo galileiano, tanto che uno dei testi più importanti della scuola fu pubblicato insieme al Sidereus Nuncius di Galileo».

A tirare le fila del convegno e a trarne le conclusioni è stato lo stesso professor Lino Conti, che ha ringraziato tutti i suoi allievi, ora divenuti a loro volta maestri e ricercatori. Il suo intervento, dal titolo ‘La portata della rivoluzione galileiana’ si è aperto così: «dopo la mia scuola di ‘allenamento critico’ intorno agli studi di Aristotele – ha dichiarato il professor Conti – mi sono reso conto che, se analizziamo i tempi moderni, assistiamo ad una fioritura di prodotti umanistici, ma l’essenza di questo periodo è costituita da un proliferare delle scienze esatte e della tecnologia. Se esaminiamo col senno di poi la rivoluzione galileiana, ci rendiamo conto che essa ha apportato potenti trasformazioni, rispetto alle quali anche Husserl ha manifestato un disorientamento. Queste proposte hanno fatto perdere un sapere di tipo orientativo. La rivoluzione galileiana fu un evento epocale: l’unico mutamento eccezionale che può collocarsi sullo stesso livello della nascita del Cristianesimo. Forse, la rivoluzione scientifica si è rivelata più grande di una rivoluzione storica: l’intera storia umana potrebbe essere interpretata come un processo di sperimentazione che ha rinnovato la partita della vita. D’altronde, ‘tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere gli idoli’ e, come sosteneva Pascal, ‘beffarsi della filosofia è filosofare davvero’. In ultima battuta, considerata alla luce delle nuove conquiste conoscitive, la rivoluzione galileiana può essere considerata come la più grande rivoluzione mai avvenuta nella tecnologia. Questa rivoluzione ci ha portati ad un punto di passaggio da una selezione naturale ad una evoluzione guidata da una progettazione intelligente. Ci ha portato alla situazione in cui l’uomo può ricreare, sulla base di modelli umani, le generazioni future. L’avanzata della scienza produce, di riflesso, un’avanzata della filosofia. Di fronte a queste considerazioni – ha concluso – vorrei essere nato un po’ più tardi, per vedere dove si arriverà».

«Galileo – Ora ti mostrerò una nebulosa della Via Lattea: ha uno splendore biancastro, come il latte, appunto. Dimmi un po’: di che è composta? Sagredo – Sono stelle: innumerevoli (…)». Innumerevoli. Da scoprire e occultare insieme. Insieme al loro contesto.

 

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