giovedì, 13 dicembre 2018 Ultimo aggiornamento il 11 dicembre 2018 alle ore 17:36

Nei meandri della narrazione scritta

Tutti i venerdì, dal 20 aprile al 25 maggio, nei locali dell'agenzia letteraria SettePiani, in via Savonarola 88, a Perugia, un laboratorio sulla narrativa e sul testo con lo scrittore Matteo Pascoletti.

 
Nei meandri della narrazione scritta
Perugia.  «La regola vuole che un vero gentiluomo non parli delle sue ex fidanzate, né delle tasse che paga. No, tutto falso. Scusatemi, me lo sono inventato in questo momento. Ma se questa regola esistesse, forse imporrebbe anche di ‘non parlare di ciò che si fa per mettersi in buona salute’. Perché un vero gentiluomo difficilmente in una conversazione si dilungherebbe su un argomento del genere. Per lo meno a mio parere. Io però, come tutti sanno, non sono un gentiluomo, quindi del galateo me ne infischio. Tuttavia – perdonate se ho l’aria di giustificarmi – provo un leggero imbarazzo a scrivere questo libro, benché non si tratti di un manuale di igiene fisico-mentale, ma di un testo sulla corsa a piedi (…)». Lo scriveva, Murakami, in ‘un giorno di agosto del 2008’. Nella prefazione a ‘L’arte di correre’ (traduzione di Antonietta Pastore). Una riflessione cinetica sul talento, filtrata dagli occhi-specchio di uno scrittore-maratoneta, per il quale la corsa diviene metafora dell’arte come tecnica, come ordine, come esercizio duro, costante, dalla pratica disciplinata, manichea.

Quanto c’è di disciplinato quando si redige un testo (per forza di cose) creativo? Si possono seguire delle linee-guida quando ci si approccia alla narrativa? Quando dal testo si parte e al testo si torna? Quanti e quali possono essere i punti di vista che ruotano attorno a un testo? Come si costruisce un personaggio (questo, sconosciuto)? Quand’è che un dialogo funziona? Cosa accade quando si descrive o si ‘dipinge con le parole’ e quando si concepisce ‘la lingua come spazio’, ricorrendo agli strumenti della retorica? È vero, come sosteneva Davide Brullo in un articolo pubblicato ne Linkiesta il 27 ottobre dello scorso anno, che la definizione di ‘scuola di scrittura creativa’ sia ‘un bestiale ossimoro’, in quanto lo scrittore, se è tale dovrebbe ‘rompere le norme, sfidare la grammatica, incendiare il vocabolario’?

Ne abbiamo parlato con Matteo Pascoletti, autore e scrittore perugino (I giorni della nepente. Una storia tossica, edito nel 2015 da Effequ), collaboratore del Festival Internazionale del Giornalismo e di Ultima Pagina, che lavora nella comunicazione online e che, tutti i venerdì, dal 20 aprile al 25 maggio, dalle 19.30 alle 21.30, nei locali dell’agenzia letteraria SettePiani di Costanza Lindi ed Elena Zuccaccia (via Savonarola 88, Perugia) terrà un laboratorio sulla narrativa e sul testo, previa iscrizione dei partecipanti entro il 15 aprile (info@settepianiagenzialetteraria.com – www.settepianiagenzialetteraria.com). Questo, il calendario degli incontri pensati per scrittori emergenti: 20 aprile, ‘I personaggi, questi sconosciuti’; 27 aprile, ‘Dialoghi – quando funzionano e perché’; 4 maggio, ‘Descrizioni – o del dipingere con le parole’; 11 maggio, ‘Retorica e stile – la lingua come spazio’; 17 maggio, ‘Struttura – la mappa e il territorio di una storia’; 25 maggio, ‘Revisionare una stesura – sii l’editor di te stesso!’.

Un corso sulla narrativa e sul testo a seguito di un (riuscito) laboratorio. C’è una continuità, una propedeuticità fra le due esperienze?

«Si sono resi necessari degli incontri preliminari al laboratorio vero e proprio, perché credo che Perugia, culturalmente, sia ‘un arcipelago di monadi’, quindi c’è bisogno di pensare a delle realtà, anche laboratoriali, che siano contigue per interessi. L’idea di un corso sulla narrativa e sul testo può destare curiosità. È preferibile preparare uno spazio preliminare per conoscersi: il curioso, in questo modo, può esplorare le sue intenzioni. Mentre il docente, che sarei io, propone un’idea che può essere sviluppata durante il corso».

 

Cos’è un corso sulla narrativa e sul testo? A chi è rivolto? Quale funzione svolge? Come si strutturerà il laboratorio che terrai dal 20 aprile al 25 maggio, a Perugia, in via Savonarola 88, sede dell’agenzia letteraria SettePiani?

«Si tratta di un laboratorio sulla narrativa, legato alla centralità di cosa significa narrare. Definirlo un ‘laboratorio di scrittura creativa’ mi avrebbe fatto slittare su di un terreno tautologico. Sulla base della mia esperienza di scrittura e a seguito del laboratorio da me tenuto alla libreria Mannaggia, ho potuto sviluppare questa concezione. Darò delle indicazioni primarie, fondate su aspetti di cui si può tenere tecnicamente conto quando si scrive. Rispetto ai personaggi, ad esempio, ma anche allo stile, alla lingua come spazio, alla retorica, al metalinguaggio: uno spazio che si costruisce attraverso le parole. Parole-figure. Nei meandri della narrazione scritta».

Perché si parla di ‘scrittura creativa’ e, poi, di ‘corso’ o ‘laboratorio’? Non ti sembra un ossimoro il fatto che alcune regole tecniche possano essere messe al servizio di una scrittura che si intende, appunto, ‘creativa’? Davide Brullo, in un articolo pubblicato ne Linkiesta (27 ottobre 2017), con piglio polemico verso le scuole di scrittura creativa (il riferimento è alla Holden) afferma si tratti di «Un bestiale ossimoro: uno scrittore, se è tale, rompe le norme, sfida la grammatica, incendia il vocabolario (…)». Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

«Abbiamo scelto di non divulgare il termine ‘scrittura creativa’ appositamente. Siamo ricorsi al termine ‘narrativa’, che è quella che conosco. Penso, però, alla dimensione del racconto, del romanzo. Non alla sceneggiatura. Questo discorso del rompere le norme può essere vero. Dal punto di vista critico, il mio massimo ‘ispiratore’ è Leo Spitzer. Se conosci le norme, sai misurare lo spazio di quanto stai deviando, sulla base di una motivazione forte e consapevole. Un corso risiede su una meccanizzazione del concetto di scrittura. Penso che un approccio maieutico, che faccia comprendere al soggetto i propri limiti, possa essere proficuo. Se si pensa solo al fatto di deviare dalle norme, allora non si dovrebbe lavorare nemmeno con l’editor! L’editor maieutico è il migliore. Da parte mia, ho partecipato a corsi e workshop: luoghi in cui puoi incontrarti con persone che hanno i tuoi stessi interessi e confrontarti con chi ha competenze in materia. Questo è importante ai fini della pratica di scrittura. Permette di non scadere in un idealismo a priori, che poi in concreto non si sa bene cosa significhi. Devi conoscere delle norme, quando scrivi: come fai a rompere una norma, altrimenti?».

La tua esperienza di narratore quanto può aiutare giovani aspiranti scrittori?

«Io lavoro moltissimo sull’apporto datomi dalle persone. Chiedo un parere a tutti. Avere più punti di vista permette di entrare nello sguardo del lettore. Non intendo trasmettere la mia poetica (che è cosa individuale e insondabile, in quanto comincia prima della parola scritta), ma fornire degli strumenti per tradurre la poetica in forma scritta. Come dire: ‘queste sono le tecniche che si usano, se ne trovate altre, bravissimi’».

Giambattista Marino sosteneva che ‘la vera regola fosse l’assenza di regole’. Sei d’accordo con questa affermazione? È così quando si produce un testo scritto?

«Ci sono momenti, quando si scrive, in cui si va a briglie sciolte. Allora, bisogna ignorare qualunque tipo di costrutto mentale. Si tratta di una fase, però. Se scrivi un sonetto, come faceva Marino, hai quelle regole intrinseche. È vero fino a un certo punto, dunque. Va preso un certo grado di libertà, libertà rispetto ai vincoli che abbiamo nel quotidiano, o verso noi stessi. Se costruisco un personaggio, che so, fascista, il lavoro è più complicato, perché c’è una parte di me che giudica un’ideologia. Ma nei confronti del lettore devo essere verosimile. Non devo esternare avversione. Agli occhi del lettore non arriva tanto il livello morale. Quel personaggio funzionerebbe, dunque, di meno. Necessitiamo di strumenti che disciplinano quella libertà. Il lettore deve immedesimarsi. E crederci».

Cos’è, per te, la creatività? Su cosa è fondata? Imitazione e originalità: come si combinano queste due categorie estetiche quando si scrive?

«Mi focalizzerei sul concetto di ‘libertà’, del puro accadere di quello che si scrive. Uno deraglia. Le definizioni sono necessarie per concepire un elemento. Ma nella scrittura vanno abbandonate. Il mio cervello dice: ‘qui funziona, e qui no’. Una sorta di dicotomia primitiva. Non dice: ‘qui sono creativo e qui no’. Bisogna avere la capacità di essere degli ottimi lettori di se stessi. Per ricreare una sorta di incantesimo che non si interrompe mai. Anche un testo banale o brutto è una creazione. Perché prima non c’era. Non uso mai la parola ‘creativa’. Ricorro solo al concetto di ‘scrittura che funziona’».

 

 

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