sabato, 7 dicembre 2019 Ultimo aggiornamento il 3 dicembre 2019 alle ore 12:49

Per una perpetua perfettibilità

Mercoledì 6 febbraio, all’Università per Stranieri di Perugia, Antonio Ciaralli ha tenuto un seminario dal titolo ‘Autore e testo nel riflesso della produzione manoscritta’, accompagnando i dottorandi all’interno dell’officina autoriale.

 
Per una perpetua perfettibilità
Perugia.  Si legge ciò che si sa di dover leggere. A sostenerlo è Giorgio Pasquali in Pagine stravaganti (Firenze, Sansoni, 1968): ‘l’occhio assuefatto a determinati segni non trova soddisfazione che in un ductus di quella fatta’, prosegue il filologo. Se è vero che scrivere, dopo un periodo di addestramento, diventa un abito psicofisico irriflesso (si scrive come si parla o come si gesticola), e se è altrettanto vero che un testo è scritto per essere letto, come si può intessere un discorso sul rapporto che intercorre fra quel testo ed il suo autore? Partendo, forse, proprio dall’etimologia di ‘autore’, che deriva da augeo: colui che accresce un testo. Il riferimento, qui, è all’autorità, all’autenticità, a qualcosa che è di più di un consiglio e di meno di una legge. A differenza del copista, che scrive di cose altrui senza aggiungere o cambiare, o del compilatore, che scrive di altri come testo principale e di suo sotto forma di glossa, l’autore è colui che scrive di suo come elemento principale, aggiungendo, magari, un commento e altri testi a conferma di quanto scritto in precedenza. In questa breve rassegna, di mano del paleografo Armando Petrucci, l’autore compare per ultimo. Ma può, senz’altro, aprire il discorso.

‘Autore e testo nel riflesso della produzione manoscritta’ è stato il titolo del seminario che Antonio Ciaralli – professore associato di Paleografia latina all’Università degli Studi di Perugia ed allievo di Armando Petrucci – ha indirizzato, mercoledì 6 febbraio, ai dottorandi del Dottorato di ricerca in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dell’Università per Stranieri di Perugia coordinato da Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dello stesso Ateneo, e a quelli dell’indirizzo in Scienze linguistiche e filologiche in particolare.

‘Ogni filologo necessita di un dialogo fitto con un paleografo’ – è stato il commento di Daniele Piccini, professore associato di Filologia italiana all’Università per Stranieri di Perugia e direttore del Comitato scientifico dell’indirizzo di Dottorato in Scienze linguistiche e filologiche dello stesso Ateneo, che scorge nel collega e amico Antonio Ciaralli ‘un’attenzione metodologica, un accento posto non solo sull’analisi del singolo manoscritto, ma su tutta una serie di problemi relativi al copista e all’autore che copia se stesso, nell’alveo di un costante esercizio di decifrazione condotto in senso ampio, come voleva il suo grande maestro, Armando Petrucci, di cui l’allievo ha da poco pubblicato il ‘Ricordo’.

‘Il connubio filologia-paleografia si pone alla base di ogni lavoro nell’ambito delle nostre ricerche’ – ha esordito Antonio Ciaralli, che ha rimarcato l’importanza di un cammino da fare insieme: ‘loro (i filologi, n.d.r.) capiscono ciò che io (paleografo, n.d.r.) so leggere’ nei meandri dei contorni delle testimonianze scritte. ‘Oggi – ha proseguito Ciaralli – esco fuori dal mio campo per affrontare un argomento difficile, quello del rapporto fra autore e testo, e, nel farlo, non potrò far altro che essere un buono studente, che ripetere ciò che già Armando Petrucci ha scritto nei suoi saggi lucidissimi, esemplari, datati agli anni Ottanta del secolo scorso, ma ancora moderni’. Il riferimento è, nello specifico, a quegli scritti che hanno trattato della letteratura attraverso i manoscritti, degli autografi, dei libri d’autore, della scrittura del testo. E, non da ultimo, del binomio paleografia-filologia: una relazione, questa, che con la critica genetica si stringe ulteriormente, perché attraverso la filologia della trasmissione – accostata alla filologia della tradizione: da un lato, dunque, la storia della tradizione critica di un testo, dall’altro uno studio condotto sulle testimonianze, sulla manifestazione dei testi e sulla loro espressione concreta – si intraprende lo studio della partecipazione dell’autore alla scrittura di un testo. ‘Lo studio della partecipazione dell’autore all’opera di scritturazione del proprio testo – scrive Armando Petrucci – e l’analisi delle modificazioni nel tempo di tale partecipazione e dei modi in cui essa si è di volta in volta realizzata possono costituire un contributo notevole sia alla migliore conoscenza dei processi di produzione di testi complessi, sia alla critica dei testi stessi: ma ancor di più possono servire a meglio precisare, per ciascuna epoca e situazione storica, alcuni rapporti, quale quello scrittura-lettura o quello, appunto, libro-testo’.

La critica strutturalistica ha indagato il problema della scomparsa dell’autore e della sua riapparizione sotto varie forme. Ma non è stata questa la prospettiva prescelta per guardare alla questione dell’autore: il termine, si è detto, deriva dal latino augeo e designa colui che incrementa il testo, che lo accresce. Colui, in definitiva, che scrive il proprio testo come elemento principale e che aggiunge un commento o altri testi a conferma di quanto scritto in precedenza. Se si osserva, però, la realtà medievale, è difficile discernere l’autore dal copista e dal compilatore: l’opera non è altro che la risultante di un lavoro collegiale, a cui prendono parte segretari, compilatori, e, appunto, autori. La partecipazione diretta dell’autore alla fattura materiale dei propri testi interessa vari ambiti: l’ideazione, la fase di trasformazione del testo in libro d’autore, le fasi di scrittura o, almeno in epoca classica, di dettatura. Un’officina, questa, sospesa fra ideazione dell’opera e sua messa in esistenza, e che passa per una mediazione compiuta dall’autore e per delle inevitabili trasformazioni, determinate dalle mutazioni delle tecniche di scrittura e dalle modificazioni della figura dell’autore e, perciò, del rapporto fra autore e pubblico, fra autore e testo (tenendo conto, in quest’ultimo caso, del diverso orientamento delle teorie letterarie).

Il processo di scrittura autoriale ha inizio nell’XI secolo: prima di allora possiamo solo attribuire a qualcuno i testi presi in esame. Con l’XI secolo, invece, si dispone di testimonianze numericamente considerevoli di autografi e, di conseguenza, è a quest’epoca che è opportuno rifarsi per prendere in considerazione una modificazione sostanziale del rapporto fra autore e testo. La maggior parte degli autori sono monaci, che interagiscono con il mondo delle biblioteche, e con quelli della storiografia e dell’agiografia. Due, i luoghi in cui si insegna a scrivere nell’XI secolo: la chiesa (con le sue istituzioni: scuole cattedrali e monasteri) e notariati. I testi qui prodotti sono caratterizzati da unicità, conservazione nel luogo di produzione e destinazione nell’ambito ristretto del cenobio: si tratta di codici caratterizzati da un processo di correzione e di aumento autoriali, da aggiunte e da integrazioni di parti mancanti. Interventi, questi, che sono compiuti per mezzo di tecniche lente, risolte nella rasura e nella riscrittura, ovvero in operazioni che camuffano le modifiche apportate. Questa, una tassonomia: nel verso di una pergamena conservata all’archivio arcivescovile di Ravenna ci sono una nota tarda di tipo archivistico e due testi nel margine superiore e lungo il margine laterale, testi che hanno a che fare con il discorso relativo all’autografia. Il testo fu scoperto da Alfredo Stussi, è databile al 1220 circa – ovvero risale alla fase aurorale della nostra storia letteraria – e fa parte dell’area padano-meridionale, mentre la lingua è ravennate. Si tratta di un testo autoriale, di un atto giuridico: a scrivere non è stato un notaio, ma uno scrivente gravitante attorno all’ambito ecclesiastico. Un testo aggiunto in margine, compare nel Ritmo laurenziano, con errori di copia: si è di fronte ad una pagina con scritte avventizie, aggiunte, testi di vario genere, ex-libris, tracce, depositi occasionali. L’intentio della conservazione è affidata ad una sorta di religiosità del manufatto.

La prima vera testimonianza di una autografia autoriale è data dal Liber ad honorem Augusti dedicato a Enrico VI di Svevia: i distici sono suddivisi in cinquantadue parti che trattano di cronaca di guerra e dell’elogio per la conquista del regno, mentre il testo poetico è affiancato da alcune miniature. Il rapporto testo-immagine è stato, qui, progettato dall’autore, che inserisce le didascalie al di sotto delle miniature. Ma è nella carta di guardia finale che Pietro assume la paternità dell’opera: ‘Ego magister Petrus (…) composui’. Si parla di compositio, addirittura. Il ‘nostro’ compie un’operazione senza precedenti: da un anonimato imperante e da una passività nei confronti della materia ad una costruzione attiva del testo. Chi è Pietro? Un curiale, un notaio? Forse un notaio: era stato educato alla beneventana.

Con riferimento alla modificazione del rapporto fra autore e testo, un ruolo non secondario e che va sottoposto a giudizio di revisione è giocato dalla cultura notarile: quanto le prassi di scrittura autografica dei notai hanno inciso su quelle di scrittura autoriale in letteratura? Chi scrive nell’Italia di inizio Duecento? Se è vero che la domanda di scrittura e di lettura aumenta col progresso dell’organizzazione urbana, cresce esponenzialmente il bisogno di documentazione. Gli autori sono coloro che possono conferire autorità a ciò che scrivono, in quanto godono della fides publica su ciò che scrivono. Se i chierici sono scriptores e non auctores, ovvero copiano i testi, spetta ai notai intessere un tessuto di relazioni con i testi letterari, e agli studiosi porre sotto la lente di ingrandimento tale rapporto. Dei Documenti d’amore di Francesco da Barberino ci sono giunti due manoscritti, conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana: entrambi i codici presentano parti autografe e il testo organizzato, su cui l’autore interviene con una traduzione in latino ed un commento nella medesima lingua, a margine. Ma con Francesco da Barberino non si compie ancora un salto completo verso l’autorialità, a differenza che con un suo contemporaneo, nipote e figlio di notai: Francesco Petrarca. ‘Una religione dello scrivere’, la sua: ‘Petrarca – per Armando Petrucci – sviluppò soprattutto nell’età matura e in vecchiaia una vera e propria religione dello scrivere e scrisse e riscrisse di suo proprio pugno molte delle sue opere. Ma per lui l’autoscrittura rappresentò lo strumento primario ed essenziale di una complessa strategia scrittoria e libraria, che mirava al rinnovamento radicale sia delle tipologie grafiche in uso al suo tempo, sia della stessa forma libro’. Petrarca ha rivoluzionato, dunque, il modo di scrivere basso-medievale. Non è uno scriba, non un calligrafo: deve, da intellettuale qual è, aprire la strada ad uno stuolo di eruditi che, operativamente, cambiando il modus scribendi (si pensi, ad esempio, a Colluccio Salutati, a Niccolò Niccoli, a Poggio Bracciolini).

E quest’arte del rifare, questa perpetua perfettibilità sono esperibili entrando nell’officina autoriale petrarchesca, popolata, come nel Codice degli abbozzi, in quegli appunti che il poeta laureato si porta dietro per tutta la vita, di frettolosi abbozzi, di varianti, di ripensamenti, di un incedere della scrittura che macchia, che oblitera il testo, pur lasciandolo percepibile, di un discorso critico condotto su di sé attraverso glosse marginali e interlineari.

Perché la scrittura, specie se autoriale, è un fatto di riscrittura. E di ‘perpetua perfettibilità’.

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