mercoledì, 20 novembre 2019 Ultimo aggiornamento il 18 novembre 2019 alle ore 18:59

‘Poesiaeuropa’, il senso di un dittongo

Il 13 luglio si è tenuta la giornata promossa da Umbrò Cultura e posta sotto l'alto patrocinio del Parlamento Europeo, dedicata ad una riflessione sulla situazione politico-culturale del Vecchio Continente, partendo dalle voci della poesia

 
‘Poesiaeuropa’, il senso di un dittongo
Trasimeno.  ‘Die Urhen gehen überall anders / die Urhen gehen überall falsch. / Von einer Mähre gezogen, die Kutsche / braucht einen Tag länger aus Frankfurt. / Wir stehen unter dem Blattwerk / in den Händen glänzt Steinobst. / Die trockenen Früchte am Gaumen / in den Händen fiebert das Glas’. ‘Ovunque gli orologi sono diversi / ovunque gli orologi funzionano male. / Trainata da una cavalla, la carrozza / ci impiegherà un altro giorno ad arrivare da Francoforte. / Viaggiamo sotto le fronde / nelle mani brillano dei noccioli. / La frutta secca accarezza il palato / nelle mani del vetro febbricitante’. Brentano a Lagenwinckel del poeta berlinese Tom Schulz. A rappresentare l’Europa in una piccola isola sospesa su un piccolo lago, la notte del 13 luglio, col cielo trapuntato di stelle e di una luna intera, di stagione, col vento che cambia le direzioni. Perché l’Europa può rifarsi un’anima, proprio muovendo dalle voci della poesia. In principio era il mito. La rappresentazione del Vecchio Continente attinge al racconto della giovane Europa, figlia del re dei fenici rapita dal toro-Zeus. E, poi, ai rivoli mitologici delle storie dei suoi fratelli, approdati su terre ignote con l’intento di scoprirle, conoscerle, colonizzarle. Mettendosi in movimento, incrociando nuovi popoli e culture. Dall’aggettivo europico, coniato da Boccaccio con riferimento al Mediterraneo, all’europaeus di Piccolomini, termine che designa l’unità ideale, politica e culturale, su cui poggia la respublica literaria europea. Da Muratori a Voltaire, da Defoe a Swift, fino alla Giovine Europa di Mazzini, molti sono stati gli intellettuali che hanno riflettuto sull’idea di Europa. Solo per citarne due: Elias Canetti (La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Milano, Adelphi, 1995) e Claudio Magris (Danubio, Milano, Garzanti, 1986). Se quella che emerge dal primo romanzo è ‘un’Europa dell’anima’ e ‘delle lingue’, con riferimento ad una nozione di spostamento che è, insieme, un’evoluzione e un ritorno alle origini, la seconda raccolta di racconti, scaturiti attraversando l’Europa centro-orientale e seguendo il corso del fiume e della cortina di ferro, affonda le proprie radici sul Grand Tour, pur stravolgendo il cliché letterario classico in funzione delle molte identità conosciute, unite e divise da quell’unico corso d’acqua dagli innumerevoli nomi e nel quale ci si può bagnare due volte. Testimone, come è stato, di eventi storici che il volto dell’Europa l’hanno cambiato davvero. ‘In un crogiolo che non cessa di ribollire, amalgamare, fondere, bruciare, consumare’.

E, allora, la poesia di Tom Schulz può essere a pieno titolo inserita in questo crogiolo che ribolle, amalgama, fonde, brucia, consuma. Come la sua, anche altre poesie di numerosi poeti europei. Per raccontare le radici umanistiche e spirituali dell’Europa e creare visioni per il futuro. La sera del 13 luglio, nella suggestiva cornice del monastero di San Secondo, un tempo abitato da monaci dell’ordine degli Olivetani, questa poesia di Tom Schulz è stata letta dal poeta tedesco e il testo, in una traduzione di servizio in italiano realizzata dagli studenti della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, è stato proiettato davanti a un nutrito pubblico che ha raggiunto l’Isola Polvese sul lago Trasimeno per partecipare all’evento Poesiaeuropa, promosso dal progetto culturale Umbrò Cultura e posto sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo. Come questa, altre poesie sono state lette e tradotte dagli studenti di Mediazione Linguistica in occasione delle letture pomeridiane e serali che si sono tenute sull’isola e che hanno registrato la partecipazione, tra gli altri, dei poeti Lorenzo Chiuchiù, Giulia Martini, Sara Ventroni, Anna Maria Farabbi, Nick Laird, Laura Pugno, Marko Pogakar, Luigia Sorrentino, Tom Schulz, Jan Wagner, William Wall.

E proprio il reading ha concluso la giornata del 13 luglio, Poesiaeuropa, che ha saputo raccontare il significato ultimo di un dittongo, del binomio tra poesia e Vecchio Continente e che è stata promossa dalla costituenda associazione di promozione sociale Umbrò Cultura in collaborazione con Umbrò e con il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria, il quale ha offerto i propri spazi per lo svolgimento di questa iniziativa, la più importante del progetto culturale ideato da Maria Borio, nei suoi due anni di attività (per gli eventi promossi durante il biennio 2017-2019  si rinvia al sito internet www.umbrocultura.com e ai canali social del progetto culturale: pagine Facebook, Twitter, Instagram). La giornata del 13 luglio, suddivisa in momenti di dibattito, traduzione e reading, posta sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo, patrocinata da ventisette prestigiosi enti ed istituzioni europee, tra cui la Provincia di Perugia – ente proprietario dell’Isola Polvese –, l’Università degli Studi di Perugia, la UPTER di Roma, la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, l’Accademia di Ungheria e il Goethe Institut, e supportato dalle associazioni Metanoia (che ha realizzato il video-promo-trailer dell’evento), La Balena Bianca, CaLibro, Medium Poesia e SettePiani, si è posto come obiettivo primario una riflessione democratica sull’unità dell’Europa.

‘Si tratta di un evento unico nel suo genere, non solo in Italia, ma anche nel panorama europeo – è stato il commento di Maria Borio, poetessa, dottore di ricerca in Letteratura italiana, redattrice di Nuovi Argomenti e ideatrice del progetto, in occasione della presentazione che si è tenuta la mattina del 13 luglio negli spazi del Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria –. Un’iniziativa, questa, che vuole portare a una viva discussione sulla situazione culturale e politica europea partendo dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire, insieme, visioni per il futuro, muovendo proprio da questa piccola isola e da questo lago. ‘Poesiaeuropa’ – ha proseguito Maria Borio dopo avere ringraziato Umbrò, il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria, il comitato scientifico e quello di redazione di Umbrò Cultura per avere supportato l’iniziativa e la Provincia di Perugia (l’Isola Polvese è di proprietà di questo ente) per avere, tra gli altri, patrocinato l’evento – è nata da una scommessa, da una mia idea, dalla necessità artistica, ma anche politica, di mettere in rapporto la comunitas Italiae della poesia con quella europea. Si tratta solo del primo di una lunga serie di passi verso la costruzione di progetti futuri. A fine giugno è arrivata, poi, la lettera, la mail di risposta e di accettazione della mia richiesta di patrocinio direttamente dal Parlamento Europeo’. ‘Sono arrivato a Perugia nel settembre del 2016 – è stato il commento di Stefano Giovannuzzi dell’Università degli Studi di Perugia (una delle istituzioni che ha patrocinato l’evento) e membro del comitato scientifico di Umbrò Cultura –. Avevo conosciuto Maria Borio un anno prima a Torino e questo incontro ha sancito l’inizio di una collaborazione. Credo, infatti, che l’Università debba istituire un rapporto forte con le associazioni culturali e con la società civile. Da qui, lo stretto rapporto tra l’Ateneo perugino e le iniziative promosse dal progetto Umbrò Cultura, iniziative che ruotano attorno a temi cruciali del contemporaneo’.

Alla presentazione del progetto sono seguiti momenti di dibattito, traduzione e reading, che hanno coinvolto tutti i numerosi intellettuali presenti all’Isola Polvese e provenienti da varie parti del continente europeo, e, in alcuni casi, da quello americano: Yari Bernasconi (Svizzera), Petr Borkovec (Repubblica Ceca), Jacob Blakesley (USA), Vera Lúcia de Oliveira (Brasile), Albane Gellé (Francia), Nick Laird (Irlanda), Giorgi Lobzhanidze (Georgia), Miguel Manso (Portogallo), Vicente Luis Mora (Spagna), Els Moors (Belgio), Eiléan Ní Chuilleanáin (Irlanda), Marko Pogačar (Croazia), Tom Schulz (Germania), Jan Wagner (Germania), William Wall (Irlanda), e, dall’Italia, Franco Buffoni, Elisa Biagini, Maria Grazia Calandrone, Stefano Dal Bianco, Andrea Inglese, Federico Italiano, Laura Pugno, Antonio Riccardi, Luigia Sorrentino  e altri.

Alla tavola rotonda moderata da Federico Italiano hanno partecipato Franco Buffoni, Elisa Biagini, Andrea Inglese, Jakob Blakesley, Vera Lúcia de Oliveira, Nunu Geladze, Giorgi Lobzhanidze, Jan Wagner, Eiléan Ní Chuilleanáin e Stefano Giovannuzzi. Un dialogo sulla traduzione, in primo luogo della poesia europea, il loro, sul senso di creare in un altro linguaggio come ha affermato Federico Italiano. Ma anche sul fatto che, come sosteneva Benedetto Croce, citato da Franco Buffoni, i poeti siano intraducibili: da qui, l’importanza di una traduzione di rispetto, ben diversa da quella di servizio, una traduzione che rispetti, appunti, il movimento della lingua del testo di partenza che si dilata nello spazio-tempo e che intessa elementi quali l’intertestualità, la trasformazione in un altro testo, questioni stilistiche e, non da ultimo, il potere di rivivere le cose in un altro modo. Perché c’è un linguaggio del corpo ed un corpo del linguaggio, come ha evidenziato Elisa Biagini, una possibilità di ricreare lo spazio della poesia attraverso la traduzione. ‘Why I need to translate a poetry text?’ è stato il titolo della comunicazione presentata da Andrea Inglese, che ha focalizzato la sua attenzione sulla seconda via della traduzione, quella delle amicizie poetiche coltivata dalle avanguardie artistiche. La traduzione è una modalità di lettura più compiuta: leggere un testo tradotto significa aprire due dimensioni, di critica letteraria e di giudizio, sulla base di una distanza dal testo nella traduzione e di una operazione ermeneutica. Non si tradisce il testo di partenza: a volte si tradisce quello di arrivo, perché ciò che si identifica nella lingua di partenza consente di smontare degli automatismi lirici ed estetici della lingua di arrivo. È questa l’operazione che deve avere compiuto Jakob Blakesley nel suo Translating Italian Poetry, muovendo, ad esempio, dalla poesia di Caproni, Sanguineti e Buffoni, e arrivando a decodificare le differenze epistemologiche sottese al rapporto tra testo originale e testo tradotto. C’è anche una alterità nella traduzione ed è quella che è stata sottolineata da Vera Lúcia de Oliveira, la quale non traduce mai ciò che studia da poco tempo: questo perché non è possibile passare dal processo creativo a quello analitico in breve tempo. Esiste una differenza sostanziale tra scrittura poetica e traduzione, in quanto la prima sottende una epifania, mentre la seconda una analisi intuitiva profonda, uno stato di coscienza allargata. La traduzione come operazione che porta fuori da se stessi e come una approssimazione ed operazione utopica si colloca anche alla base del lavoro del poeta georgiano Giorgi Lobzhanidze e della sua traduttrice Nunu Geladze, intenti a non tradire il testo di partenza, a dire quasi la stessa cosa, come voleva Umberto Eco. Dire quasi la stessa cosa anche tenendo conto, da un lato, dei linguistic devices, come ha ricordato Jan Wagner, che nell’atto della traduzione vede una transazione di culture, un giocare con le figure della lingua, incluse le frasi idiomatiche, dall’altro lato del fatto che la traduzione rappresenti un’esperienza anche per il lettore, come ha detto Eiléan Ni Chuilleanáin, facendo leva sul concetto di movimento da parole a parole. Non da ultimo, come ha rimarcato Stefano Giovannuzzi, storicamente la traduzione, specie nell’alveo della situazione italiana, molto rigida e basata sull’asse Petrarca-Leopardi, è diventata la chiave di volta per creare un varco e riposizionare la poesia. Si pensi al surrealismo spagnolo e a quello francese: in momenti di grossa crisi dislocare altrove il discorso è diventato la via per i poeti italiani di uscita da una sorta di stallo, sia negli anni Quaranta, che negli anni Settanta, quando si è cercata una via di fuga dalle secche della poesia italiana, invischiata nella tendenza classicista.

Le due sessioni pomeridiane, dedicate a ‘Dialoghi sull’Europa’, moderate da Italo Testa e da Lorenzo Cardilli e rappresentate da Maria Borio, Albane Gellè, Federico Italiano, Vicente Luis Mora, Laura Pugno, Jan Wagner, William Wall, Italo Testa, Giorgi Lobzhanidze, Yari Bernasconi, Maria Grazia Calandrone, Eiléan Ní Chuilleanáin, Massimo Gezzi, Miguel Manso, Matteo Marchesini, Valerio Massaroni, Els Moors, Petr Borkovec, Marko Pogakar e Tom Schulz, si sono incentrate sull’attuale situazione politica e culturale del Vecchio Continente da diversi punti di vista. Dalla necessità di immaginare un futuro che muove da una piccola isola di un piccolo lago per rifondare la repubblica delle lettere, uno spazio intellettuale in cui dare voce ad una Europa creata dai poeti, lontana dall’intolleranza e abitata da una forte coscienza identitaria data anche dall’importanza della connessione e dei global balances ai concetti di comunità e di eredità culturale, che fanno sì che la poesia venga interpretata come possibilità altra di percezione e di abbattimento delle frontiere, e la traduzione come transazione di identità politiche, culturali e religiose (il riferimento, è, ad esempio, al caso della Georgia, crocevia di culture fra Est e Ovest). Dalla concezione della lingua come parte di identità culturale, immaginando confini e differenze naturali, ma non antropologiche e concependo la traduzione come potere di trasportare nuclei culturali all’opposizione al radicalismo nonsense, in una sorta di eco collettiva e di condanna di ogni forma di dogmatismo, nel tentativo di mostrare, con la poesia, ‘le cose come sono’, di mettere insieme parole che per secoli non sono state insieme’. E, ancora, dalle radici spirituali ed umanistiche dell’Europa, che sono, insieme, culturali e politiche, all’incontro tra differenti culture, ammiccando anche a fatti di un’attualità stringente, come il caso-Brexit e quello di Carola Rackete, passando per gli anfratti della poesia, i suoi non detti, i suoi spazi da riempire, che altrimenti rimarrebbero schiacciati da altri linguaggi, il senso di umanità che ne traspare nella direzione di una identificazione con l’altro. Perché l’arte, come ha detto Massimo Gezzi citando Laura Pugno, ha bisogno di poco: di un corpo e di una voce. E, poi, del viaggio, dell’armonia, del problema dello spazio come lingua, del cambiamento.

Soffiava un vento leggero, la sera di sabato 13 luglio, un vento che cambiava le direzioni. Verso l’Europa, concepita come uno spazio mentale in cui l’uomo rifiuta il dogma. Non è forse un caso, allora, se il Parlamento Europeo abbia scelto di patrocinare iniziative come questa: l’Europa deve rifarsi un’anima. E può partire dalla poesia, dalla piccola isola di un piccolo lago.

 

 

 

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