sabato, 7 dicembre 2019 Ultimo aggiornamento il 3 dicembre 2019 alle ore 12:49

Le serie TV, quintessenza della creazione televisiva

Con Andrea Bernardelli e Giorgio Grignaffini, il progetto Umbrò Cultura, in collaborazione con l'Università degli Studi di Perugia, ha omaggiato il fenomeno delle serie quale cifra caratteristica del medium televisivo

 
Perugia.  La lettura (o la visione) di una storia suscita nel lettore (o nello spettatore) un processo di immedesimazione nella vicenda narrata e di identificazione nei personaggi. È questa magia che rende possibile il patto narrativo, la cui regola fondamentale poggia sulla sospensione dell’incredulità ovvero su quella trasposizione nel mondo della finzione, che, però, si accetta come vera.

Questo è ancora più vero se a essere poste sotto la lente critica sono le piattaforme streaming (Netflix, Infinity, Now TV) e le serie TV, tipologie testuali aperte ed estese, che, per loro natura, raccontano storie e si fondano sulla ricorrenza di certe variabili e di alcuni atti combinatori, quintessenza della creazione televisiva. Sono, senza meno, la forma di racconto più discussa degli ultimi anni, anche se solo fino a poco tempo fa erano considerate intrattenimento leggero. I risvolti narrativi delle varie tipologie di serie TV, dalla sitcom all’antologia, sono divenute oggetto di indagine da parte di studiosi e giornalisti, che mettono in evidenza come, oggi, si preferisca il binge watching (‘l’abbuffata televisiva’), piuttosto che l’attesa del prossimo episodio. È cambiato, insomma, il modo di raccontare e di fruire delle storie.

Al fenomeno seriale quale cifra caratteristica del medium televisivo è dedicato un ciclo di incontri seminariali che il progetto ‘Umbrò Cultura’, costituenda associazione di promozione sociale, promuove, per le giornate di mercoledì 13 novembre e di martedì 10 dicembre, in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia. Screenwriting – questo il titolo del ciclo dei due incontri seminariali – intende affrontare il problema della serialità televisiva da una specola trasversale e ad ampio raggio, utile a favorire, grazie anche ad un largo spettro di ospiti, un dibattito proficuo su un argomento di interesse e attualità.

Il primo dei due appuntamenti, I generi e le serie TV, con Giorgio Grignaffini e Andrea Bernardelli, si è tenuto, mercoledì 13 novembre nella sala Muro Etrusco di Umbrò, in via S. Ercolano 2, a Perugia, mentre il prossimo, La sitcom, con Luca Barra e Giulia Falistocco, è stato fissato nello stesso luogo per martedì 10 dicembre, alle 18.00.

‘A fare gli onori di casa’ è stata l’ideatrice del progetto ‘Umbrò Cultura’, Maria Borio, che ha sottolineato l’importanza e la stringente attualità di questo primo incontro dedicato a ‘tutto ciò che viene scritto per essere performato sullo schermo’. A Maria Borio è spettato il compito di presentare i due ospiti di questa prima giornata di riflessione e di dibattito intorno al fenomeno seriale e alla presentazione del loro libro, edito per i tipi di Carocci, Che cos’è una serie televisiva: Andrea Bernardelli dell’Università degli Studi di Perugia e Giorgio Grignaffini, direttore editoriale presso Taodue film (Mediaset Group) e docente alla Cattolica di Milano.

Il dialogo di Andrea Bernardelli e di Giorgio Grignaffini intorno alle serie TV si è incentrato sul funzionamento della macchina produttiva, sul significato di serie TV, sugli step che portano alla realizzazione di una fiction, sull’industria culturale quale settore in cui sono coinvolte diverse persone e personalità. Perché se il testo letterario gode di una certa ‘libertà’, pur nelle intenzioni del testo stesso, dell’autore e del lettore, come voleva Eco, la serie TV si confronta, necessariamente, con un percorso produttivo, fatto di step che interessano l’aspetto estetico, culturale, testuale dei racconti. In altre parole (semiotiche), si tratta di passaggi che ricostruiscono l’influenza di contesto e di testo. Poi… Poi ci sono i costi, una serie TV è molto esosa: mediamente una prima serata che dura all’incirca 100 minuti costa non meno di un milione di euro in Europa, mentre in America un’ora mediamente equivale a 4 milioni di dollari, con punte che arrivano fino ai 7. Si tratta di budget importantissimi. Perché, allora, si spende così tanto per una serie TV, considerando anche che c’è un’alternativa (comprare il prodotto, come un tempo facevano le TV commerciali italiane)? Le aziende si pongono il problema del ‘faccio o compro?’. Uno dei motivi che spinge le aziende a produrre una serie TV risiede nel fatto che, negli anni Novanta, la capacità delle serie internazionali di raggiungere un target ampio era diminuita. Era, infatti, cambiato il modo di fare TV: si cercava un target specifico, più giovane (15-49 anni). La TV italiana è ancora generalista ovvero è rivolta a un pubblico dal baricentro socio-demografico adulto. La TV, d’altronde, rimane un elemento centrale nella dieta mediale e sociale. Eppure, almeno in Italia, è tuttora generalista. Come, tuttora, il 30 % delle persone non usa Internet: la percentuale è degna di nota, perché coincide con circa 20 milioni di nostri connazionali.

Per contro, con le fiction, si può andare ad intercettare un target che, altrimenti, è meno interessato alle serie americane. Il cinema americano, dal canto suo, negli anni Novanta, si è spostato verso i teenagers. Ciò che è accaduto in Italia, e, più in generale, in Europa, è che la narrativa seriale si è adattata ai propri bisogni, subendo una transizione da un sistema televisivo pubblico a un sistema televisivo misto: se le TV pubbliche parlano ad un pubblico adulto, le TV commerciali si sono dovute rinnovare e hanno, dapprima, provato ad investire su fiction internazionali per poi arrendersi, cominciando a produrre serie TV. ‘Make or buy’? Comprare non era più efficiente, per cui il vantaggio editoriale e i risultati di ascolto hanno sollecitato a ‘fare’.

Ma dietro precise scelte editoriali e contenutistiche e di politica culturale ci sono diversi fattori che riguardano l’industria. Insomma, si deve produrre ciò che può essere efficace per il pubblico. Come nel caso di Rosy Abate, esempio di serie TV incentrata su una donna di mafia. Una decisione di questo tipo da quali logiche parte? ‘Tutto ha avuto origine da ‘Squadra antimafia’ – è stato il commento di Giorgio Grignaffini –, un poliziesco ambientato a Palermo e a Catania, che aveva al centro della storia alcuni poliziotti, che avrebbero dovuto occuparsi della cattura di un latitante. Il plot, dunque, si avvicinava alla cattura, ma, al contempo, vedeva scappare il latitante stesso in 600 minuti di racconto. Allora, si è costruito un racconto collaterale, un’altra storia, quella di una famiglia mafiosa che faceva parte della cosiddetta ‘mafia perdente’. Il poliziesco è diventato, dunque, sempre più un ibrido.  Rosy Abate è, allora, emblematica: non ha più un contraltare buono, è una cattiva seriale funzionale alla complessità della stessa trama narrativa. E alla ricorrenza di certe variabili e di alcuni atti combinatori tipici delle serie TV.

 

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