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	<title>Perugia Online &#187; costanza lindi</title>
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		<title>&#8216;Cerchi e polsi&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Oct 2019 15:18:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Il testo come tessuto di significanti che costituisce l’opera e che si presenta come parte emergente della lingua. La scrittura come un <em>satori </em>fondato sul vuoto di parola. Lo spazio, che può diventare abitabile, e il movimento, risultante di una stasi solo apparente. Il vuoto come pausa, come oggetto distinto dal non-vuoto: vuoto e non vuoto, fermo e mobile, io e tu. Infine, ‘Cerchi e polsi’ come due materiali dell’interno creato.</p>
<p>E come il titolo dell’ultima raccolta di poesie (<em>Cerchi e polsi</em>, Giuliano Ladolfi Editore, 2018) di Costanza Lindi, cofondatrice dello studio editoriale SettePiani e poetessa (del 2017, la sua ultima silloge, <em>Accordatura della stasi</em>, per Kammer edizioni).</p>
<p>È consapevole che l’irrappresentabilità esista, Costanza Lindi, e ce lo racconta rilasciando questa intervista, che ha molto a che fare con la limitatezza della scrittura come genesi di oggetti che mettono radici e che, spesso, restano fuori, non potendo essere nominati.</p>
<p><strong>Torni a parlare di spazio e, con questo, di movimento. In <em>Accordatura della stasi</em> (Kammeredizioni, 2017) raccontavi ‘un incedere impercettibile verso qualcosa che conduce al riconoscimento di una stasi non del tutto assente’. Anche la stasi, lì, diveniva ritmo, moto. C’è ancora la ricerca, in <em>Cerchi e polsi</em> (Giuliano Landolfi Editore, 2018) di uno spazio che può diventare abitabile? </strong></p>
<p>Cerchi e polsi prende il via come progetto durante le ultime revisioni di Accordatura della stasi, questo non per una sovrabbondanza, da parte mia, di idee, ma perché credo l’argomento in sé non ancora concluso. Partendo quindi da una stasi apparente, attiva, produttiva e ribollente si va verso una lettura più che essenziale del segno, che dal punto poi si allontana in un moto, di nuovo, raggiungendo tutte le dimensioni fino alla quarta. Riconoscendo il segno come elemento comunicativo, porto nel punto anche la cellula, in quanto essere vivente, e io, che sono nel punto, mi propago, mi allungo, mi restringo, tocco, ascolto, sento, vedo, mi muovo nello spazio che abito. Si potrebbe dire che in Accordatura lo spazio mi abita, e in Cerchi e polsi prendo il mio spazio, ma non parlo solo di me. Ad ogni modo parlerei più di dimensioni, sul concetto di spazio ci sto ancora lavorando.</p>
<p><strong>L’apparato paratestuale di questo libro di poesie – edito nella collana <em>Perle poesia</em> diretta da Roberto Carnero – si compone di titolo – <em>Cerchi e polsi</em> –, di una citazione in esergo – ‘Se il nostro luogo è dove / il silenzioso guardarsi delle cose / ha bisogno di noi / dire non è sapere, è l’altra via, / tutta fatale, d’essere. / Questa è la geografia’ tratta da <em>La fine di un’arte</em> di Silvia Bre (Einaudi, 2015) –, dei titoli delle singole sezioni in cui è suddivisa la raccolta – <em>punto</em>, <em>retta</em>, <em>circonferenza</em>, <em>sfera</em>, <em>ipersfera</em> –, e di una curiosa tua nota – <em>Nella linea di una sola dimensione</em> – in luogo della prefazione, in cui parli di un vuoto che diventa oggetto e che viene sottratto al segno, pur rimanendo non tracciabile. Potresti illustrare questo indice conoscitivo? </strong></p>
<p>Tutto parte, in questo mio punto di vista, dal riconoscimento del vuoto come pausa, quindi come oggetto distinto tra ciò che vuoto non è. Un concetto sicuramente già sentito, ma che in questo contesto si fa punto di partenza. Dalla consapevolezza che l’irrappresentabilità esiste e diviene viva e reale, quindi oggetto, prende il via il mio viaggio verso l’analisi di ciò che è vivo tra vuoto e pieno, tra fermo e mobile, tra io e tu. Da qui il titolo, cerchi e polsi, come due materiali dell’interno creato, forme e battiti.</p>
<p><strong>La tua ci sembra una riflessione sulla ‘vettorialità’, sul fatto che la scrittura possa prendere tutte le direzioni. Roland Barthes sosteneva che la comunicazione passasse per un rovescio: ‘il corpo del lettore – scrive – non è quello dello scriba: l’uno rivolge l’altro’. Cosa pensi a riguardo? </strong></p>
<p>Penso Roland Barthes è stato il mio vero punto di partenza, in fondo. Inutile negarlo. La vettorialità può senz’altro essere ricondotta al percorso che traccio, ma non parlo solo di scrittura. Parlo della limitatezza della scrittura piuttosto. Parlo di mezzi di rappresentazione e, sì, credo che il corpo faccia sicuramente gran parte di ciò che alla scrittura sfugge.</p>
<p><strong>Crediamo si possa parlare, qui, di ‘un ductus di Costanza Lindi’, di un tuo movimento, mentre scrivi, di un ordine, una temporalità di tratti, di una scrittura <em>in fieri</em>, che <em>si fa</em> ‘scrizione’ e non prodotto finito. Parli di ‘un esplodere senza che accada nulla che doni motivo per scrivere’, di ‘una narrativa che non esce’, di capelli ‘che sulle spalle piantano parole’. Potresti spiegare questi versi? </strong></p>
<p>La scrittura che parte dalla stasi e dalla pausa mi interessa, ciò che esce dai pori della pelle con una spinta sua e indomabile. Scrittura come segno, come genesi di oggetti, che si posano e mettono radici sul mio corpo, che continua a produrre. ‘Da una narrativa che non esce’ è un verso di un testo che parla di consistenze, di ricerca di sensorialità forzata, nell’assoluta assenza di secrezione. ‘In apnea masticavo caramelle dure.’</p>
<p><strong>Ci sono la bellezza e l’impossibilità di nominare e definire, in questa tua opera, lo spazio (anche geometrico o quello che sta dentro a una mano) tracciato per il tramite del segno, le figure geometriche, traiettorie danzanti, surrealismo intriso di sensi e quotidianità, intersecazioni di punti di vista, sguardi e vettori. Quali altri <em>topics</em> potremmo individuare? </strong></p>
<p>Non c’è impossibilità, c’è necessità di differenziare in un’altra dimensione. Non c’è nulla di tormentato ma una scoperta e un proseguire continuo. Come se fosse un esperimento. Le traiettorie che traccio non hanno nulla di casuale seppur istintivo. Per citare Anna Maria Farabbi, non esiste svolazzo ma direzione di un volo con una traiettoria decisa.</p>
<p><strong>‘(…) Tacerne la pretesa / riconoscerne il significante / che racchiude parole oltre la lingua’. Esiste, dal tuo punto di vista, una lingua che va al di là della ‘lingua-repertorio’? </strong></p>
<p>È sicuramente su questa ulteriore lingua che si basa tutta la raccolta. Tacerne la pretesa che nasce dal volersi esprimere con un solo mezzo, escludendone una parte. In una poesia scrivo ‘Ti amo dunque, ma qualcosa resta fuori’, ed è da qui che parto sin dall’inizio, da ciò che resta fuori. Esistono oggetti al di fuori del nostro nominarli, esistono oggetti-parola, oggetti-segno e oggetti intangibili che sono lì, li riconosco in quanto tali e ne ho consapevolezza, ma non ho altri oggetti per delimitarne una figura, un poligono, o qualsiasi altra cosa.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Se la stasi si accorda</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2018 20:45:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> «Mi dirigo verso cose /nuove. Un vuoto. / Ho azzerato il nulla / attraversando cose. / Sola aspetto / e sola mi osservo / bella a fare cose». Il sapere come saper fare. Cose. E ritrovarsi belli, nel farle. Un moto, verso il fare le cose. Ma anche un azzeramento del nulla. Una stasi, che ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Mi dirigo verso cose /nuove. Un vuoto. / Ho azzerato il nulla / attraversando cose. / Sola aspetto / e sola mi osservo / bella a fare cose». Il sapere come saper fare. Cose. E ritrovarsi belli, nel farle. Un moto, verso il fare le cose. Ma anche un azzeramento del nulla. Una stasi, che può essere accordata. In una percezione del sé, in un’osservanza che ascolta il silenzio e la pausa, al culmine del movimento.</p>
<p>‘Accordatura della stasi’ è l’ultima silloge poetica – la quinta, in ordine di pubblicazione – di Costanza Lindi, giovane scrittrice umbra, fondatrice, con Elena Zuccaccia, dell’unica agenzia letteraria umbra, Settepiani, rivolta ad autori, emergenti e non, accompagnandoli su per i ‘sette piani’, appunto, del lavoro di limatura condotto sul testo, dalla correzione di bozzi ed editing alla ricerca di editori, dalla promozione, alle varie fasi di writing, rewriting e ghostwriting. Laureata in lettere moderne, Costanza Lindi lavora come editor freelance, è collaboratrice esterna di diverse case editrici e del progetto ‘Umbria Poesia’, e membro del comitato di redazione di ‘Umbrò Cultura’. Il ‘fare cose’, per lei, è di fondamentale importanza, tanto da aver raccolto suoi testi editi ed inediti in un blog omonimo.  Se è vero che ‘la moralità sta nella capacità di fare cose belle’.</p>
<p>E una cosa bella è, senza meno, l’ultima fatica letteraria di Costanza Lindi, ‘Accordatura della stasi’, editata per i tipi di kammeredizioni lo scorso anno (ISBN 9788899733056) e fruibile in un formato tascabilissimo, in una ricerca sofisticata del supporto di scrittura, in una graziosa – perché gradevole agli occhi – scelta certosina della grammatura della carta, dell’alternanza fra caratteri corsivi e tondi, fra parole isolate, immobili, e lettere in movimento. Allora anche la stasi può diventare musica. Accordatura. Ne abbiamo dialogato insieme all’autrice:</p>
<p><strong>‘Accordatura della stasi’: questo titolo pare essere un indice – la funzione dell’indicalità – puntato verso il lettore, per orientarne il percorso di ricezione dell’opera, la tua quinta silloge poetica. Può esserci assenza di movimento in una repertoriazione di accordi? </strong></p>
<p>«Quello che ho provato a tracciare, con questo mio ultimo lavoro, è un percorso lento ma non immobile. Nell’immagine dell’ “accordatura” ritrovo un incedere impercettibile verso qualcosa che conduce al riconoscimento stesso di una stasi non del tutto assente. Tale riconoscimento si delinea quindi come una sorta di differenziazione da una stasi passiva ad una attiva, riconoscendo nella “repertoriazione di accordi”, come mi suggerisci, l’importanza e la grandezza di ciò che esiste tra una nota e l’altra e che esiste, quindi, nel non compiere alcun gesto o movimento evidente; un non compiere movimenti che non coincide con la stasi completa, ma con il moto che scaturisce da riconoscerne, nell’immobilità, l’importanza stabile e attiva».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Altro indice conoscitivo: l’indice, appunto. ‘Matrice, prototipo, tiratura, barbe, timbro a secco, posa’, le singole sezioni in cui si articola. Si tratta di un itinerario che, sulla traccia dell’impressione e del movimento che questa implica, conduce alla stasi? </strong></p>
<p>«Ho utilizzato l’immagine del timbro e dell’incisione per ricreare quello che nella mia mente si generava prima da una “matrice”, quindi da un supporto liscio e uniforme, per poi giungere attraverso linee, ombre, materiale che si divide dal supporto d’origine, che a sua volta genera altre ombre, per poi giungere alla posa, ossia ad un timbro, in realtà, mai impresso, ma lasciato sedimentare. Nella posa ho trovato il fulcro di ciò che racconto, riconosco nell’immagine del timbro la grandezza del processo. Un’arte della rappresentazione che lavora sul togliere e non sul mettere, per poi riposare nella posa, che può essere associabile a quella del vino, ad esempio, frutto di un movimento interno impercettibile e lento».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In ‘Non vedi come sei?’, ultimo componimento della sezione ‘Tiratura’, la terza della raccolta, definisci il tu-femminile in ascolto ‘centrale e centrata’, ‘concentrata’, giocando sull’allitterazione di /c/. In termini antitetici, si colloca l’io-femminile, che è ‘decentrato’. ‘Qua e là’. La stasi è (bari)centro e il movimento decentramento? </strong></p>
<p>«Nella stasi vi è concentrazione e nel movimento, intendendo per movimento qualsiasi gesto che non sia frutto di sensibilità consapevole ma “distratta”, vi è la passività del pigro che, in questo caso, è l’io poetico».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>In ‘precipita il poligono del granello’, nella sezione ‘Matrice’, racconti della compressione delle cose, di una stasi incolore, di un moto asciutto. Infine, di una struttura che crolla, ma che non si ribalta, ‘ancora’. La poesia, a tuo avviso, permette ancora di elevare la lingua o non riesce a scongiurare uno sgretolamento di parole immobili? </strong></p>
<p>«Vedo nella poesia non un tentativo di elevare la lingua quanto piuttosto una rappresentazione preziosa e ponderata nel dettaglio del creato. La ponderatezza di cui parlo non fa però riferimento a norme metriche o retoriche, quanto piuttosto ad un’attenzione nei confronti della sacralità della parola che si fa oggetto rappresentante e che non è quindi mezzo. In questa raccolta tento di donare attraverso il silenzio sacralità anche alla parola non scritta, e quindi al silenzio stesso, in quanto stasi espressiva e massiccia».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il tondo e il corsivo, fra le pieghe dei versi. C’è un’idea di movimento (e non di stasi) nella scelta del carattere? E in quelle del piccolo formato di questo libro? Hai ricorso a tutto questo per evitare che ‘la stasi si accordasse’?</strong></p>
<p>«La scelta del carattere è dovuta nella maggior parte dei casi ad una semplice alternanza di voci. La casa editrice Kammer ha curato molto l’aspetto del libro sia nel suo formato che nella scelta della copertina e di questo sono contenta. Il libro è stato stampato in copie numerate a mano e, in questo riconoscere l’oggetto-libro come qualcosa di prezioso e di unico, mi sono trovata molto d’accordo con l’editore. Amo i libri d’artista e tutto ciò che ruota intorno all’artigianato del libro e questa cura mostrata dall’editore, ricollegandomi al tema della raccolta, credo sia un buon modo per dare ad ogni oggetto l’attenzione ponderata di cui parlo sopra».</p>
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		<title>Otto quesiti per &#8216;settepiani&#8217;</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Aug 2017 12:14:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Le agenzie letterarie esistono. E in Italia sono quasi cento. Incastonate, come gemme intermediarie fra autori ed editori, in tutto il tessuto nazionale. Ma quella fondata, in Umbria, a Perugia, dalle scrittrici emergenti Costanza Lindi – editor freelance ed agente letterario, collaboratrice di alcune case editrici del centro Italia, fra cui Bertoni Editore, direttrice del blog letterario Regina Mab, e membro della giuria di alcuni concorsi letterari, e del comitato organizzativo del progetto Umbria Poesia – ed Elena Zuccaccia – laureata in Giurisprudenza, appassionata di poesia e membro del comitato organizzativo di Umbria Poesia – di ‘piani’ ne ha ben ‘sette’. Perché, se l’omonimo racconto editato da Dino Buzzati nel 1937 era incentrato sui sette livelli nei quali era articolato il sanatorio cui si rivolse Giuseppe Corte – livelli, questi, cui corrispondevano altrettanti stadi patologici –, ‘settepiani’, attività culturale presentata ufficialmente alla città di Perugia il 14 luglio scorso, al Balù, in via Cartolari 26, propone una rete di servizi corrispondenti, per ora, al numero di sette: dalla correzione di bozze alle varie fasi di editing, dal lavoro sul testo alla ricerca dell’editore, dalla promozione alla gestione di eventi e di presentazioni, alla diffusione.</p>
<p>Delle problematiche comuni fra autori emergenti, quali ad esempio la valutazione di un contratto, la promozione di un libro, delle tecniche di scrittura, della cernita delle case editrici, della distribuzione, e, d’altro canto, dei problemi che possono insorgere sia prima che dopo la pubblicazione di un libro, abbiamo parlato con le due agenti letterarie. Che, sostengono, con la fondazione di questa agenzia letteraria – unica in Umbria – no, non si sono inventate proprio nulla.</p>
<p><strong>Il 14 luglio scorso è stata presentata alla città di Perugia la nuova (ed unica) agenzia letteraria umbra: ‘settepiani’, attiva dal maggio di quest’anno, grazie alla vostra intraprendenza di scrittrici emergenti, appassionate di lettura, scrittura, letteratura ed editoria. Cos’è, nello specifico, un’agenzia letteraria? </strong></p>
<p><strong> </strong>«Un’agenzia letteraria è una figura intermediaria tra autore ed editore, in entrambi i sensi. Lavoriamo con gli autori sui manoscritti per poi proporli agli editori per la pubblicazione e seguirli poi anche nella promozione. Collaboriamo con gli editori per il lavoro sul testo ma anche per quanto riguarda la promozione del libro una volta pubblicato e la distribuzione sul territorio umbro, oltreché la rappresentanza per fiere ed eventi».</p>
<p><strong>Il nome che avete scelto per la vostra attività culturale trae origine dall’omonimo racconto che Dino Buzzati pubblicò nel 1937. In quel caso, il riferimento era ad una casa di cura, appunto, di ‘sette piani’, cui corrispondevano altrettanti stadi patologici. Nel vostro caso, invece, a cosa sono da riferire ‘i sette piani’?</strong></p>
<p>«I sette piani per l’agenzia rappresentano i piani di lavoro, i nostri servizi, per un divertente caso corrispondenti, almeno al momento, al numero di sette. Dalla correzione di bozze – una verifica di correttezza formale e coerenza del testo, dal punto di vista ortografico, grafico e stilistico – alle varie forme di editing, che comportano interventi più sostanziosi sul testo, anche dal punto di vista del contenuto. Oltre al lavoro sul testo, ci occupiamo poi della ricerca dell’editore adatto all’autore e al manoscritto, facendoci garanti di qualità dell’opera. Per il libro pubblicato ci occupiamo di promozione, tramite ricerca di recensioni, organizzazione e gestione di eventi e presentazioni e altre esigenze dell’autore in relazione alla diffusione del libro».</p>
<p><strong>Potreste illustrarci brevemente le varie forme di editing? </strong></p>
<p>«Il lavoro sul testo può avvenire a testo concluso tramite interventi sul testo dal punto di vista formale, contenutistico e tecnico-grafico; ci riserviamo anche la possibilità di offrire consigli di modifiche, tagli, aggiunte ecc. Offriamo, poi, anche la possibilità di affiancare l’autore durante la fase di scrittura o riscrittura del testo tramite il servizio di editing step by step, valutando insieme l’andamento del lavoro e come proseguirlo».</p>
<p><strong>Come si è originato il progetto di crowdfunding che state gestendo in collaborazione con Edita Books?</strong></p>
<p>Edita (http://<a href="http://www.editabooks.it/">www.editabooks.it</a>) è una piattaforma di crowdfunding dedicata all’editoria. La collaborazione tra settepiani e Edita, nella figura di Alessandro Canzian (direttore della Samuele editore), è nata da un incontro al Festival Internazionale del Libro di Torino del maggio scorso: due realtà appena nate che ci è sembrato ben potessero unire le loro forze. Edita permette una modalità innovativa, ma già diffusa in altri campi (quello musicale, quello delle startup), di pubblicazione, con o senza l’appoggio di una casa editrice. Si tratta di presentare al pubblico il proprio progetto – in questo caso relativo al manoscritto – prima che venga pubblicato. Il pubblico, i futuri lettori, tramite un meccanismo di ricompense può prenotare o pre-acquistare la sua copia, permettendo all’autore – o all’editore (anche gli editori possono pubblicare tramite Edita) – di ottenere un budget anticipato con cui sostenere le spese e rendendo molto più semplice il calcolo sulla tiratura.</p>
<p><strong>In cosa consistono, nello specifico, le fasi di writing, rewriting e ghostwriting? </strong></p>
<p>«Si tratta di servizi tramite i quali settepiani fornisce testi scritti su commissione sulla base delle esigenze del committente. Il servizio di rewriting consiste invece nella rielaborazione di un testo già scritto, variandone la tecnica e lo stile utilizzati».</p>
<p><strong>Avete pensato di estendere la vostra attività culturale anche ad una rete di collaboratori? </strong></p>
<p><strong> </strong>«Certamente. Il nostro intento è quello di fare rete. Per questo ci siamo rivolte subito ad altri professionisti in vari campi, che ci permettono con la loro competenza di offrire servizi differenti, sia su richiesta di autori che di editori. Ci affiancano già traduttori, grafici, illustratori e fumettisti. Ci dedicheremo presto – c’è già qualcosa in cantiere – anche alla realizzazione di laboratori relativi al libro».</p>
<p><strong>Vi state radicando nel tessuto urbano, e, più in generale, nel territorio umbro. È vostra intenzione ampliare il target di riferimento anche in altre regioni italiane? Dove, per la precisione? Quante agenzie letterarie ci sono, attualmente, in Italia?</strong></p>
<p><strong> </strong>«Ci teniamo che settepiani parta innanzitutto dal territorio, facendo rete con le realtà culturali umbre, per supportarci a vicenda. Ma siamo in contatto con editori della media/piccola editoria di tutta la nazione e si sono già rivolti a noi autori un po’ da ogni regione, quindi non ci sono limiti per quanto riguarda il target di riferimento. Di agenzie letterarie in Italia ce ne sono almeno un centinaio, ma gli scrittori sono esponenzialmente di più (ridono, <em>n.d.r.</em>)».</p>
<p><strong>In occasione della presentazione di ‘settepiani’ alla città di Perugia, avete selezionato alcuni libri, riposti sugli scaffali della libreria ‘Mannaggia – Libri da un altro mondo’, di Francesca Chiappalone e Carlo Sperduti (da <em>Efemeridi storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori </em>di Cesare Catà a <em>Poema a fumetti</em> di Dino Buzzati): su quali criteri si è basata la vostra cernita? Ci sono delle opere che vorreste consigliare ai lettori di Perugia Online, sulla base della vostra esperienza di agenti letterari? </strong></p>
<p>«Ecco, appoggiandoci al discorso della rete sul territorio, Francesca e Carlo della libreria Mannaggia ci hanno supportate e aiutate fin da subito, collaborando con noi alla realizzazione dell’evento di presentazione dell’agenzia il 14 luglio scorso, presso i locali del Balù in Via Cartolari. In quell’occasione ci siamo quindi divertite a selezionare dagli scaffali della Mannaggia – ricchi di chicche provenienti da case editrici piccole e indipendenti, meraviglie illustrate, ampio spazio alla poesia, senza contare un’ottima selezione di classici – i nostri libri preferiti. Non poteva quindi mancare Dino Buzzati, l’autore che più mette d’accordo settepiani, e il suo ‘Poema a fumetti’ appena ristampato da Mondadori nelle dimensioni della prima edizione del 1969. E poi tante opere di autori o editori umbri, e altre che rispecchiano in nostri gusti: Virginia Woolf e le autobiografie di scrittori per Costanza, Mircea Cărtărescu e poesia varia per Elena».</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>‘SettePiani’ di libri, e manoscritti inediti</title>
		<link>http://www.perugiaonline.net/settepiani-di-libri-e-manoscritti-inediti/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 Jul 2017 21:11:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/settepiani-di-libri-e-manoscritti-inediti/">‘SettePiani’ di libri, e manoscritti inediti</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> <strong>‘</strong>Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’ospedale, portandosi la sua valigetta. Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell’unica malattia. Ciò garantiva un’eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d’impianti. Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini vestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé. Poco dopo entrò un’infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa. Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell’ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare (&#8230;)’. Sette piani, dunque. Una escalation dell’orrore, un po’ come quella narrata da Janne Teller in <em>Niente</em>. Ma, qui, nell’omonimo racconto di Dino Buzzati, datato al 1937, non v’è traccia alcuna della cosiddetta ‘catasta del significato’. Solo dei piani, sette per l’appunto, di una casa di cura, ed altrettanti livelli di stadi patologici. In occasione della presentazione, venerdì 14 luglio, alle 19, al Balù, in via Cartolari 26, della nuova agenzia letteraria umbra ‘SettePiani’, attiva dallo scorso maggio a Perugia, grazie all’intraprendenza, alla caparbietà ed alla passione per la lettura e la scrittura, e per la letteratura e l’editoria di due giovani perugine, entrambe scrittrici emergenti – Costanza Lindi, editor freelance ed agente letterario, collaboratrice di alcune case editrici del centro Italia, fra le quali Bertoni Editore, direttrice del blog letterario Regina Mab, e membro di giuria di alcuni concorsi letterari, e del comitato organizzativo del progetto Umbria Poesia, ed Elena Zuccaccia, laureata in Giurisprudenza, appassionata di poesia e anche lei membro del comitato organizzativo di Umbria Poesia –, Lorenza Di Genova ha prestato la propria voce all’omonimo racconto di Buzzati, da cui ha tratto origine il nome della neonata attività culturale. Con un evento incentrato sulla lettura di alcune opere di Buzzati e sulle note della musica jazz – Leonardo Radicchi e Pietro Paris (fiati e contrabbasso) –, ed in collaborazione con la libreria di Francesca Chiappalone e Carlo Sperduti, Mannaggia – Libri da un altro mondo – per l’occasione, Costanza Lindi ed Elena Zuccaccia hanno selezionato alcuni libri, <em>Le cose inutili</em> di Carlo Sperduti, <em>I giorni della nepente. Una storia tossica</em> di Matteo Pascoletti, <em>Il Signor Bovary</em> di Paolo Zardi, <em>Efemeri di storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori</em> di Cesare Catà, <em>Poema a fumetti</em> di Dino Buzzati, oltre che una serie di edizioni a tiratura limitata, impresse con caratteri mobili su carta di una grammatura consistente e con pagine intonse, firmate Henry Beyle, fra cui <em>L’antiquario</em> e <em>La spada</em> di Dino Buzzati, ed i suoi <em>Dispiaceri del re</em> – SettePiani si è presentata al pubblico perugino, accettando le sfide del mercato editoriale e radicandosi, così, nel tessuto urbano, pur ambendo ad ampliare il proprio target di riferimento anche in altre regioni del Bel Paese. “Un progetto originatosi dalla passione per la lettura e per la scrittura di due autrici esordienti – ha dichiarato Costanza Lindi –, con all’attivo pubblicazioni ed una costante frequentazione dell’ambito editoriale. È allora – ha proseguito Lindi – che sono venute fuori delle problematiche comuni fra gli autori emergenti, quali, ad esempio, la giusta valutazione di un contratto, la buona promozione di un libro, la scelta delle opere da leggere, le tecniche di scrittura, la cernita delle case editrici, delle collane, la distribuzione. Sono problemi che possono insorgere, nel mondo editoriale, sia prima che dopo la pubblicazione di un libro, e anche nell’alveo delle piccole case editrici, che non hanno la possibilità di seguire completamente la diffusione delle opere che promuovono. Le agenzie letterarie esistono: non ci siamo inventate nulla (ride, n.d.r.)! Da parte mia, ho collaborato con un’agenzia letteraria romana. In Umbria non ce ne sono, al momento, altre, a differenza delle grandi città, come Milano e Roma: le agenzie si pongono come degli intermediari fra autore ed editore, e fra editore e libraio, o editore e lettore. Fanno tutto tranne che pubblicare. Dopo di che, si fanno per il lettore garanti di qualità. Noi abbiamo già degli autori che si sono affidati a noi: le richieste vengono fuori soprattutto per quanto riguarda la promozione, in realtà. Comunque in Umbria gli editori sono molti, e a noi non andava di aprire un’altra casa editrice. Volevamo offrire una rete di servizi diversa: spesso ci è stato chiesto di trovare l’autore per l’editore, magari autori che hanno già raggiunto la media e piccola editoria e che desiderano andare un po’ oltre, quindi ci stiamo organizzando per renderci riconoscibili anche nell’ambito delle grandi case editrici, con mailing-list e quant’altro. Da poco, abbiamo aderito ad un progetto di crowdfunding – piattaforma Edita Books, di cui siamo collaboratrici e di cui gestiamo la campagna di auto-finanziamento –: è il lettore che acquista il libro prima che venga pubblicato, e con quei fondi si compra il libro, si stampano le copie che servono. Secondo me è una modalità che per il futuro dell’editoria potrebbe rivelarsi ottima! La distribuzione la facciamo solo in Umbria’. E di servizi, rivolti ad autori emergenti e non, e ad editori, abbiamo parlato con Elena Zuccaccia, che ha sottolineato come i ‘sette piani’ dell’edificio della neonata agenzia letteraria corrispondano, appunto agli altrettanti tipi di servizi da loro proposti: ‘dalla correzione di bozze, ovvero dalla verifica della correttezza e della coerenza, dal punto di vista formale, grafica e stilistica del testo, all’editing, quale intervento più consistente sul testo, anche per quanto riguarda il contenuto, fino ad un editing step by step col quale affianchiamo l’editore, appunto, passo passo in tutte le fasi di stesura del testo. Dalla ricerca di editori alla consulenza, dalla promozione alle fasi di writing, rewriting e ghostwriting, anche grazie ad una rete di professionisti che collaborano con noi, fra cui traduttori, critici, grafici, fino all’idea, ancora <em>in nuce</em>, di realizzare laboratori di lettura e di scrittura creativa, legati alle parole, e al linguaggio’.</p>
<p>Accompagnando l’autore nel suo percorso verso l’editore ed il proprio target di riferimento, dunque, l’agenzia letteraria di Costanza Lindi ed Elena Zuccaccia, rappresenta un edificio di ‘sette piani’, che ambisce alla vetta della promozione del manoscritto inedito. <strong>‘</strong>Dopo un giorno di viaggio in treno, l’autore arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa agenzia letteraria. Aveva un po’ di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi la strada fra la stazione e l’agenzia, portandosi il suo manoscritto inedito. Benché avesse soltanto una prima bozza della sua silloge poetica, l’autore era stato consigliato di rivolgersi alla celebre agenzia, dove, fra gli altri, si promuovevano servizi per quella specifica tipologia testuale. Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria – l’autore ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi’. Ecco, un esempio di rewriting.<br />
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		<title>All’Umbrò, presentazione della quarta raccolta poetica della scrittrice umbra Costanza Lindi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2015 14:44:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[costanza lindi]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span><span style="font-size: 16px; line-height: 1.5;"> “Delle volte mi fingo cieca / per scoprire profumi. / Io sono colore, / il vento è struttura (&#8230;) / Che colore ha la consuetudine di un cieco?”. Catullo le chiamava “nugae”, cose di poco conto. La scrittrice umbra Costanza Lindi le definisce, invece, “bubbole”. Dal berretto del titolo della sua ultima silloge poetica, la quarta in ordine di pubblicazione, edita nel novembre scorso dalla casa editrice Midgard e in presentazione sabato 12 dicembre, alle 18, all’Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, con interventi dell’autrice e dell’editore Fabrizio Bandini,n fuoriescono, però, tutt’altro che corbellerie. </span><span style="font-size: 16px; line-height: 1.5;">È il copricapo del bardo, questo, del giullare di corte, il berretto del folle che si riempie la bocca di corbellerie solo apparenti, che la impasta con cruda verità. Con cinismo, velato di sarcasmo, ironia. “Recitare e sdoppiarsi. Specchiarsi e nascondersi. Dire. Perché è da pazzi raccontare. E perché a volte si vorrebbe essere lì, compiuti, circoscritti e finiti, come la parola nella perfezione del verso”, scrive la poetessa Carla De Falco, nella nota introduttiva alla raccolta. Versi ludici, buffoneschi, intrisi di divertissement, e di malinconia. Di parodia. Un testo riflesso, che smonta i meccanismi della costruzione verbale, rispecchiandoli prima, invertendoli poi, e che, mostrando gli ingranaggi della macchina poetica, opera una devianza rispetto al modello. Ai modelli: “si è trattato di una sorta di ritorno al classico – ha dichiarato l’autrice in una recente intervista –, da Shakespeare a Pirandello. Mi sono divertita con le parole e sono passata dai sonagli alle bubbole. L’immagine del berretto a sonagli, che identifica il giullare di corte, è stata invocata nel titolo. Ho pensato al bubbolo come sinonimo di sonaglio, per poi declinare il termine al plurale femminile, “bubbole”, ovvero sciocchezze, cose apparentemente insulse. Nella libertà della parola: “Ammettiamolo – recita un’altra poesia della Lindi – conserviamo la verità per un giorno in cui ne varrà la pena”. Una libertà, questa della parola, che non è mai separata da un costante esercizio, nella tensione alla novità, alla bellezza, come volevano i trovatori, e neppure dall’applicazione di mnemotecniche, ricorrenti nella letteratura dell’oralità, quando il lettore veniva immerso in situazioni visive facilmente memorizzabili. Un repertorio sterminato di immagini e di loci, che i cantori erano chiamati ad unificare. Anche attraverso il ricorso al pensiero formulaico, come lo intendeva Ong. Tirandolo fuori dal loro berretto a sonagli. Insieme alle bubbole. </span></p>
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