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	<title>Perugia Online &#187; poesia</title>
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		<title>&#8216;Poetry village&#8217;, quando la poesia incontra l&#8217;arte</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Sep 2023 15:24:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>A Roma, nella suggestiva cornice del Parco della Caffarella, si terrà l&#8217;8 e il 9 settembre prossimi la I edizione del Poetry Village. A partecipare alle due giornate di full-immersion nella natura e nella parola poetica, anche tre umbri &#8216;adottivi': la poetessa Francesca Tuscano e i docenti dell&#8217;Università degli Studi di Perugia Carlo Pulsoni e ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[ A Roma, nella suggestiva cornice del Parco della Caffarella, si terrà l&#8217;8 e il 9 settembre prossimi la I edizione del Poetry Village. A partecipare alle due giornate di full-immersion nella natura e nella parola poetica, anche tre umbri &#8216;adottivi': la poetessa Francesca Tuscano e i docenti dell&#8217;Università degli Studi di Perugia Carlo Pulsoni e Luigi Giuliani.</p>
<p>Il Poetry Village è un evento gratuito, che porterà venerdì 8 e sabato 9 settembre (ore 17.00 – 23.00), oltre trenta voci della poesia, della letteratura e dell’arte a interagire fra loro e a creare con il pubblico una vera e propria jam session di scrittura, lettura, musica e arti visive.</p>
<p>L’iniziativa nasce dalla sinergia fra la start-up culturale <strong>Saperenetwork</strong>, il <strong>Comitato per il Parco della Caffarella Odv</strong>, l’<strong>associazione Humus Ets </strong>e il<strong> Municipio VII di Roma</strong> che sostiene il progetto, patrocinato anche dall’<strong>Ente Parco Regionale dell’Appia Antica </strong>e affiancato dalle associazioni <strong>Terra Insieme</strong> e <strong>Rete Antropocene</strong>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un format inedito, che mette insieme trenta voci della poesia e dell’arte con reading, laboratori, teatro, musica. Tra i nomi più noti, Antonella Anedda, una delle maggiori poetesse italiane,<strong> </strong>che proporrà il Reading “Piante Bestie Poesie”, e Franco Mussida, musicista<strong> </strong>che ha segnato la storia della musica italiana, alle radici della Premiata Forneria Marconi e di una lunga esperienza di ricerca intorno al rapporto fra sonorità ed emozioni al di là dei cliché delle produzioni di mercato. Prenderanno parte all’evento anche tre umbri &#8216;adottivi': la poetessa Francesca Tuscano, e i docenti dell’Università degli studi di Perugia Luigi Giuliani e Carlo Pulsoni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il programma completo sul sito del festival<strong> </strong><a href="http://www.poetryvillage.it/" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://www.poetryvillage.it/&amp;source=gmail&amp;ust=1693753416676000&amp;usg=AOvVaw2t0hymwQCtmc65GzFPrAbz">www.poetryvillage.it</a><u>.</u></p>
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		<title>Uno sguardo alla poesia, oggi</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Apr 2023 16:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[ARCI Spazio Humanities APS]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> ARCI Spazio Humanities, Associazione di promozione sociale presieduta da Maria Borio (https://www.spaziohumanities.it/), propone, in collaborazione con Umbrò, una nuova edizione di cicli dedicata ad autori contemporanei e alla letteratura di oggi. Contemporanei / 2, il titolo prescelto per l’edizione classe 2023 di questa rassegna, che si compone, come la precedente, di due incontri, uno dedicato ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> <strong>ARCI Spazio Humanities, Associazione di promozione sociale</strong> presieduta da Maria Borio (https://www.spaziohumanities.it/), <strong>propone</strong>, in collaborazione con Umbrò, <strong>una nuova edizione di cicli dedicata ad autori contemporanei e alla letteratura di oggi. <em>Contemporanei / 2</em></strong>, il titolo prescelto per l’edizione classe 2023 di questa rassegna, che si compone, come la precedente, di due incontri, uno dedicato alla poesia e uno incentrato sulla narrativa:</p>
<ul>
<li><strong>18 aprile 2023, ore 19.00 </strong></li>
</ul>
<p><strong><em>POESIA con</em></strong><strong> Diletta D’Angelo, Giorgia La Placa, Giuliana Pala &amp; June Scialpi.</strong></p>
<p><strong>Musica live con Victoria on the grass </strong>(indie/alternativo)</p>
<p><strong>Benedetta Oliovecchio</strong> (voce, pianoforte, basso); <strong>Caterina Fuso</strong> (batteria, chitarra, synth, programming).</p>
<ul>
<li><strong>11 maggio 2023, ore 19.00</strong></li>
</ul>
<p><strong><em>NARRATIVA con </em></strong><strong>Raffaele Donnarumma.</strong></p>
<p><strong>Musica live con Trio jazz Caffè scorretto</strong></p>
<p><strong>Stefano Mencarini </strong>(chitarra).</p>
<p><strong>Giovanni Scurria </strong>(batteria).</p>
<p><strong>Roberto Tinarelli </strong>(basso).</p>
<p>Sarà dedicato all’opera di giovani poetesse l’incontro in presenza ad Umbrò (via S. Ercolano, 2 a Perugia – ingresso in via Oberdan, 58) di martedì 18 aprile alle 19.00. Parteciperanno le quattro poetesse Diletta D’Angelo con <em>Defrost</em>, Giorgia La Placa con <em>Diktionarum</em>, Giuliana Pala con <em>Lunario</em> e June Scialpi con <em>Golem</em>.</p>
<p>Presenteranno i dottorandi del Dottorato di ricerca dell’Università per Stranieri di Perugia Maria Flavia Maiorano e Marco Incognito.</p>
<p>Seguiranno le note di <em>Victoria on the grass</em> (indie/alternativo): musica live con Benedetta Oliovecchio (voce, pianoforte, basso) e Caterina Fuso (batteria, chitarra, synth, programming).</p>
<p><strong>ARCI Spazio Humanities APS</strong>, promotrice, tra gli altri, del Festival Internazionale POESIÆUROPA all’Isola Polvese del Lago Trasimeno – iniziativa posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo – , del Master di I livello in <em>Textualities</em>, di concerto con l’Università degli Studi di Perugia, del progetto Umbrocultura, in collaborazione con Umbrò, e di TETRAGONO, ciclo di seminari integrativi alle attività didattiche e destinato a docenti e a studenti della Scuola Secondaria di Secondo Grado, è un’associazione di promozione sociale, che, lavorando insieme all’Università degli Studi di Perugia, propone seminari, attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca in ambito culturale e che consistono in attività e iniziative legate a temi cruciali del contemporaneo. L’obiettivo principale degli incontri è quello di creare uno spazio che offra una sinergia fra la diffusione culturale, la ricerca, la didattica e i media.</p>
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		<title>Prosa &amp; poesia: le due ripartizioni dello scrivere</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 21:02:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[ARCI Spazio Humanities APS]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> ARCI Spazio Humanities A.P.S presenta due eventi, di cui uno promosso dal Dipartimento di Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche &#38; Moderne dell’Università degli Studi di Perugia, e uno promosso da suddetta Associazione di promozione sociale nel mese corrente (novembre 2022). Il primo convegno, promosso dall’Università degli Studi di Perugia, in collaborazione con la ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> ARCI Spazio Humanities A.P.S presenta due eventi, di cui uno promosso dal Dipartimento di <em>Lettere – Lingue, Letterature e Civiltà Antiche &amp; Moderne </em>dell’Università degli Studi di Perugia, e uno promosso da suddetta Associazione di promozione sociale nel mese corrente (novembre 2022).</p>
<p>Il primo convegno, promosso dall’<strong>Università degli Studi di Perugia</strong>, in collaborazione con la IULM di Milano e l’Università degli Studi di Milano, oltre che con l’Università per Stranieri di Perugia, concerne la <strong>IV edizione del Seminario annuale di <em>Poesia contemporanea</em>, che si terrà, il 10 e l’11 novembre, nella Sala Adunanze di Palazzo Manzoni</strong> (il Seminario è fruibile anche online, sulla piattaforma Teams). Il Seminario è a cura di Maria Borio, presidente di ARCI Spazio Humanities A.P.S. e di Lorenzo Cardilli; il Comitato scientifico è composto da Stefano Ghidinelli, Paolo Giovannetti, Stefano Giovannuzzi, Sabrina Stroppa, Maria Borio e Lorenzo Cardilli. La valorizzazione del testo poetico nel Novecento, le strategie di distribuzione della poesia e uno sguardo sulla poesia dell’ultimo quindicennio sono solo alcuni dei temi che verranno trattati (per il programma completo del Seminario, si rinvia alla locandina pubblicata).</p>
<p>La sera del <strong>10 novembre, alle ore 21.00,</strong> nella Sala Muro Etrusco di Umbrò (ingresso da via Oberdan), ARCI Spazio Humanities propone un <strong>Reading di poesia con Claudio Damiani</strong>, vincitore del Premio Viareggio 2022, e con altre due voci della generazione degli anni Settanta: l’anglista <strong>Renata Morresi e Gabriel Del Sarto. </strong></p>
<p>Per quanto riguarda la prosa, invece – il ciclo novembrino promosso da <strong>ARCI Spazio Humanities A.P.S.</strong> si intitola, infatti, <strong><em>Prosa &amp; Poesia</em></strong> –, sempre ad Umbrò, nella Sala Muro Etrusco, si terrà, il <strong>22 novembre</strong> prossimo, <strong>alle 18.30</strong>, un incontro sulla <strong>narrativa</strong> e sul <strong>romanzo di Leonardo Colombati (presente l’autore), <em>Sinceramente non tuo</em></strong>, uscito per Mondadori. L’evento sarà introdotto da <strong>Karen Berardi.</strong></p>
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		<title>&#8216;Pink Moon&#039;: poesie in dialogo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jul 2022 09:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Pink Moon]]></category>
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		<category><![CDATA[Poesiaeuropa 2022]]></category>
		<category><![CDATA[Spazio Humanities APS]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>  Con riferimento alla luna che si vede, a volte, dalle terrazze in piena estate, l’Associazione di promozione Spazio Humanities, presieduta da Maria Borio, in collaborazione con Umbrò, promuove, nelle serate di giovedì 7 luglio e di sabato 9 luglio, alle ore 18.00, due eventi di ‘Poesie in dialogo’, in presenza, sulla suggestiva terrazza di ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span>  Con riferimento alla luna che si vede, a volte, dalle terrazze in piena estate, l’Associazione di promozione <strong>Spazio Humanities</strong>, presieduta da Maria Borio, in collaborazione con <strong>Umbrò</strong>, promuove, nelle serate di <strong>giovedì 7 luglio e di sabato 9 luglio, alle ore 18.00, due eventi </strong>di ‘Poesie in dialogo’, <strong>in presenza</strong>, <strong>sulla</strong> suggestiva <strong>terrazza di Umbrò</strong> in via S. Ercolano 2 a Perugia.</p>
<p>Il titolo scelto per la prima serie di queste iniziative dedicate alla poesia è <strong>‘Pink Moon’</strong>, dall’omonimo album di Nick Drake.</p>
<p><strong>IL PROGRAMMA:</strong></p>
<p><strong>Giovedì 7 luglio, ore 18.00:</strong></p>
<p><strong>Ylenia Papa e Isabella Tomei</strong> modereranno il primo incontro di ‘Pink Moon – Poesie in dialogo’ e dialogheranno con <strong>Maria Borio, Lorenzo Allegrini e Riccardo Innocenti</strong> sulle loro poesie.</p>
<p><strong>Sabato 9 luglio, ore 18.00:</strong></p>
<p>Sempre a <strong>Ylenia Papa e a Isabella Tomei</strong> spetterà il compito di moderare il secondo incontro di ‘Pink Moon – Poesie in dialogo’ e di intervistare <strong>Francesco Brancati, Simona Menicocci e Lidia Riviello.</strong></p>
<p>Di seguito, <strong>le biobibliografie dei poeti</strong> che parteciperanno all’iniziativa:</p>
<p><strong>Lorenzo Allegrini </strong>presenta ‘La leggenda del Capo di Buona Speranza’ (Edizioni Il Viandante, 2021), un mito sulla nascita di una delle meraviglie della Natura, con una coinvolgente performance poetica, portata in tour in Italia e all’estero per circa un anno. Usando come fonte le storie delle tribù sudafricane e le leggende europee, come quella dell’Olandese Volante, il poeta inventa un&#8217;avventura che parla d&#8217;amore, amicizia e colonialismo, mentre la performance, unica nel suo genere, esalta il ritmo della poesia e la spettacolarità della presentazione.</p>
<p><strong>Maria Borio </strong>è poeta e saggista. Dottore di ricerca in Letteratura italiana contemporanea, cura la sezione poesia di ‘Nuovi Argomenti’. Il suo ultimo libro di poesia è <em>Trasparenza</em> (collana ‘Lyra giovani’ a cura di Franco Buffoni, Interlinea 2019) ed è tradotto negli USA, il precedente <em>L’altro limite</em> (pordenonelegge-lietocolle 2017) è stato tradotto in Argentina. Il suo ultimo libro di saggistica è <em>Poetiche e individui</em> (Marsilio 2018). Ha pubblicato le plaquette <em>Dal deserto rosso</em> (‘I quaderni della collana’ a cura di Maurizio Cucchi, Stampa2009, 2020) e <em>Prisma </em>(‘manufatti poetici’ a cura di Paolo Giovannetti, Antonio Sixty e Michele Zaffarano, Zacinto, 2022). Fra i premi di cui è stata vincitrice, il Mauro Maconi e il Città di Fiumicino. È redattrice del sito culturale ‘le parole e le cose’. Fondatrice del festival europeo ‘Poesiæuropa, collabora con i programmi di Radio 3 Rai e con la cattedra di Letteratura italiana contemporanea dell’Università di Perugia.</p>
<p><strong>Francesco Brancati</strong> è poeta e critico letterario, si occupa di letteratura italiana del Cinquecento (saggi su Ariosto, Berni, Boiardo), di poesia della seconda metà del Novecento (saggi su Amelia Rosselli, Mario Benedetti, Roberto Bolaño) e di questioni di metodologia critica (in particolare la funzione dell’etica nella poesia contemporanea). Attualmente sta lavorando a una monografia su Amelia Rosselli, di prossima pubblicazione, e a uno studio su Mario Benedetti. In versi ha esordito con <em>L’inesploso </em>in <em>Hula apocalisse </em>(Prufrock SPA, 2018); il suo libro di poesia, <em>L’assedio della gioia</em> è stato pubblicato da Le Lettere a maggio 2022. Suoi testi, saggi e poesie sono apparsi in diverse riviste letterarie, cartacee e online. È redattore del sito <em>Le parole e le cose. </em>Cura, insieme a Riccardo Socci, la rassegna di poesia <em>Diffrazioni</em>. Presenterà il libro <em>L’assedio della gioia</em>, Le Lettere, 2022.</p>
<p><strong>Riccardo Innocenti </strong>è nato nel 1992. Dottorando in Filologia e letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia, vive a Grosseto dove insegna nelle scuole medie. <em>Lacrime di babirussa</em> (Nem 2022) è la sua opera prima.</p>
<p><strong>Simona Menicocc</strong>i: Laureata in Italianistica, studia filosofia e lavora come educatrice a Roma, soprattutto per ragazze e ragazzi con DSA. Quando lavorava meno aveva più tempo per scrivere libri di poesia: ‘Il mare è pieno di pesci – La mer est pleine de poissons’ (Benway Series, 2014); ‘Manuale di ingegneria domestica’ (Arcipelago Edizioni, 2015); Glossopetrae (IkonaLiber, 2017); &#8220;Saturazioni&#8221; (dia°foria, 2019); ‘H24 &#8211; Doveva essere un film’ (Blonk, in pubblicazione nel 2021). Si occupa di critica militante, teoria della letteratura, filosofia politica e filosofia del linguaggio. Collabora con Treccani per il progetto di podcast didattici ‘Maturadio’. Assieme a Fabio Teti, cura il laboratorio di scritture contemporanee ‘prove d’ascolto’.</p>
<p><strong>Lidia Riviello: </strong>Nasce a Roma. Autrice e conduttrice di programmi radio e tv (Radiotre, Radiodue, La7, Sky), collabora con quotidiani, riviste e blog. Idea, cura e organizza eventi e festival di poesia e arte in Italia e all’estero a partire dal 1994, collaborando con la redazione della rivista bilingue ‘Italian Poetry’ curata da Gian Carlo Ferretti e Carlo Bordini. Nel 1998 pubblica il suo primo libro, <em>Aule di passaggio</em> (NOUBS, 1998) a cui seguono <em>L’infinito del verbo andare</em> (2002, prefazione di Edith Bruck), <em>Rum e acqua frizzante</em> (2003, nota di Carla Vasio), <em>Neon 80</em> (ZONA, 2008, nota di Edoardo Sanguineti &#8211; Premio A. Delfini 2007), <em>Ritorno al video</em> (2009) e <em>Sonnologie</em> (ZONA, 2016, nota introduttiva di Emanuele Zinato). Alcuni suoi testi sono tradotti in inglese, francese, giapponese, spagnolo, sloveno, tedesco, arabo e svedese. È presente in numerose riviste italiane e straniere e antologie tra cui l&#8217;antologia <em>Poeti degli anni zero</em> (a cura di Vincenzo Ostuni, 2011). Ha collaborato per tre anni come consulente ai programmi culturali del Mibact (Ministero beni attività culturali e turismo) di Roma. Collabora con Radiotre come autrice, conduttrice ed esperta letteraria, con La Compagnia della Fortezza, compagnia di teatro fondata e diretta dal regista e drammaturgo Armando Punzo. È attiva da trent’anni nel campo della sperimentazione e della ricerca teatrale. Attualmente è Presidente dell’associazione culturale Poetitaly fondata nel 2015 dal regista Simone Carella con Andrea Cortellessa e Gilda Policastro.</p>
<p>Questi due eventi in presenza tracciano una linea di continuità con la nuova edizione in presenza, all’Isola Polvese del Lago Trasimeno, di <strong>POESIÆUROPA (23-25 settembre 2022)</strong>, il festival internazionale sempre promosso dall’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities.</p>
<p>Attendendo la manifestazione che, in collaborazione con Umbrò, intende proporre una riflessione sulla cultura europea partendo dalle voci della poesia per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire insieme visioni per il futuro, Spazio Humanities APS, anche quest’anno lancia <strong>un bando per 20 borse di studio da indirizzare soprattutto ai giovani tra i 18 e i 25 anni.</strong></p>
<p><strong> </strong>Il bando prevede <strong>ospitalità per tutte e tre le giornate</strong> d’eccezione dell’evento, <strong>la partecipazione attiva ai forum</strong> e <strong>la presentazione di lavori creativi, di ricerca o di studio</strong> con attinenza ai seguenti argomenti:</p>
<ul>
<li><strong>Geopolitica e letteratura. </strong></li>
<li><strong>Poesia e natura/paesaggio. </strong></li>
<li><strong>Quale politica culturale per un orientamento creativo e formativo di orizzonte europeo?</strong></li>
</ul>
<p>Coloro che risulteranno vincitori del bando e delle borse di studio erogate, oltre a poter seguire tutte e tre le giornate di incontri all’Isola Polvese, saranno chiamati a presentare i propri lavori creativi o di studio.</p>
<p>I candidati sono invitati, pertanto, a inviare, <strong>entro il 31 luglio 2022</strong>, il proprio CV e un abstract al seguente indirizzo di posta elettronica: <a href="mailto:info@umbrocultura.com"><strong>info@umbrocultura.com</strong></a>, raccontando all’Associazione per quale motivo desiderano partecipare all’evento. <strong>Gli esiti della selezione</strong> saranno resi noti ai diretti interessati <strong>entro il 1^ settembre 2022.</strong></p>
<p>Oltre al bando per giovani studiosi, una ulteriore novità dell’edizione classe 2022 risiede nel fatto che anche docenti e studenti delle scuole sono chiamati a partecipare a un contest per progetti legati ai seguenti temi &#8211; a) ambiente/spazio da abitare; b) politiche linguistiche; c) letteratura e scienza – nel corso della quarta edizione di <em>Poesiæuropa</em>, manifestazione internazionale dedicata alla cultura umanistica europea e ai suoi rapporti con politica e scienza. I progetti che risulteranno vincitori verranno presentati e discussi, in italiano e in inglese, in un forum insieme ai relatori del programma della manifestazione.</p>
<p>E, non da ultimo, proprio con riferimento a <em>Poesiæuropa </em>classe 2022, Spazio Humanities APS promuove una cultura di pace (#perunaculturadipace): l’Associazione di promozione sociale, infatti, intende invitare alla quarta edizione di <em>Poesiæuropa</em> un’autrice o un autore dall’Ucraina, che possa portare la propria testimonianza nell’alveo di un incontro dedicato al dialogo culturale tra Europa e Russia rispetto al contesto geopolitico attuale.</p>
<p><em>Poesiæuropa </em>esiste anche grazie al supporto delle istituzioni dei singoli Paesi degli autori e delle autrici partecipanti; non essendo, nel caso dell’Ucraina, possibile, l’Associazione chiede un aiuto a chiunque voglia per sostenere le spese e rendere, così, possibile l’incontro.</p>
<p>Le donazioni possono essere devolute a Arci Spazio Humanities APS / Banca Etica – IBAN: IT 76 W 05018 03000 000016916744.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/pink-moon-poesie-in-dialogo/">&#8216;Pink Moon': poesie in dialogo</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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		<title>Quando la poesia è performativa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2022 13:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Poetry Slam, ovvero &#8216;poesia performativa&#8217;. Non a caso Marc Smith sosteneva che la poesia non fosse fatta per glorificare il poeta, ma per celebrare la comunità. Ed è a quest&#8217;ultima che si rivolge una competizione come questa, che combina la scrittura e la performance e che, come il rap, nasce dalla strada, per mezzo di agoni ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Poetry Slam, ovvero &#8216;poesia performativa&#8217;. Non a caso Marc Smith sosteneva che la poesia non fosse fatta per glorificare il poeta, ma per celebrare la comunità. Ed è a quest&#8217;ultima che si rivolge una competizione come questa, che combina la scrittura e la performance e che, come il rap, nasce dalla strada, per mezzo di agoni in cui i poeti recitano i propri versi, per poi essere valutati da una giuria. Ma come avvicinare gli studenti alla scrittura poetica in modo coinvolgente, non serioso e, se possibile, divertente?</p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><span style="font-family: 'Garamond',serif;">Quest’anno, due classi del Liceo ‘A. Pieralli’ (indirizzo Economico-Sociale) hanno fatto l’esperienza del <b><i>Poetry Slam</i></b>: una competizione in cui i poeti si sfidano a colpi di versi di fronte a un pubblico, che poi voterà le loro performance ed eleggerà il vincitore. </span><span style="font-family: 'Garamond',serif;"> </span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><span style="font-family: 'Garamond',serif;">A guidarli, il poeta e performer milanese <b>Paolo Agrati</b>, uno dei più noti specialisti di questa moderna forma letteraria. Agrati ha incontrato gli studenti e, insieme ai <b>docenti del Liceo Pieralli, prof. Sergio Pasquandrea (docente di <i>Italiano</i>), Gabriella Rocco (docente di <i>Francese</i>) e Selena Venafro (docente di <i>Italiano</i>)</b>, li ha seguiti nella composizione dei loro testi.</span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><b><span style="font-family: 'Garamond',serif;">Ieri, 20 maggio</span></b><span style="font-family: 'Garamond',serif;">, i ragazzi hanno portato il frutto delle loro fatiche <b>di fronte a due classi seconde della Scuola Media ‘Carducci’, che hanno funto da pubblico e da giuria. </b></span></p>
<p class="Standard" style="text-align: justify; text-justify: inter-ideograph;"><span style="font-family: 'Garamond',serif;">Lo spettacolo ha avuto luogo <b>dalle 12 alle 13.30 in piazza Birago, grazie alla collaborazione di Pop-Up</b>, il bar-libreria aperto un anno fa da un gruppo di giovani perugini.</span></p>
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		<title>Se l’Europa riscopre le proprie radici culturali</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2021 15:58:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Arpa]]></category>
		<category><![CDATA[Isola Polvese]]></category>
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		<category><![CDATA[Umbrò Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Chi non ricorda il racconto della giovane Europa, figlia dei fenici rapita dal toro-Zeus, e dei suoi fratelli, giunti su terre ignote, da scoprire, conoscere e colonizzare? La rappresentazione dell’Europa affonda le proprie radici nel mito, nelle storie narrate e nell’incontro con nuovi popoli e culture. D’altronde, Boccaccio coniò l’aggettivo europico con riferimento al Mediterraneo, ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Regione Umbria. </span> Chi non ricorda il racconto della giovane Europa, figlia dei fenici rapita dal toro-Zeus, e dei suoi fratelli, giunti su terre ignote, da scoprire, conoscere e colonizzare? La rappresentazione dell’Europa affonda le proprie radici nel mito, nelle storie narrate e nell’incontro con nuovi popoli e culture. D’altronde, Boccaccio coniò l’aggettivo <em>europico</em> con riferimento al Mediterraneo, anche se è solo con Piccolomini che il termine <em>europaeus</em> iniziò a designare l’unità politica e culturale di base della <em>respublica literaria</em> europea e di quel ‘crogiolo – per dirla con Claudio Magris (<em>Danubio</em>, Garzanti, 1986) – che non cessa di ribollire, amalgamare, fondere, bruciare, consumare’.</p>
<p>Quel crogiolo non cessa ancora di fondere. Specie se l’Europa, anche grazie al contributo di iniziative culturali e sperimentali che intendono omaggiarla, continua a riscoprire le proprie radici umanistiche e spirituali.</p>
<p>POESIÆUROPA è tra queste iniziative. Giunta al terzo anno consecutivo, con quattro giornate d’eccezione, promosse il 2, il 3, il 4 e il 5 settembre 2021 sull’Isola Polvese del Lago Trasimeno (Perugia) dall’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, presieduta da Maria Borio, in collaborazione con Umbrò, è posta, sempre per il terzo anno consecutivo, sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo. Il festival internazionale si pone in linea e in sinergia con la visione del piano Next Generation Eu, che, a seguito della pandemia, ha posto in essere le basi per la ripresa, la trasformazione delle economie dei Paesi membri dell’Unione Europea e la costruzione di visioni per il futuro al fine di rendere l’Europa in senso lato più resiliente, digitale, verde.</p>
<p>«Il dittongo latino æ – spiega Maria Borio, poetessa, dottore di ricerca in <em>Letteratura italiana</em> e redattrice di ‘Nuovi Argomenti’ – ci è sembrato un efficace espediente grafico per sottolineare la comunità e i legami degli artisti fra i vari Paesi d’Europa». Oltre che per porre in essere una manifestazione di livello internazionale come POESIÆUROPA, che esprima le prospettive di una generazione giovane, proiettata oltre il Novecento e coerente con la visione promossa, appunto, dal piano Next Generation Eu. Ma anche attenta alle radici umanistiche e spirituali dell’Europa.</p>
<p>La necessità di riflettere, soprattutto oggi, sul significato delle radici umanistiche dell’Europa aveva già suggerito alla presidente dell’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, nonché ideatrice del progetto culturale Umbrò Cultura, Maria Borio di promuovere, due anni fa, in collaborazione con Umbrò e con il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale dell’Umbria), la giornata di incontri, confronti e letture POESIÆUROPA, tenutasi all’Isola Polvese (Lago Trasimeno, Castiglione del Lago, Perugia) il 13 luglio 2019, con un ampio successo di pubblico. L’evento del 2019 – sponsorizzato da Umbrò in collaborazione con il citato Centro di Arpa Umbria, posto sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo e patrocinato, tra gli altri, dall’Università degli Studi di Perugia, UPTER di Roma, Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, Ambasciate di Irlanda e di Ungheria, Goethe Institut, Instituto Cervantes e dall’Institut Français – si era posto come obiettivo una riflessione democratica sull’unità dell’Europa e aveva portato a una viva discussione sulla situazione culturale e politica europea a partire dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire visioni per il futuro.</p>
<p>Il testimone è stato passato, poi, lo scorso anno, a un’edizione speciale di ‘ASPETTANDO POESIÆUROPA’, tenutasi dal 23 al 25 settembre 2020 beneficiando, nel rispetto delle norme anti-Covid 19, di un doppio canale di fruizione: via StreamYard, per le prime due giornate d’eccezione, e all’aperto nella Terrazza di Umbrò, in occasione del reading del giorno conclusivo. Nel corso di questa edizione speciale, promossa da Spazio Humanities APS in collaborazione con Umbrò e con il Centro di Poesia &amp; Scritture Contemporanee a cura di Marco Giovenale e Valerio Massaroni, e sempre posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo, sono stati presentati alcuni libri usciti durante il lockdown. Tra gli autori presenti, Laura Pugno e Giulio Mozzi; Marco Giovenale e Vincenzo Ostuni; Elisa Biagini e Federico Italiano; infine, la poetessa inglese Alice Oswald insieme ai traduttori Rossella Pretto e Marco Sonzogni. Spazio è stato dato, inoltre, a giovani autori, con la presentazione della collana di Interlinea ‘Lyra giovani’ curata da Franco Buffoni, e un reading in presenza per la giornata conclusiva del 25 settembre, cui è seguito un after reading con Elio Cagnizi Acoustic Quartet in concerto – Toti Panzanelli-chitarra; Andrea Rellini-violoncello; Nicola Polidori-batteria; Elio Cagnizi-basso e voce – con brani di musica inedita e edita.</p>
<p>‘In questo 2020 – aveva dichiarato allora ai media Maria Borio, presidente di Spazio Humanities APS &#8211; aspettando di poterci ritrovare per una futura edizione a tutto tondo di Poesiæuropa, proponiamo tre giornate d’eccezione’.</p>
<p>L’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, che nel 2020 non aveva, appunto, proposto un’edizione completa, ma un <em>interim</em>, un momento transitorio in cui il bilancio dei mesi trascorsi e l’attesa per i tempi a venire avessero auspicato la costruzione di nuovi progetti, riprende, nell’anno corrente, il timone del progetto culturale internazionale e lo fa promuovendo, per le giornate del 2, del 3, del 4 e del 5 settembre 2021, la seconda edizione – in presenza, sull’Isola Polvese (Castiglione del Lago, Perugia), nel pieno rispetto delle norme anti-Covid 19 – di POESIÆUROPA, evento posto, per il terzo anno consecutivo, sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo.</p>
<p>POESIÆUROPA è, infatti, un’iniziativa posta sotto l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo, ed è organizzata da Spazio Humanities APS in collaborazione con Umbrò e con il patrocinio della Provincia di Peruugia, del Comune di Castiglione del Lago e di Arpa Umbria. Fra i partner dell’edizione 2021 si annoverano l’Instituto Cervantes, il Forum Austriaco di Cultura, l’Arts Council of England, la Provincia di Perugia e il Comune di Castiglione del Lago, l’Università degli Studi di Perugia, Mediazione Linguistica Perugia, il Centro Scritture di Roma e l’Associazione Zest.</p>
<p>Nello spirito dell’iniziativa, che intende proporre una riflessione sulla cultura europea partendo dalla voci della poesia per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire insieme visioni per il futuro, l’edizione classe 2021 di POESIÆUROPA ospiterà autori da tutta Europa, che prenderanno parte a una scuola speciale della durata di quattro giorni (2-5 settembre 2021), articolati in vari incontri: <em>Lectio magistralis</em>, Forum di dialogo e interventi dei vincitori di borsa di studio, Letture e Concerti di musica inedita, nell’alveo dei quali alcuni testi letterari verranno trasposti in musica  (nello specifico, si veda il programma delle quattro giornate d’eccezione).</p>
<p>Nel corso della conferenza stampa di presentazione del progetto, inoltre, tenutasi sulla piattaforma Zoom il 25 agosto scorso, Maria Borio ha precisato: «Siamo partiti tre anni fa, nel 2019 con un progetto, POESIÆUROPA, che è nato da forze giovani e che ha sin da subito intessuto legami con la ricerca in ambito umanistico. La poesia, anche per questa seconda edizione in presenza è, se vogliamo, il nodo catalizzatore, che permette un’interazione con altre dimensioni, ad esempio, con la sfera umanistica, quella sociale, e, ci auguriamo, in futuro, con quella scientifica. Il luogo prescelto, l’Isola Polvese del lago Trasimeno – ha proseguito Borio – si presta ad un evento unico nel suo genere, con gli spazi del Centro Arpa e dell’ex-monastero di S. Secondo. La manifestazione – ha precisato Borio – esiste grazie a Umbrò e all’aiuto di un sostenitore speciale, che preferisce rimanere anonimo. Novità dell’edizione classe 2021 è il taglio formativo dato al progetto: l’idea è quella di istituire, durante le quattro giornate d’eccezione, una scuola speciale. Abbiamo ricevuto moltissime domande, da tutta Italia, dal Friuli alla Sicilia, per le borse di studio erogate, da parte di giovani studenti e dottorandi, domande che sono difficili da selezionare, vista l’entità dei <em>curricula</em> presentati».</p>
<p>Valerio Massaroni, vice-presidente dell’associazione di promozione sociale Spazio Humanities, ha fatto leva sullo spirito che ha mosso i membri dell’associazione fin dall’inizio: «Le vecchie idee – è stato il commento di Massaroni – sono state e vengono messe alla prova nel contesto attuale, segnato dalla pandemia. Noi crediamo che, soprattutto oggi, i concetti di cooperazione e di solidarietà vadano riconsiderati non solo come valori astratti e morali, ma soprattutto come base di un reale spirito di collaborazione. Collaborazione di tutti. Dobbiamo cooperare – ha proseguito Massaroni -, partendo dal contesto a noi più vicino: l’Europa, come anche il piano Next Generation EU ci invita a fare. Noi, come associazione, pensiamo che questa idea di collaborazione abbia bisogno di cultura e di idee. Raramente, infatti, si sente parlare di Europa in senso spirituale e culturale. Intendiamo, nel nostro piccolo, colmare questo gap e far circolare la cultura europea, farla dialogare, perché crediamo che, al di là dei meri aspetti tecnici, ci sia bisogno di un reale impegno di cooperazione culturale e che le radici europee, quelle più vicine alla popolazione, debbano connettersi con reali visioni per il futuro».</p>
<p>‘La seconda edizione di <em>Poesiaeuropa</em> è un tassello importante che conferma il successo dell’iniziativa. Patrocinata dal Parlamento Europeo e in sinergia con l’Università di Perugia, oltre che con diverse istituzioni nazionali e internazionali (es. Istituto Cervantes, Forum Austriaco di Cultura, British Council of Arts), quest’anno la manifestazione avrà un orientamento soprattutto formativo con <em>Lectio magistralis</em> e Forum di dibattito. La letteratura viene messa al centro di riflessioni che spaziano in vari campi del sapere e della vita sociale ed economica. Novità di quest’anno è l’istituzione di borse di studio che consentiranno a giovani da tutta Italia di seguire gli incontri e presentare i loro progetti. Sono arrivate moltissime domande per le borse di studio: la selezione non sarà facile, ma fa presagire ottimi sviluppi del progetto’. A dichiararlo, Maria Borio, presidente dell’associazione di promozione sociale Spazio Humanities che, da inizio 2020, gestisce anche il progetto culturale Umbrò Cultura, volto a proporre iniziative sperimentali e innovative incentrate sulla poesia, la narrativa, la storia, la filosofia, le arti visive e la musica al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale.</p>
<p>Le borse di studio che verranno accese, previa selezione delle numerose richieste giunte entro l’8 agosto, unitamente ai <em>curricula</em> dei candidati, all’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, prevedono l’ospitalità per le quattro giornate. A tal proposito, si fornisce, in calce, mediante link, la rassegna stampa degli articoli pubblicati con riferimento all’erogazione di suddette borse di studio.</p>
<p>All’indirizzo <a href="mailto:info@umbrocultura.com">info@umbrocultura.com</a>, lo stesso al quale sono pervenute le richieste per le borse di studio, si consiglia di inviare anche le richieste di partecipazione come uditori data la disponibilità limitate dei posti nell’audience in conformità alle norme anti-Covid 19.</p>
<p>La partecipazione a POESIÆUROPA 2021 rilascia, inoltre, un attestato con validità di corso di aggiornamento/formazione.</p>
<p>Per ulteriori informazioni sull’Associazione di promozione sociale Spazio Humanities, si rimanda al sito <a href="https://www.umbrocultura.com/">https://www.umbrocultura.com/</a></p>
<p>Si ricorda, inoltre, che gli incontri promossi durante le giornate del 2, 3, 4 e 5 settembre 2021 saranno fruibili anche in diretta sulla pagina Facebook di Umbrò Cultura:  <a href="https://www.facebook.com/umbrocultura/">https://www.facebook.com/umbrocultura/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di seguito, <strong>I</strong><strong>L</strong><strong> P</strong><strong>ROGRAMMA</strong> delle quattro giornate d’eccezione del 2, 3, 4 e 5 settembre 2021:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giovedì 2 settembre </strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Poesia/paesaggio</em> – <strong>Helen Moore</strong> (UK) – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 15:30 Forum, <em>La spazialità e il testo</em> – <strong>Laura Pugno &amp; Italo Testa</strong> / Intervengono i vincitori della borsa di studio.</p>
<p>Ore 17:00 Presentazione lavori Liceo ‘A. Pieralli’ – Con le studentesse e gli studenti.</p>
<p>Ore 17:45 Lettura – <em>‘I’m nobody. Who are you? Are you nobody too?’ </em>– <strong>Silvio Raffo </strong>legge Emily Dickinson.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Venerdì 3 settembre</strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Auden. Musée des Beaux Arts e Gare du Midi come preludio a The Age of Anxiety</em> – <strong>Franco Buffoni</strong> – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 15:30 Forum, <em>Gli anni Settanta</em> – <strong>Stefano Giovannuzzi</strong> e <strong>Davide Castiglione</strong> / Intervengono i vincitori della borsa di studio.</p>
<p>Ore 16:30 Forum, <em>Andrea Zanzotto</em> – <strong>Stefano Dal Bianco</strong>, <strong>Giovanna Frene</strong> e <strong>Lorenzo Cardilli</strong> / Intervengono i vincitori della borsa di studio.</p>
<p>Ore 21:00 Proiezione, <em>Dentro il polittico. Impegno civile e poesia</em> – regia di <strong>Davide Minotti</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sabato 4 settembre</strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Serie sperimentali rosse sulla poetica e sulla scrittura</em> – <strong>Margret Kreidl</strong> (Austria) con <strong>Maria Borio</strong> – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 16:00 Letture – <strong>Margret Kreidl</strong>, <strong>José María Micó</strong>, <strong>Helen Moore</strong>, <strong>Gian Mario Villalta</strong>.</p>
<p>Ore 16:45 Concerto,<em> Il tempo e l’acqua </em>– <strong>Ælio Cagnizi</strong> (voce e chitarra acustica), <strong>Andrea Rellini</strong> (violoncello), <strong>Toti Panzanelli</strong> (chitarra elettrica), <strong>Mario Spagnoli</strong> (batteria).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Domenica 5 settembre</strong></p>
<p>Ore 11:00 <em>Poesia e musica</em> &#8211; <strong>José María Micó</strong> (traduttore spagnolo di Dante) – <em>Lectio magistralis</em>.</p>
<p>Ore 15:30 Letture – <strong>Davide Castiglione</strong>, <strong>Marco Corsi</strong>, <strong>Marco Giovenale</strong>, <strong>Umberto Piersanti e altri</strong>.</p>
<p>Ore 17:00 Concerto, <em>Inchiostro</em> – <strong>Anna </strong><strong>Panzanelli</strong> (voce e tastiere), <strong>Ruggero Bonucci</strong> (basso elettrico), <strong>Nicola Pitassio</strong> (batteria).</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La poesia e l&#8217;ambiente: un binomio da valorizzare</title>
		<link>http://www.perugiaonline.net/la-poesia-e-lambiente-un-binomio-da-valorizzare/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2020 17:38:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Perugia Online]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Festival europeo di poesia ambientale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[ROMARAMA2020]]></category>
		<category><![CDATA[Saperenetwork]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8216;La poesia difende la natura&#8217;, ha affermato il poeta Valerio Magrelli. E guida i lettori in un percorso di conoscenza e di consapevolezza sulle tematiche ambientali nella direzione di una valorizzazione del patrimonio letterario del nostro Paese. Torna, dopo la prima edizione della scorsa primavera, il Festival Europeo di Poesia Ambientale promosso da Saperenetwork. Il progetto è vincitore dell’Avviso Pubblico ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[ &#8216;La poesia difende la natura&#8217;, ha affermato il poeta Valerio Magrelli. E guida i lettori in un percorso di conoscenza e di consapevolezza sulle tematiche ambientali nella direzione di una valorizzazione del patrimonio letterario del nostro Paese.</p>
<p>Torna, dopo la <a href="https://www.sapereambiente.it/eventi/festival-europeo-della-poesia-ambientale-il-22-maggio-on-line/">prima edizione</a> della scorsa primavera, il <strong>Festival Europeo di Poesia Ambientale</strong> promosso da <strong>Saperenetwork</strong>. Il progetto è vincitore dell’Avviso Pubblico Contemporaneamente Roma 2020-2021-2022, fa parte di ROMARAMA2020, il palinsesto culturale promosso da Roma Capitale ed è realizzato in collaborazione con SIAE.</p>
<p>L’evento – che si avvale anche del contributo scientifico del magazine culturale <em>Sapereambiente</em> e della rivista <em>Insula europea </em>– si svolgerà in streaming <strong>dal 9 al 12 dicembre</strong>, da tre luoghi simbolo della cultura popolare di Roma: <strong>la Biblioteca Quarticciolo, il Teatro Quarticciolo e il Museo dell’Altro e dell’Altrove</strong>, nel Municipio Roma V, che guarda verso la periferia orientale della città. Il pubblico potrà partecipare grazie alla diretta streaming degli eventi su <a href="http://www.festivalpoesiambientale.eu/">www.festivalpoesiambientale.eu</a>, <a href="http://www.sapereambiente.it/">www.sapereambiente.it</a> e <a href="http://www.insulaeuropea.eu/">www.insulaeuropea.eu</a> .</p>
<p>L’appuntamento punta a sviluppare un percorso di conoscenza e di consapevolezza sulle tematiche ambientali a partire dalla poesia, valorizzando l’enorme patrimonio letterario del nostro paese e il ruolo della città di Roma nella nascita del movimento ambientalista, a partire dalla fondazione, nel 1968, del famoso Club di Roma e dalla presentazione del rapporto “<em>I limiti della crescita</em>” che ha scatenato nel 1972 il dibattito sul futuro dell’umanità.</p>
<p>«<em>La fase cruciale che stiamo attraversando, e che costringe anche il nostro Festival a realizzarsi in versione digitale, impone una riflessione profonda su come la nostra specie possa riconciliarsi con la natura, ripristinando gli equilibri globali che sono alla base del clima e della salute del Pianeta nel suo insieme, proteggendo la biodiversità che rappresenta il miglior antidoto alla diffusione delle pandemie.</em> – spiegano <strong>Angiola Codacci Pisanelli</strong>, <strong>Marco Fratoddi</strong> e <strong>Carlo Pulsoni</strong>, direttori scientifici del Festival <em>– Il linguaggio poetico in questa direzione è fondamentale per stimolare, dove gli argomenti della ragione non arrivano, una presa di coscienza da parte delle persone circa la centralità dell’ambiente come bene comune, patrimonio della nostra interiorità, da proteggere anche attraverso le nostre scelte individuali</em>».</p>
<p><strong>QUATTRO GIORNI DI INCONTRI, READING E PERFORMANCE</strong></p>
<p>Tra il 9 e il 12 dicembre, dunque, saranno dieci i poeti italiani ed europei che parteciperanno agli eventi insieme a studiosi, critici e letterati che dialogheranno con loro approfondendo le caratteristiche e le finalità della poesia ambientale, ben oltre l’accezione tematica del termine: nel pieno rispetto delle misure di prevenzione della Covid-19 una parte degli eventi investiranno il territorio attraverso produzioni in video e proiezioni, trasformando quindi l’ambiente stesso in linguaggio poetico.</p>
<p>Ad aprire il Festival, mercoledì 9 alle ore 10.00, sarà una conversazione con <strong>Serenella Iovino</strong>, fra le massime studiose a livello internazionale di eco-critica, già presidente della <em>European Association for the Study of Literature, Culture, and Environment</em> (EASLCE) e oggi docente di <em>Italian Studies and Environmental Humanities</em> presso l’Università del North Carolina a Chapel Hill, negli Stati Uniti.  Il Festival entrerà quindi nel vivo con eventi in diretta nelle diverse fasce orarie, fruibili successivamente on-demand.</p>
<p>Molti gli appuntamenti in programma, a partire dall’eco-reading che coinvolgerà in tempo reale, giovedì 10 dalle ore 18.30, <strong>Antonella Anedda</strong> (Italia), <strong>Mariangela Gualtieri</strong> (Italia), <strong>José Manuel Lucía Megías</strong> (Spagna), <strong>Eliza Macadan</strong> (Romania), <strong>Valerio Magrelli</strong> (Italia) e <strong>Jarosław Mikołajewski</strong> (Polonia): sei voci da quattro diversi paesi del Continente che interagiranno e s’integreranno per lanciare insieme un messaggio centrato sulla protezione della casa comune, il pianeta  di cui siamo custodi.  Interviste e letture coinvolgeranno invece nella fascia oraria 11.30 -13.00 figure come <strong>Eleonora Rimolo</strong> (mercoledì 9), <strong>Maria Grazia Calandrone</strong> (giovedì 10), <strong>Giuseppe Bellosi</strong> (venerdì 11) e la francese <strong>Laure Gauthier</strong> (sabato 12). A condurre gli incontri saranno <strong>Angiola Codacci Pisanelli</strong>, giornalista dell’Espresso che segue in particolare le tematiche culturali e letterarie, e <strong>Ilaria Dinale</strong>, divulgatrice e studiosa nel campo del rapporto fra poesia e social network.</p>
<p>Alcune opere di <strong>video-poesia</strong> saranno inoltre proposte al pubblico sia on-line, sia negli spazi fisici interessati dal Festival nei modi in cui questo sarà possibile vista l’emergenza sanitaria: una produzione di Saperenetwork in prima assoluta con <strong>Giuseppe Cederna, </strong>l’attore e scrittore, nonché appassionato di montagna, che esplorerà insieme al regista <strong>Simone Corallini</strong> gli spazi pubblici – e non solo – del Quarticciolo intessendoli di letture, riflessioni e brevi conversazioni con i residenti, creando un dialogo poetico con le architetture e le comunità che abitano questa borgata concepita negli anni Quaranta, oggi crocevia fra molti mondi diversi. E ancora una miscellanea di performance video-acustiche di <strong>Laure Gauthier</strong> che saranno proposte, dopo l’intervista al mattino, in chiusura del Festival (sabato 12, ore 18.30) sulle pareti del <strong>MAAM</strong>: il Museo dell’Altro e dell’Altrove, straordinario spazio di residenza e creatività nato nel 2009 sull’ex-stabilimento della Fiorucci, testimonianza di una città possibile nel segno delle contaminazioni umane e artistiche, dove la poesia ambientale s’ibriderà con le molte installazioni già presenti. Sempre in un video inedito la narrazione poetica di <strong>Andrea Satta</strong>, storica voce del gruppo musicale <em>Têtes de Bois</em>, da sempre impegnato sui temi dell’ambiente e della solidarietà, che racconta con “<em>Di tutto un Po</em>” (giovedì 10, ore 16.00) un viaggio fra amici, con famiglie e bambini, in bicicletta dal Monviso all’Adriatico lungo gli argini del fiume, tra incontri casuali, eclissi di luna, vecchi in attesa della sera… Un’immersione accompagnata da letture e brani musicali per scoprire un ambiente nel quale biodiversità e reminiscenze letterarie si mescolano in un flusso unico al ritmo dei pedali.</p>
<p>Ma il Festival Europeo di Poesia Ambientale rappresenta anche un’opportunità di formazione e approfondimento letterario. In programma, infatti, uno speciale dedicato a Gianni Rodari nel centenario della nascita, con alcune letture a sfondo ambientale dell’attrice <strong>Federica Migliotti</strong> rivolte ai giovanissimi, una conversazione fra la giornalista e pedagogista <strong>Stefania Chinzari</strong> e <strong>Tania Convertini, </strong>docente di lingua e cultura italiana a Dartmouth College (Stati Uniti) sul rapporto fra Rodari e la natura, quindi una conferenza di <strong>Tito Vezio Viola</strong>, bibliotecario ed esperto di letteratura per ragazzi, sul rapporto fra lo scrittore di Omegna (ma molto legato a Roma, dove ha vissuto trent’anni) e la scienza, introdotto dal giornalista <strong>Michele D’Amico.</strong></p>
<p>Ogni anno inoltre il Festival Europeo di Poesia Ambientale sceglierà un autore della tradizione letteraria europea di cui approfondire l’opera e per questa prima edizione è stato individuato <strong>Giorgio Caproni</strong>, il poeta livornese che con i suoi “<em>Versetti quasi ecologici</em>” ha portato a sintesi, nella parte conclusiva della sua produzione, un’attenzione verso i luoghi della realtà, i paesaggi della sua Toscana prima e poi della città elettiva Genova, con le valli circostanti, che ne ha segnato profondamente la poetica: sarà <strong>Luca Zuliani</strong>, docente di linguistica italiana all’Università di Padova e fra i massimi studiosi dell’opera di Caproni, a dialogare on line con il pubblico e con i lettori della Biblioteca del Quarticciolo (venerdì 11, ore 16.00). Sempre fra gli approfondimenti, infine, un confronto con <strong>Niccolò Scaffai, </strong>docente di letterature comparate all’Università di Siena, tra i più affermati studiosi nel campo della letteratura ambientale e autore due anni fa del volume “<em>Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa</em>”, che risponderà alle domande della giornalista <strong>Valentina Gentile</strong> proprio sul tema centrale del Festival, vale a dire la specificità della poesia ambientale (venerdì 11, ore 10.30).  E per concludere un’antologia ragionata di letture estrapolate dal Novecento italiano ed europeo a cura di <strong>Giannermete Romani</strong>, educatore ambientale che utilizza la poesia per strutturare i propri percorsi sul paesaggio e sulla sua evoluzione, insieme a <strong>Sarah De Marchi</strong>, attrice ed educatrice, che esploreranno insieme il rapporto fra umano e naturale attraverso la poesia.</p>
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		<title>Omaggio in versi all&#8217;ambiente</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2020 16:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente e Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[Festival europeo della poesia ambientale]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[ <em>L&#8217;anguilla</em> di Eugenio Montale può essere letta come poesia ecologica? Per certi versi sì. Di certo <em>L&#8217;anguilla</em> veicola un messaggio ancora attuale per una società che, in nome delle ideologie del &#8216;progresso&#8217;, si ostina a opprimere la natura e a reprimere le forze della vita. Se sino al dopoguerra Montale aveva puntato su valori ideali e ideologici, a un certo momento il poeta ligure si indirizza verso i valori dell&#8217;istintualità, della natura, delle pulsioni, della forza biologica rappresentati, appunto, dall&#8217;anguilla. Lo fa, Montale, attuando una vera e propria rivoluzione copernicana: capovolge la prospettiva di una poesia che sino ad allora si era identificata con l&#8217;alto, il cielo, il Nord, per scegliere il basso, la terra e il Sud e per sovrapporre la resistenza al male con una creatura del fango, una entità che riunisce in sé la forza biologica e quella morale e che sintetizza mare e terra. Questo significa che stare dalla parte della vita e stare dalla parte del bene sono la stessa cosa. E sta qui l&#8217;aspetto più attuale de <em>L&#8217;anguilla</em>, di questa poesia che potremmo definire ecologica.</p>
<p>E all&#8217;ecologia e all&#8217;ambiente è dedicato il Festival europeo della poesia ambientale, che si terrà online venerdì 22 maggio dalle 18.00 alle 20.00. Un&#8217;aula virtuale, dunque, quella in cui interagiranno, leggendo i propri versi ispirati all&#8217;ambiente, diciotto poeti, di cui nove italiani e nove di altrettanti Paesi del continente europeo. Lo faranno, poeti della levatura di Antonella Anedda, Mario Baudino, Stefano Carrai, Donato Loscalzo, Valerio Magrelli, Eleonora Rimolo, Francesca Tuscano, Marco Vitale, Giancarlo Pontiggia &#8211; tra gli italiani &#8211; e del calibro di Laure Gauthier, Vyacheslav Kuprivanov, Eliza Macadan, José M. Lucìa Megìas, Marion Poschmann, Gerda Stevenson, Charis Vlavianòs, Jaroslaw Mikolaiewski, Antonio M. Pires Cabral &#8211; che si collegheranno da vari Paesi del continente europeo, dalla Spagna e dal Portogallo alla Grecia e al Regno Unito e che saranno accompagnati dalle note del pianista Alessio Sorbelli &#8211; per scuotere le coscienze e le corde della sensibilità grazie alla partecipazione emotiva, che agisce là dove non arriva (e si esaurisce) la ragione.</p>
<p>La questione ambientale, di un&#8217;attualità stringente, come confermano le temperature largamente sopra la media registrate negli ultimi mesi, è divenuta, ormai una priorità. Ma, secondo i promotori del Festival europeo della poesia ambientale &#8211; European green poetry festival, i direttori, i redattori e i collaboratori delle riviste Insula Europea e Sapereambiente, questa questione &#8216;non riceve, nonostante i ripetuti allarmi, le dovute attenzioni. Ci prova la poesia a riportare l&#8217;attenzione generale sulla tutela della casa comune, attraverso la voce di nove autori italiani e nove di altrettanti Paesi europei che hanno deciso di unire i propri versi per scuotere gli animi e lanciare una richiesta d&#8217;azione a salvaguardia della biosfera&#8217;. Lo stesso messaggio e la stessa attenzione verso l&#8217;ecologia possono essere, d&#8217;altra parte, ravvisati nel ciclo di incontri che si è tenuto alla biblioteca di San Matteo degli Armeni dal 16 maggio al 12 dicembre 2019, ciclo di incontri, dal titolo &#8216;A scuola di ecologia&#8217;, promosso da Sapereambiente insieme ad Arpa Umbria e con il patrocinio del Comune di Perugia e dell&#8217;Università degli Studi di Perugia. Economia circolare, sostenibilità, clima, biodiversità, energia, i temi trattati in collaborazione con Aboca e con la partecipazione della rivista Insula Europea e del gruppo di comunicazione Green Factor, temi che hanno guardato anche, ancora una volta, alla letteratura ambientale.</p>
<p>&#8216;Siamo arrivati a un punto &#8211; affermano i direttori delle due testate organizzatrici, Carlo Pulsoni (Insula Europea) e Marco Fratoddi (Sapereambiente) &#8211; in cui non si può più ignorare quanto accade all&#8217;ambiente, alla nostra convivenza globale in un pianeta stressato e surriscaldato, nel quale il depauperamento delle risorse ecologiche favorisce squilibri sistemici come quello che ha portato al salto di specie del Sars-Cov-2. Ma se gli argomenti della ragione non bastano a far sì che si prendano provvedimenti concreti, proviamo con quelli della produzione emotiva, della lirica contemporanea. Dimostrando ancora una volta come la poesia rappresenti, oltre che un terreno di espressione artistica, un importante strumento d&#8217;intervento nella realtà&#8217;.</p>
<p>Lo stesso Montale si chiedeva se la poesia fosse ancora possibile. Di certo può far muovere il lettore, non solo rispetto a un &#8216;testo pigro&#8217;, ma anche rispetto a una questione che chiede di essere attivata con spirito critico e capacità di intervento coscienzioso. Lo sanno bene Angiola Codacci Pisanelli, caposervizio de L&#8217;Espresso e la giornalista e studiosa Ilaria Dinale, specializzata nel rapporto fra poesia e nuovi media, che condurranno l&#8217;evento in streaming sui siti e nei canali social di Insula Europea (www.facebook.com/insula.europea) e Sapereambiente (www.facebook.com/saperenetwork).</p>
<p>&#8216;L&#8217;anguilla, la sirena / dei mari freddi che lascia il Baltico / per giungere ai nostri mari, / ai nostri estuari, ai fiumi / che risale in profondo, sotto la piena avversa, / di ramo in ramo e poi / di capello in capello, assottigliati, / sempre più addentro, sempre più nel cuore / del macigno, filtrando / tra gorielli di melma finché un giorno / una luce scoccata dai castagni / ne accende il guizzo in pozze d&#8217;acquamorta, / nei fossi che declinano / dai balzi d&#8217;Appennino alla Romagna; / l&#8217;anguilla, torcia, frusta, / freccia d&#8217;Amore in terra / che solo i nostri botri o i disseccati / ruscelli pirenaici riconducono / ai paradisi di fecondazione; / l&#8217;anima verde che cerca / vita là dove solo / morde l&#8217;arsura e la desolazione (&#8230;)&#8217;. La poesia sopravvive, al di là di tutto. E la sua salvezza, forse, è legata alle forze istintive e biologiche della natura.</p>
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		<title>&#8216;Cerchi e polsi&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Oct 2019 15:18:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[costanza lindi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> Il testo come tessuto di significanti che costituisce l’opera e che si presenta come parte emergente della lingua. La scrittura come un satori fondato sul vuoto di parola. Lo spazio, che può diventare abitabile, e il movimento, risultante di una stasi solo apparente. Il vuoto come pausa, come oggetto distinto dal non-vuoto: vuoto e non ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Il testo come tessuto di significanti che costituisce l’opera e che si presenta come parte emergente della lingua. La scrittura come un <em>satori </em>fondato sul vuoto di parola. Lo spazio, che può diventare abitabile, e il movimento, risultante di una stasi solo apparente. Il vuoto come pausa, come oggetto distinto dal non-vuoto: vuoto e non vuoto, fermo e mobile, io e tu. Infine, ‘Cerchi e polsi’ come due materiali dell’interno creato.</p>
<p>E come il titolo dell’ultima raccolta di poesie (<em>Cerchi e polsi</em>, Giuliano Ladolfi Editore, 2018) di Costanza Lindi, cofondatrice dello studio editoriale SettePiani e poetessa (del 2017, la sua ultima silloge, <em>Accordatura della stasi</em>, per Kammer edizioni).</p>
<p>È consapevole che l’irrappresentabilità esista, Costanza Lindi, e ce lo racconta rilasciando questa intervista, che ha molto a che fare con la limitatezza della scrittura come genesi di oggetti che mettono radici e che, spesso, restano fuori, non potendo essere nominati.</p>
<p><strong>Torni a parlare di spazio e, con questo, di movimento. In <em>Accordatura della stasi</em> (Kammeredizioni, 2017) raccontavi ‘un incedere impercettibile verso qualcosa che conduce al riconoscimento di una stasi non del tutto assente’. Anche la stasi, lì, diveniva ritmo, moto. C’è ancora la ricerca, in <em>Cerchi e polsi</em> (Giuliano Landolfi Editore, 2018) di uno spazio che può diventare abitabile? </strong></p>
<p>Cerchi e polsi prende il via come progetto durante le ultime revisioni di Accordatura della stasi, questo non per una sovrabbondanza, da parte mia, di idee, ma perché credo l’argomento in sé non ancora concluso. Partendo quindi da una stasi apparente, attiva, produttiva e ribollente si va verso una lettura più che essenziale del segno, che dal punto poi si allontana in un moto, di nuovo, raggiungendo tutte le dimensioni fino alla quarta. Riconoscendo il segno come elemento comunicativo, porto nel punto anche la cellula, in quanto essere vivente, e io, che sono nel punto, mi propago, mi allungo, mi restringo, tocco, ascolto, sento, vedo, mi muovo nello spazio che abito. Si potrebbe dire che in Accordatura lo spazio mi abita, e in Cerchi e polsi prendo il mio spazio, ma non parlo solo di me. Ad ogni modo parlerei più di dimensioni, sul concetto di spazio ci sto ancora lavorando.</p>
<p><strong>L’apparato paratestuale di questo libro di poesie – edito nella collana <em>Perle poesia</em> diretta da Roberto Carnero – si compone di titolo – <em>Cerchi e polsi</em> –, di una citazione in esergo – ‘Se il nostro luogo è dove / il silenzioso guardarsi delle cose / ha bisogno di noi / dire non è sapere, è l’altra via, / tutta fatale, d’essere. / Questa è la geografia’ tratta da <em>La fine di un’arte</em> di Silvia Bre (Einaudi, 2015) –, dei titoli delle singole sezioni in cui è suddivisa la raccolta – <em>punto</em>, <em>retta</em>, <em>circonferenza</em>, <em>sfera</em>, <em>ipersfera</em> –, e di una curiosa tua nota – <em>Nella linea di una sola dimensione</em> – in luogo della prefazione, in cui parli di un vuoto che diventa oggetto e che viene sottratto al segno, pur rimanendo non tracciabile. Potresti illustrare questo indice conoscitivo? </strong></p>
<p>Tutto parte, in questo mio punto di vista, dal riconoscimento del vuoto come pausa, quindi come oggetto distinto tra ciò che vuoto non è. Un concetto sicuramente già sentito, ma che in questo contesto si fa punto di partenza. Dalla consapevolezza che l’irrappresentabilità esiste e diviene viva e reale, quindi oggetto, prende il via il mio viaggio verso l’analisi di ciò che è vivo tra vuoto e pieno, tra fermo e mobile, tra io e tu. Da qui il titolo, cerchi e polsi, come due materiali dell’interno creato, forme e battiti.</p>
<p><strong>La tua ci sembra una riflessione sulla ‘vettorialità’, sul fatto che la scrittura possa prendere tutte le direzioni. Roland Barthes sosteneva che la comunicazione passasse per un rovescio: ‘il corpo del lettore – scrive – non è quello dello scriba: l’uno rivolge l’altro’. Cosa pensi a riguardo? </strong></p>
<p>Penso Roland Barthes è stato il mio vero punto di partenza, in fondo. Inutile negarlo. La vettorialità può senz’altro essere ricondotta al percorso che traccio, ma non parlo solo di scrittura. Parlo della limitatezza della scrittura piuttosto. Parlo di mezzi di rappresentazione e, sì, credo che il corpo faccia sicuramente gran parte di ciò che alla scrittura sfugge.</p>
<p><strong>Crediamo si possa parlare, qui, di ‘un ductus di Costanza Lindi’, di un tuo movimento, mentre scrivi, di un ordine, una temporalità di tratti, di una scrittura <em>in fieri</em>, che <em>si fa</em> ‘scrizione’ e non prodotto finito. Parli di ‘un esplodere senza che accada nulla che doni motivo per scrivere’, di ‘una narrativa che non esce’, di capelli ‘che sulle spalle piantano parole’. Potresti spiegare questi versi? </strong></p>
<p>La scrittura che parte dalla stasi e dalla pausa mi interessa, ciò che esce dai pori della pelle con una spinta sua e indomabile. Scrittura come segno, come genesi di oggetti, che si posano e mettono radici sul mio corpo, che continua a produrre. ‘Da una narrativa che non esce’ è un verso di un testo che parla di consistenze, di ricerca di sensorialità forzata, nell’assoluta assenza di secrezione. ‘In apnea masticavo caramelle dure.’</p>
<p><strong>Ci sono la bellezza e l’impossibilità di nominare e definire, in questa tua opera, lo spazio (anche geometrico o quello che sta dentro a una mano) tracciato per il tramite del segno, le figure geometriche, traiettorie danzanti, surrealismo intriso di sensi e quotidianità, intersecazioni di punti di vista, sguardi e vettori. Quali altri <em>topics</em> potremmo individuare? </strong></p>
<p>Non c’è impossibilità, c’è necessità di differenziare in un’altra dimensione. Non c’è nulla di tormentato ma una scoperta e un proseguire continuo. Come se fosse un esperimento. Le traiettorie che traccio non hanno nulla di casuale seppur istintivo. Per citare Anna Maria Farabbi, non esiste svolazzo ma direzione di un volo con una traiettoria decisa.</p>
<p><strong>‘(…) Tacerne la pretesa / riconoscerne il significante / che racchiude parole oltre la lingua’. Esiste, dal tuo punto di vista, una lingua che va al di là della ‘lingua-repertorio’? </strong></p>
<p>È sicuramente su questa ulteriore lingua che si basa tutta la raccolta. Tacerne la pretesa che nasce dal volersi esprimere con un solo mezzo, escludendone una parte. In una poesia scrivo ‘Ti amo dunque, ma qualcosa resta fuori’, ed è da qui che parto sin dall’inizio, da ciò che resta fuori. Esistono oggetti al di fuori del nostro nominarli, esistono oggetti-parola, oggetti-segno e oggetti intangibili che sono lì, li riconosco in quanto tali e ne ho consapevolezza, ma non ho altri oggetti per delimitarne una figura, un poligono, o qualsiasi altra cosa.</p>
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		<title>‘Poesiaeuropa’, il senso di un dittongo</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jul 2019 13:41:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Arpa Umbria]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri e aree umide di Arpa Umbria]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> ‘Die Urhen gehen überall anders / die Urhen gehen überall falsch. / Von einer Mähre gezogen, die Kutsche / braucht einen Tag länger aus Frankfurt. / Wir stehen unter dem Blattwerk / in den Händen glänzt Steinobst. / Die trockenen Früchte am Gaumen / in den Händen fiebert das Glas’. ‘Ovunque gli orologi sono diversi ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Trasimeno. </span> ‘Die Urhen gehen überall anders / die Urhen gehen überall falsch. / Von einer Mähre gezogen, die Kutsche / braucht einen Tag länger aus Frankfurt. / Wir stehen unter dem Blattwerk / in den Händen glänzt Steinobst. / Die trockenen Früchte am Gaumen / in den Händen fiebert das Glas’. ‘Ovunque gli orologi sono diversi / ovunque gli orologi funzionano male. / Trainata da una cavalla, la carrozza / ci impiegherà un altro giorno ad arrivare da Francoforte. / Viaggiamo sotto le fronde / nelle mani brillano dei noccioli. / La frutta secca accarezza il palato / nelle mani del vetro febbricitante’. <em>Brentano a Lagenwinckel</em> del poeta berlinese Tom Schulz. A rappresentare l’Europa in una piccola isola sospesa su un piccolo lago, la notte del 13 luglio, col cielo trapuntato di stelle e di una luna intera, di stagione, col vento che cambia le direzioni. Perché l’Europa può rifarsi un’anima, proprio muovendo dalle voci della poesia. In principio era il mito. La rappresentazione del Vecchio Continente attinge al racconto della giovane Europa, figlia del re dei fenici rapita dal toro-Zeus. E, poi, ai rivoli mitologici delle storie dei suoi fratelli, approdati su terre ignote con l’intento di scoprirle, conoscerle, colonizzarle. Mettendosi in movimento, incrociando nuovi popoli e culture. Dall’aggettivo <em>europico</em>, coniato da Boccaccio con riferimento al Mediterraneo, all’<em>europaeus</em> di Piccolomini, termine che designa l’unità ideale, politica e culturale, su cui poggia la <em>respublica</em> <em>literaria</em> europea. Da Muratori a Voltaire, da Defoe a Swift, fino alla Giovine Europa di Mazzini, molti sono stati gli intellettuali che hanno riflettuto sull’idea di Europa. Solo per citarne due: Elias Canetti (<em>La lingua salvata. Storia di una giovinezza</em>, Milano, Adelphi, 1995) e Claudio Magris (<em>Danubio</em>, Milano, Garzanti, 1986). Se quella che emerge dal primo romanzo è ‘un’Europa dell’anima’ e ‘delle lingue’, con riferimento ad una nozione di spostamento che è, insieme, un’evoluzione e un ritorno alle origini, la seconda raccolta di racconti, scaturiti attraversando l’Europa centro-orientale e seguendo il corso del fiume e della cortina di ferro, affonda le proprie radici sul <em>Grand Tour</em>, pur stravolgendo il <em>cliché</em> letterario classico in funzione delle molte identità conosciute, unite e divise da quell’unico corso d’acqua dagli innumerevoli nomi e nel quale ci si può bagnare due volte. Testimone, come è stato, di eventi storici che il volto dell’Europa l’hanno cambiato davvero. ‘In un crogiolo che non cessa di ribollire, amalgamare, fondere, bruciare, consumare’.</p>
<p>E, allora, la poesia di Tom Schulz può essere a pieno titolo inserita in questo crogiolo che ribolle, amalgama, fonde, brucia, consuma. Come la sua, anche altre poesie di numerosi poeti europei. Per raccontare le radici umanistiche e spirituali dell’Europa e creare visioni per il futuro. La sera del 13 luglio, nella suggestiva cornice del monastero di San Secondo, un tempo abitato da monaci dell’ordine degli Olivetani, questa poesia di Tom Schulz è stata letta dal poeta tedesco e il testo, in una traduzione di servizio in italiano realizzata dagli studenti della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, è stato proiettato davanti a un nutrito pubblico che ha raggiunto l’Isola Polvese sul lago Trasimeno per partecipare all’evento Poesiaeuropa, promosso dal progetto culturale Umbrò Cultura e posto sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo. Come questa, altre poesie sono state lette e tradotte dagli studenti di Mediazione Linguistica in occasione delle letture pomeridiane e serali che si sono tenute sull’isola e che hanno registrato la partecipazione, tra gli altri, dei poeti Lorenzo Chiuchiù, Giulia Martini, Sara Ventroni, Anna Maria Farabbi, Nick Laird, Laura Pugno, Marko Pogakar, Luigia Sorrentino, Tom Schulz, Jan Wagner, William Wall.</p>
<p>E proprio il reading ha concluso la giornata del 13 luglio, Poesiaeuropa, che ha saputo raccontare il significato ultimo di un dittongo, del binomio tra poesia e Vecchio Continente e che è stata promossa dalla costituenda associazione di promozione sociale Umbrò Cultura in collaborazione con Umbrò e con il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria, il quale ha offerto i propri spazi per lo svolgimento di questa iniziativa, la più importante del progetto culturale ideato da Maria Borio, nei suoi due anni di attività (per gli eventi promossi durante il biennio 2017-2019  si rinvia al sito internet <a href="http://www.umbrocultura.com"><em>www.umbrocultura.com</em></a> e ai canali social del progetto culturale: pagine Facebook, Twitter, Instagram). La giornata del 13 luglio, suddivisa in momenti di dibattito, traduzione e reading, posta sotto l’alto patrocinio del Parlamento Europeo, patrocinata da ventisette prestigiosi enti ed istituzioni europee, tra cui la Provincia di Perugia – ente proprietario dell’Isola Polvese –, l’Università degli Studi di Perugia, la UPTER di Roma, la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia, l’Accademia di Ungheria e il Goethe Institut, e supportato dalle associazioni Metanoia (che ha realizzato il video-promo-trailer dell’evento), La Balena Bianca, CaLibro, Medium Poesia e SettePiani, si è posto come obiettivo primario una riflessione democratica sull’unità dell’Europa.</p>
<p>‘Si tratta di un evento unico nel suo genere, non solo in Italia, ma anche nel panorama europeo – è stato il commento di Maria Borio, poetessa, dottore di ricerca in <em>Letteratura italiana</em>, redattrice di <em>Nuovi Argomenti</em> e ideatrice del progetto, in occasione della presentazione che si è tenuta la mattina del 13 luglio negli spazi del Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria –. Un’iniziativa, questa, che vuole portare a una viva discussione sulla situazione culturale e politica europea partendo dalle voci della poesia, per riconsiderare il valore delle radici umanistiche e spirituali dell’Europa e costruire, insieme, visioni per il futuro, muovendo proprio da questa piccola isola e da questo lago. ‘Poesiaeuropa’ – ha proseguito Maria Borio dopo avere ringraziato Umbrò, il Centro ‘Cambiamento Climatico e Biodiversità in ambienti lacustri ed aree umide’ di Arpa Umbria, il comitato scientifico e quello di redazione di Umbrò Cultura per avere supportato l’iniziativa e la Provincia di Perugia (l’Isola Polvese è di proprietà di questo ente) per avere, tra gli altri, patrocinato l’evento – è nata da una scommessa, da una mia idea, dalla necessità artistica, ma anche politica, di mettere in rapporto la <em>comunitas Italiae</em> della poesia con quella europea. Si tratta solo del primo di una lunga serie di passi verso la costruzione di progetti futuri. A fine giugno è arrivata, poi, la lettera, la mail di risposta e di accettazione della mia richiesta di patrocinio direttamente dal Parlamento Europeo’. ‘Sono arrivato a Perugia nel settembre del 2016 – è stato il commento di Stefano Giovannuzzi dell’Università degli Studi di Perugia (una delle istituzioni che ha patrocinato l’evento) e membro del comitato scientifico di Umbrò Cultura –. Avevo conosciuto Maria Borio un anno prima a Torino e questo incontro ha sancito l’inizio di una collaborazione. Credo, infatti, che l’Università debba istituire un rapporto forte con le associazioni culturali e con la società civile. Da qui, lo stretto rapporto tra l’Ateneo perugino e le iniziative promosse dal progetto Umbrò Cultura, iniziative che ruotano attorno a temi cruciali del contemporaneo’.</p>
<p>Alla presentazione del progetto sono seguiti momenti di dibattito, traduzione e reading, che hanno coinvolto tutti i numerosi intellettuali presenti all’Isola Polvese e provenienti da varie parti del continente europeo, e, in alcuni casi, da quello americano: Yari Bernasconi (Svizzera), Petr Borkovec (Repubblica Ceca), Jacob Blakesley (USA), Vera Lúcia de Oliveira (Brasile), Albane Gellé (Francia), Nick Laird (Irlanda), Giorgi Lobzhanidze (Georgia), Miguel Manso (Portogallo), Vicente Luis Mora (Spagna), Els Moors (Belgio), Eiléan Ní Chuilleanáin (Irlanda), Marko Pogačar (Croazia), Tom Schulz (Germania), Jan Wagner (Germania), William Wall (Irlanda), e, dall’Italia, Franco Buffoni, Elisa Biagini, Maria Grazia Calandrone, Stefano Dal Bianco, Andrea Inglese, Federico Italiano, Laura Pugno, Antonio Riccardi, Luigia Sorrentino  e altri.</p>
<p>Alla tavola rotonda moderata da Federico Italiano hanno partecipato Franco Buffoni, Elisa Biagini, Andrea Inglese, Jakob Blakesley, Vera Lúcia de Oliveira, Nunu Geladze, Giorgi Lobzhanidze, Jan Wagner, Eiléan Ní Chuilleanáin e Stefano Giovannuzzi. Un dialogo sulla traduzione, in primo luogo della poesia europea, il loro, sul senso di creare in un altro linguaggio come ha affermato Federico Italiano. Ma anche sul fatto che, come sosteneva Benedetto Croce, citato da Franco Buffoni, i poeti siano intraducibili: da qui, l’importanza di una traduzione di rispetto, ben diversa da quella di servizio, una traduzione che rispetti, appunti, il movimento della lingua del testo di partenza che si dilata nello spazio-tempo e che intessa elementi quali l’intertestualità, la trasformazione in un altro testo, questioni stilistiche e, non da ultimo, il potere di rivivere le cose in un altro modo. Perché c’è un linguaggio del corpo ed un corpo del linguaggio, come ha evidenziato Elisa Biagini, una possibilità di ricreare lo spazio della poesia attraverso la traduzione. ‘Why I need to translate a poetry text?’ è stato il titolo della comunicazione presentata da Andrea Inglese, che ha focalizzato la sua attenzione sulla seconda via della traduzione, quella delle amicizie poetiche coltivata dalle avanguardie artistiche. La traduzione è una modalità di lettura più compiuta: leggere un testo tradotto significa aprire due dimensioni, di critica letteraria e di giudizio, sulla base di una distanza dal testo nella traduzione e di una operazione ermeneutica. Non si tradisce il testo di partenza: a volte si tradisce quello di arrivo, perché ciò che si identifica nella lingua di partenza consente di smontare degli automatismi lirici ed estetici della lingua di arrivo. È questa l’operazione che deve avere compiuto Jakob Blakesley nel suo <em>Translating Italian Poetry</em>, muovendo, ad esempio, dalla poesia di Caproni, Sanguineti e Buffoni, e arrivando a decodificare le differenze epistemologiche sottese al rapporto tra testo originale e testo tradotto. C’è anche una alterità nella traduzione ed è quella che è stata sottolineata da Vera Lúcia de Oliveira, la quale non traduce mai ciò che studia da poco tempo: questo perché non è possibile passare dal processo creativo a quello analitico in breve tempo. Esiste una differenza sostanziale tra scrittura poetica e traduzione, in quanto la prima sottende una epifania, mentre la seconda una analisi intuitiva profonda, uno stato di coscienza allargata. La traduzione come operazione che porta fuori da se stessi e come una approssimazione ed operazione utopica si colloca anche alla base del lavoro del poeta georgiano Giorgi Lobzhanidze e della sua traduttrice Nunu Geladze, intenti a non tradire il testo di partenza, a dire quasi la stessa cosa, come voleva Umberto Eco. Dire quasi la stessa cosa anche tenendo conto, da un lato, dei <em>linguistic devices</em>, come ha ricordato Jan Wagner, che nell’atto della traduzione vede una transazione di culture, un giocare con le figure della lingua, incluse le frasi idiomatiche, dall’altro lato del fatto che la traduzione rappresenti un’esperienza anche per il lettore, come ha detto Eiléan Ni Chuilleanáin, facendo leva sul concetto di movimento da parole a parole. Non da ultimo, come ha rimarcato Stefano Giovannuzzi, storicamente la traduzione, specie nell’alveo della situazione italiana, molto rigida e basata sull’asse Petrarca-Leopardi, è diventata la chiave di volta per creare un varco e riposizionare la poesia. Si pensi al surrealismo spagnolo e a quello francese: in momenti di grossa crisi dislocare altrove il discorso è diventato la via per i poeti italiani di uscita da una sorta di stallo, sia negli anni Quaranta, che negli anni Settanta, quando si è cercata una via di fuga dalle secche della poesia italiana, invischiata nella tendenza classicista.</p>
<p>Le due sessioni pomeridiane, dedicate a ‘Dialoghi sull’Europa’, moderate da Italo Testa e da Lorenzo Cardilli e rappresentate da Maria Borio, Albane Gellè, Federico Italiano, Vicente Luis Mora, Laura Pugno, Jan Wagner, William Wall, Italo Testa, Giorgi Lobzhanidze, Yari Bernasconi, Maria Grazia Calandrone, Eiléan Ní Chuilleanáin, Massimo Gezzi, Miguel Manso, Matteo Marchesini, Valerio Massaroni, Els Moors, Petr Borkovec, Marko Pogakar e Tom Schulz, si sono incentrate sull’attuale situazione politica e culturale del Vecchio Continente da diversi punti di vista. Dalla necessità di immaginare un futuro che muove da una piccola isola di un piccolo lago per rifondare la repubblica delle lettere, uno spazio intellettuale in cui dare voce ad una Europa creata dai poeti, lontana dall’intolleranza e abitata da una forte coscienza identitaria data anche dall’importanza della connessione e dei <em>global balances</em> ai concetti di comunità e di eredità culturale, che fanno sì che la poesia venga interpretata come possibilità <em>altra</em> di percezione e di abbattimento delle frontiere, e la traduzione come transazione di identità politiche, culturali e religiose (il riferimento, è, ad esempio, al caso della Georgia, crocevia di culture fra Est e Ovest). Dalla concezione della lingua come parte di identità culturale, immaginando confini e differenze naturali, ma non antropologiche e concependo la traduzione come potere di trasportare nuclei culturali all’opposizione al radicalismo <em>nonsense</em>, in una sorta di eco collettiva e di condanna di ogni forma di dogmatismo, nel tentativo di mostrare, con la poesia, ‘le cose come sono’, di mettere insieme parole che per secoli non sono state insieme’. E, ancora, dalle radici spirituali ed umanistiche dell’Europa, che sono, insieme, culturali e politiche, all’incontro tra differenti culture, ammiccando anche a fatti di un’attualità stringente, come il caso-Brexit e quello di Carola Rackete, passando per gli anfratti della poesia, i suoi non detti, i suoi spazi da riempire, che altrimenti rimarrebbero schiacciati da altri linguaggi, il senso di umanità che ne traspare nella direzione di una identificazione con l’altro. Perché l’arte, come ha detto Massimo Gezzi citando Laura Pugno, ha bisogno di poco: di un corpo e di una voce. E, poi, del viaggio, dell’armonia, del problema dello spazio come lingua, del cambiamento.</p>
<p>Soffiava un vento leggero, la sera di sabato 13 luglio, un vento che cambiava le direzioni. Verso l’Europa, concepita come uno spazio mentale in cui l’uomo rifiuta il dogma. Non è forse un caso, allora, se il Parlamento Europeo abbia scelto di patrocinare iniziative come questa: l’Europa deve rifarsi un’anima. E può partire dalla poesia, dalla piccola isola di un piccolo lago.</p>
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		<title>Sul crinale della verità e della verosimiglianza</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 13:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> L’abrasione con la realtà. Rischia di perdere questo una poesia intrisa di biografismo. Gustave Flaubert, nelle numerose lettere indirizzate alla sua Louise Colet, era solito ripetere che fosse ‘una cosa buffa mettere la letteratura al servizio delle passioni’ e che non fosse necessario ‘scriversi’. Poi scrive Madame Bovary, che, per certi versi, è la biografia ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> L’abrasione con la realtà. Rischia di perdere questo una poesia intrisa di biografismo. Gustave Flaubert, nelle numerose lettere indirizzate alla sua Louise Colet, era solito ripetere che fosse ‘una cosa buffa mettere la letteratura al servizio delle passioni’ e che non fosse necessario ‘scriversi’. Poi scrive <em>Madame Bovary</em>, che, per certi versi, è la biografia (denigrata) della stessa Colet. Certo, si trattava di un genere letterario diverso. Perché la poesia è, prima di tutto, questo, un genere letterario. Imbrigliato in diverse cattività, che, però, non dovrebbero farlo oscillare fra le minime intermittenze del cuore e del cervello. Ma farlo camminare sul crinale fra verità e verosimiglianza.</p>
<p>All’‘enigma della verità’, alla poesia e alla biografia’ è stato dedicato, martedì 22 gennaio, il primo seminario classe 2019 del progetto ‘Umbrò Cultura’ (<a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>) – giunto al suo secondo anno consecutivo e patrocinato dall’Università degli Studi di Perugia e dalla Banca di Credito Cooperativo dell’Umbria –, a seguito di un incontro, tenutosi al Dipartimento di <em>Lettere</em> dell’Università degli Studi di Perugia, sull’editoria italiana. Entrambi gli incontri seminariali sono stati un’occasione per riflettere, insieme al poeta, scrittore e critico letterario Antonio Riccardi – nato a Parma nel 1962, ha studiato Filosofia all’Università di Pavia. Dalla fine degli anni Ottanta ha lavorato per Mondadori ed è stato direttore editoriale degli Oscar. Ha pubblicato le raccolte poetiche <em>Il profitto domestico</em> (Il Saggiatore, 1996) e <em>Gli impianti del dovere e della guerra</em> (Garzanti, 2004), <em>Acquarama e altre poesie d’amore</em> (Garzanti, 2009) e il recente <em>Tormenti della cattività</em> (Garzanti, 2018). Ha curato il volume di saggi <em>Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami, cimiteri e vecchie zie rimaste signorine</em> (Sellerio, 2015). La sua opera ha ricevuto, fra gli altri, il Premio Dessì, il Premio Brancati, il Premio LericiPea, il Premio Mondello. È direttore editoriale della casa editrice SEM – alcuni dei temi-cardine dell’editoria italiana e della ricerca poetica contemporanee.</p>
<p>‘Editori protagonisti. Così li definisce Gian Carlo Ferretti, che al mondo dell’editoria ha dedicato tanti libri. Sono di cultura ed estrazione diversissima, ma tutti capaci di imprimere un’identità editorial-letteraria alla propria impresa al fine di costruire un proprio pubblico’. Così, Annalina Grasso in un recente articolo apparso in 900letterario. Il riferimento è alle case editrici che hanno basato la propria fortuna su un rapporto consapevole fra l’editore, il suo progetto, i suoi redattori, la sua macchina organizzativa, la politica d’autore, di collana e di prodotto. Allora, secondo Ferretti, ‘la Mondadori è un’istituzione, la Rizzoli un impero, Bompiani un club, Einaudi un laboratorio’…</p>
<p>Che dire, invece, del rapporto che intercorre fra poesia e biografia? Nella sua introduzione al secondo dei due seminari, Maria Borio si è addentrata nel vivo di questioni inerenti la poesia e la poetica. Lo ha fatto, presentando l’esempio del libro dal titolo <em>Tormenti della cattività</em> di Antonio Riccardi, edito da Garzanti nel 2018 e che, da diversi punti di vista, presenta l’apice e il punto cruciale di una parabola che è iniziata con <em>Il profitto domestico</em>, pubblicato da Mondadori nel 1996. Il titolo scelto per il secondo seminario, che si è tenuto nella Sala Muro Etrusco di Umbrò, in via S. Ercolano, 2, ‘L’enigma della verità’, costituisce un ossimoro, in quanto comunemente ciò che è vero appare sotto gli occhi di tutti e non dovrebbe contenere enigmi. È pur vero che la verità dell’arte è portatrice di visione, di domande. Di enigmi, appunto. Raccontiamo il mondo attraverso la poesia. La biografia diventa qualcos’altro. I <em>Tormenti della cattività</em> parlano della vita di un uomo, del senso di libertà, di cosa significhi essere liberi, oggi, nel mondo familiare e lavorativo, di cosa sia la verità intima e pubblica nell’esistenza di un individuo, e di come la poesia metta insieme tutto questo e riesca a narrarlo, attraverso un oggetto caro all’autore, che è quello del diorama, della vita del mondo animale e vegetale, presentata come se fosse vera. Anzi, dice al lettore un di più: racconta di un enigma e lo conduce all’interno di una visione e di una conoscenza.</p>
<p>‘C’è una serie di prospettive nei <em>Tormenti della cattività</em>’ ha esordito Antonio Riccardi, che, con questa silloge, ha voluto affermare che la poesia, per quanto difficile, sia comunque un genere letterario, alla stregua della fantascienza, del fantasy. Chi scrive poesia non deve mettersi, secondo il direttore di SEM, alla ricerca del dato biografico. Lui che ha poco interesse per la sua stessa autobiografia, per le sue minime intermittenze del cuore e del cervello, e che cerca, invece, di ‘fare’ un libro che cammini sul crinale fra verità e verosimiglianza. Ma cosa si intende per ‘cattività’? Le cattività possono essere diverse, a cominciare dal matrimonio fino ad arrivare a quella più oscura, più cupa: la morte. Quelle individuate da Antonio Riccardi sono cinque: una geometria compositiva cui è stato anteposto un testo e posposto un altro testo. Il primo è nella forma aperta dell’elenco, dell’indice dei contenuti del libro, mentre il secondo è restituito sotto forma di enigma. La prima poesia del primo testo si intitola ‘Vero all’inizio’; l’ultima dell’ultimo testo, specularmente, ‘Enigma alla fine’. E, qui, ci sono falsi titoli, antiporte, indici, cattività a raccontare di debolezze, una sola diavolina a dare, fra le nicchie, fuoco alle stanze dei ricordi, i racconti in miniatura dei nomi. Poi c’è un’allusione a Rosso, Rosso Fiorentino, la cui pittura – il riferimento è al Cristo morto e semi-adagiato che schiaccia il corpo della Vergine nella tela della <em>Deposizione</em> conservata a Borgo San Sepolcro – rappresenta, per Riccardi, l’enigma del sentimento e del perché amiamo o disamiamo qualcuno, al di là di ogni ragione o dubbio. Ecco, al centro del dipinto c’è una figura enigmatica, da alcuni interpretata come la raffigurazione della morte. Nulla di più fuorviante: dice Vasari che Rosso vivesse con una scimmia, di cui era innamorato pazzo, nel senso amichevole del termine. Perché, dunque, amiamo chi amiamo? Questo è, forse, l’enigma degli enigmi.</p>
<p>La poesia, poi, ha a che fare con la predazione, un po’ come predatori sono i nostri felini domestici. ‘Predatore e preda’ è il titolo di uno dei componimenti del capitolo sul matrimonio, incentrato su un predatore che ‘dorme appena scosso dall’elettricità dei sogni’, consapevole del ‘ruolo della mano nel discorso’. Un’altra cattività è quella che ci stringe a dei luoghi, a una memoria che non controlliamo e che ci viene incontro sotto forma di animali, come nel caso dei fagiani di un testo di Riccardi contenuto nella raccolta. Infine, la cattività estrema, la morte. Riccardi si è esercitato con delle prove di cenotafi: ‘Vita, tempesta e morte di Antonio Riccardi’, o ‘Vita, consolazione e morte di Antonio Riccardi, soldato d’avventura’. Hanno lo stesso impeto, in quanto prove di un ‘futuro anteriore’, che vedono ‘il tempo passargli avanti e finire’. Ma che non sono intrise di autobiografismo. Perché camminano sul crinale della verità e della verosimiglianza.</p>
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		<title>Vibrazioni di pagina</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 16:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Anni Settanta]]></category>
		<category><![CDATA[Milo De Angelis]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> «Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto / di un giardino avvenne la carezza, la penombra / addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio, / spazio assoluto di una lacrima. Un istante / in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi, / si fece luminoso, si posò respirando sul petto, / sulla grande ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto / di un giardino avvenne la carezza, la penombra / addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio, / spazio assoluto di una lacrima. Un istante / in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi, / si fece luminoso, si posò respirando sul petto, / sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello / sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque, / noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate, / noi tra le ossa e l’essenza della terra» (Da <em>Tema dell’addio</em>, 2005). «Ho saputo. amica mia, / che sei stata un limite. Anch’io / negli intervalli di una sola e grande morte / dormivo tra i casolari / dove si raccolgono d’inverno / con la parola disunita e il fitto / delle idee: entrava / un profumo di uva passa e la neve / dell’incontro ha percepito / la mia notte nella tua» (da <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em>, 2010). Uno sbriciolarsi di linee, e una parola disunita, dove ‘dis-unita’ non significa ‘divisa’, ma rinvia ad un’unità perduta da poco. Vibrazioni, attriti della pagina o della singola parola. Incomunicabilità e ‘in-esegeticità’, impossibilità, forse, di commento critico e razionale. Rivoluzione interiore, e poi utopia, azzardo, gli stessi che erano stati propri dell’Ulisse dantesco, ripreso da Pascoli, da Pavese. È questo lo specchio riflesso entro cui si riverberano gli anni Settanta, gli anni di una continua vigilia, il decennio magico che lega a filo doppio il Sessantotto francese con i primi anni Ottanta.</p>
<p>‘Una generazione degli anni Settanta?’ è stato il quesito che si sono posti, mercoledì 19 dicembre, il poeta Milo De Angelis &#8211; nato nel 1951 a Milano, insegna in un carcere milanese di massima sicurezza. Ha pubblicato <em>Somiglianze</em> (Guanda, 1976), <em>Millimetri</em> (Einaudi, 1983), <em>Terra del viso</em> (Mondadori, 1985), <em>Distante un padre</em> (Mondadori, 1989), <em>Biografia Sommaria</em> (Mondadori, 1999), <em>Tema dell’addio</em> (Mondadori, 2005), <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em> (Mondadori, 2010), un racconto fiabesco, <em>La corsa dei mantelli</em> (Guanda, 1979, ristampato da Marcos y Marcos nel 2011) e un volume di saggi, <em>Poesia e destino</em> (Cappelli, 1982). Le sue principali interviste sono apparse in <em>Colloqui sulla poesia</em>, a cura di Isabella Vicentini (La Vita Felice, 2008). Nel 2008 viene pubblicato <em>Poesie </em>(Mondadori, a cura di Eraldo Affinati), un volume che raccoglie tutta la sua opera in versi. Ha tradotto dalle lingue classiche e dal francese Eschilo, Lucrezio, Antologia Palatina, Racine, Baudelaire. Ha diretto la rivista di poesia «Niebo» e la collana omonima per le edizioni La Vita Felice – Stefano Giovannuzzi (Università degli Studi di Perugia) e Maria Borio (membro del comitato scientifico del progetto Umbrò Cultura, che, in sinergia con l’Università degli Studi e l’Accademia di Belle Arti di Perugia e con il patrocinio dell’Ateneo perugino e della Banca di Credito Cooperativo dell’Umbria, è giunto al suo secondo anno consecutivo, proponendo attività didattiche, presentazioni di libri, esposizioni e laboratori che valorizzano la ricerca culturale e che consistono in seminari legati a temi cruciali del contemporaneo. Nell’alveo di questo progetto &#8211; inaugurato, il 9 dicembre 2017, con l’incontro con la scrittrice Dacia Maraini – si collocano i prossimi seminari, con cadenza mensile, fino a giugno 2019, nei locali di Umbrò in via S. Ercolano 2, a Perugia: <a href="http://www.umbrocultura.com">www.umbrocultura.com</a>). Ne hanno discusso, Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi e Maria Borio, di fronte ad una fitta platea che si è incontrata, alle 16.00, nella Sala delle Adunanze di palazzo Manzoni presso il Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia): a seguire, alle 19.00 nella Sala-Muro di Umbrò, in via S. Ercolano, 2, un secondo appuntamento, sempre nell’alveo di questo terzo seminario, è stato dedicato, con Lorenzo Chiuchiù, alle modalità di interazione della poesia con un immaginario poetico contemporaneo. Come collocare, in ultima istanza, la complessa produzione di uno degli ultimi giganti della letteratura italiana all’interno del controverso scenario della poesia italiana degli anni Settanta?</p>
<p>Un gigante, ‘uno degli autori più significativi della generazione degli anni Settanta, della stagione post-neoavanguardia e post-Sessantotto’: ha definito così Milo De Angelis, Stefano Giovannuzzi, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Perugia, prima di cedergli la parola. ‘Un autore che abbiamo trattato – ha proseguito Giovannuzzi – durante le lezioni che si sono svolte all’interno del corso dedicato alla poesia contemporanea’.</p>
<p>‘Gli anni Settanta: di questo vorrei parlare’ ha esordito Milo De Angelis, che ha proposto la lettura e l’analisi di una delle sue poesie, ‘Ho saputo, amica mia’, tratta da <em>Quell’andarsene nel buio dei cortili</em> (2010), tenendo conto delle vibrazioni, degli attriti della pagina e di quelli della singola parola. È partito dalla Grecia, De Angelis, da Omero, da Ulisse. Ulisse che, finita la guerra di Troia, decide di tornare a Itaca: questo, il suo unico proposito. Il cane Argo è il primo che lo riconosce, come si apprende dal libro XVII dell’Odissea. C’è, insomma, un Ulisse che torna a Itaca, per rimanere lì per sempre. Poi c’è un altro Ulisse: è l’Ulisse di Ovidio, dei frammenti dei tragici, del canto XXVI dell’<em>Inferno</em> dantesco: l’Ulisse che torna provvisoriamente, ma che poi continua il suo viaggio verso la ‘canoscenza’, oltre le colonne d’Ercole. Un Ulisse che si lancia in una serie di avventure, di esplorazioni, che corre il rischio, che oltraggia (anche) la volontà divina: l’Ulisse di Dante, D’Annunzio, Saba, in una eterna e ciclica migrazione del personaggio. Gli anni Settanta hanno scelto l’Ulisse dantesco, quello dell’utopia e dell’azzardo. Per De Angelis, questi sono gli anni di una continua vigilia, di una rivoluzione interiore: gli anni del teatro geniale di Carmelo Bene, della Scuola di Francoforte, delle presenze disparate che convergono in un decennio tragico, che dal Sessantotto giunge sino ai primi anni Ottanta. Sono anni difficili, che, comunque, non impediscono all’arte di produrre i propri geni; sono gli anni in cui il secondo Ulisse non vuole intraprendere l’esperienza di restare.</p>
<p>Per l’occasione, De Angelis propone la lettura di sette capitoletti sugli anni Settanta: dice di non credere alle generazioni, in realtà, ma ai singoli poeti, non alla storia della poesia, ma ai singoli testi. Afferma di sentirsi più vicino a Pavese che non al coevo Bellezza. C’è, prosegue, una giovinezza perenne negli anni Sessanta, periodo in cui la poesia è stata anche serva del popolo e delle masse, dei luoghi comuni. Una totale mancanza di dramma pervadeva le riunioni, ogni lunedì, della rivista «Niebo» e si esperiva una terza via, una via solitaria, esigente, lontana dalla politica, dal non-detto, dai ‘benpensanti borghesi’, dall’Oriente e dalle armonie prestabilite, dai collettivi e dalle assemblee. Non ci si accontentava, ricorda, di una rivoluzione: si voleva vivere accanto alla poesia, nella poesia. Quella nozione di impegno diffusa negli anni Settanta – nozione che veniva dalla Francia e dal dopo-guerra – ha esaurito la sua energia storica, oggi. La poesia vuol essere ‘qui e ora’, ma esistono diverse congiunzioni fra spazio e tempo: ai tempi di «Niebo» De Angelis era convinto che nel ‘qui’ dovessero irrompere tanti secoli. Sono anni di imminenza, di mutamento essenziale: gli anni del terrorismo, di piazza Fontana, del rapimento di Moro, delle Brigate Rosse (‘il sistema non si cambia, ma si abbatte’, lo slogan principe). Anni ricchissimi, anche, della controcultura americana, che puntano ad un mutamento dell’uomo, integrale. Gli anni dell’Adelphi, con la pubblicazione integrale di Nietzsche. Confessa, poi, leggendo i suoi capitoletti sugli anni Settanta, di essere stato molto attratto dal primo Ulisse, che è stato anche quello del Pavese de <em>L’isola</em>: calamitato, sì, dal fascino dell’avventura di conoscere, ma anche e soprattutto dall’Ulisse omerico e pavesiano, pascoliano, che sente il richiamo delle origini. Sono stati poeti della fondazione di un nuovo linguaggio, poeti dello svelamento, che rivela qualcosa che già esisteva prima di sé, come in Leopardi (<em>Zibaldone</em>, 1828): «Niebo» appartiene alla dimensione orfica dello svelamento, legata al rituale, e che giunge là dove si era già stati. Toccare il punto conosciuto e che il tempo ha cancellato: ha questo ruolo la poesia.</p>
<p>Maria Borio ha ringraziato Milo De Angelis per aver parlato di questo svelamento, che, sostiene, può essere compreso solo oggi. Due, gli appunti di Borio: Dario Bellezza diceva di essere nato senza padri. Si ha un crollo del senso di ‘generazione’: un’eredità, questa, che ci siamo portati sino ad oggi, partendo proprio dagli anni Settanta, tanto che, nella poesia dopo il Duemila, il concetto di ‘genealogia’ è diventato più forte di quello di ‘generazione’. Un secondo discorso interessa la definizione di ‘neo-orfismo’, abusata e chiarificata da De Angelis.</p>
<p>Riprendendo il filo del suo corso sulla poesia contemporanea, Stefano Giovannuzzi ha affermato, poi, che degli anni Settanta si parli per slogan, per categorie: non vogliono dire nulla, nessuno le ha riempite.</p>
<p>‘Sembrava che i maestri del marxismo degli anni Settanta utilizzassero la parola ‘orfismo’ là dove non capivano, là dove non si parlava del qui ed ora’ è stata la risposta di Milo De Angelis. L’orfismo di Campana, ad esempio, di Onofri, Rilke. Ha, poi, asserito che il suo <em>Somiglianze</em> sia un libro troppo metropolitano e psicologico per essere definito ‘orfico’. Il tempo sublime di Rilke, invece, si mischia all’elegia e alla malinconia del diario, del foglio di calendario. Anche se una mescolanza nella poesia di De Angelis c’è: se questa ultima fosse solo durata sarebbe di un classicismo imbalsamato, se fosse solo attimo, sarebbe poesia civile. Ci vuole equilibrio. Per la sua formazione molto importante è stato Montale, l’affondo verticale verso il male di vivere che questi attua. E forse, dato che ermetico è stato definito anche Luzi, Luzi anche ha avuto un’importanza.</p>
<p>Ha fatto seguito un denso e fitto dibattito, durante il quale sono intervenuti anche i docenti e gli studenti presenti, che hanno posto delle domande, ad esempio, sull’influsso di Heidelberg nella formazione filosofica di De Angelis, sull’incomunicabilità del ‘qui ed ora’, sul bisogno di monumentalizzarsi, sulla sua esperienza come insegnante in un carcere di massima sicurezza. De Angelis ha risposto, con dovizia di particolari, affermando che gli interessa più Sartre, di avere letto Heidelberg ma solo relativamente alla parte sui poeti, di non prediligere Una conduzione del filo del discorso che sente troppo logico, di amare Blanchot, e tutti quei filosofi che si collocano a metà fra filosofia e letteratura. ‘Il poeta è scosso – ha detto –: la filosofia può apparecchiare il battello, ma il poeta fa il viaggio, è indifeso, non corazzato filosoficamente’. Lungi da lui, poi, il monumentalizzare: la raccolta di tutte le sue poesie è stato solo un modo per dire ‘sin qui sono giunto’, con poesie inedite giovanili, scritte, appunto, negli anni Settanta. Un’esigenza di raccogliere. La parola ‘comunicare, poi, se legata alla poesia, è discutibile. Meglio scrivere un telegramma, allora, come suggeriva Montale. La poesia nasce fra barlumi, epifanie. Nel suo farsi la poesia non è comunicativa. È difficile leggerla, anche se un filo conduttore c’è. Insegnare in un carcere? ‘È particolare – ha concluso –, ma il carcere è anche chiuso ai provveditorati e ai libri di testo: l’insegnante pone le linee critiche. C’è una nudità frontale col testo, come insegna la scuola francese. Anche perché non posso dire di avere mai trovato un libro di testo convincente. Nemmeno un po’.</p>
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		<title>Poesia e narrativa: un prisma a più voci</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Aug 2018 13:31:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Annalisa Baldinelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Sergio Tardetti.]]></category>

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		<description><![CDATA[<p> Un prisma a più voci. In ottica, il termine ‘prisma’ designa un corpo trasparente delimitato da facce piane non parallele e rinfrangenti, tali che un raggio di luce che incide su una di esse emerga dall’altra, dopo essere stato rifratto dal mezzo trasparente. E se il prisma fosse composto, appunto, di voci, di echi? Di ...</p>
<p>Il post <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net/poesia-e-narrativa-un-prisma-a-piu-voci/">Poesia e narrativa: un prisma a più voci</a> apparso prima su  <a rel="nofollow" href="http://www.perugiaonline.net">Perugia Online</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Un prisma a più voci. In ottica, il termine ‘prisma’ designa un corpo trasparente delimitato da facce piane non parallele e rinfrangenti, tali che un raggio di luce che incide su una di esse emerga dall’altra, dopo essere stato rifratto dal mezzo trasparente.</p>
<p>E se il prisma fosse composto, appunto, di voci, di echi? Di domande e di risposte che si intersecano e si rinfrangono fra loro? È ‘l’esperimento letterario’ che abbiamo compiuto con alcuni degli autori della Bertoni Editore – casa editrice umbra fondata da Jean Luc Bertoni, la cui principale attività consiste nella produzione e nella distribuzione di libri e nella promozione e valorizzazione della cultura e della letteratura italiana –: Elisa Piana, Annamaria Massari, Annalisa Baldinelli, Giorgio Montanari, Bruno Mohorovich, Domenico Carpagnano e Sergio Tardetti. Le facce (o le voci) del prisma, allora, si sono infrante sui terreni, spesso farraginosi, della poesia e della narrativa, sulla descrizione, sulla costruzione dei personaggi, sui concetti di riscrittura e palinsesto, su quelli di mappa e territorio di una storia.</p>
<p>A loro, la parola.</p>
<p><strong>«Elisa è il nome che mi han dato, ma se veramente volete sapere chi sono… io sono un Albero. Metto radici e proteggo. E voi, voi chi siete? No. Non voglio saperne di quel groviglio di lettere che vi portate addosso. Quello è solo un abito, più o meno sgualcito. Io vi voglio nudi» (Elisa Piana, <em>A nudo</em>, Bertoni Editore). La descrizione, anche qualora vi sia un sovvertimento dell’ordine costituito delle cose, è un dipinto di parole che permette al lettore di vedere, nel testo, una data immagine. Pensate debba esserci movimento in una descrizione, affinché il lettore visualizzi la scena?</strong></p>
<p>«La vita è un continuo fluire, quindi la staticità non sarebbe apprezzata né per chi scrive, né per chi legge. Riprendendo le intense parole di Elisa Piana, mettersi ‘a nudo’ vuole dire mostrare una sensibilità che non tutti sono pronti a svelare (o a ricevere) (Giorgio Montanari)». «Quando scrivo cerco di creare immagini che io stesso vedo. Penso sia opportuno offrire al lettore ‘un panorama’ in cui immergersi o immedesimarsi. Sta alla capacità di chi scrivere rendere la poesia del tutto (Bruno Mohorovich)». «In un romanzo c’è spazio per tutto. C’è il momento in cui tocca all’autore descrivere i protagonisti e c’è quell’altro in cui sono questi ultimi a descriversi, talvolta indossando la maschera della menzogna e talaltra offrendosi nudi, in modo che la loro anima possa essere disvelata. Questo significa che la scena non deve necessariamente essere in movimento per essere visualizzata dal lettore. Le parole dell’autore e dei protagonisti sono capaci di descrivere bene anche quando è statica» (Domenico Carpagnano). «La vita è come un canone inverso in toni contrapposti ed il poeta la rappresenta o si sforza di farlo, attraverso il senso o l’immagine di un equilibrio tra stasi e movimento, sintetizzando i pensieri nel loro fluire continuo» (Annamaria Massari). «L’immedesimazione è importante, il coinvolgimento è fondamentale qualunque mezzo riesca ad avere una valenza empatica è ben voluto e lodato. Le parole devono arrivare, proprio lì dove si desidera, che siano film per gli occhi o emozione data dal brivido istantaneo del sentirti sulla pelle poco importa (Elisa Piana). «Posto che ho una grande immaginazione io stessa e che sempre anche solo dietro ad una voce costruisco volti e fisionomie, persino gli abiti che indossano i protagonisti in quel momento, ritengo sia fondamentale. Nel mio scrivere metto spesso elementi o dettagli che lasciano immaginare, ma non scoprono il tutto. Il bello è lasciare liberi di &#8220;creare&#8221; avendo qualche indizio. Penso che in questo modo il lettore possa essere coinvolto ed immedesimarsi nei diversi personaggi» (Annalisa Baldinelli). «Credo che una descrizione serva per fare entrare il lettore nel racconto e nel testo in genere. Se non dovesse accadere, il lettore si comporterebbe piuttosto come un critico letterario (quello che io definisco un anatomopatologo del testo) e verrebbe meno il fine ultimo di chi scrive, quello di mettere in scena una storia della quale il lettore possa sentirsi protagonista. Che la descrizione di un ambiente sia statica o dinamica non è importante, visto che, se funziona, sarà il lettore a muoversi dentro la scena» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«A coloro che amano viaggiare. Ai curiosi del mondo (…). A tutti quelli che almeno una volta nella vita sono stati clienti (…). La tipologia di cliente che si poteva presentare era molto variegata e, al contrario del nostro indeciso, poteva sedersi sulla sedia di fronte a te il cliente super informato, che aveva già visto tutto in Internet e che sapeva già come sarebbe stata la sua vacanza, perché il collega d’ufficio o l’amico di sempre, lui sì, che c’era stato» (dalla dedica – elemento paratestuale – e dal libro di Annalisa Baldinelli, <em>Volevo vendere sogni</em>, Bertoni Editore). I clienti, come i lettori, curiosi, famelici, a volte sprovveduti, a volte colti, che leggono ciò che sanno di dover leggere. Qual è il vostro rapporto con il lettore? È fatto di condivisione o è una violazione? È vero che, nell’atto della ricezione, si diventa in qualche modo co-autori del testo?</strong></p>
<p>«Il momento più emozionante è ricevere un commento o una recensione (di un amico o di un blogger sconosciuto). Gli altri interpretano le parole in un modo personale, cogliendo sfumature assopite o perdendone di evidenti, e creando significati cui magari non avevo nemmeno pensato» (Giorgio Montanari). «Creo naturalmente in solitudine, e scrivo per me; in seconda battuta, forse, penso anche al lettore; viviamo in un contesto social e mi viene naturale condividere. Poi, se riscontro che quello che ho scritto è colto da chi legge non può che farmi piacere, perché mi sono reso conto che quello che viene letto è entrato nell’anima di chi legge. In questo senso ho avuto molti riscontri» (Bruno Mohorovich). «Quando scrivo, il lettore è l’ultima cosa a cui penso. Se dovessi mettermi nei suoi panni e scrivere solo per compiacerlo, mi farei violenza. Nei miei scritti, ovviamente, dò conto anche dei punti di vista altrui, ma non per questo censuro i miei. Se, per vendere qualche copia in più, mi dovesse essere chiesto di indossare una maschera, smetterei di scrivere» (Domenico Carpagnano). «Io cerco me stessa nella poesia e comunico al lettore quello che di me emerge dalla coscienza e dal rimosso e che resta vivo. Il lettore diventa mio interlocutore poiché interpreta o coglie aspetti diversi, inattesi o confusi» (Annamaria Massari). «Mi è successa una cosa strana una volta pubblicato il mio <em>A Nudo</em>, libro di poesie totalmente intime. Mi è successo che, al ricevere le prime recensioni e i primi pareri, ho scoperto mi intimoriva, diciamo pure mi terrorizzava il giudizio, il poter capire quel che intendevo, ma anche l’opposto, o anche solo il leggermente diverso. Tutto questo mi preoccupava, proprio come quando lasci una canzone andare libera nelle case e scopri che non è più tua, ma è di tutti quelli che la cantano, per intero o anche solo una strofa. L’essere pubblica mi metteva ansia. Invece ho incontrato immedesimazione costante, e a volte totale. Leggere parole come &#8220;sembra la mia vita&#8221; o &#8221; sembrano scritte per me&#8221; è stata una piacevole rivelazione. Sentirsi capita e apprezzata anche nei miei sbagli o nei miei dolori, nelle cose scomode è stata una benedizione» (Elisa Piana). «Credo nel valore delle persone e dei rapporti umani che mi permettono prima di tutto di crescere personalmente, ma onestamente non penso assolutamente al lettore. Indubbiamente nel presentare diverse tipologie di personaggi accade che il lettore possa condividerne aspetti, pregi e difetti, addirittura situazioni. Ogni individuo è un caleidoscopio di emozioni, colori, sorprese tutte da scoprire. Nei miei scritti traspaiono molti lati di me, non potrebbe essere diversamente. Confesso che è una piacevolissima soddisfazione quando il lettore che incontro nelle mie chiacchierate itineranti, mi dice che l&#8217;ho fatto non solo divertire, ma anche riflettere» (Annalisa Baldinelli). «A me piacerebbe stabilire un rapporto “amichevole” con il lettore, quello che considero il mio alter ego. L&#8217;empatia è una componente fondamentale di un testo, specialmente di quello poetico. Il lettore deve potersi immedesimare nelle passioni dell&#8217;autore, sentirle come sue e pertanto come vere. Diversamente, la comunicazione diventa formale, le parole e i concetti si irrigidiscono in pose assai simili alla falsità. Si fa poesia in due, tu che leggi e io che scrivo» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Basta. Le parole sono finite in un vicolo cieco, si frantumano, si sfaldano, si liquefanno. Perché negare la possibilità di scrivere quando, fino all’altro ieri, era la scrittura che teneva unito un rapporto!» (Bruno Mohorovich, Storia d’amore &#8211; una fantasia, Bertoni Editore). La negazione della parola, e del referente che le corrisponde: il bianco, dotato di una chiara valenza semantica. Concepite la lingua come uno spazio, anche, a volte, bianco? Cosa rappresenta il bianco nella vostra concezione del ritmo? Credete si possa imprimere un’energia alla lingua, quando si scrive e ci si allontana, dal punto di vista linguistico, da una norma?</strong></p>
<p>«Una pagina bianca potrebbe essere sia un’opportunità (per imprimere nuovi pensieri), sia una minaccia (se le parole non uscissero come dovrebbero). L’ispirazione è il miglior alleato di chi scrive, specie per chi non è un professionista» (Giorgio Montanari). «Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, la pagina bianca è una sfida, è il guanto che siamo invitati a raccogliere. E la pagina si lascia violare dalle parole che prendono forma. Se la lingua è bianca? Il bianco, secondo una teoria in voga tra i pittori, è la somma di tutti gli altri colori, per cui, credo basta saperla leggere e &#8220;guardare&#8221;. L&#8217;energia, almeno per me, scaturisce quasi inconsapevolmente; difficilmente mi ritrovo a correggere quello che scrivo» (Bruno Mohorovich). «Il bianco non è un vuoto da riempire. È esso stesso segno di completezza. Certo, in un romanzo, è difficile da spiegare, ma se pensiamo ad altre forme d’arte, come la pittura, la musica, il bianco altro non è che una pausa, più o meno breve, fra due colori o fra due note, senza la quale la composizione perderebbe valore. Direi che, in un romanzo, il bianco sono i puntini di sospensione: hanno un prima e un dopo e non per questo sono il vuoto» (Domenico Carpagnano). «Il bianco è il mare su cui naviga la vela del pensiero Il motivo di ogni mia produzione, quasi come un monema di poche note, frulla nella testa in ogni istante, di notte e di giorno e deve diventare nero su bianco del foglio prima ancora che io possa capire e/o correggere qualsiasi cosa. Così può capitare anche che il pensiero non rispetti canoni linguistici tradizionali. Credo che ciò contribuisca a rendere il lettore più sensibile a recepire il messaggio profondo nella sua immediatezza espressiva» (Annamaria Massari). «Il bianco è la possibilità, è spazio, è il poter dar modo di insinuarsi fra le righe e poter veder scritto anche tutta un&#8217;altra storia, un&#8217;altra verità. Nel mio libro <em>A Nudo</em> vi è una poesia che si intitola <em>Punto</em> e che evoca proprio la paura della fine. Ho sempre preferito i tre puntini di sospensione, l’ancora tutto possibile» (Elisa Piana). «La letteratura mi insegna che i poeti maledetti avessero il terrore della &#8220;pagina bianca&#8221;, del non riuscire ad un certo punto, per motivi spesso inspiegabili o che venissero da un loro malessere interiore, a scrivere più. Personalmente non mi fa paura la pagina bianca, quando scrivo è soltanto perché si è in un certo senso accesa la lampadina ed il fluire delle parole viene da sé. Di conseguenza a volte saltano le regole ed i canoni linguistici, ma credo che questo possa far sembrare tutto più vero e quindi avvicinarsi di più al lettore» (Annalisa Baldinelli). «Più che dal bianco, il ritmo e l&#8217;energia vengono dati al testo dall&#8217;a capo. Mi riferisco, ovviamente, al testo poetico, ma anche alla chiusura di un paragrafo in un testo narrativo. Preferisco ridurre al minimo la punteggiatura, con ampio uso del bianco, in questo caso. Preferisco anche non chiudere mai un mio testo poetico con un punto; credo che le parole, specialmente l&#8217;ultima dell&#8217;ultimo verso, debbano continuare a risuonare nell&#8217;aria anche dopo che la lettura è terminata. E questa considerazione risponde anche alla seconda parte della domanda» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Unico attore sul proscenio della notte declamo all’insonnia, prezioso spettatore, il monologo di un tormento» (Bruno Mohorovich, Tempo al tempo, Bertoni Editore). «Ti ho autorizzato a sbirciare fra gli scritti di una vita. Mi rincuora l’idea di offrirti un’emozione. Mi inquieta avere esposto a sconosciuti pagine salvate negli anni, figlie di pensieri fragili, frutto di istanti di ispirazione (…)» (Giorgio Montanari, Finzioni di poesia, Bertoni Editore). Giorgio Montanari, in Finzioni di poesia, canta ‘l’ultima messinscena’, quando, calato il sipario, si torna alla propria solitudine pesante, si allontana la mente dal cordone ombelicale, e le luci all’orizzonte brillano più fioche. Se per fictio si intende l’abitudine di simulare, credete si finga, scrivendo? O pensate che ci si scriva, quando si reclama ‘una stanza tutta per sé’? Il lettore è lì, a guardarci scriverci?</strong></p>
<p>«Per me le “finzioni” (oltre alla citazione di Borges) sono state un pretesto per mantenere l’umiltà dell’esordiente. Molti autori, con la prima pubblicazione, “giocano” a scrivere. Per i bambini, però, giocare è un’attività seria e richiede impegno, dedizione e costanza» (Giorgio Montanari). «La solitudine è propria di chi scrive, del poeta in special modo. Quando scrivo, siamo soli io e la mia penna. Ed è proprio in virtù di questo essere soli che la finzione non ha ragione d&#8217;essere. Se dovessi fingere scrivendo, verrebbe meno il mio intento. Poesia ed anima sono una cosa sola; non potrei mai fingere. E questo la poesia non lo permette. Credo, invece, che con il romanzo sia diverso; ci si può nascondere dietro ad un personaggio anche rivelando parte di sé» (Bruno Mohorovich). «Normalmente si è portati a credere che, specie nei thriller, l’autore si metta seduto e cominci a inventarsi le sue storie. Le cose stanno diversamente. A parte pochissime eccezioni (in cui l’autore è stato capace di anticipare la realtà (penso a Orwell, Verne e pochi altri), gli scrittori attingono a piene mani da quella e i loro romanzi vengono considerati fiction solo per evitare guai. Non è un caso che sui libri si legga sempre che “non c’è alcun riferimento a persone o fatti reali”» (Domenico Carpagnano). «Scrivere poesia non è certo fingere o mistificare la realtà, quanto comunicare, mettersi a nudo, descrivere l’umano vivere ed il sentire che, per questo, è di tutti. La solitudine, che ci permette di conoscere meglio noi stessi ed il mondo, ci pone in sintonia con chi ci ascolta» (Annamaria Massari). «Non fingo, e non amo chi finge. Non amo chi bara e chi fa il doppio gioco. Lo trovo una gran perdita di tempo. Amo la lealtà con gli altri e con se stessi: in una mia poesia <em>Promesse e specchi</em> scrivo proprio a riguardo: &#8220;Ci sono promesse da mantenere e specchi in cui poter continuarsi a guardare”. Questo, credo, sia fondamentale» (Elisa Piana). «Correggerei la parola “finzione” con la semplice capacità di presentare un personaggio o una storia sotto molteplici punti di vista. Nella nostra quotidianità riuscire a vedere le cose sotto diversi punti di vista, ci permette di non leggere mai tutto ciò che ci accade solo in nero o in bianco. Nel mio scrivere ci sono io e chi mi conosce bene, dice che riesce a sentire anche il tono della mia voce nei dialoghi da me scritti. Credo che anche nella finzione sia inevitabile inserire lati di se stessi, è la natura di ognuno di noi che inesorabilmente viene fuori in qualche modo» (Annalisa Baldinelli). «Mi vengono in mente le parole di Pessoa: “Il poeta è un fingitore”. Ma la sua finzione è sempre quella di fingere un sentimento che avverte davvero, “il dolore che davvero sente”, né credo che uno scrittore potrebbe fare altrimenti. Non si scrivono poesie d&#8217;amore se non si è mai amato, per quanto si possa essere bravi “fingitori”. Credo anche che si scriva di sé, ma con l&#8217;intento di scrivere di altri» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Gabbiano vestito di luce quale precisa meta le tue piume conduce in questo cielo? L’anima sensitiva che spinge il tuo volo leggero segue le rotte oblique, ma io non so decifrare i messaggi dei muti tuoi passaggi nel volo e resto stupita a guardare un gabbiano che scrive nel cielo da solo» (Annamaria Massari, Parole in volo, Bertoni Editore). Si può essere fotografi che scrivono narrativa o poesia? Come dei moderni Palomar si può planare sulle cose dall’alto dei tetti della propria inventiva, immortalando momenti, stati d’animo, cose o persone? Quanto scarto c’è, fra realtà e finzione, quando si scrive?</strong></p>
<p>«Più che un fotografo, chi scrive (soprattutto poesie) potrebbe essere paragonato ad un pittore che, tramite il suo stile, dona la propria versione della realtà (…o della fantasia)» (Giorgio Montanari).</p>
<p>«Se non proprio fotografo, osservatore di quanto mi sta intorno sì; immagini che poi trasmuto metaforicamente imprimendo loro una vita che è la mia con tutto quello che ne consegue. Quando scrivo guardo a me stesso e nell&#8217;immortalare momenti e stati d&#8217;animo mi racconto; al lettore l&#8217;arduo compito di cogliere la frattura fra realtà e finzione; per quanto mi riguarda, no questa frattura non c&#8217;è: non riuscirei a scrivere poesia» (Bruno Mohorovich). «Le storie che s’intrecciano nei miei romanzi sono “reali”, nel senso che attengono a un vissuto, non certamente individuale, ma collettivo. Sono storie di molti in generale e di nessuno in particolare, che, mescolandosi fra loro, perdono la loro individualità, per cercare di offrire un messaggio. Ne <em>La verità comoda</em>, per esempio, le storie che racconto sono solo un pretesto per dire che talvolta il pregiudizio ci fa scegliere strade che mai avremmo percorso, perché non sempre è facile mettersi in discussione» (Domenico Carpagnano). «Non riscriverei e non riscrivo mai le mie poesie, perché ognuna di esse è frutto di ispirazione legata ad un momento o ad un’emozione o pensiero o sentimento. In quanto allo scarto poi tra realtà e finzione direi che non esiste finzione, quanto sogno, immaginazione. Attraverso la lettura e rilettura di tutte le mie espressioni riesco invece a riconoscere quello che sono e ricucio su di me un’identità che non conoscevo e di cui non ero consapevole. A volte il poeta è proprio lì, sulla linea di confine, sul bordo della vita e ha il coraggio di saltare proprio lì dove la vita e il destino stanno giocando amaramente con lui» (Annamaria Massari). «Fulmineamente, in copertina del mio <em>A Nudo</em> vi è una polaroid» (Elisa Piana). «Quanto scrivo, come mi ritrovo spesso a ripetere, è Terribilmente Vero e nasce dall&#8217; osservazione della realtà che mi circonda. Quale miglior obiettivo, palcoscenico, set cinematografico o ispirazione per scrivere è la realtà! Il mio Volevo Vendere Sogni nasce proprio da una mia concretissima esperienza di anni, dove niente è stato manipolato per conquistare il lettore, dove grazie all&#8217;ironia che mi contraddistingue, ho potuto presentare i diversi punti di vista dei personaggi e delle storie» (Annalisa Baldinelli). «Più che di finzione, parlerei di “trasfigurazione” della realtà. In questo modo lo scarto diminuisce, perché attingiamo in ogni caso dalla realtà per trasformarla in qualcosa che ne mantiene i contorni, ma assume altre valenze, altri significati. Cambiano il punto di vista, ma soprattutto la luce che si proietta sulla realtà, e che ne determina anche le ombre» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«’Se non lasci nulla dopo di te’ gli aveva detto quella volta la vedova ‘sei destinato a morire due volte. Sì, perché non si muore una volta sola, caro professore, ma due. Una, quando veniamo a mancare fisicamente, e l’altra quando di noi non si ricorderà più nessuno. Guardi me, per esempio. Io non ho più nessuno. Sa cosa significa? Che quando arriverà la mia ora, sarò morta due volte» (dal thriller di Domenico Carpagnaro, La verità comoda, Bertoni Editore). Il cadavere di una ragazzina ritrovato da una piccola rom nella discarica di Pietramelina, a Perugia. E il commissario Anselmi, responsabile della squadra omicidi della Questura di Perugia, che, quando nessuno si fa avanti per denunciare la scomparsa della vittima, dichiara il caso insoluto. Fino a quando fortuite circostanze gli consentono di identificare la vittima e di mettersi sulle tracce dell’assassino: «Pietro non ebbe alcun tentennamento. Accettò subito, sicuro com’era che quella sarebbe stata l’occasione buona per far venire alla luce la verità – questa volta quella ‘scomoda’ – sulla scomparsa di sua figlia (…)». Ciò che troviamo scritto è solo la parte visibile di una storia. La rotta che tracciamo non è detto che sia la migliore. Il percorso dalla A alla Z, la mappa, si traccia durante la prima stesura, ma si lascia fuori molto territorio. Riscrivereste le vostre opere sulla base della stessa mappatura, ma con un territorio diverso? </strong></p>
<p>«Sarebbe un esperimento interessante riscrivere una poesia già pubblicata. Sono certo il risultato sarebbe molto diverso – la scelta delle parole è frutto di una ricerca del momento, figlia di associazioni di idee uniche e fluire di pensieri irripetibili» (Giorgio Montanari). «Quando scrivo poesie lo faccio sulla base di un&#8217;ispirazione; un accadimento, una sensazione. Quello che esprimo con una poesia è quell&#8217;istante e solo quello. Pertanto la scrittura è&#8230; &#8220;casuale&#8221;, anche se già ho in mente una strada da seguire nel momento in cui dovrò assemblare il tutto. Scrivo una mia raccolta quasi fosse un romanzo, per cui sì, c&#8217;è una traccia, un percorso. <em>Storia d&#8217;amore</em> è il racconto di un amore che nasce e finisce; <em>Tempo al tempo</em> segue una parabola discendente/ascendente. Non ho mai stracciato o buttato via; qualche spostamento nel percorso per renderlo più omogeneo, a volte» (Bruno Mohorovich). «Io penso che per esprimere l’idea di romanzo che si ha in mente, il testo prodotto sia soltanto una delle mille variabili che l’autore ha a disposizione e che, quindi, per rappresentare la stessa idea, lo stesso concetto, può scriverne tanti altri di libri. Per quanto mi riguarda, non ho quasi mai una mappa da seguire. Ho un’idea, la percorro e la correggo <em>in itinere</em>, cosicché può capitarmi che il risultato finale sia molto diverso dalla bozza iniziale» (Domenico Carpagnano). «Le mie poesie sono il mio vissuto: sarebbe come chiedermi vorresti essere un&#8217;altra Elisa? Assolutamente no» (Elisa Piana). «I miei racconti hanno una relativa contestualizzazione, io credo che, nel mio caso, certe caratteristiche delle persone siano uguali indipendentemente dal territorio di riferimento. Ho fatto emergere vizi e virtù, punti di forza e di debolezza dell&#8217;animo umano e queste non hanno confini regionali» (Annalisa Baldinelli). «Credo che scrivere un testo, poetico o narrativo che sia, significhi delimitare il nostro campo narrativo, come accade nel cinema con l&#8217;inquadratura, che esclude gran parte del campo visivo. Rileggendo quello che ho pubblicato, mi soffermo spesso a pensare a quello che ho escluso, soprattutto se il testo poetico ha un carattere narrativo, e istintivamente mi trovo a riscrivere mentalmente quella storia, magari con gli stessi personaggi o anche, a volte, personaggi secondari lasciati “fuori campo” e che entrano in scena; spesse volte immagino anche una diversa ambientazione, altre voci narranti. Un testo, anche se pubblicato, non è mai definitivo» (Sergio Tardetti).</p>
<p><strong>«Per qualche magra consolazione ha deciso di vendere i suoi sogni di rinunciare a qualunque opinione per ciò che resta dei suoi giorni / Lo chiamano uomo valigia puoi metterci dentro qualunque cosa veste sempre in giacca e camicia lascia ovunque la sua scia odorosa / Usa un profumo dozzinale comprato forse in un supermercato per lui la vita sembra sempre uguale come un triste peccato / L’uomo valigia chiusa potresti anche trovarci i tuoi segreti non c’è nessuno o niente che lo accusa e la sua casa non ha porte né pareti / Non serve a niente ricordargli che la vita va lasciata andare via che non può trattenerla oltre il suo tempo e non è sua né mia / L’uomo valigia aperta dai sogni sparsi tra mutande e calzini trascina sempre la sua vita incerta tra notti squallide e inutili mattini» (Sergio Tardetti, Ritratti di sconosciuti, Bertoni Editore). I personaggi, sconosciuti. Che aprono o chiudono la propria valigia, e permettono o meno all’autore di sbirciarci dentro. Intenti a sedersi al suo tavolo, a chiedere lui un caffè e a raccontarsi, come ha recentemente affermato Dacia Maraini. I vostri personaggi ne sanno più di voi? Loro che ci mettono la carne, mentre voi ‘solo’ la penna?</strong></p>
<p>«Scrivere talvolta è una terapia di autoanalisi dove i personaggi e le parole assumono una valenza terapeutica che permette di conoscersi e svelarsi» (Giorgio Montanari). «Scrivere è vivere, rivivere e&#8230; far vivere chi è entrato nella tua vita e te l&#8217;ha cambiata. Di chi parlo, lo immagino al mio fianco o mentre mi sta leggendo. Con la penna cerco di dipingerci, renderci visibili&#8230; solo noi» (Bruno Mohorovich). «I miei personaggi non ne sanno più di me, ma sono capaci, con le loro domande, a interrogarmi su chi sono veramente, consentendomi di tirare fuori anche cose che non sapevo di avere» (Domenico Carpagnano).</p>
<p>«A nudo è la risposta alle mie tante domande. È stato un guardarsi dentro, a volte anche doloroso. È stato un prendere consapevolezza, un urlare potendo stare muta. Il titolo di scorta rimasto in tasca era <em>Sputi d’anima</em>: credo renda l’idea» (Elisa Piana). «I personaggi dei miei racconti sono stati per me maestri di vita. Se sono la persona che sono diventata oggi, lo devo a loro che mi hanno dato la possibilità di affrontare la vita con un altro occhio. La molteplicità di vite, di storie, di persone con cui sono venuta a contatto, mi ha permesso di avere la mente sempre aperta e di guardare agli imprevisti positivi o negativi della vita, di cui tutti siamo prima o poi destinatari, con un diverso approccio. È un valore che non ha prezzo!» (Annalisa Baldinelli). «Chi scrive di un personaggio ci mette sia la penna che la carne, almeno una parte della sua carne. Il resto capita di prenderlo in prestito da un&#8217;immagine intravista fugacemente, mentre attraversava la scena, il nostro campo visivo. Facendo riferimento ai miei personaggi, in particolare, Holly Rose è nata dal ricordo di una cameriera di una steakhouse, nel mio viaggio in America, Xavier me lo porto dietro incollato come un&#8217;ombra da una mia visita a Toledo, Carmen da uno spettacolo lirico a cui ho assistito anni fa a Norcia. Tutti nascono da un&#8217;impressione raccolta di passaggio. Che ci si possa sedere per un caffè e ascoltarli mentre si raccontano è il mio sogno segreto. Ma non è accaduto, per questo ho immaginato per loro delle esistenze» (Sergio Tardetti).</p>
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		<title>Il piacere del testo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2018 19:22:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Bertoni Editore]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p> «Ancora sento nella pelle e nei timpani questo volo tra le pagine che raccontano l’uomo. Eppure, la parola dello scrittore parla in silenzio, è un vestito dell’anima. Forse i lettori più appassionati sono taciturni di fronte a questo turbine di curiosi visitatori che frequentano gli stand di questo evento, scattando foto e toccando le copertine ...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> «Ancora sento nella pelle e nei timpani questo volo tra le pagine che raccontano l’uomo. Eppure, la parola dello scrittore parla in silenzio, è un vestito dell’anima. Forse i lettori più appassionati sono taciturni di fronte a questo turbine di curiosi visitatori che frequentano gli stand di questo evento, scattando foto e toccando le copertine dei libri, sfogliando le pagine nuove, profumate di stampa. Tante storie, tanta poesia, sintesi di vite spezzate e ricostruite, gloriose o anonime, sconosciute, famose, appoggiate nei ripiani delle bacheche. Il pubblico stretto, quello degli autori (…), sta con l’orecchio disperatamente teso per raccogliere ogni particolare ed ogni segno del messaggio di ciascuno. Ed è al centro di un vortice roboante di persone che girano, girano, quasi senza sosta e senza meta nello spazio, come falene impazzite nella luce dell’estate. Tra le pareti del piccolo stand riservato agli autori umbri, nel giorno di domenica, ecco l’occhio del ciclone, il gruppo della Bertoni Editore, con la calma di una presentazione prolungata per tutto il giorno. Un parlare pacato, comprensibile ed articolato, come la mente, il cuore e l’anima degli autori e di chi li interpreta. Un ‘volo di parole’ che restano tuttavia ancorate alle nostre vite, le nostre vite che si affannano, come il turbine messo mosso dei visitatori in fiera. Siamo stati qui, nel centro del vortice ad ascoltare e a dire di parole dette e scritte; ad ascoltare la vita che scorre in quegli eventi particolari che non fanno la storia delle rivoluzioni, ma il racconto bello e piacevole dei sentimenti e dei costumi; quella storia che scorre più lenta e piacevole a sentire. Il ciclone sembra non dare tregua, ma, dal centro, puoi vedere le stelle».</p>
<p>È Anna Maria Massari, autrice della Bertoni Editore &#8211; casa editrice umbra fondata da Jean Luc Bertoni, la cui attività principale consiste nella produzione, distribuzione di libri e nella promozione e valorizzazione della cultura attraverso proposte editoriali volte a fornire un contributo alla letteratura italiana &#8211; a scrivere e a descrivere, a mettere nero su bianco le sue impressioni in veste di visitatrice dell’edizione classe 2018 del Salone del Libro di Torino, tenutosi nel capoluogo piemontese dal 10 al 14 maggio. Perché, se per ‘leggibilità’ si intende la certezza della decifrabilità di un testo, svariati sono i testi che si possono, appunto, leggere. Se si può leggere un quadro, un testo filmico, una danza, un arcipelago (geografico, anche) di segni, si può senz’altro leggere anche un salone dedicato all’editoria e alla cultura <em>tout-court</em>. Che al libro è consacrata. Si può leggere una pagina scritta, intrisa di neri segni grafici, o un manifesto pubblicitario, un’insegna, un’etichetta. Oppure anche una pagina bianca, che presuppone una chiara intenzione semantica e che non suggerisce in alcun modo una mancanza: «mais la théorie selon laquelle le triomphe (supposé) de l’image impliquait la mort du langage devait suggérer jamais qu’un ‘moins’ – un ‘manque’. Comment reconnaître en effet dans ce blanc una intention sémantique quelconque alors que cette intention n’était pas verbalisée? (…)» si è chiesta Anne-Marie Christin. E, d’altronde, le immagini e il testo si inscrivono, come affermava Roland Barthes, in una sorta di vacillamento visuale, analogo a un <em>satori</em>, e veicolano la circolazione di specifici significanti, quali il corpo, il viso, la scrittura, la lettura dei segni stessi. Mediante un leggere letterale, primo e immediato. Poi, attraverso un guardare, un ammirare quei segni. Leggere e guardare, dunque. Come le due principali attività delle quali è protagonista il senso della vista, la cui differenza sostanziale risiede in atteggiamenti ritmici. Insomma, come sostiene Daniele Barbieri, «si legge una materia che è già stata organizzata ritmicamente da qualcun altro; si guarda una materia che, come il mondo reale, si presenta alla nostra percezione, aspetta che siamo noi a darle organizzazione ritmica».</p>
<p>Tentiamo di organizzare ritmicamente, allora, per i lettori di Perugia Online, la materia offertaci dal Salone del Libro di Torino, per quanto pertiene, specificamente, all’esperienza degli autori della Bertoni Editore: una sorta di coro, di prisma a più voci, le stesse che hanno letto e guardato (ammirato) i segni di questo colorato, vivace, prolifico arcipelago di libri.</p>
<p>Quanto all’esperienza delle voci poetiche della casa editrice umbra, così si è pronunciato Bruno Mohorovich: «Si è concluso il 31esimo salone del libro di Torino, in una cornice di pubblico a dir poco fastosa. Tra gli oltre 400 stand editoriali presenti, vi era anche quello riservato ed allestito dalla Regione Umbria, che ha accolto quasi 40 editori locali. Tra le case editrici più attive della nostra regione, va sicuramente annoverata la Bertoni Editore, presente alla rassegna internazionale per il terzo anno di fila. Come da consuetudine, l’editore Jean Luc Bertoni, ha accompagnato i suoi autori e le loro opere a vivere un’esperienza certamente indimenticabile per tutti loro, molti erano al loro debutto, altri – già rodati – hanno avuto modo di presentare le loro ultime novità editoriali. La giornata di domenica è stata praticamente monopolizzata da questa giovane ed attivissima casa editrice, che ha visto alternarsi nella saletta appositamente predisposta, poeti, saggisti e scrittori. La kermesse è stata aperta dal poeta Bruno Mohorovich che oltre a presentare la sua ultima raccolta di poesie ‘Tempo al tempo’, ha introdotto al vasto pubblico le opere di Raffaele Sari Bozzolo, Mari Mantovani, Annamaria Massari, Giorgio Montanari, Luigi Perrotta, Elisa Piana. Raffaele Sari Bozzolo, autore sardo, è stato il primo ad esser introdotto con il suo ‘La sesta declinazione’, una raccolta in cui il poeta, che per l’occasione è stato accompagnato anche dal suo agente letterario e da Bruno Geraci, Direttore RAI di Torino che ne ha curato la prefazione, ha declinato il sempiterno tema dell’amore laddove, più che parlare dell’amore va alla ricerca dell’amore investigando dentro una parola che pare aver già dato e detto tutto, ma entro la quale c’è sempre qualcosa ( o qualcuno) da scoprire. Con i suoi versi ha volto uno sguardo continuo d’intorno che eleva a pensiero anche il più essenziale dei gesti e dei moti che appartengono alla quotidianità, non rifuggendo dall’osservare le tragedie dell’attualità che trasmuta in metaforici sentiti momenti di poesia. Mari Mantovani, artista e pittrice perugina, con ‘Il bacio del pesce’ ha coniugato la sua arte pittorica con la poesia. I suoi disegni rappresentano un mondo magico, fatto di favola – forse anche rapito alle favole – ove stilizzati o appena tratteggiati, si muovono ed intersecano mondi irreali, alle soglie di un inconscio surreale. Figura femminili fluttuanti in un immaginario, fughe di corpi che si districano con allegria in geometriche tessiture; ricami e arabeschi avvolgono volti paffutelli di donne aperte al sorriso, quasi beffardo ancorché intrigante e sognante. Questi divengono un tutt’uno con la sua poesia attraverso la quale Esprime tutta la sua femminilità, Libera lei come donna che si libera nel suo respiro, e vive disinvoltamente il suo eros (<em>osserviamo la geografia / dei nostri corpi</em>) abbandonandosi volentieri agli elementi naturali che intridono il suo essere donna. Crea immagini che c’incantano e ci conduce in questo suo gioco onirico, invitandoci ad ascoltare voci e sussurri che colorano il suo cielo dove labile è il confine tra reale ed irreale. Annamaria Massari giunta alla sua seconda produzione, dopo ‘Salsedine’, presenta ‘Parole in volo’, una raccolta poetica nella quale ella si metaforizza <em> </em>nel gabbiano, ora uccello di mare ora di terra, che vola e sorvola su siti e persone, plana e risale sulle stagioni del cuore, laddove anche l’inquietudine del ricordo dell’amore di una vita non si smarrisce mai nella nebbia della malinconia (<em>ti vedo tra gli stanchi ulivi</em>), ma si rigenera nella forza della natura ( <em>invia un bip/ attraversa l’aria</em>). Il gabbiano Annamaria Massari non soccombe alla furia del vento, al frastuono dei tuoni, all’urlo del mare, forse si discosta dalla riva ma vi riapproda perché tornerà nell’aria&#8230; tornerà nella poesia. Giorgio Montanari, è una new entry nel panorama editoriale della Bertoni; è un giovane che viene da Parma e che con ‘Finzioni di poesia’ &#8211;  sul cui significato del titolo ci dà ragione alla fine &#8211; fintamente avvilendo la sua capacità di scrivere; ma nel momento in cui lo fa ( o pensa di farlo) ci offre l’umiltà che dovrebbe essere propria di chi scrive: non si cela (<em>ti ho autorizzato/ a sbirciare/ fra gli scritti di una vita</em>) egli ci dice: Sbirciare e non guardare, indagare, socchiude la porta della sua anima e ci permette di affacciarci. E quello che vediamo è un uomo che lascia che i suoi occhi spazino ogni dove; e si posino ora sulle memorie d’un cantante scomparso ora sui quattro elementi della natura che legge o in chiave negativa (l’acqua) o positiva ed ispirata (l’aria); una dolce tenera dedica alla donna amata è l’unica che riesce ad instillare in lui una vena d’ottimismo a fronte di una serie di composizioni che lasciano ben poco alla speranza d’un esistenza serena. Opera prima anche per Luigi Perrotta, calabrese di nascita ma residente a Vercelli che si racconta in “Il peso del rumore”. La sua raccolta, si suddivide in 5 parti (peso, rumore, silenzio, luce soffusa, dissolvenza, ognuna delle quali introdotta da una citazione che dà il senso agli scritti) e si dipana lungo un percorso che ben poco concede alla speranza del vivere (<em>sono così buio/ che vado in giro con lo sguardo in su</em>) proprio nel tentativo di liberarsi dall’oppressione di quella gabbia provando a trasformare le avversità in opportunità ; un percorso ch’egli traccia rigo dopo rigo in una simbiotica armonia con la natura, cogliendo in essa quelle risposte che l’esistenza troppe volte tace. E paradossalmente, è nel rumore di un temporale, nel frastuono di un lampo che risolve qualche tormentato quesito (<em>le tempeste</em>) <em>Insegnano a volte / più di quanto faccia / una giornata di sole</em>. A chiudere la sestina di poeti, ultima ma non ultima, Elisa Piana anche lei al suo debutto torinese con ‘A nudo’. È nella copertina che si racchiude il senso di questa silloge; una POLAROID, un’immagine vintage che rievoca memoria e che ci dava la fotografia&#8230;subito! Ed è questo ‘SUBITO’ che traspare nei versi di Elisa; un subito che appartiene al suo ieri che non è mai passato; si rievoca sempre; è – come scrive &#8211; <em>fatto di impronte ovunque</em>. Un dolore/amore paterno che si intreccia con l’amore/dolore della donna che ama (o ha amato) la quale, non senza rabbia rinnega il voler essere una coppia; una donna in attesa che non accetta di mettere punti alla sua vita e continua – pur in una non sopita sofferenza – a cercare, a sperare sapendo di rimanere schiacciata sotto il peso del suo cuore. In Elisa Piana, la poesia è sentimento, è mettersi a nudo, è saper guardare alla notte con serenità senza che la notte disveli o riveli gli aspetti più bui. Ed infine, Bruno Mohorovich, che è stato presentato dal suo editore. In Tempo al tempo egli dice che era arrivato il momento di confrontarsi con i fantasmi del suo passato, raccontandosi e svelandosi senza falsi pudori.  La ritrovata serenità dell&#8217;animo e la certezza di una lotta &#8211; che lo ha visto spesso soccombere &#8211; che lo ha visto (ri)sorgere dall&#8217;amara terra, gli hanno consentito di guardare e guardarsi, affidando ai versi quello che sentiva.  &#8220;Tempo al tempo&#8221; è una locuzione che si portava dentro da anni e che ha mutuato dal film &#8220;Anonimo veneziano&#8221;, un film che appartiene al suo DNA».</p>
<p>Queste, invece, le voci della prosa, dei romanzi che recano ‘il logo dell’orso’: «Tre giorni belli, intensi, anche un po’ faticosi, vissuti in clima d’amicizia, di benevolenza in una grande ‘famiglia’ composta da scrittori e accompagnatori della Bertoni Editore. Un aiuto speciale, per foto e connessioni varie, l’ho ricevuto da Viviana Picchiarelli ed Anthony Caruana giovani Artisti in gamba. Simpatica l’esperienza di registrazione voce con l’incipit del romanzo che ho presentato al Salone: <em>Maria dell’Isola</em>; una storia che si snoda, dagli anni quaranta agli anni sessanta, seguendo la protagonista in un viaggio a ritroso nel tempo, in luoghi veramente speciali: Isola del Garda, la Roma del Giubileo del Cinquanta, Milano con una prima alla Scala, Verona con l’Arena e con la terribile notizia dell’uccisione di J.F. Kennedy», ha dichiarato Amneris Marcucci, autrice de <em>Maria dell’Isola</em>, autrice tifernate, assisana d’adozione, della Bertoni Editore.</p>
<p>«Domenica 13 maggio alle ore 13:10 al Salone Internazionale del Libro di Torino presso lo stand della Regione Umbria (Padiglione 1 Stand B38/C37) è stato presentato il nuovo romanzo di William Bavone dal titolo <em>Delirium – Papillon catalano e oro cileno</em>. L’autore, che ha esordito come romanziere proprio al Salone di Torino nel 2017 con <em>Play </em>(edito da Bertoni Editore) questa volta si è presentato  con un’opera scritta a quattro mani con l’autrice siciliana Roberta Busacca. <em>Papillon catalano e oro cileno </em>rappresenta un giallo epistolare di nuova generazione basato su uno scambio di e-mail surreale tra i due protagonisti di questa assurda storia. Delirium o il carteggio versione 2.0, telematico ma non per questo meno intenso tra due persone alienate che si riscoprono personaggi, due amici d’infanzia ritrovati ed il loro ritrovarsi con la natura più intima del proprio Io, in due monologhi interiori senza soluzione di continuità che si abbracciano, si rimandano, si fanno eco nelle suggestioni e nel libero fluire dei pensieri, delle manie, dei rituali più sacri e delle ossessioni quotidiane con picchi di lucidità, talvolta cinica altre più benevola. Questo gioco delle lenti e degli specchi con cui i due personaggi studiano loro stessi e il mondo esterno è ritmato dallo snocciolarsi graduale ma costante di una serie di indizi, all’apparenza irrisori, quasi grotteschi nel caleidoscopio di conversazioni senza incipit eppure forieri di un messaggio criptato, rivelatori di una identità mai sospettata e di un mistero perfettamente insinuato tra la nervature delle foglie staccatesi dagli alberi e il riflesso di un goccia pigramente scivolata lungo il fondo di uno dei boccali del Gabbiano nero. A tratti sfiorando il non senso, i due autori musicano un’armoniosa improvvisazione nel più autentico stile jazz, svelando gradualmente un misterioso enigma, che serve solo in parte a ricomporre il puzzle infinito delle identità. Gli autori come detto sono Roberta Busacca e William Bavone. Per la prima siamo alla seconda pubblicazione a quattro mani visto che nel 2011 aveva esordito con il romanzo <em>Vita Indocente </em>(Edito da Aracne Editrice). Per Bavone invece siamo al settimo libro di cui ben cinque saggi di geopolitica: <em>Le rivolte gattopardiane</em> (Anteo Edizioni-2012), vincitore del Premio Nabokov 2014 – sezione Saggi Editi; <em>Sulle tracce di Simòn Bolìvar</em> (Anteo Edizioni-2014); <em>Appunti di geopolitica</em> (Arduino Sacco Editore-2014); <em>Eurosisma</em> (Castelvecchi Editore-2016); <em>Sul declino della globalizzazione</em> (Tra Le Righe Libri 2017) – vincitore di una menzione speciale al Premio Cerruglio 2018. A questi nel 2017 si è aggiunto nel 2017 come detto il romanzo d’esordio <em>Play </em>(Bertoni Editore). Un esordio definito dal cantautore Cisco Belotti (ex cantante dei Modena City Ramblers) come ‘[&#8230;] un vero e proprio viaggio! Davvero meraviglioso. Mi viene in mente che potrebbe essere una sceneggiatura di un bel film francese o di una bella pièce teatrale [&#8230;]’. Buoni dunque i presupposti per un autore in cerca di una conferma con questa nuova avventura editoriale che farà la sua prima tappa al Salone Internazionale del libro di Torino» è stata la dichiarazione rilasciata da un altro autore della Bertoni, William Bavone.</p>
<p>Ultima rotazione per il prisma degli autori della Bertoni Editore, che hanno partecipato alla manifestazione torinese. La parola spetta a Nicole Losi: «Love generation narra le vicende di un gruppo di ragazzi adolescenti alle prese con i problemi tipici di quell’età: scuola superiore con l’esame di maturità da sostenere, relazioni interpersonali instabili e la ricerca di una nuova identità, un gruppo a cui appartenere. I due protagonisti Arianna e Tommy hanno personalità molti differenti tra loro: lei, proveniente da una famiglia benestante, è una ragazza sfuggente, riservata. Tommy, invece, è un ragazzo problematico, donnaiolo con una famiglia alle spalle disastrata. Queste due personalità così diverse, si incontreranno e vivranno il rapporto con intensità e passionalità ma… sarà destinato a durare?».</p>
<p>Un volo fra le pagine, ebbro di distanza. Perché la parola dello scrittore «parla in silenzio, è un vestito dell’anima». E, forse, i lettori (e gli autori) più appassionati (per la Bertoni Editore: per la saggistica, Maria Ragano Caracciolo e Caterina Condoluci, per la poesia, Bruno Mohorovich, Raffaele Sari Bozzolo, Giorgio Montanari, Mari Mantovani, Anna Maria Massari, Luigi Perrotta, Elisa Piana, e, per la prosa, Luca Bavassano, William Bavone e Roberta Busacca, Domenico Carpagnano, Anthony Caruana, Massimo Di Pietro, Francesco Farina, Floriana La Rocca, Amneris Marcucci, Nicole Losi, Viviana Picchiarelli, Paolo Rosetti, Catiuscia Rubeca, Marco Sessi e Mario Zamma) sono riusciti a leggere le emozioni scaturite da questa manifestazione, alla lettura consacrata. Ne hanno saputo leggere anche l’arcipelago dei segni. Ma, arricchiti da quest’esperienza, forse, sarebbero stati in grado anche di leggere una pagina bianca. Dotata di una chiara valenza semantica.</p>
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		<title>Il minimo scarto di Mario Benedetti</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2018 17:37:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Martina Pazzi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte, Cultura e spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Benedetti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<span id="areaSingle">Perugia. </span> Una poesia che non sia tautologia, che trasformi la vita in scrittura. Ma che rappresenti anche il rovescio della vita. Che si collochi dall’altra parte della vita e che ne teorizzi lo scarto. E il grado zero della scrittura: la lingua non è che ‘un corpus di abitudini comuni a tutti gli scrittori di un’epoca’, mentre nello stile ‘le immagini e l’eloquio nascono dal corpo e dal passato dello scrittore, divenendone gli automatismi’. L’espressione e lo stile, allora, si rendono funzionali alla rappresentazione della realtà: è necessario affidarsi all’esperienza – che non può essere attraversata con ingenuità, ma con stupore – e a ‘un tempo colloidale’, sospeso nelle particelle finissime dell’andirivieni. Dell’avanti e dell’indietro. Di un io che risale nel presente, che si sradica. In un presente altro, sospeso fra realtà, sogno e ricordo. La sostanza-scrittura, fluida, si trova in uno stato di dispersione, intermedio fra soluzione e, appunto, dispersione. Dallo ‘Scarto minimo’. Disperso nel prolungamento dei presenti storici di ‘Lasciano un tempo e li guardiamo dormire, / si decompongono e il cielo e la terra li disperdono. / Non abbiamo creduto che fosse così: / ogni cosa e il suo posto, / le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male, / sempre un posto da vivi. / Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore / su ogni cosa guardata, toccata. / Qui durano i libri. / Qui ho lo sguardo che ama qualunque viso, / le erbe, i mari, le città. / Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi’ (da ‘Umana gloria’ di Mario Benedetti, Mondadori, 2004).</p>
<p>Il seminario tenuto il 23 marzo nella sala ‘Muro etrusco’ di Umbrò, in via Sant’Ercolano 2, e promosso nell’alveo del progetto Umbrò Cultura – il concept che propone ogni forma di attività, dai seminari ai laboratori, passando per la presentazione di libri, incentrata sulla poesia, la narrativa, la storia, le arti visive e la musica, e discussa, a livello collegiale, da un comitato scientifico composto da Franco Buffoni, Maria Borio, Barbara Carnevali, Milo De Angelis, Elvira Di Bona, Stefano Ercolino, Chiara Fenoglio, Umberto Fiori, Stefano Giovannuzzi, Guido Mazzoni, Raffaello Palumbo Mosca, Laura Pugno, Antonio Riccardi, Andrea Tarabbia, Italo Testa, Giorgio Vasta e Gian Mario Villalta, al fine di valorizzare la ricerca in ambito culturale – ha inteso dibattere sull’opera di Mario Benedetti (datata al 2017, la pubblicazione di ‘Tutte le poesie’, per i tipi di Garzanti, volume uscito per ‘I grandi libri Garzanti poesia’, che raccoglie da ‘Umana gloria’ e ‘Questo inizio di noi’, con un’introduzione a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta), uno degli scrittori più significativi della stagione letteraria italiana contemporanea, autore di varie plaquettes e di due raccolte lungimiranti e visionarie: ‘Umana gloria’, editata nel 2004 nella collana Lo specchio (Mondadori) e ‘Pitture nere su carta’ (Mondadori, 2008), ‘aspro e tagliente rovescio della tessitura’ dei testi che compongono la prima silloge, secondo la fine penna di Biancamaria Frabotta.</p>
<p>L’incontro, introdotto da Maria Borio, è stato suddiviso in tre momenti: una prima parte, con interventi di quattro relatori, Stefano Dal Bianco, Roberto Cescon, Tommaso Di Dio e Stefano Giovannuzzi, è stata volta a ripercorrere la scrittura benedettiana da diverse angolature, sulla base delle parole-chiave che la descrivono e la irrobustiscono, criticizzandola (dal motivo dello specchio a quello della naturale avversione alla tautologia, dal tempo disperso e sospeso in particelle finissime al ricorso alle armi della retorica per deporle); una seconda parte, pensata in chiave sperimentale, ha offerto un punto di vista altro sul Benedetti poeta, nell’intersecarsi delle esperienze di giovani nati negli anni Ottanta (Damiano Sinfonico, Giuseppe Nibali, Claudia Crocco, Simone Burratti, Riccardo Socci), coordinati da Maria Borio e Tommaso Di Dio, e l’autore; una terza parte ha omaggiato la poesia del poeta friulano, con delle letture tratte dalla sua opera.</p>
<p>Del ‘fondo comune’ dell’esperienza della rivista ‘Scarto minimo’, ha parlato Stefano Dal Bianco, ripercorrendo gli inizi di Benedetti. «Quello che ci è successo – è stato il commento di Dal Bianco – è stato molto bello e molto raro: ci accomunava una umiltà di attitudini messa al servizio di una causa comune. Questo era il senso della rivista. L’altro, in questa esperienza, diventava il buco nero che non si poteva o non si voleva vedere. Ma era nello specchio che si poteva definire l’immagine che l’altro rimandava. Io ero vita, lui letteratura, ovvero il rovescio della vita. Oggi si tende a fare un processo di beatificazione di Mario. Non potrei farne ‘un santino’. Perché, semplicemente, non potrei beatificare me stesso, così come il suo tentativo di vivere la letteratura soppiantando la vita, sulla base di una religione della libertà psichica e di un antimoralismo della libertà stessa, che non ha centro. Ecco, credo che negli editoriali che, con Fernando Marchioli, curavamo per ‘Scarto Minimo’, e, in modo particolare, nell’editoriale numero 0, ci sia tutto Mario Benedetti, e il suo tentativo di trasformare la vita in scrittura. C’eravamo formati sullo Strutturalismo, sui formalisti russi. Da lì attingemmo la teoria dello scarto, conferimmo una base scientifica per le scelte di poetica della rivista. Ma questo non ci bastava. La lingua è diversa dalla verità. E non v’è nulla di arbitrario nella lingua».</p>
<p>Roberto Cescon ha confidato al pubblico di aver scorto ‘qualcosa di inspiegabile’ nell’incontro col macrotesto poetico di Benedetti: «come prima cosa, il non appartenere a un luogo. Un luogo che diventa mitico, quando cade il significato che gli attribuiamo. Non c’è alcun valore documentario o civile nei luoghi del Friuli e della Slovenia cantati da Benedetti. Ci sono solo l’impossibilità di appartenervi, appunto, e una ‘lingua tra’, una zona di confine linguistico. C’è una permeabilità fra piani temporali, fra cose ed eventi, evocati come fantasmi destinati a dissolversi. Da qui, il ricorso al presente storico, all’imperfetto, per prolungare il tempo passato. È un tempo colloidale, quello di Benedetti, sospeso nelle particelle finissime dell’avanti e dell’indietro, e in un presente altro, che resta sospeso fra realtà, sogno, ricordo. Siamo vulnerabili, ma possiamo affidarci ad una lingua povera, facente riferimento a due parole-chiave: ‘qui’ (il vivere nei giorni, nel contingente) e ‘oh!’ (la sfera dello stupore, dell’altrove, di luoghi e tempi altri)».</p>
<p>Tommaso Di Dio ha parlato della frequentazione costante con Mario Benedetti, focalizzando l’attenzione sulla diplopia della sua poesia: un doppio sguardo, sull’uomo e sulla sua esperienza, e sull’opera, su una testualità che è altro rispetto alla vita. «È difficile – ha affermato Di Dio – parlare di un poeta vivo, non chiuso in una tradizione, la cui opera, seppur forte, è al contempo fragile, esposta alle intemperie. Essa è l’eco di una luce che non da sé è vera. Sta a noi protrarla. Benedetti usa tutte le armi della retorica per deporre tutte le armi della retorica: la sua è una letteratura che va contro se stessa, opera di un poeta che si scusa per la sua lingua, come traccia franata. In una visione del libro come papiro, come reperto, di cui la parola è residuo, che svela la cecità. Viviamo di mancamenti, di cecità rispetto a ciò che abbiamo dentro e rispetto a ciò che è fuori».</p>
<p>Stefano Giovannuzzi, infine, ha attuato un parallelismo (definito «una associazione significativa e consapevolmente esagerata») fra la poesia di Attilio Bertolucci e quella di Mario Benedetti: entrambe le opere poggiano sullo spazio della memoria, sull’andare e sul tornare, sull’annullamento fra passato e presente, sull’andirivieni costante, su un medesimo tipo di grammatica della scrittura. L’andirivieni, infatti, intesse una trama del linguaggio che è ben riconoscibile per chi ha dimestichezza con la poesia italiana del II dopoguerra, all’insegna della crisi della lingua fra soggetto e mondo. «In ‘Umana gloria’ – ha concluso Giovannuzzi – questo tipo di linguaggio emerge ancora di più: la struttura del discorso procede per frammenti, per pezzi fra loro slegati, che coesistono».</p>
<p>La seconda parte, ha registrato le brevi comunicazioni di Damiano Sinfonico, Giuseppe Nibali, Claudia Crocco, Simone Burratti, Riccardo Socci), coordinati da Maria Borio e Tommaso Di Dio. Ne è emerso un rapporto generazionale con la poesia di Benedetti. Dall’allusione a un bambino strano che faceva cose strane, come giocare col cadavere di un gatto o dipingere sui quadri con un pennarello nero (bambino che potrebbe essere un personaggio di Benedetti: un bambino che gioca col ritratto delle cose morte che sono tutte nere) all’inimitabilità della poesia dell’autore friulano, che alla ricerca favolistica e infantile sintetizza qualcosa di storico, di epico quasi. Dalla riduzione atomica della parola contenuta in un libro che era la carne di un uomo, al passaggio da un mondo di carta ad un mondo sensibile, esperibile ed esperito, passando per una poesia che consuma se stessa e per delle immagini stagnanti, per delle proiezioni che rimangono nell’occhio di un ricordo, come i fantasmi che apparivano, che ‘venivano’, in un tempo imperfetto. Da ciò che viene prima di ‘Umana gloria’ e che rispecchia la volontà d’autore (che ha rinnegato alcuni di questi libri) ad alcune poesie poi elaborate e confluite nella silloge del 2004, alla concezione della poesia di Benedetti come dell’opera di un ‘poeta-lago’, secondo la definizione di Milo De Angelis, di un’opera permeata di ossessioni, degli stessi argomenti e di uno sperimentalismo determinato da una disposizione dello spazio grafico in verticale, da una sintassi difficile (ricorso all’indiretto libero), da stilemi tipici e arcaizzanti, da rime, anastrofi, da un lessico desueto. Dall’incomprensibilità immediata di questa poesia, e dalla meraviglia che ne consegue, al senso di transitorietà e alla provvisorietà dell’esistenza umana, contro la permanenza della scrittura, nel tempo della durata della lettura, che costituisce un punto di contatto fra autore e lettore.</p>
<p>Si potrebbe, allora, concludere con Maria Borio, Tommaso Di Dio e Riccardo Socci: la poesia di Benedetti è stata accolta in modo significativo da una generazione, perché l’intento sotterraneo è stato quello di gettare delle idee. La prospettiva storica della poesia che va dagli anni Settanta agli anni Novanta è stata di reazione al neorfismo e alla neoavanguardia: il rapporto della poesia con l’esperienza è fluido, provvisorio. Il ritmo prova a tenerlo insieme. Il mito novecentesco della figura del poeta è collassato: o si percorre una strada nichilista o si riscopre una funzione etica che prova a scrivere partendo dall’esperienza stessa.</p>
<p>Possiamo attraversare l’esperienza da ingenui? Benedetti si scusa per questa ingenuità. E torna sulla parola ‘libro’, nelle ultime poesie, concentrandosi sulla tendenza alla non distrazione della scrittura, che traduce anche un’esperienza linguistica, sussunta dalle parole. E, d’altronde, la lingua del trauma serve per parlare del trauma. Ciò che rimane è una parola dell’oblio. Nell’abisso della lingua e in quello dell’esperienza. «La mia scoperta di Benedetti – sono state le parole di Riccardo Socci – è stata una non scoperta».</p>
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