sabato, 22 settembre 2018 Ultimo aggiornamento il 17 settembre 2018 alle ore 17:37

Svelati, in un libro, i segreti della lingua più bella del mondo

Redazione Perugia Online

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Perugia Online nasce nel gennaio 2014. Racconta fatti e notizie inerenti la vita del capoluogo e del suo territorio, cercando di orientare il lettore da una prospettiva "dietro" la notizia, per trovare un senso a ci? che a volte, senso, sembra non averlo.

Intervista alla professoressa Annalisa Andreoni sul suo nuovo libro “Ama l’italiano”. La nota italianista sarà ospite all'Università per Stranieri di Perugia giovedì 22 marzo.

 
Perugia.  L’italiano è una lingua elegante, musicale, armoniosa, dolce, piacevole, seducente. Un idioma che gli stranieri lo considerano come la lingua più bella del mondo, tanto da farne la quarta più studiata tra le lingue straniere. Queste dichiarazioni arrivano dal libro dell’italianista Annalisa Andreoni “Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella” in otto curiose tappe tra i tesori della nostra lingua, da Boccaccio alla “supercazzola” di Amici miei, da Galileo a Benigni, per innamorarsi, o reinnamorarsi, della “lingua degli angeli”.

L’autrice, introdotta dalla professoressa Floriana Calitti, parlerà del suo libro nella sala Goldoni di palazzo Gallenga, giovedì 22 marzo, alle ore 11.00. Annalisa Andreoni, toscana, insegna letteratura italiana all’Università IULM di Milano. Studiosa della modernità letteraria, condirige la Nuova rivista di letteratura italiana, scrive di letteratura e cultura sull’Huffington Post e tiene il blog culturale Generazione Goldrake. Autrice di molte opere universitarie, con il libro Ama l’italiano si rivolge a tutti i lettori.

Professoressa Andreoni, partiamo dal titolo: “Ama l’italiano”, perché si ama poco o perché ci sfugge qualcosa?
“Con questo titolo volevo trasmettere l’idea dell’amore per la lingua. Originariamente doveva essere “amo l’italiano” poi è diventato un imperativo. Luisa Carrada, autrice del blog “il mestiere di scrivere” lo ha definito un imperativo gentile, altri invece un comandamento. In realtà non si può ordinare di amare, è un po’ come “ama il padre e la madre”, cioè ama la tua lingua. Non venire meno a quello che è l’amore naturale che si dovrebbe avere per i propri genitori, per la lingua madre. L’italiano non è una lingua in decadenza, ma in espansione nonostante l’impressione che possiamo avere. Nell’Ultimo secolo è diventata veramente una lingua parlata da tutti i cittadini italiani, mentre prima era parlata soltanto da pochi che avevano la possibilità di andare a scuola per impararlo, e in casa si parlava solo il dialetto. Fporse questa naturalità con cui tutti parliamo l’italiano come lingua madre porta forse i giovani a utilizzarla in maniera così senza dargli troppa importanza senza coltivarlo, pensando che sia scontato e invece come tutte le cose bisogna aver cura così come si ha cura del patrimonio artistico. La lingua italiana è anche uno dei patrimoni che appartengono a tutti gli italiani e in questo senso invito ad amarlo”.
Lei parla di una lingua ricca per ogni contesto, per la scienza, per l’amore, per la musica, anche per le invettive, ma c’è sempre un uso improprio degli anglicismi, come spiega queste scelte?
“L’inglese è oggi una lingua egemone, che si è diffusa attraverso il cinema, internet etc..  Su questo non ci sono dubbi. Ma è anche vero che in Italia siamo andati un po’ oltre a quella che è una normale fisiologia dei rapporti di potere tra i vari universi linguistici. Impazza proprio la moda di utilizzare termini inglesi all’interno della lingua italiana in maniera del tutto inutile”.
Ci fa un esempio?
“Perché si deve dire baby gang al posto di banda giovanile, o job act invece di legge sul lavoro? Normalmente quando c’è un anglicismo arriva un concetto nuovo e questo può spiegare i termini che vengono da internet o alle nuove tecnologie ma non si capisce perché i giornali, le televisioni e i mezzi di comunicazione di massa debbano nominarli con termini stranieri quando esiste un significato corrispondente in italiano.  Come anche accade nella comunicazione politica dove si usano termini come job act, flax tax, che gran parte della popolazione non comprende. Forse la cosa è voluta, non per raggirare l’elettore, ammantando con parole nuove concetti vecchi e poco digeribili, ma perché non si conosce la ricchezza della lingua italiana”.
Nel suo libro raccontando la storia della nostra lingua, lei parla di poeti medievali e dei cantanti rock, cosa unisce queste epoche lontane e diverse?  
“La tradizione. Esiste una tradizione linguistica e letteraria che agisce, più o meno consapevolmente, anche in chi intraprende vie espressive nuove. La lingua della poesia d’amore, per esempio, è stata codificata da Dante e da Petrarca ed è rimasta produttiva per secoli. La lingua della tradizione ha agito fino a Novecento inoltrato e ancora oggi offre, sul piano della parodia e del rovesciamento, molti spunti creativi. Ciò non significa che si debbano ignorare o appiattire le differenze tra le varie epoche storiche. Il rock è naturalmente una forma artistica agli antipodi della poesia medievale, sia sul piano formale che su quello ideologico, e ciononostante non possiamo non scorgere similarità nello svolgimento di certi temi, come per esempio l’amore. La sfida sta nell’essere capaci di apprezzare la trasformazione delle modalità espressive attraverso le varie epoche e nell’apprezzare lo scarto tra l’atto artistico individuale e la norma diffusa in un certo periodo storico”.

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