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	<title>Perugia Online &#187; scuola e formazione</title>
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		<title>Un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Chiamiamola ‘letteratura’</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2023 16:22:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[1^ convegno 'La lingua (ab)batte']]></category>
		<category><![CDATA[I.I.S. Giordano Bruno di Perugia]]></category>
		<category><![CDATA[lingue e linguaggi]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Università degli Studi di Perugia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Chiamiamola ‘letteratura’… E se la letteratura diviene ‘comparata’? Allora il riferimento è a un metodo e non a un mero confronto tematico fra testi di diverse letterature. La ‘letteratura comparata’, infatti, studia la letteratura da una prospettiva critica sovra-nazionale e trans-linguistica, proiettando il testo ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Un Paese in cui si superano i confini delle singole lingue? Chiamiamola ‘letteratura’… E se la letteratura diviene ‘comparata’? Allora il riferimento è a un metodo e non a un mero confronto tematico fra testi di diverse letterature. La ‘letteratura comparata’, infatti, studia la letteratura da una prospettiva critica sovra-nazionale e trans-linguistica, proiettando il testo nella cultura del tempo che l’ha prodotto e concependo il discorso sulla letteratura come ‘luogo di scoperta dell’altro’. L’anima di questo coro di voci dialoganti è la traduzione: un tramite per la trasmigrazione di un testo da una lingua all’altra, un modo per avvicinare diversi poli culturali. Comparando due autori che si sono espressi in lingue diverse, dunque, si ha una migrazione tra le lingue, una trasmutazione delle proprie radici e non una perdita.</p>
<p>All’Istituto di Istruzione Superiore ‘Giordano Bruno’ di Perugia, diretto dalla professoressa Anna Bigozzi, si è tenuto oggi, venerdì 20 gennaio, il 1^ convegno dal titolo ‘La lingua (ab)batte. Lingue e linguaggi in contatto’. Il convegno, promosso dalle docenti Antonia Ruspolini e Vania Battistoni (entrambe insegnanti di <em>Lingua e letteratura inglese</em> all’I.I.S. ‘Giordano Bruno’), ha registrato la partecipazione, nelle vesti di relatrici e di relatori, delle studentesse e degli studenti dell’innovativa e sperimentale scuola perugina.</p>
<p>Convinti che ‘le lingue e le culture straniere costruiscano ponti, laddove altri ergono muri’, la Dirigente scolastica, i docenti e gli studenti, si sono confrontati sui temi di cui sopra e hanno aperto i lavori, nell’aula Magna dell’Istituto, alle 9.00, alla presenza del professor Luigi Giuliani, docente di <em>Letteratura spagnola</em> all’Università degli Studi di Perugia (Dipartimento di <em>Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche e Moderne</em>), che, con la sua partecipazione in qualità di relatore, ha sottolineato quanto importante e proficuo sia il dialogo tra scuola e Università.</p>
<p>Di seguito, <strong>il programma dettagliato del convegno</strong>:</p>
<ul>
<li>9.00-9.15 – Afflusso dei partecipanti (gli studenti e le studentesse delle classi quinte del Liceo linguistico, le redazioni del giornalino di Istituto ‘Ikaro’ e della ‘GBRadio’ e i/le rappresentanti delle classi quarte dell’Indirizzo linguistico sono state invitati all’apertura dei lavori in presenza in aula Magna).</li>
</ul>
<ul>
<li>9.15-9.20 – <strong>Saluti della Dirigente scolastica, professoressa Anna Bigozzi</strong>, e apertura dei lavori.</li>
</ul>
<ul>
<li>9.20-9.50 – <strong>‘Keynote Speaker’ – <em>Lectio</em> del Prof. Luigi Giuliani (Università degli Studi di Perugia).</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>10.00-11.00 – <strong>Panel 1: ‘Lingue e linguaggi nelle discipline STEM’.</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>10.00-10.15 – Angelica Giappichini, ‘Il linguaggio universale della Chimica’.</li>
</ul>
<ul>
<li>10.15-10.30 – Clara Chiavini, ‘The use of Greek letters in STEM subjects’.</li>
</ul>
<ul>
<li>10.30-10.45 – Anne Amina Yimga, Soumia Khalid, ‘Chemical elements symbols and chemical substances nomenclature’.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.00-11.50 – <strong>Panel 2: ‘Lengua Española e Língua Portuguesa’</strong>.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.00-11.20 – Melissa Cipiciani, ‘El euskera: el misterioso idioma del País Vasco’.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.20-11.40 – Filippo Ciampana, Aurora Pucciatti, ‘Curiosidades sobre España’.</li>
</ul>
<ul>
<li>11.40-11.50 – Isabel Lins De Souza, ‘Portuguese and English Heritage’.</li>
</ul>
<ul>
<li>12.00-13.00 – <strong>Panel 3: ‘English Language’.</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>12.00-12.20 – El Hassania Zigou, ‘Types of language in communication’.</li>
</ul>
<ul>
<li>12.20-12.40 – Margherita Muzzati, ‘British VS American food vocabulary’.</li>
</ul>
<ul>
<li>12.40-13.00 – Vanja Antonic, ‘The bilingual brain’.</li>
</ul>
<ul>
<li>13.00-13.40 – <strong>Panel 4: ‘Langue Française’.</strong></li>
</ul>
<ul>
<li>13.00-13.20 – Nisrin Boubia, ‘La langue arabe et ses nuances’.</li>
</ul>
<ul>
<li>13.20-13.40 – Njomaso Bless Abongyah, ‘Franaglais, English and/et Français in/en Camerun’.</li>
</ul>
<p>Nelle intenzioni delle due docenti-referenti, la professoressa Antonia Ruspolini e la professoressa Vania Battistoni, «l’incontro ha evidenziato che, vivendo il privilegio di parlare due o più lingue, si possa diventare promotori di cambiamenti culturali importanti, soggetti attivi di inclusione, consapevoli fattori di diffusione di patrimoni ed eredità. L’intento della scuola, infatti, è quello di descrivere, illustrare, e condividere aspetti linguistici e culturali dei propri Paesi d’origine o di interesse, approfondire un particolare tipo di linguaggio, lingua o dialetto, al fine di creare un fruttuoso scambio di opinioni ed esperienze tra tutti gli attori presenti nel nostro Istituto».</p>
<p>Un altro modo, certamente originale, per indagare quelle che Umberto Eco considerava ‘alcune funzioni della letteratura’ (ECO U., ‘Su alcune funzioni della letteratura’ in «Sulla letteratura», Bompiani, 2002). Il grande semiologo annoverava tra ‘i poteri immateriali’ anche la letteratura, quel ‘complesso – a detta sua – di testi che l’umanità ha prodotto e produce <em>gratia sui</em>, per amore di se stessi, per diletto, per elevazione culturale (…)’. Ma quali sono, in chiusa, ‘alcune funzioni della letteratura’? Educare all’esercizio della fedeltà, nella libertà dell’interpretazione; seguire la migrazione dei personaggi; educare al fato nell’impossibilità di modificare il destino dei personaggi e i racconti. Non da ultimo (e il convegno di oggi lo attesta), tenere in esercizio la lingua, sia come patrimonio collettivo che come lingua individuale.</p>
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		<title>Quando la poesia è performativa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2022 13:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[A scuola si può]]></category>
		<category><![CDATA[libreria Pop-Up]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo Pieralli]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Agrati]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Poetry Slam]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Poetry Slam, ovvero &#8216;poesia performativa&#8217;. Non a caso Marc Smith sosteneva che la poesia non fosse fatta per glorificare il poeta, ma per celebrare la comunità. Ed è a quest&#8217;ultima che si rivolge una competizione come questa, che combina la scrittura e la performance e che, come il rap, nasce dalla strada, per mezzo di agoni ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Poetry Slam, ovvero &#8216;poesia performativa&#8217;. Non a caso Marc Smith sosteneva che la poesia non fosse fatta per glorificare il poeta, ma per celebrare la comunità. Ed è a quest&#8217;ultima che si rivolge una competizione come questa, che combina la scrittura e la performance e che, come il rap, nasce dalla strada, per mezzo di agoni in cui i poeti recitano i propri versi, per poi essere valutati da una giuria. Ma come avvicinare gli studenti alla scrittura poetica in modo coinvolgente, non serioso e, se possibile, divertente?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><span style="font-family: 'Garamond',serif;">Quest’anno, due classi del Liceo ‘A. Pieralli’ (indirizzo Economico-Sociale) hanno fatto l’esperienza del <b><i>Poetry Slam</i></b>: una competizione in cui i poeti si sfidano a colpi di versi di fronte a un pubblico, che poi voterà le loro performance ed eleggerà il vincitore. </span><span style="font-family: 'Garamond',serif;"> </span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><span style="font-family: 'Garamond',serif;">A guidarli, il poeta e performer milanese <b>Paolo Agrati</b>, uno dei più noti specialisti di questa moderna forma letteraria. Agrati ha incontrato gli studenti e, insieme ai <b>docenti del Liceo Pieralli, prof. Sergio Pasquandrea (docente di <i>Italiano</i>), Gabriella Rocco (docente di <i>Francese</i>) e Selena Venafro (docente di <i>Italiano</i>)</b>, li ha seguiti nella composizione dei loro testi.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><b><span style="font-family: 'Garamond',serif;">Ieri, 20 maggio</span></b><span style="font-family: 'Garamond',serif;">, i ragazzi hanno portato il frutto delle loro fatiche <b>di fronte a due classi seconde della Scuola Media ‘Carducci’, che hanno funto da pubblico e da giuria. </b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><span style="font-family: 'Garamond',serif;">Lo spettacolo ha avuto luogo <b>dalle 12 alle 13.30 in piazza Birago, grazie alla collaborazione di Pop-Up</b>, il bar-libreria aperto un anno fa da un gruppo di giovani perugini.</span></p>
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		<title>&#8216;Tetragono&#8217;</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2022 13:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[didattica]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Humanities APS]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> ‘Avvegna ch’io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura’. Lo scriveva, Dante, nel canto XVII del Paradiso, ai versi 23-24. Dal latino tardo tetrágōnu(m), a sua volta derivato dal greco tetrágōnos, il termine significa letteralmente ‘che ha quattro (tetra-) angoli (gōníai)’. Ad un livello più profondo, connotativo, la parola assume il significato di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Regione Umbria. </span> ‘Avvegna ch’io mi senta / ben tetragono ai colpi di ventura’. Lo scriveva, Dante, nel canto XVII del <em>Paradiso</em>, ai versi 23-24. Dal latino tardo <em>tetrágōnu(m)</em>, a sua volta derivato dal greco <em>tetrágōnos</em>, il termine significa letteralmente ‘che ha quattro (tetra-) angoli (<em>gōníai</em>)’. Ad un livello più profondo, connotativo, la parola assume il significato di ‘fermo, forte, resistente, difficile da rimuovere da un proposito e da una convinzione’.</p>
<p>E ‘Tetragono’ è proprio il nome scelto dall’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, presieduta da Maria Borio, per un ciclo di seminari integrativi alle attività didattiche e rivolti alle scuole. L’iniziativa, indirizzata a tutti quei docenti di discipline umanistiche che vogliano integrare la didattica per gli studenti del triennio con un’esperienza formativa all’avanguardia, è giunta alla II edizione, dopo il successo riscontrato lo scorso anno, con il quale si pone su una linea di continuità formativa.</p>
<p>La novità di quest’anno risiede nel fatto che il ciclo di quattro incontri ha ottenuto il prestigioso accreditamento e riconoscimento del MIUR in qualità di progetto didattico che prevede anche corsi di aggiornamento per docenti. In sostanza Spazio Humanities APS è, ora, un ente accreditato sulla piattaforma S.O.F.I.A. del MIUR, ovvero la piattaforma del Sistema Operativo per la Formazione e le Iniziative di Aggiornamento per docenti.</p>
<p>Il ciclo propone <strong>quattro incontri</strong> che, a partire dai programmi ministeriali, sono pensati come supporto alla didattica attraverso un’attività seminariale <em>ad hoc </em>da parte di relatori d’eccellenza. Particolare rilievo verrà dato alla presentazione di innovativi metodi per l’<strong>analisi testuale</strong> delle opere letterarie, nonché alla trattazione di autori del canone novecentesco che altrimenti non troverebbero spazio adeguato nei piani formativi. Ciascun incontro avrà la forma di una conferenza-reading della durata di 2 ore e sarà condotto <strong>a distanza</strong> tramite la piattaforma per videoconferenze <strong>Zoom</strong>.</p>
<p>Di seguito, il PROGRAMMA della II edizione di Tetragono:</p>
<p><strong>22 febbraio 2022, dalle 11.00 alle 13.00</strong> – Un’idea della Vita Nova di Dante – con Stefano Carrai.</p>
<p><strong>2 marzo 2022, dalle 11.00 alle 13.00</strong> – Rileggere la Prima Guerra Mondiale attraverso Andrea Zanzotto: commento di una poesia da <em>Il Galateo in Bosco</em> – con Andrea Cortellessa.</p>
<p><strong>28 marzo 2022, dalle 11.00 alle 13.00</strong> – Edmund Husserl: un capitolo di filosofia del Novecento – con Rino Genovese.<u> </u></p>
<p><strong>4 aprile 2022, dalle 11.00 alle 13.00</strong> – <em>Documento</em> di Amelia Rosselli e gli Anni Settanta fra letteratura e storia – con Stefano Giovannuzzi.</p>
<p>Una ulteriore novità risiede nel fatto che sia i docenti che gli studenti sono chiamati a partecipare a un contest per progetti legati ai seguenti temi &#8211; a) ambiente/spazio da abitare; b) politiche linguistiche; c) letteratura e scienza – nel corso della terza edizione di Poesiæuropa, manifestazione internazionale che si terrà a settembre 2022 e che è dedicata alla cultura umanistica europea e ai suoi rapporti con politica e scienza.</p>
<p>I progetti che risulteranno vincitori verranno presentati e discussi, in italiano e in inglese, in un forum insieme ai relatori del programma della manifestazione.</p>
<p>L’intero ciclo, a cui prenderanno parte sia il Liceo Pieralli di Perugia che il Liceo Properzio di Assisi, sarà coordinato da Arci Spazio Humanities APS. Tra gli altri, l’Associazione di promozione sociale organizza, dal 2019, <em>Poesiæuropa </em>(<a href="https://www.umbrocultura.com/poesiaeuropa">https://www.umbrocultura.com/poesiaeuropa</a>), iniziativa dedicata alla cultura umanistica europea che ha ricevuto, per tre anni consecutivi, l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo.</p>
<p><strong>Riferimenti bibliografici essenziali: </strong></p>
<p>&#8211; Stefano Carrai, <em>Il primo libro di Dante. Un’idea della Vita Nova</em>, Roma, Edizioni della Normale, 2020;</p>
<p>&#8211; Amelia Rosselli, <em>L’opera poetica</em>, a cura di Stefano Giovannuzzi, con introduzione di Emmanuela Tandello, Milano, Mondadori, 2012; Stefano Giovannuzzi, <em>Nello splendore della confusione. Anni Settanta</em>, Pesaro, Metauro, 2021;</p>
<p>&#8211; Andrea Zanzotto, <em>Tutte le poesie</em>, a cura di Stefano Dal Bianco, Milano, Mondadori, 2013; Andrea Cortellessa, <em>Il canto della terra</em>, Bari, Laterza, 2021;</p>
<p>&#8211; Edmund Husserl, <em>L’idea della fenomenologia. Per le scuole</em>, Bruno Mondadori, 1995.</p>
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		<title>Quando anche l&#8217;Open Day è &#8216;virtuale&#8217;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2020 14:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Eduscopio]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale Principe di Napoli di Assisi]]></category>
		<category><![CDATA[orientamento in ingresso]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> «Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione». Questa frase di Victor Hugo non può che risuonare più attuale e viva che mai, ora. Ora che, a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, le porte delle scuole sono state chiuse. Porte, però, aperte virtualmente. E non solo per favorire e incrementare la didattica digitale ...</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> «Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione». Questa frase di Victor Hugo non può che risuonare più attuale e viva che mai, ora. Ora che, a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, le porte delle scuole sono state chiuse. Porte, però, aperte virtualmente. E non solo per favorire e incrementare la didattica digitale integrata.</p>
<p>Se è vero che l’insegnante è (dovrebbe essere) una figura intellettuale che fa scuola con un atteggiamento di ricerca, che sa leggere i cambiamenti e ascoltare chi ha davanti – spesso portatore o portatrice di una cultura altra, digitale, fluida, <em>in fieri</em> –, il liceo scientifico annesso al Convitto nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi, diretto dalla rettrice Annalisa Boni, ripensa all’Open Day come a un diverso, ma non per questo meno efficace, modo di aprire virtualmente le porte della scuola. Nella direzione di un orientamento in ingresso che possa, anche mediante l’uso delle moderne tecnologie informatiche, indirizzare gli studenti delle scuole medie del territorio a una scelta consapevole del prosieguo del loro percorso di studi.</p>
<p>E, allora, gli insegnanti, i maestri – se <em>magister</em> deriva da <em>magis</em> – accrescono e contribuiscono alla crescita, prima di tutto umana, dei loro allievi e di quelli che verranno, e lo fanno con onestà, responsabilità e non-neutralità rispetto al proprio lavoro. Avendo a che fare con generazioni sempre più diverse dal punto di vista cognitivo e culturale, generazioni digitali, i docenti del liceo assisano hanno accolto la sfida e stanno per proporre un modo di concepire il concetto di ‘enciclopedia’ che sia più appetibile rispetto ad Internet.</p>
<p>Primo liceo scientifico in Umbria per il quarto anno consecutivo – secondo una classifica stilata da Eduscopio –, il liceo scientifico annesso al Convitto nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi, si prepara, infatti, per l’anno scolastico 2020-2021, all’Open-day e a presentare agli studenti delle scuole medie il piano della sua offerta formativa.</p>
<p>Eduscopio – il progetto della Fondazione Agnelli –, che ha insignito anche per l’anno scolastico 2020-2021 il liceo assisano del prestigioso primo posto tra i licei scientifici umbri, si fonda su un metodo comparativo applicato al numero degli esami sostenuti e alla media dei voti ottenuta dagli studenti al primo anno di Università. L’indice FGA è la risultante di questa comparazione e riflette la qualità delle basi formative: il liceo della città serafica ha ottenuto il punteggio di 85.54/100 (con una media dei voti che arriva a toccare il 29.02). Un punteggio ottimo sia a livello regionale che nazionale, se si tiene conto anche dell’indice FGA del liceo delle Scienze applicate (82.08/100): se si sommano i punteggi ottenuti dai due indirizzi e li si confrontano con quelli di altre scuole secondarie superiori che hanno entrambi i corsi, il liceo assisano si colloca al sesto posto (somma FGA del liceo scientifico e del liceo scientifico delle Scienze applicate: 167,62), dopo il ‘Leonardo da Vinci’ di Jesi, il ‘Niccolò Copernico’ di Bologna, il ‘Pietro Paleocapa’ di Rovigo, l’‘Alessandro Manzoni’ di Suzzara e il ‘Torricelli Ballardini’ di Faenza.</p>
<p>Consapevole della sua posizione anche a livello nazionale, nell’alveo del progetto ‘Orientamento in ingresso’ per l’anno scolastico 2020-2021, il liceo scientifico annesso al Convitto nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi – articolato nei suoi diversi indirizzi: liceo scientifico; liceo scientifico delle Scienze applicate; liceo scientifico International Cambridge; liceo delle Scienze Applicate e dello Sport; liceo matematico – presenta un prospetto di attività destinate agli studenti delle classi terze delle scuole medie, con l’obiettivo di far conoscere la sua articolata offerta formativa, di far emergere interesse e attitudini negli allievi e di aiutarli ad affrontare consapevolmente la scelta del percorso di scuola superiore.</p>
<p>«Anche quest’anno – è stato il commento della professoressa Michela Stoppini, referente per l’Orientamento dei licei del Convitto nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi – non abbiamo rinunciato alla possibilità di incontrare gli studenti di terza media, realizzando collegamenti con circa dieci scuole medie del territorio. Ciò che mi ha maggiormente emozionata – prosegue la referente – è stato percepire da parte dei ragazzi la curiosità e quella tensione positiva verso il futuro che non arretra mai, neanche di fronte al particolare momento che stiamo vivendo. La possibilità di prenotarsi all’Open Day virtuale, a quello in presenza e alle Classroom dalla pagina web del sito della scuola ha avuto un riscontro positivo e ci ha permesso di sperimentare una modalità diversa di organizzare l’Open Day, che potrà risultare utile anche negli anni a venire».</p>
<p>Considerata l’attuale condizione epidemiologica, infatti, alcune delle attività di orientamento inizialmente previste in presenza si svolgeranno a distanza. L’Open-day si terrà sabato 19 dicembre con un webinar che si svolgerà tramite Meet di Google (per maggiori informazioni, consultare il sito della scuola alla voce ‘Attività di orientamento’). Il primo turno avrà inizio alle 15 e terminerà alle 16, mentre il secondo comincerà alle 16.30 e finirà alle 17.30. Entrambi si articoleranno in una presentazione dei vari indirizzi del liceo da parte della Rettrice, la professoressa Annalisa Boni, e da parte dei docenti Michela Stoppini, Simona Pieri, Françoise L’Eplattenier e Luigi Donati, in collegamenti con due laboratori, e in una sezione dedicata alle domande degli studenti e delle loro famiglie.</p>
<p>L’Open-day del 17 gennaio, invece, si svolgerà in presenza, salvo diverse indicazioni e previa prenotazione da parte degli studenti e dei genitori-accompagnatori (per maggiori informazioni, si veda il sito della scuola alla voce ‘Attività di orientamento’).</p>
<p>Gli studenti e i loro genitori avranno la possibilità di conoscere così la scuola e le persone che la animano, e di ricevere dalla Rettrice e dai docenti dei vari indirizzi informazioni utili non solo sugli indirizzi che compongono il liceo, ma anche sulle iniziative relative all’ampliamento dell’offerta formativa, tra cui il corso di lingua cinese e il CLIL fin dal primo biennio.</p>
<p>Ma le attività di orientamento non terminano qui e si sostanziano di altre due iniziative promosse dalla scuola assisana. La prima coincide con ‘I sabati dello studente’ (19 dicembre; 9 gennaio; 16 gennaio; 23 gennaio), nel corso dei quali gli studenti delle scuole medie potranno assistere nelle classi virtuali a presentazioni di progetti, attività laboratoriali e a brevi lezioni di matematica, latino, informatica, scienze motorie, scienze, inglese, biologia, storia, disegno e storia dell’arte tenute dai docenti Barbara Ceccotti, Lucia Pallaracci, Pierpaolo Peroni, Maurizio Giombolini, Fausto Ansuini, Corrado Cerullo, Luigi Donati, Fabiana Giuliodori, Françoise L’Eplattenier, Emanuele Piccioli, Simona Pieri, Federico della Bina e Susanna Massetti. Gli studenti interessati possono iscriversi alla Classroom direttamente dal sito della scuola. La seconda iniziativa si basa, invece, sui ‘Colloqui orientativi individuali’ a cura della professoressa Michela Stoppini, alla quale studenti e genitori possono rivolgere delle domande personali, per un primo orientamento individuale e una scelta consapevole della scuola secondaria superiore.</p>
<p>«Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione». Lo si può fare anche virtualmente. Avendo a che fare con generazioni sempre più diverse dal punto di vista cognitivo e culturale (generazioni digitali), si può proporre un modo di concepire il concetto di ‘enciclopedia’ che sia più appetibile rispetto ad Internet.</p>
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<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/quando-anche-lopen-day-e-virtuale/">Quando anche l&#8217;Open Day è &#8216;virtuale&#8217;</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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		<title>Pandemia da Covid-19, un’esperienza &#8220;globale&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Aug 2020 15:47:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Convitto Nazionale Principe di Napoli di Assisi]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia e storia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Prodotto di un’interdipendenza insieme sociale, culturale e naturale, la pandemia da Covid-19 si presenta come un’esperienza a tutti gli effetti globale. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici? Che dire, poi, dei rapporti tra scienza e politica e scienza e comunicazione? Si ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/pandemia-da-covid-19-unesperienza-globale/">Pandemia da Covid-19, un’esperienza &#8220;globale&#8221;</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> Prodotto di un’interdipendenza insieme sociale, culturale e naturale, la pandemia da Covid-19 si presenta come un’esperienza a tutti gli effetti <em>globale</em>. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici? Che dire, poi, dei rapporti tra scienza e politica e scienza e comunicazione? Si sta assistendo a una <em>santificazione</em> della scienza a seguito di una sua <em>demonizzazione</em>? Si sta approdando a un collasso di ogni pensiero critico e di ogni verifica della fonte o delle fonti di riferimento? Le finalità sanitarie e quelle economiche sono entrate in rotta di collisione? Come cambia la socialità nel contesto attuale e come viene ridisegnata la geografia delle città? Al tempo oggettivo, al tempo-lavoro, si è sostituito un tempo soggettivo, oggi? La pandemia ci ha forse ricordato quanto sia miope sottovalutare l’importanza di essere natura, umani, corpi? Ci ha, non da ultimo, fatti guardare dall’esterno, da una prospettiva <em>altra</em>?</p>
<p>Per attuare una analisi insieme storica e filosofica che vada oltre la grettezza dell’elaborazione dei dati concernenti la situazione attuale, abbiamo posto questi ed altri quesiti al professor Marco Millucci, docente di ruolo nella scuola secondaria di II grado, titolare della cattedra di <em>Filosofia e Storia</em> nel liceo scientifico annesso al Convitto Nazionale “Principe di Napoli” di Assisi, dottore di ricerca all’Università Lateranense di Roma e già collaboratore, in qualità di Cultore della materia, con le cattedre di <em>Filosofia della Storia</em> e <em>Antropologia Filosofica</em> al Dipartimento di Filosofia del capoluogo umbro. I suoi ambiti di ricerca hanno riguardato sia il pensiero di Emanuele Severino, sia, soprattutto, la filosofia classica tedesca, con, in particolare, un saggio su Schelling (<em>Tra identità e storia. Il problema del finito nella </em>svolta<em> verso la filosofia positiva di Schelling</em>, Del Bucchia Editore), e la raccolta degli atti del convegno organizzato a Perugia per i duecento anni dalla morte di Kant, in collaborazione con Roberto Perini (<em>Percorsi kantiani nel pensiero contemporaneo</em>, Morlacchi Editore).</p>
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<p>M.P. L’esperienza della pandemia da Covid-19 è, a tutti gli effetti, un’esperienza <em>globale</em>. E non solo perché interessa l’intero globo terreste, ma anche perché si presenta come il prodotto di un’interdipendenza che è, insieme, sociale, culturale e naturale. Giacomo Leopardi nel suo testamento letterario, <em>La ginestra</em>, ha cantato con veemenza la forza della solidarietà umana e di quella <em>social catena</em>, che, sola, può permettere agli uomini di allearsi contro il loro nemico comune, la natura. Stiamo tornando a una nuova gerarchia di valori in cui al vertice si colloca la vita associata secondo principi solidaristici?</p>
<p>M.M. A essere sincero, ho forti dubbi al riguardo. Nei mesi della pandemia siamo stati colpiti da immagini talvolta feroci, che rimarranno negli anni futuri come vere e proprie icone di questo tempo; penso alle file di camion militari a Bergamo, o alle fosse comuni a New York. Credo, però, che noi siamo oramai disabituati a guardare dietro le immagini, le quali a loro volta ci guardano, come ha sottolineato in un suo saggio Horst Bredekamp. Ciò significa, per me, che le immagini non sono solo testimonianza, e nemmeno semplice apparenza, ma esprimono un atto, che in quelle che ho richiamato si esplicano come un appello, appunto, alla solidarietà. Saremo in grado di rispondere a tale appello? Gli eventi che si sono susseguiti non inclinano a una risposta positiva, non si intravede nessuna “social catena”, anzi si manifestano spinte sempre più forti alla chiusura tra stati e tra popoli. La storia, del resto, ha mostrato come in molte occasioni di crisi la tendenza è stata questa, e noi abbiamo più volte dimostrato di essere restii a imparare dalla storia.</p>
<p>M.P. Veniamo ora ai rapporti tra scienza e politica e tra scienza e comunicazione. Quanto alla prima relazione, dal tuo punto di vista, si sta assistendo a una <em>santificazione</em> della scienza, dopo una sua <em>demonizzazione</em>? Quanto alla seconda relazione, col venir meno della fiducia accordata dai lettori ai professionisti della comunicazione e col dilagare delle <em>fake-news</em>, si sta approdando a un collasso di ogni pensiero critico e di ogni ricerca di verifica e di validazione della fonte o delle fonti di riferimento?</p>
<p>M.M. La scienza oggi viene spesso relegata a un ruolo meramente accessorio; molti si rivolgono a essa, in fondo, per sentirsi giustificati nelle proprie preconvinzioni, e questo sia che la si voglia santificare oppure che la si ritenga fonte di ogni male dell’uomo. Si tratta, in ogni caso, di due atteggiamenti unilaterali, e quindi astratti, che di fronte al negativo della nostra esistenza semplicemente voltano lo sguardo dall’altra parte, rifugiandosi in una fede cieca, che si tratti di una scienza onnipotente o della sua vuota negazione. In realtà, a mio parere, il difetto sta nel dipendere da qualcosa di esterno a noi per mettere ordine nel caos del mondo che ci circonda, nel cercare un feticcio, da adorare o esecrare secondo il peso che avvertiamo in noi, ma che non abbiamo il coraggio di sostenere. E questo vale, in qualche modo, anche per la seconda parte della domanda. La trascuratezza della ricerca delle fonti è la scorciatoia comoda per allontanare da noi la fatica del pensare, del valutare, del vagliare criticamente e, infine, del giudicare razionale, assumere su di sé “la fatica del concetto”, come diceva Hegel.</p>
<p>M.P. Le finalità sanitarie e quelle economiche sono entrate in rotta di collisione. Perché secondo la tua percezione?</p>
<p>M.M. Da profano di questioni sanitarie ed economiche, mi sembra che l’emergenza sanitaria ci ha mostrato chiaramente la conflittualità di un capitalismo senza freni e regole, come molte situazioni nel mondo testimoniano drammaticamente, e in realtà testimoniavano anche prima della pandemia. In molte zone del pianeta, alle esigenze della crescita economica si sono sacrificati i più elementari diritti; anzi, direi che ciò appare in maniera tanto più marcata quanto più i principi dell’economia di mercato sono stati assimilati da parte di quelle società che, nel passato, ne erano state escluse, anche per colpa dello sfruttamento colonialista. Il diritto alla salute e all’assistenza sanitaria è l’ultimo della lista, deposto ai piedi dell’altare del profitto. Se non viene innervato da una visione morale e culturale, il diritto (alla proprietà, al benessere, al guadagno) non è altro che “l’utile del più forte”.</p>
<p>M.P. La geografia delle città è stata ridisegnata, sia a livello urbano che a livello di piccoli micro-cosmi – uffici, negozi, spazi condivisi –. Le città si sono ritrovate avvolte in un silenzio enigmatico. Come cambia la socialità in questo contesto?</p>
<p>M.M. In un’altra occasione, sempre in riferimento alle conseguenze dell’isolamento, mi espressi con le parole di Heidegger, secondo il quale l’uomo è un ente “disallontanante”. Credo si debba intendere nel senso che l’uomo è nello spazio, e lo percepisce, solo in quanto tende – almeno potenzialmente – ad annullarlo, entrando in relazione con gli oggetti e soprattutto con gli altri. L’essere stati confinati in casa, vale a dire in uno spazio forzoso, in cui questo annullamento era di fatto impossibile perché mai pienamente a mia disposizione credo abbia palesato la fragilità della nostra socialità, o meglio ancora la nostra difficoltà a comprenderla nella sua interezza, che è fatta non di sovrapposizione di “luoghi” statici, ma nella dinamicità di “spazi” in cui proiettare la nostra capacità relazionale. Quando tutto ciò viene meno, allora è giusto dire che rimane solo un “silenzio enigmatico”, a cui non sempre sappiamo rispondere.</p>
<p>M.P.  Eugenio Montale ne <em>I limoni</em> canta le piante comuni, lontane dalle piante rare e letterarie dei poeti ufficiali. Il loro profumo sembra promettere il miracolo della rivelazione del senso segreto della realtà. Ma il miracolo non si compie e le uniche ‘divinità’ sono le ombre degli uomini. Il profumo dei limoni <em>che dilaga</em>, però, risveglia ricordi mai sopiti e il senso di una temporalità della memoria che ci chiede di raccontare e di tramandare. Al tempo oggettivo – il tempo-lavoro, per intenderci – si è sostituito un tempo soggettivo – quello che Proust definiva ‘delle intermittenze del cuore’ –? Stiamo vivendo una metamorfosi di kafkiana memoria, riscoprendoci, metaforicamente, degli scarafaggi? In fondo, per Adorno, Kafka, ne <em>La metamorfosi</em>, sembra voler sperimentare ‘cosa accadrebbe se i risultati della psicoanalisi fossero tutti esatti, non solo mentalmente’…</p>
<p>M.M. Mi rifarei, in primo luogo, al richiamo alla psicoanalisi, che ci insegnerebbe che la certezza nell’afferramento del nostro “io” è solo un’illusione, dettata dalle forme di censura che agiscono in noi per reprimere le nostre pulsioni più profonde. Siamo, dunque veramente ombre, ma l’aspetto – secondo me – più determinante è che siamo ombre soprattutto a noi stessi. La capacità di afferrare la nostra intimità è evanescente, o, come ebbi modo di dire in altra occasione, <em>obliqua</em>. Quanto più abbiamo cercato di definire il nostro io in termini “oggettivi”, tanto più esso ci scivola di mano. Il proliferare dei social-media, le innumerevoli vie che ci vengono offerte dalla rete per “interagire” ci illudono di farlo a partire da un fondamento certo e stabile, ma che in realtà si “offre” alla più distruttiva parcellizzazione del sé nel mondo virtuale. La figura kafkiana ci potrebbe fornire un curioso spunto ermeneutico di questa situazione: nella rete potremmo veramente interagire con tanti scarafaggi, ed essere, a nostra volta, considerati scarafaggi dagli altri, credendo però fermamente che ciò che si disperde nel web sia, sempre e comunque, il nostro vero io. Questo periodo di chiusura e, insieme, di esplosione dei social non ha fatto altro che portare forse a compimento questo processo. Il punto è che non è vero che stiamo ancora aspettando il miracolo di una rivelazione; quel miracolo ho paura che sia perso per sempre.</p>
<p>M.P. Ci siamo riscoperti vulnerabili e fragili. A tuo avviso la pandemia ci ha ricordato quanto sia miope e bieco sottovalutare l’importanza di essere natura, umani, corpi? La leggerezza calvinianamente intesa – il riferimento è alle <em>Lezioni americane</em> –, come sinonimo non di superficialità, ma di ‘planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore’ veicola un messaggio quanto mai attuale?</p>
<p>M.M. Credo sia evidente come in questo periodo la nostra finitezza si sia materializzata in maniera a volte terrificante; basti pensare alle immagini degli ospedali al collasso, alla nostra incapacità di far fronte, con tutta la nostra tecnologia, all’aggressione del virus. Il quale, tra l’altro, è una delle forme di vita più antiche del nostro pianeta, mai scalzato o sostituito dalle specie via via dominanti sulla terra, non ultima la nostra. Credo sia il segno che la natura non riconosce alcuna “gerarchia”, laddove si intenda questo termine in modo “umano, troppo umano”, cioè come una sorta di misurazione di capacità tecnico-pratiche frutto di una, appunto, solo supposta “superiorità”. Riscoprire il nostro “essere corpo”, non solo avere un corpo, come sottolineava Arnold Gehlen, se non ricordo male, ci ricollocherebbe nella maniera adeguata all’interno della natura, non certo nel senso, ingenuo e illusorio, di un “ritorno” a una condizione improponibile, a meno di non voler negare la nostra umanità, quanto piuttosto nel volgere tale umanità a un senso nuovo, a un operare nuovo, verso noi stessi e quindi, nello stesso tempo, verso la natura.</p>
<p>M.P. L’epidemia da Covid-19 ci ha fatti guardare dall’esterno, da una prospettiva inaudita, surreale, <em>altra</em>, extra-ordinaria. Luigi Pirandello si riferiva alla vita quale flusso anarchico ed energico che fermenta sotto la forma – ovvero sotto l’insieme degli autoinganni, delle convenzioni, dei riti, delle istituzioni con cui l’uomo organizza la sua esistenza – e che viene fuori solo con la malattia o la sosta che l’esistenza ci dà. Italo Svevo, dal canto suo, ne <em>La coscienza di Zeno</em>, difende la diversità come malattia: il malato è dotato di lungimiranza e sa distinguersi da tutta l’umanità che si dichiara sana non rassegnandosi e non adattandosi ai meccanismi alienanti della civiltà. L’ammalato, per Svevo, è colui che non vuole rinunciare alla forza del desiderio. Cosa dire a riguardo?</p>
<p>M.M. Guardarsi da fuori è un momento fondamentale per realizzare quel riconoscimento senza il quale, come ha insegnato Hegel, non potrebbe esserci vera concretezza. Ma si tratta di un operare che può essere messo in gioco solo da un proprio moto interiore; solo così, dice il filosofo di Stoccarda, può compiersi quella particolare interiorizzazione della alterità minacciosa che sentiamo pesare su di noi. C’è un termine significativo, che Hegel usa, per raccogliere queste suggestioni: <em>Erinnerung</em>, che significa “ricordo” o “memoria”, ma che contiene in sé l’idea dell’andar-dentro-di-sé, o meglio del “rientrare in sé” dopo che ci si era estraniati per riconoscere sé stessi nell’altro. È vero che la pandemia ci ha come estraniati dalle nostre abitudini; ma noi saremo capaci di compiere quel gesto essenziale che Hegel ci ha indicato? Di nuovo, ho seri dubbi. Penso che noi abbiamo vissuto tutto questo come qualcosa che è provenuto e ci ha colpito dall’esterno, vale a dire non da un’alterità con cui, giocoforza, siamo sempre in una sorta di relazione, ma da una dimensione che non abbiamo mai preso in considerazione, tronfiamente forti di una nostra “intangibilità”, miseramente crollata, come tante volta accade per i frequenti disastri ambientali che accadono sempre più spesso. Non vedo un percorso simile ai personaggi di Pirandello e Svevo, al termine di tutto questo.</p>
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		<title>Il cielo diviso</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 14:36:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p> «La città, poco prima dell’autunno immersa ancora nella calura dopo la fresca estate piovigginosa di quell’anno, respirava con più veemenza del solito (…). La gente, da tempo avvezza a quel cielo velato, lo trovava improvvisamente insolito e difficile da sopportare, sfogando la subitanea irrequietezza anche sulle cose più remote (…). Ma la Terra la reggeva ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> «La città, poco prima dell’autunno immersa ancora nella calura dopo la fresca estate piovigginosa di quell’anno, respirava con più veemenza del solito (…). La gente, da tempo avvezza a quel cielo velato, lo trovava improvvisamente insolito e difficile da sopportare, sfogando la subitanea irrequietezza anche sulle cose più remote (…). Ma la Terra la reggeva ancora, quella gente, e finché ce n’era l’avrebbe fatto (…). Un’ombra era calata sulla città, ora era di nuovo calda e viva, generava e sotterrava, donava ed esigeva vita, ogni giorno (…). Viviamo senza risparmiarci, come ce ne fosse anche troppa di questa strana sostanza ch’è la vita, come se non dovesse avere mai fine». Sono alcuni passi tratti dall’incipit de <em>Il cielo diviso</em> – <em>Der geteilte Himmel</em> – di Christa Wolf, nella traduzione italiana di Maria Teresa Mandalari per i tipi delle Edizioni e/o. Lì il cielo e il muro dividevano Berlino. Ma i grandi eventi della storia evenemenziale che erano ad essi collegati dividevano anche le persone e, con loro, le storie, gli affetti, i tentativi di evasione, le speranze. Sono passati molti anni da quando <em>Il cielo diviso</em> è stato pubblicato per la prima volta in Germania. Eppure, la storia d’amore di Rita e Manfred, cresciuta e naufragata, così come innumerevoli altre storie, all’ombra del muro di Berlino, non ha perso la sua forza metaforica ed evocativa, messa a dura prova dalla pressione storica. «Il cielo almeno non possono dividerlo» disse Manfred. «Sì, invece – disse Rita –. Il cielo è sempre il primo a essere diviso».</p>
<p>Il cielo è stato diviso di nuovo, a causa dell’epidemia da Covid-19. Un muro invisibile e non tangibile, stavolta, eppure capace di mietere vittime in ogni parte del globo. E che ancora, stando ai dati, in alcune parti del mondo non ha arrestato la sua corsa. Ma non è di dati, stavolta, che vogliamo parlare. Vorremmo, infatti, dare spazio a una analisi che vada oltre la grettezza dell’elaborazione di quei dati. E vorremmo farlo, affidandoci ad alcune, acute, acutissime riflessioni che i giovani, giovanissimi studenti del Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi hanno scritto nell’alveo del progetto ‘Liberi di comunicare’, promosso durante la quarantena e il lockdown dalla prestigiosa scuola assisana diretta dalla rettrice Annalisa Boni, progetto ideato dalla professoressa Silvia Lombardi e coordinato dai suoi colleghi-docenti.</p>
<p>«Questa pagina del nostro sito – si legge alla voce ‘Liberi di comunicare’ riportata a questo link: <a href="http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721">http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721</a> – ospita riflessioni scritte da studentesse e studenti del Liceo annesso al Convitto Nazionale. Raccogliendo l’invito dei loro insegnanti, essi hanno indagato reazioni, paure, emozioni e speranze maturate in questi giorni inediti e stranianti. Come crediamo si potrà evincere dai testi qui riprodotti, le inevitabili restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria alla libertà di movimento non hanno compromesso quella di pensiero e di parola, che l’istituzione scolastica si impegna a promuovere nella normalità delle lezioni quotidiane perché sia di aiuto nei tempi in cui proprio alla normalità non si deve rinunciare».</p>
<p>Come bene evidenzia questo cappello introduttivo, scritto dal professor Pierpaolo Peroni, gli studenti Alessia Schiattelli, Ilenia Pinna, Costanza Sforna, Tommaso Salari, Emma Tanci, Alessandro Rosati, Aurora Rossetti, Olivia Moretti, Mirko Marani, Gioia Tiberi, Martina Cappelletti, Chiara Selva, Matilde Agrestini, Arianna Ascani, Francesca Catalano, Giorgia Buzi, Virginia Massini, Marta Piobbico, Micol Mela e Flavia Cristaldini hanno rielaborato criticamente gli effetti di una situazione straniante nella quale si sono ritrovati immersi loro malgrado. Lo hanno fatto, producendo illustrazioni – si veda, a tal proposito, la galleria di immagini che correda il link http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721 –, musiche, testi anche sotto forma di epistolario indirizzato a loro stessi, immaginandosi narratori di un evento storico epocale. Lo hanno fatto, parlando di resilienza, di solitudine, di speranza, di paura, di solidarietà e di senso comunitario d’appartenenza, di spirito di sopravvivenza e di attaccamento alle piccole cose, di cambiamento della percezione e del punto di vista da cui guardare, di frammentarietà e di divisione, di trasversalità di un contagio che ha avuto il potere di intaccare ogni sfera dell’esistenza, da quella fisica a quella cognitiva. Lo hanno fatto, parlando di compassione e di vicinanza pur nella distanza, di lentezza, mancanza e staticità. Rivolgendosi alle stelle, pazienti confidenti, ponendosi molti interrogativi, a volte retorici, rievocando profumi in senso proustiano o montaliano, perché la primavera era arrivata, nonostante tutto e forse ignara di tutto. C’è il bicromatismo – bianco e nero – del virus, in queste riflessioni, ci sono il valore di un’amicizia ritrovata, la funzione della tecnologia come surrogato atto ad accorciare le distanze, un senso di straniamento, di incertezza, di scardinamento e, dall’altro lato, un bisogno di ancoraggio, di solidità e di stabilità che fa rimpiangere loro persino la routine; ci sono un senso di soffocamento, di costrizione, di restrizione, di coercizione e, d’altra parte, una sensazione di leggerezza e di novità di primo acchito; ci sono, infine, il patriottismo, il senso d’appartenenza a una comunità, l’elogio di medici e infermieri, definiti ‘eroici’, voli pindarici dell’immaginazione – quasi a prefigurarsi un tipo di raffigurazione pittorica –, la gioia data dalle piccole cose, l’alternanza tra tempo oggettivo – il tempo-lavoro – e tempo soggettivo – quello delle ‘intermittenze del cuore’ –, un dialogo fitto con se stessi – un leggersi dentro per acquisire una maggiore consapevolezza di sé –, un affidarsi ai libri, compagni e scrigni, e agli autori studiati al fine di condurre uno studio critico e metodico. Numerosi sono gli accenni alle terrazze – indice della maturazione di un nuovo punto di vista da cui guardare, come dai tetti di Palomar – e alla didattica a distanza: i contributi degli studenti del liceo assisano sembrano degni echi dell’<em>Elogio della classe </em>pubblicato l’8 maggio 2020 da Asor Rosa in <em>La Repubblica</em>: «In una classe scolastica – si legge – persino una pedatina che lo studente appioppa al suo compagno sotto l’ala protettiva del proprio banco, persino l’occhiata dell’insegnante che la percorre da cima a fondo per trasmettere un avvertimento, un suggerimento, un ammonimento, rappresentano materia costitutiva del sapere scolastico, mentre si forma, quando si forma per la possibilità concreta di essere e diventare un sapere. Insomma: la ‘comunità fisica’ è un coefficiente indispensabile di una ‘comunità intellettuale’ funzionante».</p>
<p>Ma lasciamo, ora, ‘parlare’ direttamente gli studenti, dei cui elaborati restituiremo, qui, alcuni stralci, rinviando al link sopra-riportato (<a href="http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721">http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721</a>) per quanto riguarda le versioni integrali. Le illustrazioni di Alessia Schiattelli, Ilenia Pinna, Costanza Sforna, Tommaso Salari ed Emma Tanci sono visibili cliccando sul seguente link: http://www.convittoassisi.com/ita/news_home/?IDC=1&amp;ID=721. L&#8217;immagine posta in evidenza nel presente articolo è rappresentata dall&#8217;illustrazione della studentessa Alessia Schiattelli, dal titolo &#8216;Legami&#8217;. Qui ci limiteremo a fornire alcuni passi delle riflessioni scritte dagli studenti.</p>
<p>Si pongono degli interrogativi, Micol Mela e Gioia Tiberi, autrici di due testi in inglese: «How beautiful is it to see people on television all around the world who are playing music from their balconies so their neighbors can dance to it? To see doctors, nurses, and volunteers being there for everybody every step of the way; to see people reaching out to friends and family who they have not heard from in ages just to know how they have been doing? »; e ancora: «What do we do now? Questions and insecurities choke both sides of our personality while they struggle to get to know tiny slivers of each other. Who are you behind the curtain separating your body from the enormity of the arena that is the world?». Intessono un dialogo fitto con le stelle, confidenti e amiche, Francesca Catalano, Olivia Moretti e Aurora Rossetti, che, in occasione del Dantedì, citano un verso celeberrimo del sommo poeta: «E quindi uscimmo a riveder le stelle» (<em>Inferno </em>XXXIV, 139). Riflettono sul significato di ‘normalità’, Arianna Ascani e Mirko Marani, e quest’ultimo lo fa nel modo seguente: «(…) Possiamo ora aprire gli occhi e renderci conto che la cosiddetta ‘normalità’, altro non è che un velo che ci copre il volto e ci spinge a vedere la vita come un ripetersi di azioni, delle quali siamo succubi o addirittura dipendenti, in un circolo vizioso che ci spinge a ripeterle giorno dopo giorno, senza vedere al di là del velo (…)». Si affidano alla temporalità della memoria, invece, Chiara Selva, Matilde Agrestini, Giorgia Buzi e Virginia Massini, scrivendo delle lettere a loro stesse o a una Quarantena personificata o, ancora, immaginando un dialogo tra loro e i futuri nipoti, cui spetterà a loro volta il compito di tramandare ciò che è stato in quell’anno 2020. Lo fanno, divenendo delle narratrici di storie e sottolineando l’importanza dello storytelling quale momento comunitario di condivisione sociale e depositario della memoria. «Credo nella Scienza e ciecamente nell’uomo: siamo molto più di un copione finito in tragedia» scrive Martina Cappelletti, che si affida all’<em>Istitutio Oratoria </em>di Quintiliano, di cui afferma: «quella straordinaria modernità fa pensare solo alla loro presenza, sicura, dietro la cattedra, che si ha paura di non poter più apprezzare, mentre ci rimanevano pochi mesi per essere cullati da una scuola che ci ha cresciuti». Gioca sull’ossimoro <em>forza fragile</em> o <em>fragilità forte</em>, Flavia Cristaldini, che scrive, in chiusa al suo testo: «Così: con una tazza di caffè in mano, nel terrazzo, nel profumo che dilaga, in questa mattina di quarantena, resiliente, è l’aggettivo che mi attribuirei. Quella domanda allora diventa un pensiero fisso, un&#8217;eco perpetua, quasi una preghiera che ormai recitiamo quotidianamente: più fragili o più forti?»; mentre Marta Piobbico è convinta che, ormai, «tutto questo sia parte di noi e della nostra vita».</p>
<p>«Il cielo almeno non possono dividerlo» disse Manfred. «Sì, invece – disse Rita –. Il cielo è sempre il primo a essere diviso». Rita ha ragione? La chiusa la affidiamo alla musica dello studente Alessandro Rosati, musica che ha sempre un potere unificatore. Al di là di ogni divisione del cielo.</p>
<p>MELTEDBEATS MLTDEP</p>
<p>Il mio tempo sospeso / marzo 2020</p>
<p>https://youtu.be/NOBrxzdaedY https://youtu.be/k22v53lgzvI</p>
<p>https://youtu.be/NCweSq9KtPQ https://youtu.be/MtzZIhzn8_Y</p>
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		<title>Quando anche la didattica è a distanza</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2020 13:42:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Convitto Nazionale Principe di Napoli di Assisi]]></category>
		<category><![CDATA[didattica a distanza]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> Il <em>medium</em> è il messaggio. Lo affermava McLuhan con riferimento all’identificazione tra mezzo impiegato e contenuto veicolato. Un contenuto che dipende, sempre, dall’emittente e dal destinatario, dal contesto comunicativo e dal canale con cui viene trasmesso. E se il <em>medium</em> coincidesse con lo spazio digitale? Uno spazio, questo, che per l’erede mortale di McLuhan, De Kerckhove, è il nuovo spazio, quello ‘che si occupa attraverso qualunque schermo’, quello ‘che si gestisce con le dita’ e che è ‘intimamente connesso con la nostra mente’. E con i nostri processi cognitivi, di insegnamento e di apprendimento. Nella rete il contesto del <em>face-to-face</em> si perde in assenza di misure d’intervallo, di movimenti e di fisionomie: online non si devono gestire la prossimità e la distanza. Il web si fonda, infatti, su immediatezza, velocità, simultaneità di informazione e trasparenza del mezzo impiegato. E sulla comunicazione tra autori e lettori di ipertesti elettronici, come voleva Bolter: ‘leggendo un episodio, il lettore può avere la possibilità di guardare, attraverso il testo, il mondo immaginato dall’autore’.</p>
<p>Su questo, anche su questo, si basa la didattica a distanza, attivata in tutte le scuole d’Italia a seguito dell’emanazione del decreto del presidente del consiglio dei Ministri del 9 marzo 2020, recante misure di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19. Tale normativa resterà in vigore, salvo proroghe o emendamenti, fino al 3 aprile prossimo. Le indicazioni ministeriali stabiliscono, dunque, che per la durata complessiva della sospensione delle attività didattiche, le scuole adottino la didattica a distanza, al fine di garantire agli studenti il diritto allo studio.</p>
<p>Fermo restando che l’interazione in presenza resta sempre il miglior modo per assicurare il successo formativo, in questa situazione di emergenza, anche il Convitto Nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi, diretto dalla professoressa Annalisa Boni, ha accolto la nuova sfida e, a seguito di vari corsi di formazione erogati ai propri docenti, ha provveduto a fornire a insegnanti e allievi tutti gli strumenti necessari per poter proseguire con gli insegnamenti curricolari e per interagire in modalità online con gli studenti. Questo al fine di garantire il perdurare dello spirito di comunità e appartenenza che caratterizza ogni scuola, facendo sentire la vicinanza dei docenti e dei compagni e riducendo al minimo l’impatto sulla preparazione.</p>
<p>Diverse, le modalità adottate dai docenti sulla base delle differenti esigenze delle tre scuole annesse al Convitto assisano. La prima modalità riguarda il caricamento delle lezioni in formato digitale nel registro elettronico, sotto forma di dispense, <em>slides</em>, collegamenti alle piattaforme digitali dei libri di testo adottati, semplici fogli di testo o materiale multimediale – immagini, mappe concettuali e interattive, video – come avviene secondo il modello di ‘classe rovesciata’. Il registro elettronico, dunque, può rappresentare ancora una piattaforma privilegiata per dare e ricevere istruzioni su come usare il <em>medium</em> digitale, per le circolari scuola-famiglia, per le informazioni condivise nella sezione ‘bacheca’ e per le funzioni dell’agenda, quale strumento indispensabile per le comunicazioni tra docenti e allievi. Questi ultimi possono, in modo agevole, scaricare il materiale didattico e caricare, a loro volta, gli esercizi svolti.</p>
<p>Le altre modalità concernono l’utilizzo di una piattaforma gratuita rivolta a tutte le scuole italiane. Le scuole annesse al Convitto di Assisi avevano già fatto esperienza di questo prezioso strumento per garantire il diritto allo studio a ragazzi e bambini che, per motivi di salute, non potevano entrare fisicamente nelle aule. Accedendo ad una delle app di questa piattaforma, ogni docente può organizzare una video-lezione con i propri studenti ed interagire ‘in presenza’ – in modalità sincrona – o registrare.</p>
<p>Un’altra applicazione della stessa piattaforma permette la creazione di una classe virtuale, che può essere realizzata per ogni classe reale e per ciascun corso o disciplina. L’interfaccia principale di questa applicazione funziona esattamente come la bacheca dei social-network: si annotano in bacheca gli obiettivi della lezione, le indicazioni per lo svolgimento dei compiti e delle esercitazioni, e le varie comunicazioni rivolte alla classe, mentre le lezioni a distanza vengono inserite in un’altra sezione.</p>
<p>Particolare attenzione è rivolta agli alunni con Bisogni Educativi Speciali: nonostante le numerose difficoltà, i docenti di sostegno e/o potenziamento riescono ad intessere un rapporto quotidiano con gli studenti, un rapporto fatto di telefonate, messaggi Whatsapp e di tutto ciò che permette di mantenere il legame speciale che si viene a instaurare tra docente di sostegno e allievo disabile. La cura della didattica per questi bambini e ragazzi, inoltre, viene effettuata mediante la stretta interazione con i docenti di classe.</p>
<p>Per i più piccoli ogni strumento comunicativo viene utilizzato per garantire la vicinanza della scuola e dei propri docenti, mantenendo il più possibile intatto lo spirito di comunità: con messaggi audio e video le maestre riescono a stare vicino a ciascuna bambina e a ciascun bambino. Importantissima, in questa fase, è la presenza dei genitori nei momenti di scambio interattivo e in quelli di produzione dei materiali richiesti dai docenti: la scuola si affida al loro senso di responsabilità genitoriale perché tutti gli sforzi che il Convitto assisano sta mettendo in campo diano esiti positivi.</p>
<p>Insomma, è cambiata la modalità di interazione, e, in parte, sono cambiate anche le metodologie didattiche, ma sicuramente non il metodo di studio, anche se ‘il <em>medium</em> è il messaggio’, come sosteneva McLuhan. Lo sanno bene i circa 900 studenti del Convitto Nazionale di Assisi, che hanno ora accesso, come i loro docenti, alla piattaforma virtuale e alla didattica a distanza, e che fanno esperienza della rete come un diverso modo di fare e stare a scuola e come un momento di confronto con ‘il nuovo spazio’, quello digitale che si occupa attraverso lo schermo. ‘Uno spazio connesso con la nostra mente’ e col nostro desiderio di apprendere e di interagire, anche così.</p>
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		<title>Lingue e linguaggi teatrali, un nuovo scenario didattico</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Feb 2020 17:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<category><![CDATA[didattica teatrale]]></category>
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		<category><![CDATA[Mediazione Linguistica Perugia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> ‘Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ‘Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco’. Lo scriveva Victor Hugo, sottolineando la differenza tra ciò che è <em>reale</em>e ciò che è <em>vero</em>. L’illusione di cui si fa esperienza a teatro è la stessa di cui si fa esperienza nella vita: lì è tutto ricostruito, qui quella ricostruzione acquisisce un senso. Perché ‘cuori umani’ hanno gli attori e ‘cuori umani’ hanno gli spettatori.</p>
<p>E i palchi da cui recitare una parte, immergendosi magari in una cultura <em>altra</em>veicolata da una lingua <em>altra</em>, sono molti e tra i più disparati. Uno di questi è, senz’altro, la classe, in cui ogni giorno <em>si fa teatro</em>. La prima giornata di studio nazionale <em>La classe teatro della comunicazione. Lingue e linguaggi teatrali. Nuovi scenari didattici</em>che si è tenuta lo scorso 21 febbraio alla Scuola Superiore Mediazione Linguistica di Perugia – in collaborazione con ANILS (Associazione Nazionale Insegnanti Lingue Straniere), il Liceo ‘A. Pieralli’ di Perugia e il Convitto Nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi – ha sottolineato l’importanza della didattica e della comunicazione teatrali quali strumenti di intercultura e di inclusione, anche in termini di apprendimento di una lingua straniera. Da questo punto di vista gli insegnanti sono chiamati a proporre ai loro allievi un coinvolgimento emotivo che li renda partecipi durante l’operazione di apprendimento: ricorrendo al linguaggio multiplo del teatro, la lingua può essere appresa in quanto comunicazione complessa e veicolo di cultura e di identità. Recitare la parte di un personaggio permette, infatti, di entrare in un’altra identità culturale.</p>
<p>A seguito del saluto delle autorità presenti – la direttrice della Scuola Superiore Mediazione Linguistica di Perugia, Catia Caponecchi, il preside, Lorenzo Lanari e la dirigente scolastica del liceo ‘A. Pieralli’ di Perugia, Simona Zoncheddu – gli interventi si sono succeduti, nella prima sessione, presieduta da Marco Lombardi dell’Università degli Studi di Firenze, nel seguente ordine: Ancilla Maria Antonini – presidente di ANILS Umbria, docente presso il liceo ‘A. Pieralli’ di Perugia, con all’attivo pubblicazioni sul teatro del siglo de oro e borse di studio ‘Comett’ e del Ministero degli Affari Esteri presso la Universidad Complutense di Madrid –  ha presentato un intervento dal titolo <em>La classe teatro della comunicazione. Storia di un progetto di didattica teatrale</em>, incentrato sulla didattica teatrale e sulle fasi più significative del progetto di formazione da lei curato rivolto a docenti e studenti, dalla scelta del testo alla riscrittura e alla stesura del copione fino alla messa in scena. La relazione di Marco Lombardi – collaboratore di ANILS, LEND, INDIRE per la formazione degli insegnanti, ha insegnato <em>Lingua, letteratura, storia del teatro francesi</em>all’Università degli Studi di Firenze e <em>Lingua, letteratura e cultura italiane</em>all’European University Institute di Firenze – ed Eliana Terzuoli – docente di ruolo di <em>Lingua e letteratura francese</em>e già docente a contratto di <em>Francese e didattica della lingua francese</em>all’Università di Firenze, insegna nei corsi di formazione di ANILS (di cui è vicepresidente), in qualità di esperta di pratica teatrale nell’apprendimento della lingua straniera (progetti ‘Socrates’ e ‘Comenius’) e di responsabile del Réseau de théâtre en langue française pour lycéens per la Toscana insignita dell’onoreficenza di Chevalier dell’ordine delle ‘Palmes Académiques’ –, <em>La classe teatro della comunicazione. Dalla teoria del linguaggio teatrale nel quotidiano della vita di classe all’enfatizzazione dello stesso nella sua rappresentazione pubblica e nella formazione insegnante/alunno</em>, si è articolata in due momenti: l’inserimento della lingua, della letteratura e della cultura francesi nel gruppo-spazio classe, a cura di Marco Lombardi, che ha riflettuto sul fenomeno di ritorno generalizzato dell’antica classe di retorica nei licei, classe che permetteva la messa in azione della lingua, della letteratura e della cultura per il tramite di relazioni comunicazionali nello spazio-classe; il teatro nella formazione dell’insegnante e dell’allievo di lingue, a cura di Eliana Terzuoli, che ha evidenziato l’importanza del teatro in quanto linguaggio multiplo e attivatore della memoria profonda, di atmosfere di collaborazione e di esercizio nel ponderare e nell’affrontare l’imprevisto. L’insegnante è, in definitiva, un attore con un pubblico interattivo, un regista e un direttore d’orchestra che intreccia reti di sistemi sensoriali, emozionali e immaginativi. Se Thais A. Fernández – già lettrice di ruolo di <em>Lingua spagnola</em>all’Università degli Studi di Macerata e docente a contratto all’Università degli Studi Roma Tre e alla LUMSA di Roma, è ora docente a contratto di <em>Lingua spagnola</em>alla LUISS di Roma e docente di <em>Traduzione in</em><em>lingua spagnola</em>presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia e traduttrice free-lance – ha presentato un contributo dal titolo <em>Dal testo allo spettacolo: uno strumento per conoscere le lingue e le culture straniere. La sua possibile applicazione alla mediazione linguistica</em>, dedicato, appunto all’applicazione dello strumento teatrale alla didattica della mediazione linguistica e culturale (recentemente riconosciuta come abilità alla pari di altre attività, quali, ad esempio, la ricezione e la produzione), gli interventi di Monica Palmerini – ricercatrice di <em>Lingua e traduzione spagnola</em>all’Università Roma Tre, si occupa di <em>Linguistica spagnola</em>e di tematiche inerenti l’insegnamento della lingua (intercomprensione, traduzione, mediazione, analisi linguistica di testi letterari) – e di Mercedes Ariza – vicedirettore della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici San Pellegrino di Misano Adriatico, dove insegna <em>Mediazione linguistica spagnola</em>, ha svolto attività di docenza all’Università degli Studi ‘Carlo Bo’ di Urbino, all’Università degli Studi di Macerata e alla SSLMIT di Forlì, oltre che aver coordinato dal 2003 al 2007 il gruppo di teatro universitario in lingua spagnola della stessa SSLMIT – hanno messo in luce, da un lato, l’importanza del laboratorio teatrale tra pragmatica, lingua e cultura – il teatro può essere, infatti, concepito come una metafora del funzionamento profondo del linguaggio e dell’uso contestuale della lingua per la sua performatività – e, dall’altro lato, l’efficacia del teatro nella formazione dei mediatori linguistici e culturali, partendo dal caso-studio di un laboratorio finalizzato alla messinscena della commedia <em>El  Nuevo   Mundo  descubierto   por   Cristóbal  Colón </em>di Lope de Vega, presentato in occasione del XII Convegno Internazionale della  AITENSO (Asociación Internacional de Teatro Español Y Novohispano de Los Siglos de Oro) nel 2007.</p>
<p>La sessione pomeridiana, presieduta da Thais A. Fernández, ha registrato gli interventi di Agnese Formica – insegnante di <em>Lingua e cultura cinese</em>e vicepresidente dell’ANIC (Associazione Nazionale Insegnanti Cinese) – e di Flora Shabaj – ricercatrice free-lance, insegnante di <em>Lingua italiana</em>L2 e dottore di ricerca in <em>Scienze linguistiche, filologiche, letterarie e storico archeologiche</em>, con all’attivo workshop e pubblicazioni in ambito filologico e di traduzione –. Il primo ha focalizzato l’attenzione sullo studio della filosofia della Cina classica attraverso l’esperienza e il linguaggio del teatro, a seguito della partecipazione al percorso di formazione ‘La classe teatro della comunicazione’ promosso da ANILS Umbria; il secondo, che è stato letto in quanto la relatrice non era presente, ha posto l’accento sul binomio teatro-glottodidattica, analizzando un caso pratico di inclusione e di apprendimento linguistico, quale il progetto Il teatro per i cittadini del mondo rivolto agli alunni della primaria dell’Istituto comprensivo ‘Fernanda Imondi Romagnoli’ di Fabriano, con l’obiettivo di comunicare in lingua inglese attraverso gli strumenti della pratica teatrale.</p>
<p>Eliana Terzuoli ha, poi, moderato la tavola rotonda, alla quale hanno preso parte una studentessa del liceo ‘A. Pieralli’ di Perugia, coinvolta lo scorso anno e l’anno corrente nel progetto ‘La classe teatro della comunicazione’ – la studentessa ha illustrato i risultati di un questionario di autovalutazione somministrato alla sua classe e relativo ai progressi nell’apprendimento delle lingue e della relazionalità del gruppo-classe – e la laureanda dell’Università degli Studi di Perugia Federica Ficola, che sta lavorando ad una tesi sulla didattica teatrale, sta affiancando Ancilla Maria Antonini come tirocinante nel progetto di didattica teatrale, e che ha esposto magistralmente gli esiti di questo progetto.</p>
<p>Il teatro, dunque, è uno strumento di intercultura e di inclusione. E, allora, come ha affermato Gigi Proietti: ‘benvenuti a teatro. Dove tutto è finto, ma niente è falso’. E dove si possono apprendere le lingue straniere con maggiore consapevolezza e presa di coscienza della propria e delle altre identità culturali.</p>
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		<title>Parole, non ostili, a scuola</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Feb 2020 20:46:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale Principe di Napoli di Assisi]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[Progetto 'Parole Ostili']]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Creare, ingannare, persuadere, guarire, ferire, emarginare: le parole, le nostre parole, possono fare tutto questo. E anche di più. Per non essere ‘ostili’, per educare al rispetto dell’opinione contraria e all’argomentazione di punti di vista differenti, le parole necessitano di essere insegnate – e imparate – nel contesto-scuola, una delle specole privilegiate da cui guardare ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/parole-non-ostili-a-scuola/">Parole, non ostili, a scuola</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Assisi. </span> Creare, ingannare, persuadere, guarire, ferire, emarginare: le parole, le nostre parole, possono fare tutto questo. E anche di più. Per non essere ‘ostili’, per educare al rispetto dell’opinione contraria e all’argomentazione di punti di vista differenti, le parole necessitano di essere insegnate – e imparate – nel contesto-scuola, una delle specole privilegiate da cui guardare al problema, se è vero che una delle funzioni dell’insegnante è proprio quella di ‘fornire parole’, di lavorare sul lessico delle varie discipline per contrastare la rapidità (e la dispersione) dell’informazione e inventare un modo di concepire il concetto di ‘enciclopedia’, come lo intendeva Umberto Eco, che sia più appettibile rispetto ad Internet.</p>
<p>Di questo e di altri temi riguardanti i mezzi e gli strumenti per contrastare l’ostilità delle parole abbiamo parlato con i referenti del progetto ‘Parole Ostili’, promosso dal liceo scientifico annesso al convitto nazionale ‘Principe di Napoli’ di Assisi diretto dalla professoressa Annalisa Boni. Il progetto, attivo per l’anno scolastico 2019-2020 e in sinergia con l’associazione ‘Parole Ostili’, che ha promosso all’Università Cattolica di Milano la giornata ‘Parole a scuola’, ha registrato l’attiva partecipazione dei docenti Michela Stoppini, Federico Della Bina e Nicoletta Omicioli, e degli studenti del liceo assisano.</p>
<p><strong>Insulti, discriminazioni, tendenze alla misoginia e alla misantropia, istigazione alla violenza, omofobia, fake-news dal retrogusto razzista e anti-scientifico immesse nella rete da chi inquina il web: anche e soprattutto queste sono ‘parole ostili’. Qual è il senso del progetto da voi messo in essere? Quali, le sue finalità? E, non da ultimo, cosa significa ‘acquisire consapevolezza del potere della parola’?</strong></p>
<p>«La giornata intitolata ‘Parole a scuola’, promossa dall’associazione ‘Parole Ostili’ presso l’Università Cattolica di Milano, alla quale abbiamo partecipato come docenti, ha maturato innanzitutto in noi insegnanti la consapevolezza dell’enorme potere della parola. Il nostro lavoro si basa sull’uso della parola per trasmettere contenuti e conoscenze, in questo specifico ambito siamo attenti nello scegliere le parole giuste, ma anche le nostre relazioni, quelle tra insegnanti e studenti, sono fatte di parole. Su questo versante abbiamo tutti necessità di intraprendere un percorso permanente di formazione. Questo progetto si propone di sviluppare, a partire dall’ambiente scolastico, una riflessione sul valore relazionale delle parole che vuol dire porre maggiore attenzione nello sceglierle, consapevoli del fatto che queste ultime possono creare, incantare, guarire ma anche ferire, offendere, ingannare, distruggere, emarginare».</p>
<p><strong>Qual è, a vostro avviso, il ruolo della scuola nella promozione di iniziative come questa, volta a sviluppare una cultura digitale in grado di contrastare il discorso dell’odio in rete, le varie forme di cyberbullismo e la messa in circolazione di fake-news? </strong></p>
<p>«Certamente l’iniziativa è volta a sviluppare nei ragazzi una consapevolezza dell’utilizzo della parola nel senso più ampio del termine anche e soprattutto in Rete, che di fatto rappresenta l’ambito privilegiato di interazione giovanile. Da recenti ricerche emerge che i ragazzi di fronte a messaggi d’odio in Rete mantengono molto spesso un atteggiamento di passività o indifferenza. Sicuramente in questo non li aiutano certi modelli politici e mediatici che hanno notevolmente contribuito a sollecitare la parte istintiva della società, facendo leva su paure e timori e legittimando l’uso di alcuni termini che contribuiscono a ‘incattivire’ e avvelenare la vita reale. Rispetto a ciò è opportuno che la scuola aiuti i ragazzi a mantenere un pensiero critico, a vagliare in modo attento e personale le informazioni, risalendo alle fonti, tenendo conto dei contesti e soprattutto eliminando i pregiudizi».</p>
<p><strong>‘Stimolare ad una partecipazione più attenta e attiva nell’ambito di un contesto comunicativo. Educare al rispetto dell’opinione contraria e all’argomentazione dei propri punti di vista. Realizzare elaborati artistici a partire da idee, concetti, principi. Trasformare e arricchire l’ambiente scuola di contenuti espressi attraverso immagini’. Sono questi alcuni degli obiettivi perseguiti dal progetto, che sviluppano i dieci punti costitutivi del ‘Manifesto della comunicazione non ostile’. Quali sono, nello specifico, questi punti e qual è la funzione svolta dal piano dell’espressione artistica in questo progetto? </strong></p>
<p>«La nostra scuola sta lentamente diventando una sorta di ‘museo delle Parole Ostili’. Sono diversi oramai i murales che decorano, assolvendo anche ad una funzione pedagogico-educativa, i corridoi principali dell’Istituto. Opere grafiche in grado di comunicare e trasmettere valori mediante un approccio artistico diversificato fatto di linguaggi simbolici e allegorici, manifestati con i più diversi materiali. Immagini realizzate in tessuto, a rilievo o dipinte, esternano con forza ed incisività pensieri che si concretizzano in forme accompagnate da frasi e parole estrapolate dal manifesto delle ‘Parole Ostili’. Una galleria di colore e di linee che intersecandosi danno plasticità formale e concettuale alle candide pareti bianche. Il ‘lungo’ percorso creativo è stato sempre preceduto da un momento laboratoriale-progettuale, finalizzato all’individuazione dell’idea e del linguaggio artistico più efficace da mettere in atto. Questa prima fase è stata seguita poi dalla scelta del luogo in cui installare ciascun elaborato grafico».</p>
<p><strong>L’utilizzo inconsapevole dei social sta cambiando le persone? L’educazione digitale rappresenta la vera battaglia sulla quale giocare il futuro della rete, muovendo proprio dal contesto-scuola? </strong></p>
<p>«‘Noi tutti alle prese con Internet siamo un po’ come neopatentati alla guida di una Ferrari’. Con queste parole la sociolinguista Vera Gheno esprimeva, nella giornata di Milano per ‘Parole Ostili’, il diffuso analfabetismo presente nella nostra società rispetto all’uso di internet. Serve costruire percorsi educativi a scuola, programmi televisivi ad hoc per conoscere i rischi. Proprio perché la Rete e i social network sono luoghi virtuali dove si incontrano persone reali, dobbiamo domandarci chi siamo e come vogliamo vivere e comunicare anche mentre abitiamo questi luoghi. I ragazzi devono essere consapevoli del fatto che il tempo che dedicano al virtuale, le modalità con le quali interagiscono, hanno ripercussioni nella loro vita reale in termini di interessi e rapporti.  In rete è più difficile prendersi il tempo di ascoltare perché gli scambi sono più veloci mentre l’ascolto è fondamentale per determinare un’interazione efficace e serena con chi parla. Il contesto-scuola può aiutare i ragazzi a mettere in primo piano l’ascolto nella loro vita reale e virtuale».</p>
<p><strong>Nel suo ultimo libro, edito da Rizzoli nel 2017, <em>Far Web. Odio, bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social</em>, Matteo Grandi, una delle voci più influenti del Web, tratta argomenti insidiosi, di un’attualità stringente, quali insulti e discriminazioni, esito dell’<em>hate-speech</em>, che nella rete viene amplificato. Il suo messaggio è questo: non dobbiamo assuefarci all’idea che in Internet sia tutto consentito, che il Web sia una ‘terra di nessuno’, in cui non vigono regole di sorta. Derrick de Kerckhove, considerato l’erede mortale di McLuhan, d’altronde, ha affermato che ‘oggi la rete è vissuta dagli utenti come un ambiente a parte’. Siete d’accordo? </strong></p>
<p>«Certamente il Web non va demonizzato anche se esiste un uso improprio del sistema. A tale proposito si può affermare che il Web spesso riflette e riproduce meccanismi, tendenze, pensieri già presenti in modo latente nella vita reale che poi trovano in Rete il coraggio di manifestarsi perché il ‘virtuale’ è percepito da chi è l’autore di messaggi di odio come un alibi, uno ‘schermo’ che lo protegge e non lo costringe a guardare negli occhi l’altro che si trasforma in una ‘vittima’ piuttosto che essere un ‘interlocutore’. L’insulto, l’offesa, la denigrazione non sono argomenti (come afferma il nono dei punti del Manifesto di ‘Parole Ostili’) né nella vita reale né in quella virtuale».</p>
<p><strong>Matteo Grandi nel suo libro afferma che criminalizzare il Web non è giusto. Lo stesso Bolter, riferendosi alla presentazione trasparente dell’oggetto-testo sullo schermo, diceva che ‘l’ipertesto elettronico può rendere visibile la struttura, laddove la sua architettura formale si concretizza come link tra gli episodi. Leggendo un episodio, il lettore può avere la possibilità di guardare, attraverso il testo, il mondo immaginato dall’autore’. Un primo passo verso l’eliminazione dell’ostilità delle parole? </strong></p>
<p>«In fondo il Web è un grande ipertesto che offre ad ogni suo lettore la libertà di interagire. Il suo fruitore-lettore non è passivo (come nella lettura di un testo scritto), può scegliere come muoversi all’interno dei contenuti. Questa libertà e possibilità di interazione investe il lettore di una grande responsabilità e richiede un percorso di formazione ed educazione perché la lettura e l’interpretazione possano essere rispettose del pensiero altrui. Detto questo il grande ipertesto Web apre alla condivisione e allo scambio che presuppongono in sé l’eliminazione di qualunque forma di ostilità».</p>
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		<title>‘Il più e il meglio’ che mancavano allo studente Pinocchio</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Feb 2020 17:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scuola e Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Aguaplano]]></category>
		<category><![CDATA[didattica]]></category>
		<category><![CDATA[insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Contu]]></category>
		<category><![CDATA[scuola e formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Humanities A.P.S.]]></category>
		<category><![CDATA[Umbr?]]></category>
		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Quella figura, intellettuale, che sta accanto. Che sa leggere i cambiamenti, sa ascoltare e capire chi ha di fronte. E chi ha di fronte, spesso, è portatore di cultura. Anche se di una cultura diversa, digitale, ed è figlio di una società fluida, in fieri. Anche se ha una camera di mirabilia, alla stregua di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Quella figura, intellettuale, che sta accanto. Che sa leggere i cambiamenti, sa ascoltare e capire chi ha di fronte. E chi ha di fronte, spesso, è portatore di cultura. Anche se di una cultura diversa, digitale, ed è figlio di una società fluida, <em>in fieri</em>. Anche se ha una camera di <em>mirabilia</em>, alla stregua di un collezionista, e non sa, di primo acchito, ricavarne un ordine. In quell’immenso repertorio prova ‘la vertigine della mescolanza’, ma è in grado anche di mostrare ‘le cattedrali più belle’, ‘il più e il meglio’.</p>
<p>Di chi stiamo parlando? Dei ‘maestri’ – se ‘magister’ deriva da ‘magis’ – e dei loro allievi. Perché è stato questo il <em>topic</em>attorno al quale ha ruotato il prisma di voci – quelle di Roberto Contu, insegnante del liceo S. Properzio di Assisi e docente a contratto che collabora con il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia, e dei colleghi-docenti Jacopo Manna, Sonia Viscione (liceo A. Mariotti), Sergio Pasquandrea (liceo A. Pieralli), Patrizia Tabacchini (ITTS A. Volta) e Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano, moderatore dell’incontro – della tavola rotonda ‘Insegnanti, il più e il meglio? Le domande, la scuola, il nostro tempo’ promossa dalla neonata associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, all’interno del cui cartellone di attività è confluito il progetto culturale Umbrò Cultura.</p>
<p>La tavola rotonda, che ha registrato, l’11 febbraio in una gremita sala Muro di Umbrò, a Perugia, la partecipazione di docenti e studenti, ha avuto per oggetto l’ultimo libro di Roberto Contu, ‘Insegnanti (il più e il meglio)’, edito da Aguaplano, ed è stato dedicato alla scuola e alla didattica, a quei ‘più’ e ‘meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo <em>Abbecedario</em>e con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.</p>
<p>A fare gli onori di casa, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale ‘Spazio Humanities’, che ora gestisce il progetto ‘Umbrò Cultura’. ‘Occorre pensare – è stato il commento di Maria Borio – ad una serie di appuntamenti che coinvolgano sempre di più le scuole e gli insegnanti per attuare un programma di politica culturale con ricadute sul territorio. Per questo, oggi, siamo partiti da questa raccolta di articoli di Roberto Contu’. ‘Questo libro – ha affermato Davide Pairone, della casa editrice Aguaplano – rappresenta un seme, l’occasione per creare una eco e un dibattito attorno al mondo della scuola a partire da qualcuno che la scuola la vive. Si tratta di un testo ibrido, che raccoglie esperienze dirette, le quali sono, poi, il contrappunto di una riflessione più ampia sul ruolo dell’insegnante e sul suo rapporto con la società.</p>
<p>Si è parlato di ‘paura’, durante l’incontro, della paura dell’insegnante in quanto essere umano, ancor prima che una figura professionale, muovendo direttamente da un aneddoto contenuto nel libro, incentrato sull’impatto con la prima supplenza e con una classe ‘fuori dalla grazia di Dio’. E tra classi tutte al maschile, ritorni nelle scuole in cui si è stati studenti, incarichi educativi, rapporti frustranti con la scuola da parte di alcuni studenti, prime ore di lezione in scuole di periferia rivolte a minori che hanno commesso reati prima dei 14 anni, abilitazione senza passare per le supplenze, le voci degli ospiti di Umbrò hanno dichiarato all’unisono che la prima esperienza, sì, è straniante, ma anche la ‘la scuola è uno spazio che insegna a tutti’. Per questo, alla fine, sono rimasti là.</p>
<p>Altro giro di voci, durante questo ‘collegio docenti informale’, attorno ad altri argomenti, perché, si sa, tutti, oggi, parlano di scuola, ma spesso lo fanno attraverso stereotipi. Si sono costruite, nel tempo, tante narrazioni attorno alla figura dell’insegnante, che ‘si vuole’ psicotico, sfortunato… Gli insegnanti, invece, devono riappropriarsi della loro funzione, partendo proprio dal dato reale della loro vita in classe e accogliendo la provocazione di Romano Luperini: ‘l’insegnante è un intellettuale?’. Molteplici sono state le risposte a questo quesito: c’è chi sostiene che ‘l’insegnante debba essere un intellettuale che si approccia al lavoro che fa e alla scuola con un atteggiamento di ricerca, sapendo leggere la realtà, riuscendo a modificarla e tenendo conto che, se lui si invecchia, i suoi studenti sono sempre più giovani’; c’è chi pensa che un peso notevole sia svolto dal rapporto diretto con gli allievi e che l’insegnante sia un intellettuale nel momento in cui fa parte del suo lavoro anche una parte di crescita delle persone cui si rivolge, e chi afferma che al docente siano richieste sostanzialmente tre cose: onestà, responsabilità e non-neutralità rispetto al suo lavoro.</p>
<p>Attraverso queste componenti l’insegnante deve riacquisire la propria dignità, mentre si trova alle prese con una forma di scissione tra dimensione etica e dimensione della ricerca pura, e con un modello di conoscenza, quello contemporaneo, che è posto sotto il segno della parcellizzazione e della divisione dei ruoli. I docenti hanno a che fare con generazioni sempre più diverse dal punto di vista cognitivo, culturale e comportamentale: generazioni digitali, 0, con delle criticità pedagogiche. D’altronde, il Novecento è uscito da scuola e i maestri devono ingaggiare questa sfida. Un problema, questo generazionale, che ha suscitato numerosi spunti di riflessione tra i docenti presenti, i quali hanno cercato di ricostruire una tassonomia dei problemi relativi alle generazioni attuali di allievi: diverse forme di comunicazione, ma stessa incidenza delle dinamiche relative all’adolescenza, calo di natalità (per cui gli studenti attuali sono cresciuti, nella maggior parte dei casi, senza fratelli e sorelle), assenza di gerarchia e ‘orizzontalizzazione’ delle conoscenze, e tendenze a ‘inventare un modo di concepire il concetto di libreria che sia più appettibile rispetto ad Internet’.</p>
<p>E ancora: dove collocare l’insegnante all’interno della classe? Che ruolo dare agli insegnanti nel processo educativo? L’insegnante deve stare accanto, secondo Patrizia Tabacchini, mentre per Sergio Pasquandrea il docente è inserito all’interno di un circolo ermeneutico, in quanto non è l’unico depositario della conoscenza. Se Sonia Viscione ha affermato che il docente, in quanto interprete, debba stare ‘in mezzo ai ragazzi e alla disciplina che insegna’, Jacopo Manna ha posto l’accento sull’oggetto cattedra, che originariamente indicava la seggiola con braccioli. ‘Questo oggetto è significativo – ha dichiarato Jacopo Manna –, ha una valenza simbolica: alle scuole elementari non c’è bisogno di alcuna cattedra, mentre dalle medie gli allievi si trovano catapultati in un ambiente in cui la direzione è una’.</p>
<p>Spazio, poi, dietro sollecitazione di Davide Pairone e Roberto Contu, alle cose a cui gli insegnanti, almeno i quattro presenti, non rinuncerebbero mai. Dal lavoro sul lessico specifico della disciplina – perché, si sa, gli studenti perdono le parole a causa della rapidità – al confronto diretto con ciò che gli allievi studiano, senza mediazioni, dal senso di cittadinanza e dall’esercizio democratico dati dal conoscere più lingue all’importanza della verifica orale – perché, anche questo è vero, nella vita capiterà molto più spesso di dover convincere qualcuno con le parole che si pronunciano –, le risposte sono state molte. Forse anche questo sono ‘il più e il meglio’ che mancavano al burattino di legno uscito dalla penna di Collodi quando andava a scuola, con, sotto braccio, il suo <em>Abbecedario</em>e con la bramosia di conoscere un bravo maestro, di quelli che sanno far stupire, appassionare, accendere le coscienze.</p>
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