martedì, 21 maggio 2019 Ultimo aggiornamento il 20 maggio 2019 alle ore 02:35

‘Demoni, mosche e pararealtà’

Andrea Tarabbia, il mistero della narrazione e l’inattendibilità di un manoscritto ritrovato

 
Perugia.  ‘Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascrivere questa storia da questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?’. L’espediente (il cliché?) del manoscritto ritrovato, di manzoniana memoria, informa di sé tanta parte della letteratura. Anche l’opera di un giovane scrittore – romanziere, ama definirsi –, che ha vinto il premio letterario Alessandro Manzoni della città di Lecco nel 2016 con il suo Il giardino delle mosche, edito, nel 2015, per i tipi di Ponte alle Grazie. Anche se Andrea Tarabbia – scrittore varesotto, bolognese d’adozione, classe 1978, ha debuttato come scrittore con La calligrafia come arte della guerra (Transeuropa, 2010). Sono seguiti numerosi romanzi, tra cui Marialuce (Zona, 2011), Il demone a Beslan (Mondadori, 2011) e Il giardino delle mosche (Ponte alle Grazie, 2015). Ha inoltre curato e tradotto Diavoleide di Michail Bulgakov per Voland (2012) e ha fatto parte della redazione della rivista «Il Primo Amore» fino al 2012 – a quel manoscritto è ricorso non con ingenuità: lo ha frantumato in più punti di vista, mettendone in dubbio l’attendibilità, vestendolo con un abito nuovo. ‘Quando usi una forma narrativa usata – è stato il commento di Andrea Tarabbia con riferimento al suo Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri, 2019) –, non puoi usarla con ingenuità, ma devi metterle un tuo vestito. Il mio, di vestito, è stato di mettere continuamente in dubbio l’attendibilità di questo manoscritto’. E di una prosa che si popola di demoni e di mosche e che è intrisa di pararealtà.

‘Demoni, mosche e pararealtà: il mistero della narrazione’ è stato il titolo del seminario che il progetto Umbrò Cultura ha promosso, nella sala Libreria di Umbrò, in via S. Ercolano, 2 a Perugia, giovedì 28 febbraio, registrando la partecipazione del romanziere Andrea Tarabbia e del giornalista del Sole24Ore Raffaello Palumbo Mosca – dottore di ricerca in Culture Classiche e Moderne presso l’Università degli Studi di Torino e Ph.D. in Lingue e Letterature Romanze presso la University of Chicago, ha insegnato letteratura italiana negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Ha pubblicato saggi in riviste accademiche italiane, statunitensi e francesi, e ha tenuto conferenze in Europa e negli Stati Uniti. Con la monografia L’invenzione del vero. Romanzi ibridi e pensiero etico nell’Italia contemporanea (Gaffi, 2014) ha vinto il premio Tarquinia-Cardarelli per la critica letteraria. Attualmente collabora con il progetto BooksInItaly, la casa editrice Zanichelli e Nuovi Argomenti –, che hanno dialogato a proposito di letteratura e narrazione.

‘Quando, nel 2007 o nel 2008, cominciai a immaginare quello che sarebbe diventato Il demone a Beslan – è Tarabbia a scrivere, con riferimento alla triade aperta nel 2011 con Il demone a Beslan e proseguita nel 2015 con Il giardino delle mosche – avevo in mente di raccontare la storia che ho finito per raccontare e, soprattutto, avevo in mente il modo attraverso cui volevo raccontarla (…). Lo stesso meccanismo si è ripetuto un’altra volta: quando, nel 2014, cominciai a raccogliere i materiali e a immaginare il romanzo che uscirà nel prossimo febbraio, non avevo in mente di concepire e scrivere Il peso del legno. Invece, di nuovo, la stesura del romanzo, a un certo punto, si è interrotta, e dalla penna è uscito un saggio narrativo, fortemente autobiografico e colmo di riflessioni sulla letteratura e sullo scrivere’. Il seminario ha inteso scoperchiare il fascino, il necessario mistero, l’increspatura inquietante e paradossale di questa attività scrittoria.

‘Ho conosciuto il lavoro di Andrea con Il demone a Beslan, Il giardino delle mosche e Madrigale senza suono – ha esordito Raffaello Palumbo Mosca –: libri diversi fra loro, che hanno, però, delle caratteristiche comuni. Dall’uccisione dei bambini a Beslan raccontata dal punto di vista di un terrorista alla biografia del Giardino raccontata in prima persona dal mostro di Rostov, passando per la vita di Carlo Gesualdo da Venosa, per la rottura degli schemi del madrigale, per l’uccisione della moglie e dell’amante di lei’. Tre storie dell’abisso, che partono da un dato reale per poi trasfigurarlo: negli ultimi anni molto si è parlato di ‘letteratura della realtà’, ma pochi libri sono stati in grado di dire veramente qualcosa di universale a partire dal fatto. E, come nel caso dei libri di Tarabbia, dalla figura mitica della morte, trasposta sul piano del simbolo. Quello del terrorista di Beslan, quella del mostro di Rostov, preso dopo dodici anni di omicidi nel momento in cui l’Unione Sovietica inizia a sgretolarsi, quello di Gesualdo, che ammazza la moglie e l’amante di lei, perché ‘deve’ farlo. C’è un libro laterale nella produzione di Tarabbia: la meditazione saggistica de Il peso del legno, della croce portata dal Cristo-uomo: Gesualdo è il Cristo-uomo. L’omicidio che compie è necessario per la morale del tempo: per onore della sua famiglia, una delle più in vista di Napoli, è impensabile non punire l’adulterio. Eppure c’è una parte di Gesualdo che non vuole uccidere la donna che ama, che è alle prese con la propria coscienza. E la sua musica, così straziante, così straziata, deriva (anche) da questo tipo di esperienza: diviene un’esperienza di anarchia tonale. ‘Abbiamo avuto diversi libri che partono dalla realtà – si pensi ai libri-inchiesta: l’opera di Tarabbia ha a che fare poco o nulla con tutto questo. Quando ho cercato un paragone con il progetto di romanzo tardo-ottocentesco di questo scrittore tutt’altro che spontaneo, sono tornato a Manzoni, a colui che ha riempito i vuoti della storia’. ‘Per puro caso, ogni quattro libri scrivo un libro grosso. Prendo dei fatti e dei personaggi, dei momenti di cronaca e tento di trasfigurarli – è stata la risposta di Tarabbia –. Mi interessano le storie nel momento in cui intravedo qualcos’altro: la strage di Beslan mi interessa nel momento in cui individuo qualcosa che va oltre questa strage, qualcosa che mi racconta di me e del mondo. Per me la cosa naturale è fare il romanziere, lo scrivere dei romanzi, l’immaginare una scena romanzesca. Le altre opere – due che mi sono state commissionate sono La buona morte, un reportage sull’eutanasia, e Il peso del legno, un saggio narrativo sulla croce – vanno nella direzione del non-romanzo, del para-saggismo, del commento al testo: il 50% è occupato da una sorta di laboratorio letterario, in cui metto i ragionamenti di questi anni, anche sui romanzi che scrivo o sui libri che leggo. Un libro è il laboratorio dell’altro, tanto che gli organismi sono fratelli: uno dice una cosa, l’altro la commenta. La buona morte l’ho scritta dopo Il giardino delle mosche, ma l’ho pubblicata prima: è un testo propedeutico. I libri dialogano fra loro: in mezzo c’è un’idea della realtà che nella narrativa pura viene messa in dubbio’.

C’è una componente autobiografica, nei libri di Tarabbia, ma si tratta di ‘un’autobiografia intellettuale’, come ha osservato Palumbo Mosca: ci sono, nei suoi testi, i libri che l’hanno fatto. C’è, poi, una domanda morale, pur non trattandosi di opere moralistiche: si mette in crisi il mondo, ci si interroga sulla morte, sul senso della fine e della fragilità. ‘Ho appena riletto per la terza volta Le memorie del sottosuolo di Dostoevskij e credo che sono tutto dentro lì, che quello che ho da dire è lì, che non esco da quel regime, al di là delle implicazioni, dell’autobiografia, delle storie che posso raccontare – ha affermato Tarabbia –. La letteratura è un’indagine sull’uomo, è sempre sottesa una domanda morale: vado a cercarmi nel mondo reale delle storie esemplari di questa urgenza, partendo dal presupposto che sono esistite nel mondo persone che hanno portato al limite me. Mi dico, allora: vediamo cosa fa qualcuno che queste cose le ha portate allo stremo. La questione della morte è il cappello, ma non sono convinto che sia l’unico tema filosofico di cui vale la pena parlare: l’altro è l’amore. Ne ho trattato molto, ma partendo dalla morte. È un argomento difficile da raccontare, ecco perché lo nascondo sotto le spoglie della violenza e del dolore. Se lo si nasconde dietro l’orrore, è più facile parlarne. Un giorno, forse, riuscirò a trattarlo in modo pulito. Per ora, ho la sensazione di avere terminato un periodo, un certo modo di raccontare: se si osserva il trittico, si incappa in una prima persona assoluta, in una prima persona messa in discussione, in un avvicinamento alla terza persona. Nel prossimo libro non potrò dire ‘io’, ma dovrò dire ‘egli’. Il punto non è avere qualcosa da raccontare. Il punto è come raccontare ciò che si ha da raccontare’.

Madrigale senza suono è, forse, uno dei punti culminanti di quel percorso: è il libro in cui Tarabbia si commenta di più, in cui fa parlare un personaggio deputato a spiegare cos’è il libro di cui fa parte. ‘Che cosa ce ne importa di un madrigalista di fine Cinquecento? – è stata la provocazione di Tarabbia – Gesualdo da Venosa, per i tre secoli successivi alla sua morte, non è stato sulla cresta dell’onda, in quanto musicista per musicisti che ha realizzato madrigali difficili, mottetti, opere sacre legate alla Pasqua. Una musica, insomma, poco spendibile. Un giorno Igor’ Fëdorovič Stravinskij, matematico della musica, riceve in dono la partitura di tre madrigali di Gesualdo, e se ne innamora: leggendo le partiture, si accorge che Gesualdo ha fatto ciò che lui fa con la musica del Novecento. Metteva un vestito nuovo alle sinfonie. Il libro si origina dal presupposto che due musicisti, in epoche diverse, fanno la stessa cosa. Allora l’opera deve attuare con la letteratura il medesimo processo: inizia con una lettera, con una forma superata di narrazione e l’innesto del romanzo è che Stravinskij trova a Napoli un manoscritto su Gesualdo. Il vestito che ho fatto indossare alla fonte è stato quello di mettere continuamente in dubbio l’attendibilità del manoscritto’.

Gesualdo come padre letterario, dunque. ‘Ma che fare – si è chiesto Palumbo Mosca – se mio padre è un assassino?’. ‘Si tratta di una domanda che metto in conto: non tutti i miei padri letterari sono degli stinchi di santo (ride, n.d.r.). La verità è che sì, che mio padre può esserlo. Ma questo spalanca un abisso’.

D’altronde, come ha messo in luce Maria Borio, l’idea di narrazione di Tarabbia è diversa da quella messa in essere dai gialli e coincide con l’invenzione, col labirinto, con la trappola, e anche con il concetto di verità delle cose, quella stessa verità che la narrativa riesce a farci vedere. La cronaca si appiattisce quando non si mitizza, come fa, invece Andrea Tarabbia, che di sé, concludendo, dice: ‘io non sono un innovatore: prendo le cose che vedo e le trasfiguro, facendo un ragionamento-meta su ciò che scrivo’. Tenendo conto di due cose: dell’afflato mitico della letteratura e della messa in discussione dell’attendibilità di un manoscritto ritrovato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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