giovedì, 15 novembre 2018 Ultimo aggiornamento il 5 novembre 2018 alle ore 22:19

Se la stasi si accorda

Intervista alla scrittrice Costanza Lindi, fondatrice, con Elena Zuccaccia, di Settepiani, unica agenzia letteraria umbra ed editor freelance. 'Accordatura della stasi', editata per i tipi di kammeredizioni, è la sua ultima fatica letteraria.

 
Se la stasi si accorda
Perugia.  «Mi dirigo verso cose /nuove. Un vuoto. / Ho azzerato il nulla / attraversando cose. / Sola aspetto / e sola mi osservo / bella a fare cose». Il sapere come saper fare. Cose. E ritrovarsi belli, nel farle. Un moto, verso il fare le cose. Ma anche un azzeramento del nulla. Una stasi, che può essere accordata. In una percezione del sé, in un’osservanza che ascolta il silenzio e la pausa, al culmine del movimento.

‘Accordatura della stasi’ è l’ultima silloge poetica – la quinta, in ordine di pubblicazione – di Costanza Lindi, giovane scrittrice umbra, fondatrice, con Elena Zuccaccia, dell’unica agenzia letteraria umbra, Settepiani, rivolta ad autori, emergenti e non, accompagnandoli su per i ‘sette piani’, appunto, del lavoro di limatura condotto sul testo, dalla correzione di bozzi ed editing alla ricerca di editori, dalla promozione, alle varie fasi di writing, rewriting e ghostwriting. Laureata in lettere moderne, Costanza Lindi lavora come editor freelance, è collaboratrice esterna di diverse case editrici e del progetto ‘Umbria Poesia’, e membro del comitato di redazione di ‘Umbrò Cultura’. Il ‘fare cose’, per lei, è di fondamentale importanza, tanto da aver raccolto suoi testi editi ed inediti in un blog omonimo.  Se è vero che ‘la moralità sta nella capacità di fare cose belle’.

E una cosa bella è, senza meno, l’ultima fatica letteraria di Costanza Lindi, ‘Accordatura della stasi’, editata per i tipi di kammeredizioni lo scorso anno (ISBN 9788899733056) e fruibile in un formato tascabilissimo, in una ricerca sofisticata del supporto di scrittura, in una graziosa – perché gradevole agli occhi – scelta certosina della grammatura della carta, dell’alternanza fra caratteri corsivi e tondi, fra parole isolate, immobili, e lettere in movimento. Allora anche la stasi può diventare musica. Accordatura. Ne abbiamo dialogato insieme all’autrice:

‘Accordatura della stasi’: questo titolo pare essere un indice – la funzione dell’indicalità – puntato verso il lettore, per orientarne il percorso di ricezione dell’opera, la tua quinta silloge poetica. Può esserci assenza di movimento in una repertoriazione di accordi?

«Quello che ho provato a tracciare, con questo mio ultimo lavoro, è un percorso lento ma non immobile. Nell’immagine dell’ “accordatura” ritrovo un incedere impercettibile verso qualcosa che conduce al riconoscimento stesso di una stasi non del tutto assente. Tale riconoscimento si delinea quindi come una sorta di differenziazione da una stasi passiva ad una attiva, riconoscendo nella “repertoriazione di accordi”, come mi suggerisci, l’importanza e la grandezza di ciò che esiste tra una nota e l’altra e che esiste, quindi, nel non compiere alcun gesto o movimento evidente; un non compiere movimenti che non coincide con la stasi completa, ma con il moto che scaturisce da riconoscerne, nell’immobilità, l’importanza stabile e attiva».

 

Altro indice conoscitivo: l’indice, appunto. ‘Matrice, prototipo, tiratura, barbe, timbro a secco, posa’, le singole sezioni in cui si articola. Si tratta di un itinerario che, sulla traccia dell’impressione e del movimento che questa implica, conduce alla stasi?

«Ho utilizzato l’immagine del timbro e dell’incisione per ricreare quello che nella mia mente si generava prima da una “matrice”, quindi da un supporto liscio e uniforme, per poi giungere attraverso linee, ombre, materiale che si divide dal supporto d’origine, che a sua volta genera altre ombre, per poi giungere alla posa, ossia ad un timbro, in realtà, mai impresso, ma lasciato sedimentare. Nella posa ho trovato il fulcro di ciò che racconto, riconosco nell’immagine del timbro la grandezza del processo. Un’arte della rappresentazione che lavora sul togliere e non sul mettere, per poi riposare nella posa, che può essere associabile a quella del vino, ad esempio, frutto di un movimento interno impercettibile e lento».

 

In ‘Non vedi come sei?’, ultimo componimento della sezione ‘Tiratura’, la terza della raccolta, definisci il tu-femminile in ascolto ‘centrale e centrata’, ‘concentrata’, giocando sull’allitterazione di /c/. In termini antitetici, si colloca l’io-femminile, che è ‘decentrato’. ‘Qua e là’. La stasi è (bari)centro e il movimento decentramento?

«Nella stasi vi è concentrazione e nel movimento, intendendo per movimento qualsiasi gesto che non sia frutto di sensibilità consapevole ma “distratta”, vi è la passività del pigro che, in questo caso, è l’io poetico».

 

In ‘precipita il poligono del granello’, nella sezione ‘Matrice’, racconti della compressione delle cose, di una stasi incolore, di un moto asciutto. Infine, di una struttura che crolla, ma che non si ribalta, ‘ancora’. La poesia, a tuo avviso, permette ancora di elevare la lingua o non riesce a scongiurare uno sgretolamento di parole immobili?

«Vedo nella poesia non un tentativo di elevare la lingua quanto piuttosto una rappresentazione preziosa e ponderata nel dettaglio del creato. La ponderatezza di cui parlo non fa però riferimento a norme metriche o retoriche, quanto piuttosto ad un’attenzione nei confronti della sacralità della parola che si fa oggetto rappresentante e che non è quindi mezzo. In questa raccolta tento di donare attraverso il silenzio sacralità anche alla parola non scritta, e quindi al silenzio stesso, in quanto stasi espressiva e massiccia».

 

Il tondo e il corsivo, fra le pieghe dei versi. C’è un’idea di movimento (e non di stasi) nella scelta del carattere? E in quelle del piccolo formato di questo libro? Hai ricorso a tutto questo per evitare che ‘la stasi si accordasse’?

«La scelta del carattere è dovuta nella maggior parte dei casi ad una semplice alternanza di voci. La casa editrice Kammer ha curato molto l’aspetto del libro sia nel suo formato che nella scelta della copertina e di questo sono contenta. Il libro è stato stampato in copie numerate a mano e, in questo riconoscere l’oggetto-libro come qualcosa di prezioso e di unico, mi sono trovata molto d’accordo con l’editore. Amo i libri d’artista e tutto ciò che ruota intorno all’artigianato del libro e questa cura mostrata dall’editore, ricollegandomi al tema della raccolta, credo sia un buon modo per dare ad ogni oggetto l’attenzione ponderata di cui parlo sopra».

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