mercoledì, 19 giugno 2019 Ultimo aggiornamento il 17 giugno 2019 alle ore 12:03

Narrare la memoria

‘Reti memoria e narrazione. Archivi e biblioteche digitali tra ricostruzione e racconto’ non è solo il titolo dell’ultimo libro di Federico Meschini, ma anche quello del seminario introdotto, alla Stranieri, dalla professoressa Giovanna Zaganelli.

 
Narrare la memoria
Network optimization and internet technology digital concept
Perugia.  Narrare significa raccontare e raccontare significa ordinare. La scrittura nasce con le liste e contiene in sé sia il germe narrativo che quello computazionale. Questi due aspetti possono essere combinati dalle Digital Humanities, tenendo conto del fatto che gli strumenti non sono mai neutrali? Sì, se si riflette, ad esempio, sul fatto che le analisi quantitative (e qualitative) dei Big-data necessitano della narrazione e dello storytelling, oltre che dell’elaborazione critica. Elaborazione critica. Spirito critico. Solo per mezzo di questo si può non credere (o cedere) alle bufale, alle famigerate fake-news. Non c’è da stupirsi, allora, se in una gustosissima vignetta di Andrea Pazienza, una bambina chieda al padre: ‘Papà, ma è vero che gli elefanti volano’? Che il papà risponda: ‘Ma dove l’hai letto?’. Che la bambina esclami: ‘Nell’Unità’. E che il papà concluda: ‘Sì, ma trenta, quaranta centimetri, non di più’.

Martedì 15 gennaio, alle 15.00, nella sala-docenti della palazzina Valitutti dell’Università per Stranieri di Perugia si è tenuto il seminario dottorale ‘Reti memoria e narrazione. Archivi e biblioteche digitali tra ricostruzione e racconto’, titolo dell’ultimo libro di Federico Meschini, edito nel 2018 da Sette Città nella collana Biblioteca. Il racconto e i suoi meccanismi sembrano essere sottesi alla dimensione storico-documentale messa in essere da archivi e biblioteche digitali, che permettono di recuperare il passato. Se le reti telematiche non vengono considerate solo come un fenomeno comunicativo, da un mero punto di vista sincronico, ma anche come una manifestazione dalla valenza diacronica si può mettere a frutto e usare proficuamente lo strumento computazionale. E si può narrare la memoria.

L’introduzione al seminario dottorale è spettata alla professoressa Giovanna Zaganelli, direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia e coordinatore del Dottorato di ricerca in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dello stesso Ateneo. ‘Questo libro fresco di stampa – è stato il commento della professoressa Zaganelli – parte dal web, dalle reti, dagli archivi digitali e arriva al racconto, attuando un confronto fra ciò che è informazione e ciò che è narrazione e racconto pervasivo. Nel secondo capitolo della prima parte, dedicata al web e alla sua storia, c’è un affondo su due eventi mediatici, i cento-cinquantanni dell’Unità d’Italia e la prima guerra mondiale: il primo è legato ad eventi mediatici molto meno pervasivi, mentre il secondo è caratterizzato dalla frammentarietà e dalla distribuzione degli accadimenti, dalle piccole storie personali’. La professoressa Zaganelli, rivolgendosi ai dottorandi e ai dottori di ricerca presenti, ha concluso affermando che questo argomento possa essere loro d’aiuto nell’alveo delle ricerche condotte, in quanto lo storytelling è un qualcosa di pervasivo in termini di racconto degli eventi, così come lo sono le categorie spazio-temporali.

Ha lasciato, poi, la parola a Federico Meschini, dottorando dell’indirizzo in Scienza del libro e della scrittura del Dottorato di ricerca in Scienze letterarie, librarie, linguistiche e della comunicazione internazionale dell’Università per Stranieri di Perugia e docente a contratto di Informatica umanistica all’Università degli Studi della Tuscia, che ha ripercorso le varie tappe di un itinerario di studi e ricerche condotti sin dai primi anni Duemila. Ha focalizzato la sua attenzione sulle Digital Humanities, il dottor Meschini, su questa strana disciplina in cui il computer costituisce l’applicazione della digitalizzazione al patrimonio culturale, sancendo l’incontro fra le hard sciences e le soft sciences. Come gli archivi digitali offrono la possibilità di narrare la memoria, anche sulla base di fonti documentarie? Lo storytelling è una pratica di informazione pervasiva, in cui la narrazione gioca un ruolo importante. I social network hanno esponenzialmente incrementato gli ambienti conoscitivi della rete, rendendo il web meno statico e anzi conducendolo ai meta-dati, che lo rendono uno spazio più ordinato basato sui criteri dell’intelligenza artificiale. La stessa realtà è diventata narrazione: si pensi al linguaggio della politica italiana, alle fake-news, all’analisi narratologia applicabile ai social, come ambienti narrativi. Creare un blog, prima, era un’attività informativa, mentre i social sono una sorta di simulacro di noi stessi, un luogo-non luogo di continua e fluida esposizione, qualcosa che esiste solo se lo possiamo raccontare. Facebook è il social network più testuale, un ambiente a scopo emotivo, in cui si sottendono passione, istinti. Chi ha un modello gutenberghiano, ovvero una cultura verticale e verticalizzata, di approfondimento degli argomenti, riesce a usare Facebook con un certo grado di intelligenza, mentre chi ha solo il modello mediale, televisivo, tende a cadere inevitabilmente nello scontro o nella scrittura di monologhi, esattamente come se fosse in televisione. Fa parte di un gruppo, sui social, pur non facendone realmente parte: la tecnologia non crea, ma svela le camere dell’eco. Almeno a livello letterario (ma non solo) viviamo una declinazione popolare della condizione post-moderna: il post-moderno è la cultura del frammento, la consapevolezza del racconto. Si può essere presenti e assenti allo stesso tempo. Se Facebook viene utilizzato con consapevolezza testuale, nei commenti postati, possono svilupparsi anche discussioni proficue, molto più ricche di alcuni saggi, al punto che, a volte, vengono realizzati degli e-books sulla scorta di queste. Noi percepiamo il tempo come lineare. E anche un articolo, una monografia, un libro si muovono su questo piano. Il concetto di spazialità è stato modificato, in quanto viviamo in un eterno presente. Facebook è un grande data-base: siamo costantemente a contatto con la molteplicità, come insegnava Calvino nelle Lezioni americane e come ha evidenziato il quadrato semiotico che lega la consistenza (in inglese è ‘coerenza’) all’apertura e alla leggerezza, che, come voleva sempre Calvino, non è sinonimo di superficialità, ma un planare sulle cose dall’alto.

Allora, forse, alla bambina della vignetta di Andrea Pazienza si può rispondere che no, che, anche se è scritto nell’Unità, gli elefanti non volano proprio.

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